VENITE E VEDRETE (Gv 1, 39)

La chiamata e la sequela nel Nuovo Testamento

 

+ Fr. José Rodríguez Carballo, ofm

Arcivescovo Segretario CIVCSVA

 

1.- Contesto

I temi della vocazione o chiamata da parte del Signore, come pure quello della sequela o risposta a detta chiamata o vocazione da parte del popolo o di persone concrete, sono tra i temi più diffusi nella Sacra Scrittura, e, conseguentemente, sono temi centrali della spiritualità cristiana.

Il temine vocazione viene dal latino vocare e fondamentalmente significa convocare, chiamare qualcuno che venga. Alla chiamata corrisponde la sequela. Nell’A.T., questa si esprime con il termine halak. Detta sequela, principalmente nel periodo dell’esodo, ha una connotazione molto attiva, come manifesta l’espressione biblica tipica di questo periodo: halak ‘aharè ‘el”(camminare dietro a Dio). Con l’ingresso nella terra promessa la sequela passa ad indicare soprattutto un atteggiamento etico e interiore, come sembrano indicare espressioni quali: “camminare davanti al Signore” (Gen 17, 1)24, 40), o “camminare con Dio” (Gen 5, 24; 6, 9). Nel Nuovo Testamento la chiamata è indicata con il verbo kalein, che può significare anche dare un nome, mentre per la sequela si usa il verbo akoluzeo, che, come halak nell’A.T., indica l’azione di camminare dietro al Signore.

Da questi brevi accenni possiamo affermare che tanto nell’A.T. come nel N.T. la sequela parla di una relazione molto stretta  tra chi è chiamato e colui che chiama. Questa stretta relazione mette in luce l’interazione di Dio con l’umanità, e l’invito all’uomo o allo stesso popolo, da parte di Dio, a una stretta collaborazione con lui.

Va ricordato che l’A.T. si apre con un invito di Dio all’uomo e alla donna ad abitare nel giardino dell’Eden (cf. Gen 2, 15), chiamandoli ad essere suoi partners nel processo creativo, essendo fecondi e moltiplicandosi (cf. Gen 1, 28) e imponendo il nome agli animali (cf. Gen 2, 26). Questa interazione/collaborazione tra Dio e l’uomo trova un’espressione importante nel tema dell’alleanza tra Dio e il popolo: Io sarò il tuo Dio e tu sarai il mio popolo.

Nel N.T., e concretamente per Paolo, Gesù sarà il kalón, colui che chiama, e coloro che accettano la chiamata di Gesù saranno i kaluomenoi, che formano la ekklesia, la comunità di quanti sono stati chiamati a continuare la sua opera. In Mt 4, 21, Gesù chiama i suoi discepoli, invitandoli a seguirlo, dando così origine alla vocazione cristiana, definita come klēisis. Gesù ha chiamato i suoi a collaborare e a continuare la sua missione di chiamare tutti alla fedeltà di un patto di amore con il Creatore. D’altra parte il N.T. si chiude con una chiamata a seguire l’Agnello “dovunque vada”(Ap 14, 4) fino a entrare dietro di lui nella Nuova Gerusalemme (cf. Ap 21, 2), “al di là del velo, dove egli è entrato come precursore” (Eb 6, 20). Allora si realizzerà la promessa di Gesù: “Se uno mi vuole servire, mi segua, e dove sono io, là sarà anche il mio servitore” (Gv 12, 26).

Ho voluto collocare il tema della vocazione e della sequela in questo quadro ampio, per evitare, dall’inizio, l’errore di considerare la vocazione e la sequela solo alla vita sacerdotale o religiosa. Tutti siamo chiamati ad una intima relazione con il Signore, e ciascuno risponde secondo la vocazione specifica alla quale è stato chiamato, collaborando con Lui. In definitiva, non ci sono vocazioni speciali. Ci sono vocazioni specifiche. La vocazione alla vita consacrata e sacerdotale non può essere considerata isolatamente. È una chiamata specifica alla sequela all’interno della chiamata alla sequela in senso molto più ampio.

Quanto detto ci porta ad affermare che il N.T. contempla diversi modi di sequela o di seguire Gesù durante la sua vita pubblica[1].

Prima di tutto ci sono tutti coloro, e sono molti, che lo cercano, sperando di trarre qualche vantaggio da tale sequela, come le guarigioni (cf. Mc 3, 10-12; 6, 53ss; Mt 14, 34-36). Si tratta di una sequela sporadica e, fino ad un certo punto, opportunista ed interessata.

Altri, e sembrano anch’essi molti, lo seguono, ma davanti al modo di parlare duro di Gesù, lo abbandonano e decidono di farsi indietro e di non ritornare con lui (cf. Gv 6, 60. 66).

Ci sono altri, e non sembrano pochi, che lo seguono fedelmente. Tra loro si trovano alcune donne che lo accompagnano “di città in città” (cf. Lc 8, 2-3), altre che lo avevano seguito e servito dalla Galilea e che erano salite con lui a Gerusalemme (cf. Lc 15, 40-41). C’è anche Zaccheo (cf. Lc 19, 1ss) Giuseppe di Arimatea (cf. Gv 19, 38), o Lazzaro, che Gesù stesso risuscita dai morti (cf. Gv 11, 17-44). In questi casi non c’è dubbio che si tratta di un vero e proprio discepolato.

Infine ci sono i Dodici (cf. Mc 3, 13-19) ai quali sarà chiesto di rompere con il loro passato e di condividere tutto con Gesù: il suo stile di vita, il suo cammino, la sua missione e la sua sorte (cf. Lc 5, 11). Sono i discepoli che alcuni definiscono “itineranti”, chiamati, attraverso una chiamata personale, diretta, esplicita e imperiosa, a una sequela permanente della persona di Gesù (cf. Gv 15, 1ss), a vivere con lui e a conformare la loro vita alla sua; i discepoli che stabiliscono con lui una nuova famiglia, una famiglia di amici intimi (cf. Jn 15, 14-15); discepoli che, oltre ad accogliere il regno di Dio come tanti altri, hanno scoperto progressivamente il mistero profondo di Cristo (cf. Lc 9, 20; 18, 31-33; 22, 21), grazie ad una istruzione che potremmo chiamare “personalizzata“ sulla sua sorte (cf. Mc 9, 11ss); discepoli che partecipano della sua stessa missione (cf. Lc 9, 1ss) e della sua stessa sorte (cf. Lc 21, 12ss). È tanto importante questo gruppo che i sinottici ne presentano la lista completa (cf. Mc 3, 13-19; Mt 10, 1-4; Lc 6, 12-16; At 1, 13), e il quarto Vangelo, anche quando non li cita per nome, fa, tuttavia, riferimento a loro (cf. Gv 6, 67-71; 20, 24)[2]. Si tratta di una sequela in senso stretto, peculiare e specifica.

Quanto abbiamo affermato dei Dodici ci porta da una nuova constatazione: anche se il termine discepolo[3], particolarmente negli Atti degli Apostoli e nelle Lettere Apostoliche, acquista un significato più spirituale e universale e di conseguenza la sequela si allarga, non per questo scompare la memoria dell’esperienza originaria del gruppo dei Dodici.

