LA DIMENSIONE PROFETICA

DELLA VITA CONSACRATA NEL MONDO ATTUALE

Mons. Josè Rodriguez Carballo

Fondamentalmente il mio intervento sarà a flash e avrà tre parti; la prima è: “Dove siamo?”, la seconda è: “Quali sono le tentazioni da evitare nella vita consacrata, oggi?”, e la terza è: “Verso dove andiamo o verso dove dobbiamo andare?”, e lì insisterò sulla dimensione profetica.

Prima di tutto però vorrei dire che noi, anche se qualcuno è nato prima, siamo figli del Vaticano II. Vorrei dire: basta con i profeti di sventura, anche dentro la vita consacrata, che pensano che il Vaticano II è stato la causa di tutti i mali nella Chiesa e nella vita consacrata. Basta con le lamentele, mettiamoci a lavorare, a camminare, accogliendo il Vaticano II come la bussola della Chiesa del XXI secolo, come lo ha definito san Giovanni Paolo II, e se è la bussola della Chiesa, spero sia la bussola anche della vita consacrata.

Secondo, accogliendo la grazia delle grazie della Chiesa del XX secolo, è sempre san Giovanni Paolo II a dirlo, la grazia delle grazie che ha ricevuto la Chiesa, questo movimento dello Spirito, come ha detto Benedetto XVI e poi ha ribadito il Papa Francesco, per cui in questo momento non abbiamo bisogno di profeti di sventura, e chi crede che questo non ha futuro, per favore abbia il coraggio d’abbandonare la nave prima che affondi. Sarebbe assurdo aspettare che affondi la nave per poi affondare con la nave. E io dico che i profeti di sventura, purtroppo, ci sono, certamente fuori dalla vita consacrata, ma anche nella vita consacrata, e questi sono quelli che più mi preoccupano.

Il Papa Benedetto, in quello che io considero il suo testamento alla vita consacrata del 2 febbraio 2013, quindi pochi giorni prima di lasciare la sedia di Pietro, diceva a noi consacrati: «Non unitevi ai profeti di sventura». E ricorderò sempre l’impatto che ha causato nell’aula del sinodo, io stavo partecipando al sinodo sulla nuova evangelizzazione, un vescovo religioso, che abitava e abita in Vaticano, che ha scritto sull’Osservatore Romano che la vita religiosa e storica era finita, soprattutto voi sorelle, e che quindi dovevamo prepararci per morire.

Io mi domando: “Ma noi vogliamo comandare lo Spirito? Siamo così bravi che dobbiamo dire allo Spirito quando dobbiamo morire o no?” Se il carisma viene dallo Spirito lasciamo che lo Spirito dica quando e come deve vivere o morire. Faccio una parentesi. Per me è scandaloso il cosiddetto ‘testamento spirituale’ che fanno alcune congregazioni, spero non in Italia, ma parlo con dati alla mano… Alcuni Istituti convocano l’ultimo Capitolo generale della sua storia, dove viene approvato il cosiddetto ‘testamento spirituale’. Per me è la eutanasia spirituale carismatica, secondo la quale devono morire, e consegnano ai laici la vita delle sorelle, quindi saranno i laici a dire cosa devono mangiare, per esagerare un po’, ma certamente sono loro che determinano quando devono fare gli esercizi spirituali, quando devono andare in vacanza, eccetera eccetera… e consegnano anche il carisma perché facciano loro quello che credono bene fare col carisma.

Per me questa è una bestemmia contro lo Spirito Santo. Non crediamo più all’opera dello Spirito Santo, che può fare, come dice il profeta Gioele, che i vecchi profetizzino e che i giovani sognino. Quindi, è questione di fede o no? E se dobbiamo morire, cito un detto della mia lingua madre, dobbiamo morire con las botas puestas, cioè in cammino. A me piace molto l’immagine di san Benedetto che, prima di morire, chiede a due monaci che lo portino fuori dal monastero, perché il monastero era troppo piccolo a Montecassino, e guardando il cielo in alto, sostenuto dai due monaci, perché già non si poteva più reggere da solo in piedi, consegna la sua vita al Signore.

