Discernimento e corso della vita

Anna Bissi *

Il Vocabolario dello Zingarelli [1] definisce il termine «discernimento» come «facoltà della mente di giudicare, valutare, distinguere rettamente». Si tratta, dunque, di un processo che si colloca prevalentemente su di un piano conoscitivo e attraverso il quale si cerca di stabilire la verità o falsità di un giudizio. Nell’esperienza di fede, però, l’atto del discernere non coinvolge unicamente la sfera intellettuale, ma chiama in causa la totalità della persona, in particolare i suoi pensieri e sentimenti. Esso, inoltre, si inserisce sempre all’interno di un dinamismo relazionale, poiché il soggetto che discerne lo fa al fine di individuare quale sia la volontà di Dio per lui e mette in gioco la propria libertà nel suo duplice movimento ascendente e discendente [2]: il primo orienta la persona a trascendersi nella ricerca di un bene che lo supera; il secondo traduce in termini concreti e incarnati la tensione interiore.
Il discernimento appare così una realtà complessa ma non inaccessibile, che, per essere vissuta in modo fruttuoso, comporta un’educazione, una pratica e, ancor prima, l’acquisizione di determinate facoltà. Esso prevede il superamento delle fasi evolutive più infantili, dove la realtà è valutata in termini concreti, e lo sviluppo dell’intelligenza astratta. Dal punto di vista morale richiede, invece, la capacità di lasciarsi guidare da criteri più maturi rispetto al mero vantaggio personale. Il soggetto che discerne, inoltre, deve aver imparato a dare un nome ai suoi sentimenti al fine di individuare quale sia la loro origine e verificare se vengono davvero da un’oggettiva tensione verso il bene o mascherano la presenza di un bisogno autoreferenziale.
Il discernimento si presenta così come un processo dinamico non solo perché esprime una tensione verso una realtà che trascende il soggetto, ma anche in quanto destinato a trasformarsi in base allo scorrere del tempo e alle caratteristiche delle diverse tappe del ciclo di vita.

Il bambino può discernere?

Le premesse al discernimento evidenziate in precedenza – quali il superamento del pensiero concreto e il raggiungimento di un adeguato sviluppo morale – inducono a ritenere che il bambino non sia in grado di discernere. Attualmente, però, in un contesto culturale in cui al bambino sono delegate valutazioni e decisioni importanti per la sua vita, non tutti saranno disposti a condividere tale affermazione. «Se cerca ancora il seno – affermano le mamme – è perché ne ha bisogno» e viene così rimandato il momento dello svezzamento; «Per ora non lo battezziamo – dichiarano i genitori –non vogliamo imporgli la nostra scelta; sarà lui a decidere quando e se lo vorrà». Viviamo nell’epoca del «bambino re», che non può essere privato della sua autonomia e i cui genitori vivono una sorta di incapacità a orientare in modo incisivo qualsivoglia decisione, subito percepita come un’indebita sopraffazione da parte di una volontà arbitraria e dominante. «Va’ dove ti porta il cuore» è diventato il criterio educativo prevalente, anche se al cuore spesso si sostituisce la volontà narcisistica e capricciosa del bambino, che non è stato educato ad adattarsi alla realtà, mentre quest’ultima –soprattutto nelle figure dei genitori e dei nonni – sembra adeguarsi alle sue pretese, rivendicate con la stessa forza con cui si esigerebbe il rispetto di diritti inalienabili.
Due fenomeni, dunque, sembrano condizionare pesantemente nei bambini di oggi la futura capacità di discernimento: il primo riguarda l’abdicazione delle figure parentali rispetto all’assunzione di un ruolo autorevole, a cui si preferisce il porsi come partner del figlio nella sua educazione, assumendo – a differenza del passato – un ruolo non più asimmetrico ma paritario. Tale atteggiamento rischia, però, di rafforzare nel bambino il mantenimento di un’immagine di sé onnipotente e narcisistica: se non è mai confrontato con un no e non ha mai sperimentato la necessità di piegarsi alle esigenze della realtà, come potrà sviluppare quella tensione trascendente che orienta verso la ricerca del bene? Esiste dunque, come afferma la psicanalista Catherine Ternynck, «una pericolosa prossimità, e a volte addirittura una complicità segreta, tra l’autonomia troppo precoce e l’autosufficienza» [3]. Si coglie qui la presenza di un grande rischio educativo, poiché l’autosufficienza blocca il processo trascendente presente nello sviluppo umano, che orienta la persona a pensare, ragionare moralmente ed entrare in relazione con gli altri secondo criteri sempre più evoluti, e non favorisce il sorgere di domande, ricerche, interrogativi rispetto al proprio vissuto interiore. Il soggetto, rispetto alle cui scelte tutti sono stati sempre accondiscendenti, vive, infatti, un’assoluta sicurezza in merito alla valutazione del suo agire.
L’alternativa non è, però, quella di pensare al bambino come a un bambolotto passivo, incapace di esercitare la minima autonomia. Il lasciarlo libero o anche il sollecitarlo a operare delle scelte – i cui effetti non siano però svantaggiosi per il suo sviluppo – rappresenta non solo un modo per rafforzarne la stima, ma anche una premessa alla futura capacità di discernimento, purché all’esperienza di autonomia si accompagni un’educazione morale che insegna – in base ai livelli di sviluppo raggiunti dal bambino – a cercare il bene e rifiutare il male. Una sana armonizzazione tra orientamento da parte dei genitori verso comportamenti moralmente adeguati e affermazione della propria libertà permette al bambino di sperimentarsi, ma anche di orientarsi verso un bene più grande di quello a cui il narcisismo primario lo vorrebbe condurre. Accanto a una corretta educazione dell’autonomia e della moralità è però necessario favorire la nascita e la crescita di un rapporto personale con Gesù e, più ampiamente, di un sano sviluppo della capacità relazionale, incoraggiando il contatto con i pari, lo sviluppo dell’empatia, le esperienze di amicizia e di solidarietà. Infine, anche l’educazione delle emozioni, in particolare della capacità di riconoscerle e dare loro un nome, è un presupposto importante per sviluppare poi, in età adulta, una buona capacità di discernimento: se quest’ultimo comporta, infatti, il riconoscere quali sentimenti vengono da Dio e quali hanno altre origini, è necessario che il soggetto possa avere una certa familiarità non solo con i suoi pensieri, ma anche con il suo mondo emotivo.
L’inizio della vita – età in cui il bambino si rivela non ancora capace di discernimento – può quindi essere considerato come il tempo privilegiato per porre le sue basi.