2.- Metodo da seguire

Prima di iniziare, credo conveniente fare due chiarificazioni di tipo metodologico. Per opportunità, considerando che il mio intervento si situa nel contesto del congresso internazionale sulla Pastorale vocazionale e Vita Consacrata. Orizzonti e Speranze, seguirò parlando della chiamata e della sequela nel N.T., tenendo principalmente in conto la vocazione e la sequela dei Dodici[4], così come la presenta il Vangelo di Marco[5]. È a questa sequela che si inspira la vita consacrata[6]. Per questione di tempo presenterò il tema in forma di flash e offrendo i temi fondamentali della chiamata e della sequela, senza scendere a molti dettagli.

3.- Siamo cercati e chiamati da Gesù

Essere cercatore del volto di Dio, così possiamo definire la vocazione fondamentale di ogni credente[7], in particolare quella di coloro che sono stati chiamati alla vita consacrata. Il consacrato è l’uomo e la donna che cercano per tutta la vita il volto di Dio[8].

Ma se è vero che l’uomo cerca il volto di Dio, perché ha sete di Dio, non è meno certo che l’uomo può farlo nella misura in cui Dio cerca per primo l’uomo. L’uomo cerca (cf. Gv 1, 38) perché è cercato; si mette in camino verso l’Altro, perché l’Altro si è messo in cammino prima verso di lui. Nel camino di ricerca reciproca, il Signore prende sempre l’iniziativa.

Nel terreno della vocazione è sempre Dio che elegge e chiama. L’uomo, da parte sua, è sempre un eletto e un chiamato. L’iniziativa, conviene ripeterlo, nell’A.T. parte sempre da Dio, e nel N.T. da Gesù, a tal punto che quando uno pretende di seguire Gesù per sua iniziativa è invitato a prendere un’altra strada(cf. Mc 5, 19-20). In questo modo Gesù potrà dire più tardi: “Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi” (Gv 15, 16)[9]. Il soggetto della vocazione alla sequela è sempre Gesù. Nessuno si fa discepolo da sé: è Gesù che rende discepoli(cf. Mt 4, 19).

Stando così le cose, la sequela non è conquista, ma conseguenza dell’essere conquistato.Così lo sperimentò Paolo e così lo sperimentarono i discepoli di tutti i tempi: sentire la chiamata alla sequela è sentirsi scelto, raggiungo e conquistato dal Signore Gesù (cf. Fil 3, 8-12). Per questa stessa ragione, la vocazione alla sequela culmina con la trasformazione esistenziale che dà luogo a un nuovo io, fino a poter dire con San Paolo: “Non vivo più io, ma Cristo vive in me” (Gal 2, 20).

L’iniziativa da parte di Gesù alla chiamata alla sequela è accompagnata dalla gratuità di questa chiamata. Se nell’A.T. Dio elegge e chiama il popolo senza merito alcuno da parte sua (cf. Dt 9, 4ss), nel N.T. anche Gesù sceglie e chiama chi vuole (cf. Mc 3, 13). La elezione/chiamata è sempre iniziativa del Signore ed è totalmente gratuita. È la confessione di Geremia: “Prima di formarti nel grembo materno, ti ho conosciuto, prima che tu uscissi alla luce, ti ho consacrato e ti ho stabilito profeta (Ger 1, 5). È la stessa affermazione di Isaia (cf. Is 49, 1) e di Paolo (cf. Gal 1, 15-16). “Dio ci ha amati per primo”, dirà il discepolo amato (cf. 1Gv 4, 19); per questo la chiamata, frutto dell’amore del Signore verso la persona chiamata (cf Mc 10, 21), non si basa sui propri meriti.

Gesù passa, vede, ama e chiama quelli che vuole (cf. Mc 3, 13), quando vuole e perché vuole: Non già in base alle nostre opere, ma secondo il suo progetto e la sua grazia. Questa ci è stata data in Cristo Gesù fin dall’eternità” (2Tim 1, 9). Nella vocazione tutto è grazia, come confessa con gratitudine Paolo (cf. Gal 1, 15), perché tutto parte dalla compassione del Signore verso colui che è chiamato, e dalla fiducia che Cristo Gesù mette nella sua persona (cf. 1Tim 1, 12ss). Il discepolo è, come dice Santa Chiara, pensato, amato e chiamato dal Signore delle misericordie.

Questa elezione/chiamata alla sequela parte da un incontro. Così è chiaro dal Vangelo di Marco, in cui il primo incontro di Gesù con persone concrete, dopo essersi presentato in Galilea, si risolve in una chiamata alla sequela (Mc 1, 16-20). Questo incontro segnala un momento fondamentale e fondante dell’esperienza che sta nascendo tra il chiamato e Gesù: inaugura un itinerario e apre un futuro che si espliciteranno lungo tutto il Vangelo. È per questo motivo che l’incontro rimarrà vivo nella sua memoria (cf. Gv 1, 39). Per l’eletto/chiamato, con la chiamata/elezione inizia una storia veramente nuova: la storia del cammino dietro Gesù e con Gesù.

Abbiamo parlato di un incontro in cui Gesù prende l’iniziativa (cf. Lc 19, 1ss; Gv 4, 4). Questa iniziativa è indicata con tre verbi. Due di essi si riferiscono a quello che egli fa: Gesù passa accanto a quelli che poi lo seguiranno e li vede. Il terzo si riferisce alla chiamata esplicita: Venite con me o, semplicemente, seguimi.

  1. Gesù passa accanto a…

L’incontro che porta alla chiamata inizia con la presenza di Gesù nella vita dei discepoli. Alcuni racconti di vocazione iniziano con l’espressione “passando…”(cf. Mc 1, 16; Mt 4, 18; Gv 1, 35. 36. 38)[10]. Di nuovo c’è da segnalare che è Gesù che prende l’iniziativa e passa accanto a….[11]A questo punto si tenga in conto che il passare di Gesù non è un passare neutro. Il suo passare è un invito a mettersi in camino con lui, a seguirlo. Così indicano le diverse espressioni che Marco utilizza nel parlare della sequela : “Venite dietro a me” (Mc 1, 17), “andarono dietro a lui” (Mc 1, 20), “Seguimi” (Mc 2, 14; 10, 21), “se qualcuno vuol venire dietro a me” (Mc 8, 34). Essere discepolo significa seguire Gesù, percorrere il suo stesso camino.

In questo senso, il verbo passare deve essere letto alla luce di un’altra espressione che troviamo nel Vangelo di Marco: “Venne Gesù” (êlthen ho Iêsoús). Venire ha in Marco una certa risonanza epifanica, e, dato il parallelismo tra passare e venire che troviamo in questo Vangelo, possiamo dire che passando Gesù manifesta tutta la sua potenza messianica. In questo senso, il passare di Gesù è un passare che evoca le manifestazioni salvifiche di Dio lungo la storia, ma con una differenza che ritengo importante. La manifestazione di Gesù non avviene dentro un’atmosfera teofanica, come nel caso delle manifestazioni di Dio nell’Antico. Testamento. Gesù si manifesta mettendosi in camino per le vie e nei luoghi dell’uomo. È qui che egli si incontra con i futuri discepoli e li chiama a seguirlo.