In piedi, quello è l’atteggiamento di un credente, non a letto, dei profeti nessuno è morto a letto che io sappia. Detto questo, che io considero molto importante, fratelli e sorelle ci sono troppi fondamentalisti nella vita consacrata e questi sono quasi tutti profeti di sventura; non c’è sequela Christi se non nell’obbedienza alla Chiesa e alla Chiesa reale, a volte si sente dire da religiosi: «Ma questo non è il mio Papa», a me non interessa il ‘tuo’ Papa, a me interessa il Pietro che lo Spirito ci ha dato oggi, e si chiama Francesco, e non c’è altro; domani forse si chiama Antonio, non lo so, e sarà lui. A me questo sembra molto importante, perché a volte vogliamo scegliere come si fa nei ristoranti il menù alla carta, il Papa alla carta, la Chiesa alla carta, lo Spirito Santo alla carta, e se non soffia come io voglio, lo faccio soffiare.

quali sono le tentazioni che la vita consacrata deve proprio udire come dal diavolo, perché sono tentazioni diaboliche?

– La prima che io segnalo qui è l’autoreferenzialità che è sinonimo di una vita consacrata curvata su se stessa e che parte dalla convinzione secondo la quale i consacrati sono autosufficienti e, in fondo, superiori agli altri. E questo lo si vive, a volte, come vita consacrata ma lo si vive, anche, come Istituto: “Perché devo collaborare con l’altro Istituto se ancora ho le forze sufficienti?”. L’autoreferenzialità porta a situarsi nella difensiva, a chiudersi nel proprio nido, dice il Papa parlando della Chiesa, per non contaminarsi. Io sono convinto che questa tentazione esiste, molti vi cedono, e questo porta con sé di pagare delle fatture non di poco conto. Prima di tutto, accettata l’autoreferenzialità, ci stiamo chiudendo alla ricchezza che ci viene dall’altro, non c’è carisma nella Chiesa che non abbia qualcosa da ricevere e non c’è carisma nella Chiesa che non abbia qualcosa da dare. Chi si chiude nel proprio, si sta chiudendo alla ricchezza che viene dall’altro e anche alla ricchezza che può dare all’altro. Però, soprattutto, io credo che questo ci impedisce di far parte di questa Chiesa che è comunione, la grande eredità ecclesiologica del Vaticano II è proprio questa prospettiva di comunione. Ecco allora che per vincere questa tentazione, dobbiamo sviluppare la spiritualità di comunione – faccio riferimento nel testo al Nuovo millennio ineunte del Papa san Giovanni Paolo II -, e vivere questa comunione a tre livelli – e qui faccio riferimento alla lettera apostolica del Papa Francesco a tutti i consacrati.

* Prima di tutto, all’interno di ogni Istituto, e possiamo dire all’interno di ogni comunità, la vita fraterna in comunità per i religiosi, lasciando un po’ da parte gli Istituti secolari, è un elemento essenziale, non è un optional; ognuno, certamente secondo il proprio carisma, però non possiamo rinunciare a quest’elemento che definisce la vita religiosa.

* Quindi viverla all’interno e poi viverla a livello di carismi, quindi la intercongregazionalità o la intercarismaticità della vita consacrata, e qui dico una cosa che nel testo appare dopo, l’identità non è mai un’identità chiusa, ma l’identità è sempre aperta e quindi è come un vaso comunicante, e io vivo la mia identità nella misura in cui, senza rinunciare al proprio, mi apro all’altro. Quindi vivere la comunione a livello di carismi.

* Terzo, vivere la comunione a livello di Chiesa. Noi, vita consacrata, rappresentiamo un po’ la Chiesa universale, quindi dobbiamo veramente vivere in questa prospettiva di Chiesa universale; ecco perché si parla della giusta autonomia, ecco perché alcuni Istituti hanno l’esenzione, che non è stata abolita dal Vaticano II, per essere al servizio della Chiesa universale. Però dobbiamo ricordare che il nostro servizio alla Chiesa universale si concretizza nel servizio e nell’inserimento della Chiesa particolare. L’autoreferenzialità ha come medicina la comunione.

– La seconda tentazione che dobbiamo evitare è la lotta per la semplice sopravvivenza. Questa io la vedo oggi veramente molto forte nella vita consacrata che io conosco: andare avanti finché è possibile; è una tentazione soprattutto dei superiori: “Chi verrà dopo affronterà il problema, io per il momento mi arrangio”. Noi dimentichiamo così che siamo consacrati per avere vita e vita in abbondanza; se noi lottiamo per la semplice sopravvivenza, corriamo il rischio di perdere la significatività evangelica. Alla fine, io credo che la grande crisi vocazionale viene anche da questo.  