Discernimento e adolescenza

La capacità di ragionare secondo criteri astratti – che caratterizza il preadolescente o l’adolescente a seconda della maggiore o minore precocità del suo sviluppo intellettuale – è una premessa importante al discernere. Essa, infatti, comporta una tensione trascendente e di conseguenza sta alla base della possibilità di orientarsi verso un valore percepito come buono dal soggetto, di una bontà che non è legata a criteri utilitaristici, ai benefici che si possono trarre, ma è invece considerata valida per se stessa. Nella sua tensione verso il bene, però, l’adolescente è fortemente influenzato dalla complessità del proprio mondo interiore, spesso confuso e condizionato dalle forti spinte emotive che lo abitano. Egli vive, inoltre, lo strano paradosso di chi si crede sempre più autonomo per il solo fatto di aver cambiato l’oggetto della sua dipendenza, spostandolo dai genitori ai pari e alle suggestioni della cultura prevalente. Alle prese con i difficili compiti di costruirsi un’identità personale e di crearsi un mondo di relazioni extra-familiari, l’adolescente è raramente arbitro delle proprie scelte, pur ritenendosi tale, ma è invece spinto dall’influenza dell’ambiente, dalla paura di distinguersi dai suoi coetanei, dal bisogno di crearsi un’immagine e di essere approvato dalle nuove figure di riferimento, da cui spesso dipende il suo benessere e la stima personale.
Se il bambino aveva bisogno di essere guidato a porre le basi del futuro discernimento, l’adolescente necessita di educatori che lo introducano nelle prime esperienze di vero ascolto interiore e di valutazione dei diversi pensieri e sentimenti che lo abitano e possono orientare le sue scelte. Ciò può concretizzarsi anche attraverso veri e propri esercizi di narrazione, in cui i ragazzi sono invitati ad analizzare e definire i criteri che motivano e guidano le loro decisioni. Viene così stimolata la capacità di dare un nome e un’attribuzione di significato ai vissuti interiori, di creare un ordine al loro interno e di definire dei criteri in base ai quali operare le scelte. Si focalizza così l’interesse sull’interiorità, sulla capacità di riconoscere i movimenti e le tensioni che la abitano e il sapore che permette di diversificare le diverse esperienze. Si tratta di un’educazione indispensabile, premessa di quel «sentire e gustare le cose interiormente» di cui parla sant’Ignazio, ma anche attualmente non facile, in un contesto culturale in cui interessi economici cercano di trarre profitto dagli adolescenti, puntando sull’effimero e sull’immagine, e uno stile educativo permissivo non favorisce processi di interiorizzazione, ma stimola piuttosto in modo eccessivo l’immediatezza e l’impulsività.