In questo senso è importante osservare che, come avviene in qualche caso nell’A.T. in cui il Signore chiama alcuni mentre si dedicano al pascolo o a lavori agricoli (cf. Es 3, 1-12; Gdc 6, 11-24; Am 7, 14ss; 1Sam 7, 8), la vocazione dei discepoli non avviene in un ambiente sacro , come nel caso della vocazione di Isaia che ebbe luogo nel tempio (cf. Is 6, 1-13), ma sul lago, nella vita quotidiana (cf. Mc 1, 16; Mt 9, 9-17), in Galilea: un luogo insignificante, se lo confrontiamo con Gerusalemme, un punto senza rilievo, un sito qualunque, una regione che in Marco non è precisata. Nel N.T. la chiamata si realizza sempre nel contesto storico della persona che è chiamata.

  1. Gesù vede

            Il passare è accompagnato dal vedere: “Passando… vide” (Mc 1, 16). Prima di chiamare Gesù vede. Apparentemente è una annotazione banale, poiché per rivolgersi ad una persona bisogna vederla. Ma in realtà di banale ha ben poco. Anche qui, il vedere di Gesù evoca il vedere di Dio. In entrambi i casi è un vedere in profondità che indica un atto salvifico: Dio e Gesù entrano nella storia di un popolo e di una persona; vengono per intervenire, liberare, chiamare, scegliere, comunicare una missione(cf. Es 3, 7-8; Gen 22, 8; Os 9, 10).

Vedere, come conoscere, produce una corrente di partecipazione vitale tra il soggetto divino e la realtà che è veduta. D’altra parte, Gesù non vede semplici pescatori, ma persone concrete: Simone e Andrea, Giacomo e Giovanni. Lo stesso succede con Levi (cf. Mc 2, 14). Con il suo sguardo, Gesù penetra la situazione interiore di colui che è visto (cf. Mc 3, 5; 6, 34; 12, 34), e lo mette in una relazione di io-tu. Lo sguardo di Gesù è uno sguardo che abbaglia, uno sguardo che elegge, sceglie, tira fuori la persona dal suo habitat, mettendola in moto. È uno sguardo che si fa messaggio, proposta di comunione. Vedendo, guardando, è come se Gesù dicesse: Tu sei la persona che, con la tua propria storia, mi interessa; la persona che mi importa per quello che ho tra le mani. Vieni, conto su di te. Le situazioni cambiano e le persone anche. La vocazione è una chiamata personalizzata, come si vede chiaramente nell’episodio di Zaccheo, a cui Gesù dice: “Zaccheo, scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua” (Lc 19, 5).

  1. Gesù chiede che lo seguano

In un determinato momento , lo sguardo diventa chiamata esplicita: “Venite con me” (Mc 1, 17), “seguimi” (Mc 2, 14). La chiamata termina con un invito a seguire Gesù, come la promessa segue il suo promesso (cf. Ger 2, 2), il gregge il suo pastore (cf. Sal 80, 2), il popolo il suo re (2Sam 15, 13; 17, 9). Si tratta di seguire le sue orme, come si esprimerà plasticamente l’Apostolo Pietro (cf. 1P 2, 21)o, come già detto, di fare proprio il cammino di Gesù, seguendo la sua stessa sorte. La sequela comporta, pertanto, una relazione di vicinanza e di intimità con Gesù.

Ma, data la forma verbale di imperativo in cui si esprime la chiamata alla sequela – venite (cf. Mc 1, 17; Gv 1, 37), seguimi (cf. Mt 9, 9) -, possiamo dire che si tratta di un ordine a cui non si può resistere[12] e che tuttavia rispetta la libertà del chiamato[13].

L’aspetto imperativo e incontrastabile della chiamata mette in rilievo l’autorità di Gesù, che provoca una risposta “sull’istante”, “immediatamente”. Alla seduzione sperimentata dai chiamati della persona di Gesù che passa accanto a loro, non è facile resistere. È l’esperienza del profeta Geremia: “Mi hai sedotto, Signore, e io mi sono lasciato sedurre; mi hai fatto violenza e hai prevalso […] Mi dicevo: “Non penserò più a lui, non parlerò più nel suo nome!”. Ma nel mio cuore c’era come un fuoco ardente, trattenuto nelle mie ossa; mi sforzavo di contenerlo, ma non potevo” (Ger 20, 7-9). È la stessa esperienza di Pietro. Quando molti abbandonano Gesù a causa delle sue parole dure, egli risponderà: “Da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna” (Gv 6, 68).

Questo carattere imperativo e irresistibile della chiamata che stiamo commentando, come già è stato detto, non annulla né la libertà né la responsabilità del chiamato. Il Signore chiama, ma la persona è sempre libera di dire sì o no. Questo si vede chiaramente nel rifiuto del giovane ricco a seguire Gesù (Cf. Mt 19, 16ss)[14]. Nella chiamata si incontrano sempre due libertà: quella di chi chiama e quella del chiamato. La vocazione è sempre azione di Dio che cerca una persona determinata, ma è anche atto di questa persona che risponde alla ricerca di Dio. La vocazione è il penetrare di Dio nel cuore della libertà umana , ma anche fatica e lotta dell’uomo per accogliere in piena libertà il dono che gli viene dato.

 4.- Esigenze della sequela

Questa chiamata alla sequela ha delle esigenze concrete. Accettarle è l’unico modo per potere dire con san Paolo: “La sua grazia in me non è stata vana” (1Cor 15, 10). Tra le esigenze se ne potrebbero sottolineare quattro: esclusività, prontezza, opzione definitiva e fede ferma. In questo non ci sono sconti.

  1. Gesù esige esclusività

L’elezione è accompagnata da un’esigenza di appartenenza esclusiva. Era già così nell’A.T. Poiché Israele è stato eletto come popolo di Dio, non può avere altri dei all’infuori di chi lo trasse “dalla terra di Egitto, dalla terra della schiavitù” (Cf. Dt 5, 7; 6, 4-6). Israele appartiene esclusivamente al Signore, è proprietà sua. Nel N.T. Gesù chiede ai suoi discepoli la stessa esclusività in relazione alla sua persona. Gesù, come abbiamo detto in ripetute occasioni, è colui che sceglie e chiama, il che gli dà un certo diritto di proprietà sopra i discepoli. Questo sembra essere il significato dell’espressione che troviamo in Marco: “i suoi propri discepoli” (Mc 4, 34). E questa coscienza di proprietà può spiegare la radicalità con cui si esprime quando qualcuno pone delle condizioni per seguirlo: “Lascia che i morti seppelliscano i loro morti…” (cf. Lc 9, 59-62).

Questa stessa esclusività forse spiega anche il fatto che Gesù non dà spiegazioni né offre la possibilità di fare troppe domande. A chi gli chiede “Dove abiti?”, risponderà brevemente: “Venite e vedrete” (Gv 1, 38-39). Gesù, più che dare spiegazioni, segnala compiti. Nel migliore dei casi, le spiegazioni possono arrivare più tardi. In ogni caso, nel campo della sequela non è previsto volgersi indietro: “Nessuno che mette mano all’aratro e poi si volge indietro è adatto per il regno di Dio (Lc. 9, 62).