Cosa diciamo noi, oggi, religiosi, consacrati al mondo? Chi ci vede, si interroga o no? Perché se non diciamo niente è giusto che nessuno venga da noi. Attenzione, non possiamo rinunciare alla significatività evangelica di vita. Se poi noi lottiamo per la sopravvivenza, cadremo nella mediocrità e il pericolo è che vivremo installati pacificamente nella mediocrità, tranquilli, sereni. E infine, cadremo nell’accidia, questa malattia che il Papa Francesco ha denunciato nella Chiesa ripetute volte in Evangelii gaudium, e la accidia era uno dei criteri fondamentali di discernimento nell’antica vita monastica: uno che soffriva questa malattia grave, veniva immediatamente scartato. Che cos’è l’accidia? È la desertizzazione, la definisce così il Papa Francesco nell’Evangelii gaudium, dell’anima; l’accidia è rinunciare alla vera mistica, cioè al perché sono religioso, al perché sono consacrata. “Non so, sono caduto qua e qui rimango”. E il frutto più prezioso dell’accidia è la scontentezza. Ci sono consacrati oggi, pur nella Chiesa, anche i preti immagino, che sono contenti soltanto in un posto, sapete dove? Dove non sono. Questo è il sintomo più preciso dell’accidia, la scontentezza.

E ancora, la lotta per la sopravvivenza porta, soprattutto chi esercita il servizio dell’autorità, a coniugare la fragilità in tutti i modi: chiudo un occhio oggi, domani ne chiudo due, e alla fine tutti diventiamo ciechi, sordi e muti; il problema è che molti che oggi sono chiamati a esercitare il servizio dell’autorità, invece di lavare i piedi dei loro fratelli e sorelle, si lavano le mani. E noi sappiamo che cosa ha portato il lavarsi le mani di uno.

Parlando del servizio dell’autorità, sono convinto che, nella vita consacrata, sia il ministero che ha più bisogno di essere evangelizzato, perché sono presenti i due estremi: c’è chi esercita l’autorità con potere, come fa il mondo, come privilegio, come fa il mondo; o c’è chi si lava le mani, “lascio fare, non entro nella tua vita e tu non entri nella mia”. Questo non è servizio dell’autorità, forse questa è leadership, che è una parolaccia, perché adesso se noi non parliamo in inglese sembriamo della campagna, mentre prima se non dicevamo qualche bestemmia in latino sembravamo poco colti. Leadership non è un termine evangelico, trovatelo nel Vangelo, però adesso leadership è dei nostri giorni, ma noi abbiamo il termine preciso: “servizio dell’autorità”.

Di san Francesco si dice che era il leader prima di fondare l’ordine, poi fondato l’ordine, facevano la guerra da tutte le parti, tanto che ha rinunciato. Quindi come leader niente, però ha esercitato sempre il servizio della lavanda dei piedi, cioè dell’autorità.

Lottare per la sopravvivenza ci porta anche a chiudere gli occhi davanti al discernimento vocazionale, e questo è gravissimo. “Abbiamo poche vocazioni e allora apriamo subito, spalanchiamo le porte al primo che arriva, senza fare un minimo di discernimento”. E poi abbiamo i problemi che abbiamo. Attenzione a non cadere nella tentazione di cercare ad ogni costo manodopera, perché molte volte non è che amiamo il carisma, amiamo l’opera, attraverso la quale, spero, si manifesti il carisma.

Lottare per la sopravvivenza ci porta anche a chiuderci nel mio e nel nostro. Io vorrei leggervi, traducendo così al volo, una frase del Papa Francesco, Lui la riferisce ai seminari diocesani, però è valida per noi. “Non si possono riempire, dice il Papa Francesco, i seminari, le case religiose, con qualunque tipo di motivazione e di vocazione, e meno ancora se queste hanno insicurezze affettive o ricercano il potere, la gloria umana o il benessere economico”. Problemi affettivi, ricerca di potere, ricerca di sicurezza economica. Attenzione, apriamo gli occhi e, io direi, soprattutto nel campo dell’affettività. Il Papa è molto preoccupato per questo tema, se ne parla poco perché oggi, guai se cadiamo nel blog, però nell’ultimo incontro che ha avuto con i superiori generali ha dedicato molto spazio a questo; dopo non si è pubblicato nulla, giustamente, perché lui parla con molta libertà e poi viene interpretato come vogliono. Però vi dico che è una grossa preoccupazione e aggiungo che da parte della Congregazione noi siamo molto preoccupati soprattutto per la parte femminile; per la parte maschile, soprattutto per certe tendenze che voi potete capire, appare più chiaramente, in spagnolo si dice che “escono dall’armadio”. La parte femminile non escono generalmente dall’armadio, però non vuol dire che non ci siano, ci sono e noi lo sappiamo bene.