Giovani e discernimento

Nell’età giovanile, tempo in cui l’essere umano è chiamato a «trovare la propria terra» [4], il discernimento ha un oggetto ben specifico: la vocazione. Essa è intesa come la risposta all’interrogativo che ogni essere umano deve affrontare in questo momento della vita: «Dove metterò radici?». Tali radici riguardano due ambiti fondamentali dell’esistenza umana: le relazioni e il lavoro, i due modi paradigmatici attraverso cui la persona esprime se stessa. Due fattori, caratterizzanti questo periodo della vita, possono condizionare il discernimento. Romano Guardini definisce il primo, che considera positivamente, come «la capacità di crescita della personalità che si afferma e di sviluppo di una penetrante vitalità» [5]. A causa di questo tratto, tipico della sua età, il giovane opera il proprio discernimento guardando al mondo come a una realtà infinita dischiusa davanti a sé e alle proprie energie come illimitate. «Da qui – come scrive ancora Guardini – l’aspettativa che la vita offra doni di una portata incalcolabile, e la certezza di poter fare grandi cose» [6]. Questa sottile grandiosità, tipica dell’età giovanile e sovente accompagnata dalla convinzione che gli adulti – a causa della loro debolezza e fragilità – non siano riusciti a raggiungere le mete ambiziose che essi, invece, si prefiggono, tende spesso a influenzare il discernimento. L’immagine di sé «sottilmente” gonfiata spinge il giovane a formulare desideri irrealistici, ad aspirare a ideali troppo lontani dalla sua realtà e possibilità; contemporaneamente egli spesso si lascia guidare da emozioni superficiali ed effimere, intense nei momenti iniziali e destinate a scomparire molto in fretta.
Proprio perché inizia solo ora ad affacciarsi pienamente sul mondo, egli manca di un elemento fondamentale per un sano discernimento: il realismo. È proprio questa carenza – che Guardini considera come il secondo fattore importante di questo periodo – a rendere molte volte illusorio il discernimento giovanile. Essa ostacola la percezione oggettiva della misura delle proprie capacità, che non sono state ancora messe alla prova, e la consapevolezza di come la realtà sia resistente e si opponga alla volontà del soggetto; favorisce, inoltre, la possibilità di sbagliarsi, la confusione tra ideali e possibilità di applicazione. Il giovane è tentato di passare subito dalla valutazione alla scelta e, quindi, alla decisione: la pazienza, indispensabile per un buon discernimento, non è infatti una delle caratteristiche tipiche della sua età. Per tale motivo egli ha bisogno di una brava guida, che l’aiuti a superare l’immediatezza, a ponderare e soppesare il vissuto interiore, a riconoscere la profondità o superficialità dei sentimenti, a purificare la propria relazione con Dio.
Il discernimento, infatti, è un processo dinamico, all’interno del quale la persona cresce nella capacità di distinguere dove lo orientano pensieri e sentimenti; tale dinamicità comporta, di conseguenza, la necessità – soprattutto agli inizi – di lasciarsi condurre e guidare da una persona più esperta, capace di individuare errori, illusioni, percezioni distorte, affinché il soggetto possa imparare a guardarsi nella verità.
Questi tratti tipici dell’età giovanile non sembrano, tuttavia, sempre adattarsi ai giovani d’oggi, che spesso guardano al futuro in modo vittimistico – come al tempo delle occasioni mancate e non più offerte – e alle relazioni con sottile sospettosità. Quando sono questi tratti a caratterizzare il vissuto del giovane compito della guida sarà prima di tutto quello di promuovere la tensione valoriale, facendo assaporare alla persona la bellezza del desiderare e aprendo la libertà alla dimensione trascendente.