  1. B) Gesù esige prontezza

All’invito da parte di Gesù a seguirlo, segue “l’immediatamente” (euthys) dei chiamati: i pescatori lasciano le reti (cf. Mc 1, 18), il lavoro e il padre (cf. Mc 1, 20), lasciano tutto (cf. Lc 5, 11). La chiamata non permette di dilazionare la sequela. La risposta deve essere immediata, generosa e incondizionata.

Abbiamo già fatto riferimento alla risposta data da Gesù alle pretese dei discepoli di aspettare un poco (cf. Lc 9, 59-62)[15]. Va anche ricordato quello che Gesù chiede a Zaccheo: “Zaccheo, scendi subito…” (Lc 19, 5). Quando Gesù passa, vede e incontra una persona, questo è il “momento favorevole”, il “momento opportuno”, il kairós (cf. 2Cor 6, 2), per dare il frutto maturo della sequela. Non vale la scusa che non è ancora tempo per il raccolto (cf. Mc 11, 13-14), perché, anche se mancano “quattro mesi alla mietitura”, i campi già biondeggiano, la messe è già pronta per la mietitura (cf. Gv 4, 35). Quando Gesù passa, vede e chiama è possibile solo una risposta: “subito…” (Mc 1, 18. 20; 2, 14). Se l’invito da parte del Signore è categorico e urgente, anche la risposta deve esserlo. Meglio il rifiuto esplicito che le esitazioni. In questo modo, nella chiamata si rivela l’efficacia della parola. Quella di Gesù è una parola “creatrice”, crea i discepoli.

  1. Gesù chiede una opzione definitiva per lui

La chiamata alla sequela esige una risposta stabile, una opzione a favore di Gesù, che stando ai testi vocazionali del N.T.; si presenta come irrevocabile[16]. Per questo motivo e in questo contesto si comprende la rottura che Gesù esige. Al discepolo non è permesso avere altra sicurezza che non sia Gesù. Nella logica del Vangelo è semplicemente assurdo che un discepolo si decida a seguire Gesù con un ragionamento del genere: ho una casa e qualche terreno, ho una professione e una famiglia e, nel caso cambiassi idea , non mi troverò a mani vuote.

Il darsi a Gesù non può essere se non assoluto, per cui la rinuncia a ogni tipo di sicurezza deve essere irrimediabile, senza possibilità di adattamenti successivi. Il discepolo deve poter dire di se stesso quanto Gesù affermò di sé: “Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo” (Lc 9, 58). Senza perdere di vista, tuttavia, che ciò che realmente fa il discepolo non è quello che lascia, ma quello che trova

Il tesoro trovato, la persona di Gesù, e la gioia che ne deriva, giustificano sovrabbondantemente che si venda tutto (Mt 13, 44-45) per acquistare il tesoro, e rendono possibile la scelta di vivere senza nulla di proprio, in libertà totale[17]. La scoperta fa impallidire ciò che si lascia. La perdita è compensata ampiamente. Il discepolo sperimenta ciò che san Paolo proclama: “Tutto considero spazzatura, per guadagnare Cristo” (Fil 3, 8).

“Se qualcuno vuol venire dietro a me…” (Mc 8, 34). La sequela è proprio ciò che giustifica la separazione da tutto quello che può interferire tra il chiamato e colui che chiama (cf. Mt 10, 37-39). Il discepolo è uno che segue Cristo , si pone nella sua compagnia, e stabilisce una comunione intima di vita con lui. In questo contesto è importante ricordare che seguire è il verbo che caratterizza il discepolo, non il verbo apprendere. Il discepolo non accetta una dottrina, e meno ancora una ideologia, ma un progetto di vita[18].

5.- Condizioni/manifestazioni della sequela.

Il Vangelo, nel medesimo tempo in cui parla delle esigenze della risposta, pone chiaramente le condizioni/manifestazioni di tale risposta. Le principali sono: la fede, il distacco, la sequela e la disponibilità di lasciarsi fare. Nemmeno qui ci sono sconti.

  1. a) La fede

Il discepolo è caratterizzato dalla fede. Questa a sua volta si esprime nella fiducia assoluta e nell’abbandono incondizionato(cf. Lc 1, 38) alla persona di Gesù. “Yahvé disse ad Abramo: Vattene dalla tua terra, dalla tua parentela e dalla casa di tuo padre, verso la terra che io ti indicherò” (Gen 12, 1). “Maestro – chiedono a Gesù – dove abiti?” E Gesù risponde: “Venite e vedrete” (Gv 1, 38-39). E Abramo partì, e i discepoli lo seguirono e si fermarono con lui. Il discepolo non risponde con una confessione di fede fatta a parole, ma con un atto di obbedienza, in cui precisamente consiste la fede vera. La voce che chiama non provoca un’altra voce che risponda, ma un’azione che si incarni: la sequela. La fede suppone un atteggiamento vivo e attivo davanti alla misteriosa manifestazione di Dio nella storia della propria vita.

La fede è per il discepolo antidoto alla paura, al calcolo della prudenza umana. Per questo il discepolo è sempre un uomo che assume il rischio di mettersi in cammino senza sapere dove va (cf Eb 11, 8), di accettare  un cammino che è imprevedibile (cf Mt 8 18-19), di fidarsi della parola del Maestro, lasciando da parte l’evidenza delle proprie certezze: “… sulla tua parola getterò le reti” (Lc 5, 5).

Parlare di fede è parlare di opzione radicale per la persona di Gesù ed è parlare di una opzione, ugualmente radicale, per il Regno.

In rapporto alla persona di Gesù, la fede esige che il discepolo ponga Gesù come centro della sua vita, come ragione ultima del proprio essere, confessandolo come “Maestro e Signore” (Gv 13, 13). Come già è stato detto, la centralità e l’esclusività che l’Antico Testamento attribuiva a Yahvé in relazione al popolo eletto (cf. Dt 6, 4; Mt 6, 24), il Nuovo Testamento la attribuisce a Gesù in relazione al discepolo. Lui deve essere il centro intorno al quale girano tutti gli altri interessi del discepolo, la priorità più assoluta. Solo in questa prospettiva si può intendere la rinuncia a tutti i beni, compresi i legami familiari. Niente si può anteporre a Gesù. Niente e nessuno si deve preferire a lui (cf. Mt 10, 37).

In stretta relazione con questa opzione per Gesù sta l’opzione per il Regno, realtà misteriosa, rivelata da Gesù ai semplici (cf. Mt 11, 25) e ai discepoli (cf. Mt 4, 11). Grazie a questa rivelazione alcuni giungono a scoprire il tesoro nascosto, la perla preziosa questa scoperta produce tale fascino e gioia che giustificano il vendere tutto al fine di possedere questo tesoro, questa perla (cf. Mt 13, 44-46). Tanto è il suo valore che alcuni sono perfino motivati a rinunciare al matrimonio. Il Regno assorbe e affascina in tal modo alcuni (si  tratta di una grazia che è data soltanto ad alcuni) che si fanno “eunuchi”, cioè persone inabili a vivere il matrimonio. (cf. Mt 19, 10-12). In questo modo rimangono completamente liberi, a disposizione del Regno.