Quindi, sorelle, discernere bene questo tema, e trattarlo a fondo nella formazione, che non sia un tema tabù. Ritengo che noi non abbiamo affettività, non abbiamo sessualità, siamo affettività e siamo sessualità, quindi è qualcosa che fa parte di me. Io adesso ho l’abito francescano, me lo tolgo e sono Josè, ma io non posso togliermi l’affettività o la sessualità. Allora l’antibiotico contro questa tentazione della lotta per la sopravvivenza è approfondire la significatività evangelica.

– La terza tentazione che io vedo molto forte nella vita consacrata è mettere il vino nuovo in otri vecchi, quindi andare contro la logica del Vangelo. E quali sono gli otri vecchi? Io qui ne segnalo molti, però mi riferisco soltanto a uno: le strutture.

Il Papa Francesco nella lettera apostolica ai consacrati ci mette in guardia e ci domanda o chiede di domandarci: le strutture servono al carisma e alla missione o invece le opere, le strutture lasciano nell’ombra sia il carisma sia la missione dell’Istituto? Spessissimo, io adesso lo vedo molto chiaro, i religiosi e le religiose vivono per mantenere strutture che ormai hanno data di caducità. Magari possiamo sostenerle dieci anni in più, essendo molto ottimisti, ma certe opere, anche se sono belle, anche se sono fatte con molto sacrificio, prima o dopo dobbiamo lasciarle. Quindi, per favore, non sacrificare le persone per mantenere quattro muri anche se belli, che prima o dopo li dovremo lasciare. Quindi, per lottare contro questo dobbiamo veramente dare la primazia alle persone. Su questo caso mi viene da insistere perché le superiore e i superiori ascoltino i fratelli e le sorelle; c’è molta solitudine nelle nostre comunità, e questo sta diventando un dramma. Ecco perché, visto che ormai la confessione non è troppo frequente, allora tante volte dobbiamo andare dagli psicologi e dagli parapsicologi o psichiatri. Lavoriamo allora affinché le strutture possano essere mezzi adeguati per trasmettere la bellezza della sequela Christi nella vita consacrata.

  • Quali sono le strade del futuro?

– La prima comporta di rivisitare la propria identità, ricordando che l’identità è sempre itinerante, cioè l’identità, per esempio, francescana, parlo di me, non è Francesco, io questo l’ho molto chiaro, ma è Francesco e l’ultimo frate, cioè è un cammino di otto secoli di storia, perché se noi torniamo soltanto a Francesco, il rischio è di fare archeologia, e il Papa dice no all’archeologia, perché allora noi diventeremmo, dice il Papa, pezzi di museo, ammirati da tutti ma che nessuno vuol seguire. Attenzione, l’identità è itinerante, quindi l’identità, per esempio, per tornare a Francesco, è Francesco, Chiara, Bonaventura, Alessandro, eccetera eccetera fino all’ultimo fratello che è entrato ieri, perché lo Spirito soffia costantemente.

Poi, l’identità deve essere rivisitata tenendo conto tre aspetti. Prima di tutto il Vangelo. Il Papa Benedetto in Verbum Domini al numero 83, leggetelo per favore perché è un bellissimo numero per noi consacrati, dice che il Vangelo è la regola suprema della vita consacrata, e dice di più: la missione della vita consacrata non è altro che diventare esegesi ermeneutica del Vangelo, lì incomincia e finisce tutto. Quindi dobbiamo tornare al Vangelo, che nelle parole del Papa Francesco in questa lettera, che io vi chiedo di rileggere, non è altro che la regola suprema, diceva Benedetto, assoluta, diceva Papa Francesco.

Cosa hanno fatto i nostri fondatori? Hanno letto il Vangelo con occhiali propri, e allora uno ha letto per esempio la tendenza di Gesù ad accompagnare i malati, da qui tutti i carismi sanitari, però è Vangelo. Altri i poveri, altri il Vangelo in sé, senza escludere nessun aspetto, ma sempre il Vangelo. Quindi l’identità alla luce del Vangelo.

