Il sogno di Etty Hillesum: un tedesco buono

«Se incontrerò un tedesco buono che viene in nostro soccorso lo aiuterò.»
È questo l’impegno che prende con se stessa, il 15 maggio 1941, la giovane scrittrice ebrea Etty Hillesum, mentre la catastrofe sommerge i suoi migliori-amici e porta verso il baratro centinaia di ebrei della sua città.
Etty aveva appena ritrovato tra le carte un appunto del suo analista e amante, lo psichiatra Julius Spier, che dice semplicemente: «Basta che esista una sola persona degna di questo nome per poter credere negli uomini».
Si lascia trascinare dalla fantasia e immagina di incontrare ad Amsterdam un tedesco buono che viene in aiuto degli ebrei. Intuisce che quell’uomo può forse cambiare la percezione degli avvenimenti e farle ritrovare la speranza di un mondo migliore in quella desolazione totale. Etty raggiunge così con la sua immaginazione un momento di serenità: se esiste un tedesco del genere vuol dire che l’idea di umanità non è del tutto morta, che c’è qualcuno che la tiene in vita, anche tra i nostri nemici; quell’uomo può forse riscattare la dignità della nazione che ha partorito i carnefici.
Come se quel tedesco buono fosse entrato miracolosamente nella sua stanza, senza esitazione gli fa una promessa: lei come ebrea si assume una responsabilità nei suoi confronti. Lo difenderà con tutte le sue forze dai tedeschi che lo osteggiano e lo considerano un traditore; poi andrà dai suoi amici ebrei e dirà loro che sbagliano a odiare un popolo intero, poiché non tutti i tedeschi sono uguali. Quel tedesco immaginato fa un piccolo miracolo: aiuta chi soffre a comportarsi in modo diverso dai carnefici.
Poi Etty annota sul suo diario la gioia che ha provato con il volo della sua fantasia e spiega così la necessità di non odiare qualsiasi cosa accada:
«… Il grande odio per i tedeschi ci avvelena l’animo. Espressioni come: “che anneghino tutti, canaglie, che muoiano con il gas” fanno oramai parte della nostra conversazione quotidiana; a volte fanno sì che uno non se la senta più di vivere in questi tempi. Ed ecco che improvvisamente qualche settimana fa, è spuntato il pensiero liberatorio, simile a un esitante e giovanissimo stelo in un deserto di erbacce: se anche non rimanesse che un solo tedesco decente, quest’unico tedesco meriterebbe di essere difeso contro quella banda di barbari, e grazie a lui non si avrebbe il diritto di riversare il proprio odio su un popolo intero. Questo non significa che uno sia indulgente nei confronti di determinate tendenze, si deve prendere posizione, sdegnarsi per certe cose in certi momenti, provare a capire, ma quell’odio generalizzato è la cosa peggiore che ci sia. È una malattia dell’anima.»
Etty non può adempiere alla sua promessa, perché muore ad Auschwitz senza mai incontrare l’uomo che ha acceso la speranza nella sua immaginazione.
Eppure, senza avere potuto vivere quell’esperienza in prima persona, ne capisce il significato profondo. Intuisce che quando il mondo si risolleverà da quel marciume, il dovere delle vittime sarà quello di non dimenticare chi si è comportato diversamente. È l’unico modo per evitare la catena infinita dell’odio sulle macerie del male.
L’uomo giusto lascia quindi un dono dai differenti risvolti. Non solo porta soccorso a un uomo perseguitato, ma crea le condizioni affinché la vittima, o chi ne raccoglie l’eredità, possa avere la capacità di distinguere e di non fare generalizzazioni: sono i giusti che rendono possibile la riconciliazione. Etty Hillesum ne ha compreso il significato nel corso stesso della tragedia.
(pp 44-46).