  1. b) Il distacco

Alla chiamata gratuita da parte di Gesù corrisponde il “subito” della risposta da parte del discepolo. E la decisone si esprime attraverso il distacco o la rinuncia. Questo distacco/rinuncia ha tre aspetti strettamente collegati tra di loro: in relazione a se stesso, in relazione agli altri e in relazione ai beni materiali.

In relazione a se stesso. Il testo che meglio riassume la condizione /manifestazione della chiamata alla sequela in relazione a se stesso può essere quella di Mc 8, 34: “Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua”.

“Rinneghi se stesso”. Il verbo che è alla base di “rinnegarsi” significa, letteralmente, “non riconoscersi”, “sentirsi straniero”. L’espressione “rinnegare se stesso” sottolinea, pertanto, l’esigenza di non riconoscersi più in quello che si è stati fino ad allora, indica un cambio radicale nella propria vita, una rottura con l’uomo vecchio, per nascere uomo nuovo, fino a poter dire con Paolo: “Non vivo più io, ma Cristo vive in me.” (Gal 2, 20). “Rinnegare se stesso” porta con sé una specie di “decentramento”: se prima il centro era occupato dal proprio io, ora viene ad essere occupato dalla persona di Gesù. Porta con sé una conversione di tutta la persona al Signore, conversione che esige di lasciare la carne (cf. Gal 5, 24) per nascere allo Spirito (cf. Gv 3, 5).

Nella vita del discepolo ci deve essere un prima e un dopo, separati dall’incontro personale con il Signore risorto. È l’esperienza vissuta da Paolo sulla via di Damasco (cf. Atti 9, 1ss). Il discepolo deve compiere un “esodo” che gli permetta di “uscire dal secolo”, per usare un’espressione classica[19], cioè rompere i lacci che lo legano ad un mondo decrepito e vecchio, per entrare in un mondo nuovo, frutto della morte al proprio io.

Il discepolo, come il chicco di grano, deve morire per poter dare frutto (cf. Gv 12, 24). Però questo morire deve avere una ragione di essere e una motivazione: Gesù e il Vangelo. In questa motivazione sta la grande novità del morire del discepolo in rapporto alle esigenze del giudaismo. Nel Talmud leggiamo: “Che cosa deve fare un uomo per vivere? Morire a se stesso. Che cosa deve fare l’uomo per morire? Vivere a se stesso”. Gesù al detto rabbinico aggiunge:“per me e per il Vangelo” (Mc 8,35).

Da notare, inoltre, che il termine “vangelo”, nel testo che stiamo commentando, ha un significato dinamico. Non si tratta di morire per il vangelo predicato dagli altri. Si tratta di dare la vita per il vangelo annunciato da uno attraverso la propria vita. Grazie a questa dinamicità del termine “vangelo”, l’elemento morte appare strettamente unito all’elemento missione/testimonianza: ogni volta che uno muore a se stesso sta annunciando il vangelo e ogni volta che annuncia il vangelo sta morendo a se stesso. Il discepolo annuncia con la sua vita che davanti a Gesù tutti gli altri valori impallidiscono.

Una seconda esigenza è espressa dalle parole: “Prenda la sua croce”. Questa espressione letteralmente significa “portare la propria croce”. È quello che fanno i condannati a morte, cammino del patibolo. Il discepolo è un condannato a morte, proprio come lo aveva annunciato il Maestro: “sarete condannati” (Lc 12, 21; Mc 13, 9) e “odiati da tutti” (Mc 13,13). Questo rifiuto e questa condanna sorgerà all’interno della famiglia stessa (cf. Mc 13, 12; 10, 34-36).

La ragione di questo rifiuto e di questa condanna è sempre Gesù. Di fronte a Gesù non si può essere neutrali. O si è con lui o contro di lui (cf. Mt 6, 24), “chi non raccoglie con me – dice Gesù – disperde” (Lc 11, 23). Il discepolo che ha fatto l’opzione di stare per Gesù subirà il medesimo rifiuto sofferto da Gesù (cf. Mt 10, 22). Quando questo giunga, il discepolo deve ricordare che egli non è più grande del Maestro (cf. Gv 15, 18-19).  

In relazione agli altri. In relazione agli altri, il distacco e la rinuncia si trasformano in atteggiamento di servizio. Il discepolo deve farsi piccolo e schiavo (cf. Mc 10, 42-45). Una richiesta egoistica dei figli di Zebedeo fu l’occasione per tale insegnamento[20]. Gesù, prendendo spunto dalla prassi dei capi dei popoli che cercano il potere, risponde categoricamente: “non così deve essere tra voi; ma chi vuole diventare grande tra voi sarà vostro servitore, e chi vuole essere il primo tra voi sarà schiavo di tutti.” (Mc 10, 43-44). Il discepolo, come il Maestro, non è in mezzo agli altri per essere servito, ma per servire (cf. Mc 10, 45).

Questo detto di Gesù non esprime un semplice desiderio , ma manifesta una condizione, sine qua non, per costruire la comunità dei discepoli. In essa ciascuno deve essere servitore di tutti. E questo servizio è definito con due parole: diakonia e dulía. Il servizio deve essere diaconale (servitore), cioè concreto, e deve essere anche un servizio dipendente, come quello che compiono gli schiavi (dulía): quando abbiamo fatto quello che dobbiamo fare dobbiamo sentirci “servi inutili”.  Secondo la logica di Gesù chi serve è quello è quello che realmente esercita l’autorità[21]. D’altra parte , seguire questa logica porta a sradicare dalla comunità e da ciascuno dei suoi membri la libido del potere e a convertirla in gioia di servire, porta a vivere sottomessi a tutti (cf. Mc 10, 14) e a rifiutare il potere e i posti onorifici (cf Mt 2, 8-10). Questo è distacco, è rinuncia, è vivere senza nulla di proprio.

In relazione ai beni materiali. Il distacco/rinuncia all’“io” deve essere accompagnato dalla rinuncia al “mio”. Chiunque voglia seguire Gesù deve optare per il genere di vita del Figlio dell’uomo, che non aveva, come già abbiamo ricordato, dove posare il capo(cf. Mt 8, 18-20).

Questa rinuncia ai beni e alle ricchezze appare nei Vangeli come condizione essenziale per essere discepolo e al tempo stesso come conseguenza e manifestazione della volontà di seguire le orme di Gesù. Il distacco/rinuncia è condizione per seguire Gesù: “Chiunque di voi non rinuncia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo” (Lc 14, 33). Per seguire Gesù è necessario distaccarsi da qualunque vincolo, per necessario che sia stato fino allora (professione) o per caro che continui ad essere (la famiglia) (cf. Mt 6, 21). Il distacco/rinuncia è anche conseguenza naturale della sequela di Gesù: così si desume dalla pericope del giovane ricco. Apparentemente il giovane ricco aveva optato per un cammino di perfezione assoluta: “Tutte queste cose le ho osservate; che altro mi manca?” Ora Gesù gli chiede, come manifestazione del suo desiderio di giungere alla perfezione, che si distacchi da tutti i suoi beni. La riposta del giovane a questa esigenza di Gesù la conosciamo già: “Il giovane se ne andò, triste, perché aveva molti beni”(cf. Mt 19, 16-26). 