  • Secondo, l’identità alla luce del proprio carisma, cioè il Vangelo letto con occhiali propri dai nostri fondatori, quindi noi dobbiamo, come dice Vita consecrata, avere il coraggio di riprodurre la creatività dei nostri fondatori.
  • Però, per non cadere nell’archeologia, il terzo aspetto da tenere presente quando si rilegge l’identità è il segno dei tempi. Noi vogliamo essere consacrati qui e adesso, non 70 anni fa quando è nata la Provida mater ecclesia, che abbiamo celebrato con molta gioia, o non 800 anni fa come Francesco, non nell’800 quando sono nati molti Istituti e nel ‘900 ancora di più, eccetera. Quindi attenzione a questo.

Sempre rivisitando la propria identità noi avremo da mettere insieme tre verbi che avete probabilmente sentito già altrove, perché ho scritto diverse cose su questo. Centrarsi, concentrarsi e decentrarsi. L’identità ci deve portare a coniugare questi tre verbi.

  • Centrarsi, dove? In Lui. Noi siamo qui per diventare suoi testimoni, non siamo una ONG, il Papa Francesco lo dice anche della Chiesa, non siamo prestatori di servizi sociali, noi siamo qui per essere suoi testimoni; essendo suoi testimoni, attenzione, faremo tutto il resto, perché quando Gesù entra nella vita di una persona, con Lui entrano tutti, non esclude nessuno, però occorre centrarsi.
  • Secondo, concentrarsi negli elementi essenziali della vita consacrata e del proprio carisma. Quando mi presentano le Costituzioni per l’approvazione e vedo che il testo è un’enciclopedia, subito dico alla commissione: “guardatele con gli occhiali” perché automaticamente la cosa migliore sarebbe di non approvarle. Perché, care sorelle, io vi amo tanto perché la vita consacrata senza di voi cosa sarebbe? Siete quasi l’80% dei consacrati, però volete mettere tutto nelle Costituzioni poi, visto che non potete vivere tutto, spendete tanto tempo chiedendo dispense, e lo fate perdere anche a noi. le Costituzioni devono essere essenziali. Poi, nel Regolamento interno mettete tutto quello che volete, però quello che fate al mattino potete disapprovarlo alla sera, quindi non avete bisogno di andare a Roma, ma nelle Costituzioni solo le cose essenziali.

Sono essenziali tre elementi nella vita consacrata: la Consacrazione, quindi i voti e la vita di preghiera, la vita fraterna in comunità e, terzo, la missione. Il resto lasciate che lo Spirito Santo vi illumini in ogni momento.

  • E poi decentrarsi, la missione. La vita consacrata non è per noi, è stato un dono dello Spirito alla Chiesa e per la Chiesa. Ecco perché non si può pensare la vita consacrata per la ‘mia’ salvezza come se, fuori dalla vita consacrata, non si potessero salvare. Io sono qui per edificare la Chiesa a partire da questo dono che il Signore mi ha fatto.

Un altro cammino per il futuro è il discernimento con lucidità e audacia, discernere. Io voglio insistere: per favore, diamo tempo al discernimento, non è tempo perso, e fatelo in clima di preghiera, per vedere quello che viene da Dio e quello che è contrario. Ricordiamoci che discernere vuol dire ‘separare’, in modo che possiamo volere e fare sempre quello che sappiamo è gradito al Signore. Io credo che in questo momento il discernimento è la parola chiave della vita consacrata e questo suppone l’apertura incondizionata dallo Spirito. Alla base del discernimento ci sono due domande alle quali dobbiamo rispondere: una a livello personale, l’altra a livello comunitario.

A livello personale: “Signore, cosa vuoi che ‘io’ faccia?”. A livello comunitario: “Fratelli cosa dobbiamo fare?”. Quindi, apertura incondizionata allo Spirito, docilità allo Spirito, che non è facile perché a tutti noi piace essere autonomi anche dallo Spirito, anche da Dio. E questo comporta morire a noi stessi. Però, senza questo, è inutile rimettersi al discernimento. Se sappiamo prima di iniziare quello che decideremo, votiamo quanto prima e perdiamo meno tempo, è inutile ai Capitoli fare molte messe allo Spirito Santo, molte preghiere allo Spirito Santo, quando già si sa chi sarà la Provinciale, il Generale o la Generale, eccetera eccetera. Sappiamo tutto. Allora è inutile fare tutto questo teatro, perché perdere tempo? A volte i capitoli si potrebbero finire molto prima di quello che facciamo. Noi dobbiamo riconoscere che la fonte ultima del discernimento non siamo noi, ma è lo Spirito Santo che purifica, illumina e accende il fuoco che ci consente di nascere di nuovo. Poi, il discernimento deve farsi da una visione escatologica cioè a partire dagli elementi essenziali. E questo discernimento deve essere fatto con lucidità e audacia.