La forza di non odiare

Sono da considerare uomini giusti, al pari dei soccorritori degli ebrei, sia coloro che non si fanno contaminare dall’odio e rifiutano il meccanismo della vendetta, sia coloro che, assumendosi una responsabilità pubblica nei confronti di un male commesso, aprono la strada della ricomposizione dopo le ferite. Con uomini di questo tipo c’è così la possibilità di un nuovo inizio. È dal loro incontro che ogni volta l’umanità riprende il suo cammino liberandosi dallo stigma del male ereditato dalle generazioni precedenti.
Alla prima categoria appartiene Etty Hillesum, la giovane donna ebrea di cui abbiamo già parlato che si batte in modo disperato fino alla sua morte ad Auschwitz affinché la corruzione del mondo a opera dei nazisti non contamini gli ebrei e le generazioni future. Probabilmente è la prima pensatrice che si pone questo problema nel 1942, poco prima che si metta in moto la macchina industriale della soluzione finale. Etty ritiene che i nazisti possono vincere la guerra non solo con le armi e l’assassinio di massa, ma anche in un modo più pericoloso per il destino del mondo. Se riuscissero a distruggere il sentimento di umanità tra le vittime e facessero crescere tra la gente la pianta del male e dell’odio, allora la sconfitta risulterebbe totale.
Etty non pronuncia mai la parola «perdono», ma argomenta nei suoi diari che anche in circostanze tragiche è necessario estirpare dal cuore la rabbia e l’odio generalizzato nei confronti dei nemici, per non diventare simili ai malvagi.
Si tratta della prova più difficile e rischiosa per un essere umano che si trova così a proteggere in modo disperato la sua dignità di fronte al male. È doveroso – ci spiega la giovane filosofa di Amsterdam – avvertire uno sdegno morale nei confronti dei nazisti, ma chi comincia a odiare è un uomo sconfitto. Anche per lei, come per la Arendt, è il rispetto di se stesso che aiuta l’uomo a superare questa tentazione. Come non si può vivere con un ladro, un bugiardo o un assassino dentro di sé, così non si può diventare ostaggio di un sentimento di odio.
«Il marciume che c’è negli altri» scrive Etty «c’è anche in noi, continuavo a predicare; e non vedo nessun’altra soluzione, veramente non ne vedo nessun’altra che quella di raccoglierci in noi stessi e di strappare via il nostro marciume. Non credo più che si possa migliorare qualche cosa nel mondo esterno senza avere prima fatto la nostra parte dentro di noi. È l’unica lezione di questa guerra. Dobbiamo cercare in noi stessi e non altrove … Abbiamo da fare così tanto con noi stessi che non dovremmo arrivare al punto di odiare i nostri cosiddetti nemici … non vedo altre alternative, ognuno di noi deve raccogliersi e distruggere in se stesso ciò per cui ritiene di dover distruggere gli altri. E convinciamoci che ogni atomo di odio che aggiungiamo al mondo lo rende ancora più inospitale.»
La sua crociata contro l’odio e il suo grido contro la sete di vendetta non è un perdono unilaterale, ma una predisposizione al perdono. Etty, rifiutando caparbiamente di farsi condizionare dalla filosofia del nemico («io non odierò mai come loro e mai riverserò il mio odio su un popolo intero a causa di una banda di barbari») e invitando gli ebrei a distinguere anche nelle situazioni estreme tra i tedeschi buoni e quelli cattivi, si dimostra disponibile a rimarginare le ferite e a riaprire un nuovo capitolo di amicizia con la Germania che sta massacrando gli ebrei.
Ma non è sufficiente porgere l’altra guancia e offrire la propria disponibilità per ricreare il dialogo e dare la possibilità di un nuovo inizio dopo le macerie. Affinché questo processo si possa compiere ci vuole la sconfitta dei barbari, la giustizia, la punizione per i colpevoli e un riconoscimento della colpa e della responsabilità da parte di chi sta dall’altra parte. Per il miracolo umano della riconciliazione bisogna essere in due: chi fa ammenda e chi è disponibile a perdonare. Altrimenti il meccanismo non è completo. Il perdono è sempre un percorso plurale, frutto di una relazione tra soggetti autonomi e liberi.
Etty, con la sua promessa di non odiare, si è preservata come essere umano, ma poi stava agli altri cambiare direzione e mostrare il pentimento. Se fosse sopravvissuta ad Auschwitz sarebbe stata la prima a commuoversi di fronte al gesto del cancelliere tedesco Willy Brandt, inginocchiatosi nel ghetto di Varsavia, o al discorso di Angela Merkel, nel secondo decennale della caduta del Muro di Berlino, volto a ricordare con grande coraggio morale le responsabilità della Germania per lo sterminio degli ebrei. La giovane filosofa di Amsterdam con la sua umanità avrebbe probabilmente contribuito alla conciliazione tra ebrei e tedeschi, dopo i traumi della seconda guerra mondiale.
(pp. 159-161)

(Gabriele Nissim, La bontà insensata. Il segreto degli uomini giusti, Mondadori 2013, pp. 44-46; 159-161,