Nel racconto della vocazione dei primi discepoli, il distacco/rinuncia si esprime attraverso un duplice movimento di separazione e di avvicinamento. La separazione si realizza in relazione al ruolo disimpegnato fino ad allora (erano pescatori) con le cose (reti e barche) e con i legami familiari (padre) (cf. Mc 1, 18.20). Questa separazione, tuttavia, è accompagnata da un avvicinamento a Gesù: “andarono da lui” (Mc 3, 13)[22].

La separazione mette in luce la nuova situazione del discepolo. Questa crea un vuoto intorno a lui, tagliando le radici che lo mantenevano unito a sistemi di sicurezza per il futuro. Il discepolo è un uomo nuovo. Deve, pertanto, rinunciare al suo passato. Separandosi dal padre, il discepolo abbandona la sicurezza dell’ambiente vitale ed affettivo[23]. Lasciando le reti e la barca, il discepolo lascia qualsiasi forma di sicurezza che gli viene dall’esercitare un ufficio. In questo modo, il discepolo è un uomo in balia di un futuro pieno di incognite.

L’avvicinamento a Gesù, d’altra parte, manifesta che il vuoto, creato dal separarsi dalle cose, dalla professione e dalla famiglia, è colmato dalla persona di Gesù. Il discepolo lascia tutto per avvicinarsi a chi è tutto: “Volete andarvene anche voi?” “Da chi andremo? Tu solo hai parole di vita eterna” (Gv 6, 67-68). Avvicinandosi a Gesù, il discepolo scopre il grande tesoro e “pieno di gioia per la scoperta…” (Mt 13, 44) vende tutto al fine di conseguirlo. La gioia della scoperta fa sì che dover lasciare o vendere tutto non sia un atto eroico, un sacrificio insolito o una privazione estrema, ma che sia considerato e vissuto come conseguenza naturale di aver trovato chi può colmare le aspirazioni più profonde e la vita stessa di una persona. In questa nuova situazione, rimane più spazio per gustare il tesoro. Il discepolo si colloca nell’essenziale, si sommerge senza reti né impedimenti, e la speranza del pieno godimento del tesoro non è una semplice proiezione verso un qualcosa di lontano e oscuro.

Lasciando tutto ed avvicinandosi a Gesù, il discepolo mostra con la propria vita che davanti a Gesù tutti gli altri valori impallidiscono. Né le ricchezze, né le conquiste umane, né i successi terreni sono valori definitivi: Solo Dio/Gesù/il Regno basta.

D’altra parte, anche il distacco, la separazione e la rinuncia, come il rinnegare se stessi, sono in funzione della libertà per la missione. Il discepolo non può dedicarsi interamente alla missione se non si sente pienamente libero dalle ricchezze o da qualunque altro vincolo o sicurezza che non sia Cristo, perché queste lo assorbono e tendono ad accaparrare il cuore di chi le possiede (cf. Mt 6, 24). La ricchezza e tutto quello che “lega” l’uomo affascina talmente che giunge a soffocare la parola (cf. Mc 4, 19). Il discepolo, liberato da ogni preoccupazione terrena, rimane completamente libero per dedicarsi al servizio del Vangelo: “Li sceglie – scrive Crisostomo – e li libera da ogni preoccupazione terrena per interessarli interamente a un unico compito quello della predicazione”[24].

 

c)La sequela

Nonostante quanto detto, l’accento, torniamo a ripeterlo, non si mette in quello che si lascia (cf. Mc 2, 18.19) ma nel seguire Gesù (cf Mc 2, 18.20). La decisa risposta dei primi discepoli si esprime nel termine “seguire” (akoulouthin) che nel nostro caso, indica la profonda donazione (consacrazione) alla persona di Gesù, la disponibilità piena alle sue scelte, una fedeltà leale alla sua guida nel contesto della vita comune con lui.

L’essere discepolo si misura con la vicinanza e l’“obbedienza” incondizionata al Maestro. Essere discepolo è seguire Gesù, far parte della sua compagnia, stabilire una profonda comunione vitale con lui. Il discepolo di Gesù non accetta una dottrina, ma un progetto di vita, il modo di vivere di Gesù[25]

Proprio per questo, la relazione di vicinanza con Gesù si mantiene solo nella misura in cui il discepolo rimane in atteggiamento di movimento – modo di vita, agire, condotta di Gesù. In questo modo la relazione di vicinanza si esprime nella coincidenza nel modo di vita, trasformandosi quindi in relazione di somiglianza: discepolato[26].

  1. d) Lasciarsi fare

L’uomo è un essere in continua crescita, in divenire. Non siamo uomini, ci facciamo uomini. La vocazione nella Bibbia non è una chiamata statica, una volta per tutte, è una chiamata della vita, nella vita e per la vita. È progetto. È processo. È un invito dinamico, capace di svilupparsi o di morire. Vocazione è farsi e , soprattutto, lasciarsi fare.

In questo processo l’attore principale non è il chiamato, ma colui che chiama. E, se l’obiettivo ultimo per il discepolo è quello di configurarsi totalmente a Cristo, giungendo ad avere i suoi stessi sentimenti (cf. Fil 2, 5), allora, chi segue Gesù, non può mai considerarsi compiuto, terminato. IL discepolo non cessa mai di essere tale: sta sempre facendosi, o meglio, sta sempre lasciandosi fare.

“Vi farò pescatori di uomini” (Mc 1, 17). “Vi farò”: trovandosi in prima persona singolare, indica chiaramente che Gesù stesso sarà il Maestro, l’artefice(cf. Gv 13, 13). In questo modo Gesù è la fonte non solo della chiamata, ma anche della risposta/missione del discepolo. D’altra parte il verbo è al futuro. Questo indica che vocazione/chiamata e missione non coincidono nel tempo. Tra l’una e l’altra c’è tutto un lavoro di formazione da parte di Gesù grazie al quale sono introdotti, poco a poco, nei misteri del Regno[27]  

Alla luce di quanto affermato si comprende quello che dice Marco quando parla dell’elezione dei Dodici: “Li chiamò perché stessero con lui e per mandarli a predicare” (3, 14). Stando con Gesù, il discepolo si fa, si forma.

6.- Conclusione

Da quanto abbiamo detto sulla “sequela Christi” possiamo trarre alcune conclusioni per gli agenti di pastorale vocazionale, sapendo che il primo dovere di un operatore di pastorale vocazionale è quello di aver cura della propria vocazione.

Un operatore di pastorale vocazionale, come qualunque persona che si metta a servizio del Vangelo, non può separare la sua vita dal suo ministero. La vita si può trasmettere soltanto con la vita. Le parole muovono, gli esempi trascinano, si suole dire. Chi propone a un giovane la possibilità di seguire Gesù Cristo nella vita consacrata è autorizzato a farlo soltanto se egli sente – e non solo giuridicamente, ma anche affettivamente ed effettivamente – che dentro di essa c’è vita; è autorizzato a farlo solo chi sente questa forma di vita come propria.