Il discernimento nell’età adulta e nell’anzianità

Se l’età giovanile è il tempo in cui cercare e trovare la propria terra, quella adulta è caratterizzata dal radicamento ormai avvenuto:un adulto non è, forse, qualcuno che ormai sta in piedi da solo? Tale radicamento si verifica quando la persona attraversa in modo costruttivo quelle che lo psicologo evolutivo Erik H. Erikson [7] definisce come le due tappe fondamentali di questo periodo: l’intimità, come capacità di sviluppare rapporti personali profondi, in cui la comunione e la vicinanza all’altro non si trasformano in perdita di identità e assorbimento dell’uno nell’altro, e la generatività, che si esprime nel fare qualcosa per gli altri, nell’assumersi la responsabilità rispetto a loro, nel diventare fecondi non solo attraverso il ruolo genitoriale, ma anche in tutti gli altri modi in cui è possibile comunicare la vita.
In questa fase della crescita la persona incontra normalmente una crisi: è la crisi che permette di acquisire lucidità grazie alla presa di coscienza delle proprie illusioni, della grandiosità presente nei sogni giovanili, dell’irriducibile ostinazione della realtà, non disposta a piegarsi non solo alla nostra volontà, ma anche ai nostri ideali più nobili e alti. Tale crisi rende umili o distrugge, permette alla persona di percepirsi più solida o insinua in lei il dubbio del fallimento. Nel processo di discernimento è il momento di lasciare spazio all’integrazione di pensieri e sentimenti suscitati dalla consapevolezza del limite, che possono orientare la persona verso lo scoraggiamento, la delusione, il disimpegno, la passività inerte o arrabbiata, con la parola di Dio, che apre nuovi orizzonti e permette di approfondire la fede. L’età adulta, infatti, è l’età della fede provata, la quale forse non conosce più lo slancio e l’entusiasmo del periodo giovanile, quando Dio protegge i primi passi completamente autonomi nel percorso della vita, ma passa attraverso il crogiolo della sofferenza, dell’insuccesso, della delusione.
Nella dinamica del discernimento, questo è il tempo della purificazione, della trasformazione e del consolidamento. Purificazione, perché l’esperienza della prova suscita interrogativi rispetto alla trasparenza dei nostri ideali e la presa di coscienza di pensieri e sentimenti permette di individuare quanto di autoreferenziale era presente nei grandi slanci della giovinezza.
«Perché tanta ribellione nel dover rinunciare a un ruolo importante, quando avevo deciso di seguire un messia che ama l’ultimo posto?»; «Come mai, dopo aver perso un po’ di denaro in un investimento sbagliato, ho bisogno di verificare ogni giorno l’andamento del mercato azionario, proprio io, così determinato nel fidarmi del Signore in modo assoluto?»; «Che cosa mi spinge, dopo il sorgere delle prime difficoltà, a guardare quell’uomo e a pensare di lasciare mio marito, a cui ho giurato fedeltà per sempre?». Ecco alcuni degli interrogativi che possono emergere nel discernimento, dopo che la vita ci ha messo alla prova; sottoporre a critica il contrasto tra il nostro sentire e pensare e confrontarlo con il vangelo costituiscono una sfida importante, un’occasione unica per purificare le nostre motivazioni, condizionate dall’egocentrismo che ci abita.
Tale processo apre allora a una trasformazione: è soprattutto il volto di Dio, l’immagine interiore che di lui ci siamo fatti ciò che è chiamato a cambiare. Anch’esso, infatti, viene messo alla prova, poiché in noi l’esperienza del dolore genera immediatamente interrogativi rispetto alla sua bontà nei nostri confronti. Così l’età adulta, oltre ad aiutarci a discernere quanto nella nostra fede in realtà è idolatria, favorisce il passaggio a un livello più profondo di fiducia, attraverso l’elaborazione di pensieri e sentimenti sospettosi, che tendono a vedere in Dio un padre ingiusto, se non addirittura aggressivo o sadico, permettendoci di approdare a un abbandono più costante e generoso. L’età matura è anche tempo di stabilità nella fede e il discernimento, per mezzo del quale la bontà di Dionei nostri confronti viene costantemente confermata, permette una maggiore solidità all’adulto credente.
L’anzianità – ultima fase della vita – costituisce il periodo in cui la persona si trova ad affrontare i grandi interrogativi derivanti dall’esperienza della diminuzione, della malattia e della morte che si fa sempre più prossima. I pensieri e i sentimenti che emergono – sentimenti di disperazione, di non senso, di paura e pensieri che possono suscitare interrogativi rispetto all’amore di Dio per noi e far apparire insignificante l’esperienza passata – mettono a nudo la nostra fede e necessitano di un profondo allenamento nel discernere, per poter capire l’origine di un vissuto interiore che si presenta talvolta angosciante. Il cuore appare allora come quel campo di battaglia di cui parla Fédor M. Dostoevskij, in cui Dio e Satana si affrontano nella lotta.
Se l’educazione al discernimento ci ha resi, però, capaci di distinguere bene le voci e i modi in cui pensieri e sentimenti si manifestano, la stabilità, che già andava formandosi nell’età adulta, diventa la solida acquisizione della vecchiaia. Ad essa si accompagna la saggezza intesa non solo quale capacità di distacco e di accettazione dei limiti dell’esistenza, ma anche come vera sapienza, quella che si acquisisce attraverso una vita di fedeltà e un costante ascolto della parola di Dio.