Lucidità: chiamare le cose per il loro nome, noi ecclesiastici, noi consacrati siamo maestri nel dire senza dire, e alla fine rimaniamo nel buio, non abbiamo il coraggio di prendere il toro per le corna e chiamare le cose con il loro nome. La lucidità. Se in questa casa c’è un problema di vita fraterna perché abbiamo problemi di etnie, di caste, o semplicemente di anziani e di giovani, dobbiamo dirlo.

Audacia: cioè prendere le decisioni che si devono prendere; a volte la potatura è dolorosa ma senza potatura l’albero si secca. Attenzione a non cadere anche in quest’altro pericolo: prendiamo decisioni che dopo nessuno porta a termine. E in questo, i superiori sono i responsabili primi e ultimi nel portare a termine le decisioni prese.  

Siamo alla terza parte e c’è una domanda dalla quale voglio partire:

ha futuro la vita consacrata?

Immagino che tutti noi presenti diciamo di sì, ecco perché stiamo dentro la vita consacrata, altrimenti sarebbe da stupidi rimanere dentro. Il Papa Benedetto XVI in una visita ad limina dei vescovi del Brasile nel 2010, pose questa stessa domanda: ha futuro la vita consacrata? Nessuno si aspettava che il suo discorso ai vescovi del Brasile fosse su questo. Si vede che lui aveva ascoltato qualche altra musica. E lui risponde, il testo è molto bello, però prendo questa frase: «La  vita consacrata in quanto tale, ha avuto la sua origine con lo stesso Signore che ha scelto per sé questa forma di vita di vergine, povero e obbediente. Per questo la vita consacrata non potrà mai mancare né morire nella Chiesa». Sono parole del Papa Benedetto, e questo ditelo ai vescovi, non a quello di Padova che ci crede sicuramente, ma altri non ci credono. Perché una Chiesa senza vita consacrata, lo dice il Sinodo sulla vita consacrata, non risponde al desiderio di Gesù, quindi la vita consacrata non è un’appendice nella Chiesa. Quanta conversione ci vuole ancora. Prima noi poi magari gli altri. Ad ogni modo, la vita consacrata ha futuro. Allora mi faccio un’altra domanda: ogni forma di vita consacrata ha futuro? E qui la mia risposta non è così affermativa, perché noi vediamo la storia: tanti carismi sono nati e sono morti, quindi vuol dire che non tutte le forme di vita consacrata hanno futuro anche oggi.

E quali sono le condizioni per avere futuro?

* La prima: che la vita consacrata sia veramente profetica. E quali sono le caratteristiche di un vero profeta? Guardiamo la Bibbia, il profeta ascolta, il profeta non ha parola propria; attenzione, noi non siamo protagonisti di niente, il protagonismo lo ha il Signore, noi dobbiamo trasmettere quello che a nostra volta ascoltiamo, questo è quello che ha fatto Gesù, quando ha detto: «Io non faccio altro se non quello che ho visto fare dal mio Padre» e «Non dico altro se non quello che ho ascoltato da Lui». Io credo che questo sia l’atteggiamento del vero profeta e quindi della vita consacrata profetica.

* Seconda: denunciare. Il profeta è l’uomo libero che denuncia tutto quello che è contrario al progetto di Dio sull’umanità. E questa dimensione dev’essere presente nella vita consacrata: la denuncia; non tanto con le parole ma con la vita. E qui, scusate se faccio riferimento a san Francesco, però ognuno parla di quello che più conosce. Francesco è l’uomo sottomesso alla Chiesa in tutto fino ad arrivare a dire: guardate, se andate in un posto dove il parroco non vi permette di predicare, non fatelo. Poi sappiamo come trattava il Papa e tutti i vescovi. Ma la sua vita era una protesta. Si deve denunciare con la vita. Però, quando è il momento anche con le parole. Noi pensiamo a sant’Antonio, qui dobbiamo dire di Padova, in Portogallo diremo da Lisbona, ma voi in italiano avete anche questa sfumatura da Lisbona e di Padova, quindi potete fare tutti contenti. Comunque noi pensiamo a sant’Antonio come un uomo mite, un uomo col giglio in mano e il Vangelo nell’altra; sant’Antonio ha dei discorsi terribili. Io ricordo, nel secondo anno in cui abbiamo fatto gli esercizi col Santo Padre, che vengono fatti nel silenzio assoluto e solo si legge durante il pranzo, si è letto un libro molto bello dove si raccoglievano testi dei santi Padri, terribili contro i cardinali che usavano anelli di pietre preziose, e noi ci guardavano l’uno all’altro, e nel mio tavolo c’era uno che portava un bell’anello, allora tutti lo guardavano. Questo per dire cos’è la denuncia. Però questo sarà possibile se siamo liberi, e se siamo convinti che solo Lui può riempire di senso la mia vita, altrimenti mai faremo questo; certamente se noi siamo liberi anche dal carrierismo, perché chi vuol far carriera non può denunciare nulla, sarà un servo, un lacayo diciamo noi.