Sulla vocazione in se stessa.

Dai testi che abbiamo analizzato e nei racconti di vocazione che si trovano nella Bibbia, emergono alcune caratteristiche della vocazione che in sintesi possiamo segnalare:

  • La vocazione non è una funzione, professione o attività occasionale o episodica. La vocazione è seguire una persona, la persona di Gesù. La vocazione è mettere la persona di Gesù al centro della vita, con tutto quello che comporta. È, pertanto, un impegno radicale di vita che implica la totalità della persona: ciò che è, ciò che ha e ciò che fa. La vocazione diventa, quindi, orientamento radicale e globale di una esistenza.

Per questo motivo la prima e fondamentale esigenza della risposta alla chiamata è la conversione, il cambiamento profondo della persona, che la porta ad assumere uno stile di vita che si colloca nella linea di vita del radicalismo evangelico. Per questo tutto si gioca nell’incontro della persona che è chiamata con la persona di colui che chiama. La sequela comporta vicinanza e intimità con il Signore.

  • La vocazione è una chiamata personalizzata. Si situa sempre nel contesto storico della persona. Quando il Signore chiama, lo fa tenendo conto di ciò che uno è nella sua realtà più profonda. Il Signore chiama individui concreti nei quali confluiscono molte storie: famiglia, cultura, educazione e formazione, situazioni, tradizioni, conflitti… Chiamando per nome, il Signore assume questa unità fatta di molti livelli, che nel loro insieme formano la realtà singolare e misteriosa di ciascuno. Questo richiede di vivere “riconciliato” con la propria storia e di assumerla come “storia di salvezza”.

 

  • La vocazione non è un’imposizione. La vocazione è una proposta. C’è sempre un elemento chiaro di liberà umana nella risposta alla vocazione. Dio chiama alla vita senza il consenso della persona, ma quando la chiama ad una vocazione determinata lo fa chiedendo il suo assenso, chiedendo una risposta cosciente e libera.

Questo esige che si creino condizioni in cui il chiamato possa rispondere liberamente alla chiamata del Signore. L’accompagnamento non può mai condizionare la libertà della risposta. L’accompagnatore è solo mediatore tra due libertà: la libertà di Dio che chiama chi vuole e la libertà del chiamato che risponde affermativamente o negativamente alla proposta di Dio.  

 

  1. Annuncio/testimonianza del vangelo della vocazione

I doni, anche quello della vocazione, sono da condividere. Il Vangelo ci presenta chiaramente questa esigenza: “Andrea incontra suo fratello Simone e gli dice: Abbiamo trovato il Messia” (Gv 1, 40). Più tardi Filippo comunicherà la sua scoperta a Natanaele (cf. Gv 1, 45), la samaritana ai suoi concittadini (cf. Gv 4, 39), Filippo e Andrea ai greci (cf. Gv 12, 22). Anche se la vocazione è un regalo di Dio a ciascuno di coloro che chiama, tuttavia questo regalo giunge solitamente attraverso delle mediazioni. È il caso di Giovanni e di Andrea. Essi seguono Gesù perché Giovanni Battista lo presenta come ”l’Agnello di Dio” (Gv 1, 36). È il caso di tanti nostri fondatori e sicuramente di noi stessi. Dio si è servito di molte mediazioni per avvicinarci a Gesù.

Se la fede si rafforza comunicandola, la propria vocazione si mantiene giovane e si rinnova nella misura in cui si fa mediazione di altre vocazioni. Noi che abbiamo avuto la grazia di incontrare Gesù e di seguirlo, siamo chiamati a condividere con gli altri questa scoperta e mediare perché gli altri lo incontrino e lo seguano: “Che nessuno, per colpa nostra ignori ciò che deve sapere per orientare la propria vita”[28].

La nostra vocazione è quella di essere sale, luce, fermento (cf. Mt 5, 13-16), espressioni tutte che denotano dinamicità e forza. Come non si accende una luce per metterla sotto il letto, ma sopra il candelabro, perché illumini tutti quelli della casa (cf. Mt 5, 15), così colui che riceve la grazia della vocazione non può fare a meno di far partecipi gli altri di questo tesoro nascosto che ha trovato (cf. Lc 14, 8-10). Una prova per verificare la nostra consacrazione consiste nel sapere se è comunicativa: andò da suo fratello e “lo condusse da Gesù”(Gv 1, 42). La dimensione apostolica è essenziale alla vocazione.

La nostra testimonianza come consacrati passa necessariamente col dichiarare apertamente il nostro amore per Gesù. “Era circa l’ora decima…”(Gv 1, 39). Se la vocazione è una relazione di amore tra Gesù e ciascuno dei suoi, in un mondo come il nostro, dove nessuno ha riguardo alcuno nel manifestare i suoi amori – limpidi o meno -, noi che siamo stati chiamati a seguire Cristo siamo chiamati anche a manifestare senza vergogna il nostro amore appassionato per Gesù, facendo gioiosa memoria dell’“ora”della nostra chiamata.

Il servizio di un animatore di pastorale vocazionale è quello di portare il giovane, la giovane all’incontro con il Signore. È la memoria di quest’incontro che lo sosterrà nelle ore della prova. È questo incontro che può portarci ad assumere e a condurre i giovani ad assumere tutte le esigenze della sequela di Cristo.

La nostra vita ha senso per l’amore appassionato di Gesù per noi che lo porta a guardarci con amore (cf Mc 10, 21), e per una risposta appassionata a Lui che ci porta a gridare: L’amore non è amato. Solo se ci muove l’amore appassionato per Cristo potremo essere luce per quelli che vivono nelle tenebre. Solo a questa condizione potremo invitare altri a condividere questo stesso amore

 

Seguire Gesù è optare per una determinata forma di vita, o, se si preferisce, optare per la persona di Gesù. Ma

………………

Gesù oggi, conoscendo la nostra storia personale, passa accanto a noi, ci guarda con uno sguardo di amore e ci ripete ancora una volta: Seguimi. Maria, Madre dei consacrati, la donna del fiat, la Vergine fatta Chiesa, che ebbe ed ha la pienezza della grazia e ogni bene[29], sia nostra compagna di cammino nella risposta pronta e generosa all’invito del Signore a seguirlo nella vocazione a cui siamo stati chiamati e ci ottenga da suo Figlio la grazia di fare sempre ciò che egli ci dica (cf. Gv 2, 5) e di poter annunciare con la nostra vita e le nostre parole il Vangelo della vocazione.

[1] Sanders Ed. Parish habla de discípulos, seguidores y simpatizantes, cf. en La figura histórica de Jesús, Estella 2005, 145. Díez Martínez Felicísimo afirma: “No hay una única modalidad de seguirlo [a Jesús]. No hay una fórmula universal de sequela”. Y sigue diciendo: “Algunos abandonas al padre, la profesión, los utensilios para la pesca y las baras para seguirlo. Otros son discípulos de Jesús sin abandonar los inconvenientes de la vida cotidiana. Algunos renuncian a la vida familiar, otros se casas y tienen hijos…”, en Cristologia e sequela. Credere in Gesù Cristo, vivere da cristiani, Roma 2008, 569.  Para una síntesis sobre la cuestión, cf. Volo Pérez Ricardo, Attirati da Gesù. Nuovo Testamento e vita consacrata, San Pablo 2014, 41ss.