Per crescere nella fede

Arrivati al termine del nostro itinerario, in cui abbiamo attraversato il corso della vita di una persona, è utile mettere in evidenza il rapporto di reciprocità esistente tra discernimento e scorrere del tempo come processi che, stimolandosi reciprocamente, favoriscono la crescita umana e spirituale del soggetto. Il primo, infatti, offre la possibilità di riflettere e porsi le domande opportune e appropriate rispetto ai sentimenti e ai pensieri provati; domande che permettono di sostenere le sfide sempre nuove legate al crescere in età e di affrontare le diverse fasi della vita. È questa la premessa indispensabile per approdare a scelte giuste, conformi ai valori della persona. Il secondo, invece, grazie alle caratteristiche proprie dei differenti stadi di sviluppo e ai momenti di crisi in essi presenti, amplia l’orizzonte del discernimento e offre l’opportunità di suscitare interrogativi sempre più mirati e scavare in profondità nel vissuto personale, al fine di raggiungere un rapporto più vero e personale con Dio e fare la sua volontà nelle circostanze concrete della vita.
Il discernimento si presenta, quindi, come un processo dinamico e un solido strumento di crescita nella fede, che aiuta la persona nel corso del tempo a purificarsi e trasformarsi, in funzione di una purificazione e un maggior approfondimento del suo legame con Dio.

 

Nota bibliografica

Per un approfondimento segnaliamo, oltre l’intera monografia di «CredereOggi» 29 (1/2002) n. 127 dal titolo Il discernimento spirituale, il contributo di M. COSTA, L’arte del discernere: premesse, criteri e regole, in ibid. 51-80; R. Dusluk – M. WHELAN, Lo sviluppo morale nell’età evolutiva. Una guida a Piaget e Kohlberg, Marietti, Casale M. (AL) 1979; S. FAUSTI, Occasione o tentazione? Arte di discernere e decidere, Ancora, Milano 1997; TH.H. GREEN, Il grano e la zizzania. Discernimento: punto di incontro tra preghiera e azione, Comunità di Vita Cristiana CVX, Roma 1992; C.M. MARTINI, Conoscersi, decidersi, giocarsi. Gli incontri dell’ora undecima, Comunità di Vita Cristiana CVX, Roma 1993; S. RENDINA, Mozioni e discernimento negli Esercizi spirituali, in «Mozioni spirituali» e «discernimento» negli Esercizi spirituali, CIS, Napoli 2000, 7-60; M.I. RUPNIK, Il discernimento. Prima parte: Verso il gusto di Dio, Lipa, Roma 2000; ID., Il discernimento. Seconda parte: Come rimanere con Cristo, Lipa, Roma 2001.

Sommario
Il discernimento non è un fenomeno statico, bensì un processo dinamico, grazie al quale il soggetto si pone in relazione con Dio e alla ricerca della sua volontà, ascoltando i pensieri e i sentimenti che abitano il suo mondo interiore. Esso favorisce nel credente la maturazione del suo rapporto con Dio, che si modifica, si purifica e acquista stabilità. Tale crescita avviene grazie al dipanarsi nel tempo di questa realtà dinamica: il corso della vita, con i suoi tempi, le sue tappe e i suoi momenti di crisi, appare come un fattore che stimola la trasformazione interiore e l’acquisizione della necessaria consapevolezza e delle capacità di valutazione e giudizio, proprie dell’atto del discernere. Se all’inizio della vita si tratta di porre le basi per il futuro, il resto dell’esistenza si trasforma invece in un vero e proprio percorso di crescita, che permette il raggiungimento di una profonda sapienza e di una solida esperienza di fede.

* Psicologa e psicoterapeuta (Vercelli)

NOTE

1 N. ZINGARELLI, Vocabolario della lingua italiana, Zanichelli, Bologna 199512.
2 E IMODA, Sviluppo umano. Psicologia e mistero, Piemme, Casale M. (AL) 1993, 317 e ss.
3 C. TERNYNCK, L’uomo di sabbia. Individualismo e perdita di sé, Vita e Pensiero, Milano 2012, 129.
4 J. VANIER, Ogni uomo è una storia sacra, EDB, Bologna 1996, 76.
5 R GUARDINI, Le età della vita. Loro significato educativo e morale, Vita e Pensiero, Milano 1986, 28.
6 Ivi.
7 E.H. ERIKSON, Infanzia e società, Armando Editore, Roma 199015.

CredereOggi 37 (5/2017) n. 221, 99-111