* Terza: annunciare. Perché noi, come dice il Papà Francesco in Evangelii gaudium, non siamo qui per far nemici ma per annunciare il Vangelo, quindi non basta denunciare dobbiamo annunciare.

* Quarta: intercedere. E qui mi viene subito in mente la figura di Elia, il vero profeta intercede davanti al popolo e avanti a Dio; è il ponte tra Dio e il popolo.

Allora il futuro della vita consacrata passa necessariamente dall’essere profezia. Ma in che consiste la profezia?

Il Papa ci ricorda che la profezia della vita consacrata consiste semplicemente nel vivere la vita umana di Gesù, povero, obbediente e casto. Riprodurre la vita storica di Gesù.

E poi questa profezia il Papa la concretizza in alcuni aspetti: profezia di speranza, meno lamentele per favore. Profezia di gioia, qui vi racconto un aneddoto. Papà Francesco quando si è riunito con i Superiori generali ha detto: “Dove c’è un religioso c’è gioia». Io l’ho incontrato poco dopo in udienza privata e gli ho detto: «Santità forse questo è tra i gesuiti, perché tra i francescani non è così, perché io conosco molti col muso lungo e tra le suore anche». E poi abbiamo scherzato su questo e non so se era per questo, ma poi, quando ha scritto questa lettera, dice: «Che sia vero quello che ho detto una volta che dove ci sono i religiosi c’è gioia?». È una sfida la profezia della gioia. Poi la profezia della comunione, la profezia della vicinanza. Il Papa alle Superiore generali ha parlato proprio di questa profezia della vicinanza, della prossimità.

– La vita consacrata avrà futuro anche se si mantiene ‘in uscita’, in missione, lasciare il proprio nido e andare, rischiare. Il Papa ci dice che preferisce una Chiesa ferita, sporca perché cammina, a una Chiesa pulita che non esce. È meglio sbagliare, correre il rischio per uscire, che non correre il rischio per rimanere sempre chiusi. Io dico: chi cammina può sbagliare, chi non cammina ha sbagliato, anche nel nascere.

– Avrà futuro una vita consacrata con sete di vita fraterna in comunità. Io sono convinto che questa è la profezia che oggi più capisce la gente, soprattutto quando in una comunità ci sono persone anziane e giovani che vivono insieme, persone di diverse culture, persone con diversa formazione, questo è un Vangelo vissuto e quindi non c’è bisogno di molte parole per poterlo capire. La vita fraterna in comunità dev’essere umana, io vedo che ancora oggi molte forme di vita comunitaria non sono umane e chi ha il potere lo esercita e si fa sentire. Questo no. Dobbiamo essere uomini e donne prima di voler diventare santi.

– Ancora, avrà futuro una vita consacrata, e lo diciamo ancora per la terza volta, che sia fecondata per una viva spiritualità di comunione.

– Poi ancora, avrà futuro una vita consacrata che accetti come mandato di primerear, questa è una parola trovata dal Papa Francesco che non esiste neppure nel vocabolario spagnolo, perché Lui a  volte non inventa, ma dice parole proprie di Buenos Aires che non sono riconosciute dall’Accademia spagnola. Primerear, cosa vuol dire? Aprire strade, iniziare cammini, riconoscere possibilità e non problemi soltanto, noi quando facciamo la diagnosi della vita consacrata facilmente puntiamo sempre sul negativo. No, dobbiamo puntare sulle possibilità.

– Poi, avrà futuro una vita consacrata che non si lasci rubare la speranza. La speranza è il distintivo del cristiano. Quindi se noi ci lasciamo rubare la speranza, vuol dire che perdiamo anche l’identità cristiana; e che impari a vivere nella minorità. Questa parola che sembra molto francescana, quasi esclusiva francescana, il Papa Benedetto l’ha detta a tutti i consacrati proprio in quell’omelia del 2 febbraio 2013. La vita consacrata non può essere pensata come un gruppo di prediletti, di persone che ricevono l’approvazione da parte di tutti. No. Dobbiamo imparare il cammino della kenosi, dell’abbassamento e quindi della minorità.