[2] Cabe señalar que las llamadas “escenas vocacionales” son puntos claves en la estructura literaria de los cuatro evangelios desde los primeros capítulos. En Marcos los relatos de llamada culminan con la institución de los Doce (cf. Mc 3, 13-15).

[3] El término mathetés, discípulo, aparece en el N.T. 262 veces, la mayor parte para hablar del seguimiento de Jesús terreno, cf. Ermenegildo Manicardi-Giuseppe De Virgilio, Dizionario Biblico della Vocazione, Roma 2007, 243-251.

[4] Esta opción está justificada por el hecho que el verbo akoluceo, seguir, ir detrás, de las 90 vecesque aparece en el N.T., 73 veces los sinópticos lo refieren a una sequela esencialmente física de la persona de Jesús.

[5] He escogido como punto de partida el Evangelio de Marcos por ser, a mi entender, el más “germinal”, el que nos ofrece un contenido objetivo pero en forma de semilla, llamada a dar fruto en el aquí y ahora, en cada uno de nosotros.

[6] Cf. Juan Pablo II, Vita consecrata 14. 16. Cf. Magioni B., Il fondamento evangelico della vita consacrata, en A.A.V.V., Vita Consacrata. Un dono del Signore alla sua Chiesa, Torino 1993, 127.

[7] La búsqueda de Dios atraviesa la entera historia de la humanidad, llamada desde siempre a un diálogo con el Creador. El hombre y a mujer tienen una dimensión religiosa indeleble que orienta su corazón a la búsqueda del Absoluto, de quien perciben la necesidad, aunque no siempre de manera consciente. En las Confesiones, san Agustín lo ha expresado con claridad: “Nos hiciste Señor para ti y nuestro corazón está inquieto hasta que no descanse en ti” (I, 11; PL 32, 661).

[8] San Benito pone como criterio fundamental de vocación si un candidato busca o no al Señor, cf. Regla 58, 7.

[9] Cabe señalar que la iniciativa de Jesús de llamar “a los que él quiso” (Mc 3, 13), contrasta abiertamente con la praxis judía. En el judaismo contemporáneo de Jesús, en efecto, es el discípulo el que escoge al maestro. Los rabinos no llaman: son llamados.

[10] En el Evangelio de Marcos, que nos está sirviendo de guía, Jesús es itinerante y como tal se presenta con frecuencia en camino: a lo largo del mar, en el monte…, indicando el camino de Dios en medio del hombre. El Jesús en mivimiento es también el Jesús que pone en movimiento a las personas. De este modo el Evangelio de Marcos se podría sintetizar como una llamada a seguir a Jesús en su salir, poniéndose en camino, lo que da un gran dinamismo a todo el evangelio. En este contexto hay que situar la vocación.

[11] El evangelista Juan señala esta iniciativa con la expresión tenía que pasar por allí… (Jn 4, 4). Está claro que el tenía que va mucho más lejos de una necesidad física. Quien conoce mínimamente sabe que Jesús podía seguir otro camino para ir de Gelilea a Judea.

[12] En el A.T. uno de los textos que mejor refleja dicha irresistibilidad de la llamada es la confesión de Amós: “Ruje el león, ¿quién no profetizará?” (Am 3, 8).

[13] Ya en el A.T la invitación a seguir la voluntad del Señor se expresaba ordinariamente en la forma imperativa: “vete”, dirá Dios Abrahán (cf. Gn 12, 1), a Moisés (cf. Ex 3, 10), a Gedeón (cf. Jue 6, 14), a Amós (cf. Am 7, 15), a Isaías (cf. Is 6, 9).

[14] También en el A.T. tenemos ejemplos de rechazo de la vocación como el caso de Jonás (cf. Jon 1, 3ss).

[15] De nuevo salta a la vista el contraste entre con el A.T. (cf. 1R 19, 20).

 

[16] Es importante un detalle que al lector atento no puede pasar desapercibido. El verbo seguir en boca de Jesús en los textos vocacionales está en imperativo (akolouzei), que equivale a un presente durativo, mientras que la respuesta dada por los discípulos se expresa en imperfecto (ekolouszun) que manifiesta una actitud permanente: iniciada en el pasado, que continúa en el presente y que se abre al futuro.

[17] San Francisco de Asís expresa así la libertad total frente a uno mismo, frente a los demás y frente a los bienes materiales. El discípulo es el hombre libre, que depende solo de Dios a quien confiesa como el Todo (cf. Alabanzas al Dios altísimo, 4).

[18] Aquí aparece otra gran diferencia con el judaísmo. En el caso de los rabinos sus discípulos son atraídos por sus doctrina, de la que quieren apropiarse para ser ellos también maestros. Con Jesús uno no se hace nunca maestro. Sino que permanece solo y sempre discípulo.

[19] Cf. San Francisco de Asís, Testamento 2-3.

[20] Marcos, que parece reflejar la versión más antigua del relato, pone la petición en boca de los dos hermanos. Mateo, que escribe más tarde, cuando Santiago y Juan eran ya venerados como “columnas de la Iglesia”, no osa poner la petición de sentarse uno a la derecha y otro a la izquierda del Señor en boca de los discípulo y por eso la pone en boca de la madre, como queriendo disculpar a los discípulos.

[21] El poder, dirá el Papa Francisco, es servicio.

[22] Este doble moviento aparece claramente expresado en el verbo “apó-elthein” aquí utilizado por el evangelista.

[23] En la tradición judía el padre garantizaba la protección jurídica y social, asegurando la pertenencia a un pueblo. Dejar al padre significa renunciar a todo eso y quedar expuesto a cualquier clase de agresión.

[24] CRISÓSTOMO J., In Matheo, 32, PG 57, 382

[25] Éste es el significado profundo del verbo “seguir”, particularmente en Juan (cf. 1, 40. 43; 10, 4. 27; 13, 36-38; 21, 19. 22).

[26] El contraste entre un seguimiento puramente material y el verdadero seguimiento aparece en Mc 9, 33b-34: Los discípulos “en el camino”, que es el mismo de Jesús y cuyo desenlace será la muerte (cf Mc 9, 31), discuten sobre quien será el más grande. Aunque acompañan a Jesús, en realidad los discípulos no le siguen.

[27] Este trabajo de formación de los doce por parte de Jesús aparece claramente indicado en los Evangleios. Jesús no se conforma con la instrucción que los discípulos escuchan cuando se dirige a la multitud. A los discípulos Jesús les instruirá “a solas” (cf Mc 4, 10 -20; Mt 10, 5-42).

[28] PABLO VI Guardate a Cristo e alla Chiesa, Mensage para la XV Jornada mundial de oración por las ocaciones (16/04/1978).

[29] San Francisco de Asís, Saludo a la Santísima Virgen, 1.