– Avrà futuro una vita consacrata che non guardi il mondo come un pericolo, come una minaccia, ma come il proprio chiostro e il campo propizio per la missione. E quindi una vita consacrata che abbia sul mondo uno sguardo aperto, dialogante e quindi una vita consacrata inculturata.

– Avrà futuro una vita consacrata che sappia mantenere la sana tensione tra la giusta autonomia e la comunione piena con la Chiesa particolare. Io di questo sono convinto, qui dobbiamo lavorare molto di mutue relazioni. Voi sapete che è un documento che stiamo rivedendo, vedremo quando vedrà la luce, perché non è per niente facile, qui ci sono ostacoli normali sia da parte dei consacrati sia da parte dei vescovi. Però il futuro non sta nell’assunzione da parte dei vescovi della vita consacrata ma neppure nell’indipendenza della vita consacrata dalla Chiesa locale. Il futuro sta nella comunione e nel dialogo.

  • Guardando al futuro, l’anno della vita consacrata ci ha lasciato, a mio parere, sei parole che dobbiamo coniugare e che ci apriranno la porta del futuro. Vanno a due a due.

* Le prime: memoria e profezia. Memoria, però come ho detto, di una identità che è sempre itinerante e quindi si apre alla profezia. Non insisto in questo.

* Le seconde: passione e Vangelo. Io credo che la malattia peggiore, in questo momento, che può avere la vita consacrata è la rassegnazione; siamo pochi, come dicevo all’inizio, vecchi, dobbiamo morire, moriamo coi piedi caldi, la rassegnazione; questo non si può coniugare con una vita evangelica. Quindi passione da innamorati, e questa passione sarà possibile mantenerla se noi assumiamo il Vangelo come regola e come forma di vita, non come ideologia, e la persona di Gesù non è un’idea ma una persona, quindi il Vangelo non è un’ideologia, è una forma di vita come l’hanno vissuto i nostri fondatori e fondatrici.

* Il terzo paio di parole che ci ha lasciato l’anno della vita consacrata, è: speranza e gioia. Dico molte volte che nella vita consacrata abbiamo troppi e troppe discepoli di Maria Maddalena e ci mancano forse alcuni discepoli di Gesù. Cosa capita a Maria Maddalena? Maria Maddalena è una donna meravigliosa, basta pensare che è apostola degli apostoli, però ha un piccolo difetto: è una donna nostalgica, guarda indietro, piange il morto che già non esiste; quelle lacrime, si vede che erano grosse, le impediscono di vedere la vita che c’è, il Risorto.

Attenzione a pensare sempre che i tempi di prima erano migliori, si deve dimostrare e non sempre sarà facile. Basta pensare come si portava avanti tutta la questione della vita comunitaria e il servizio dell’autorità. Attenzione quindi a non cadere in questa nostalgia delle cipolle d’Egitto, rinunciando alla libertà che questo comporta.

E poi gioia. Il Papa dice due frasi forti all’inizio della Evangelii gaudium, si riferisce agli evangelizzatori ma questo va benissimo anche per i consacrati. Ci sono troppi evangelizzatori consacrati che hanno il volto da funerale, altri che vivono in perenne stagione quaresimale senza aprirsi alla Pasqua. Attenzione a questi religiosi che confondono la serietà con la tristezza. La tristezza viene dal diavolo, dal maligno, la serietà viene da Dio, la serietà nelle opzioni.

Bene, ho sintetizzato molto queste ventuno pagine, io credo che dobbiamo guardare al futuro con speranza, saremo molti di meno, non vi preoccupate, chi ha detto che il Signore ha bisogno di moltitudini per fare il suo progetto. La Chiesa, io dico sempre, ha cominciato con dodici, e tutti dodici traditori, quindi peggio non poteva iniziare, undici si sono pentiti, e dopo la cosa è cambiata, però uno purtroppo neppure dopo. Però è iniziata così, dodici traditori, perché tutti hanno negato Gesù, lo hanno abbandonato, quindi peggio è impossibile. Guardate che è arrivata fino a noi e arriverà fino alla fine dei tempi, perché le porte degli inferi non prevarranno su di Lei.

Quindi coraggio! A me vengono in mente molto spesso le parole di Geremia 1,6 «Non abbiate paura, io sono con voi per proteggervi».