Ma adesso è l’ora di manifestare

la forza del vangelo

Giuseppe Ruggieri

La ragione teologica dell’assemblea di “Chiesa di tutti Chiesa dei poveri”. Il Vangelo non è la disciplina, non è la dottrina e nemmeno la lettera della Scrittura ma è il dono di Dio a tutti gli uomini a cominciare dalla sofferenza di tutti gli esclusi. Vivere nella prassi dello scambio messianico.

1 – Il vangelo è la forza stessa dell’amore di Dio che esplica la sua energia nel cuore dei credenti

Nelle parole di Gesù alla Samaritana: «Ma viene l’ora – ed è questa – in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità: così infatti il Padre vuole che siano quelli che lo adorano», c’è segnato un inizio: con il Gesù Messia si inaugura un modo nuovo di rapporto con Dio. A dire il vero siamo noi a chiamarlo Dio, ma Gesù non lo chiamava Dio, bensì “Padre”, anzi Abbà, papà. Già questo ci fa comprendere a cosa dà l’avvio quell’inizio: non un rapporto tra estranei, nemmeno quello tra creatura e creatore, ma un rapporto che sa dell’intimità tra papà e bambini dentro la propria casa, nella dimora comune (come la chiama il IV vangelo) che il Padre stabilisce con chi lo ama.
Ma se non leggiamo solo il vangelo di Giovanni troviamo che di un inizio nella Bibbia si parla altre volte. Questo inizio è sempre nuovo, o meglio, sempre in movimento. La Genesi lo pone all’inizio della creazione come tale: «In principio Dio creo il cielo e la terra». Ma poi il Vangelo di Giovanni lo sposta e lo mette in Dio stesso, per indicare la vita intima di Dio dove c‘è già, fin dall’eternità la parola che diventerà un uomo come noi: «In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio. Egli era in principio, presso Dio: tutto è stato fatto per mezzo di lui e senza di lui nulla è stato fatto di ciò che esiste».
Ma il vangelo di Giovanni sposta l’inizio ancora una volta con le parole che abbiamo appena citate, «Ma viene l’ora – ed è questa – in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità: così infatti il Padre vuole che siano quelli che lo adorano». Anche qui quindi viene indicato un inizio e questo inizio si pone quando la verità che è Gesù di Nazaret (perché egli manifesta ciò che era in Dio fin dall’inizio), viene comunicata con la potenza dello Spirito. Allora sorge una nuova dimora dove Dio incontra l’uomo. Questa dimora non è più in nessun tempio costruito dall’uomo, sia a Gerusalemme che in Samaria, in nessuna delle nostre Chiese di pietra. È una dimora creata dallo Spirito, ma reale. Essa viene costruita ogni qual volta un uomo e una donna accolgono nella loro vita questo inizio e così adorano Dio in Spirito e verità, raggiungono l’inizio di ogni cosa, di tutto ciò che esiste.
L’invito ad entrare nella casa del Padre, ricco in misericordia, ci viene rivolto adesso da papa Francesco, il vescovo di Roma che viene “dalla fine del mondo”. Abbiamo la percezione tutti, anche quelli che respingono l’invito di papa Francesco, che stia accadendo qualcosa di nuovo, un nuovo inizio. Dove sta la novità di questo invito? Se non la percepiamo rischiamo, nonostante tutto, di restare a guardare accigliati la festa che si celebra dentro la dimora del Padre dalla finestra, dall’esterno della dimora, come accadde al figlio giusto e obbediente della parabola che non voleva entrare nella casa del Padre nella quale questi faceva festa per il figlio perduto che aveva ritrovato.
La novità di papa Francesco non sta nella riforma della curia. La curia come tale non è riformabile, a meno che non si tratti di togliere quella che papa Benedetto chiamava sporcizia. Per questo basta una squadra del buon costume. Ma i poteri della curia sono quelli che il papa ha avocato a sé togliendoli ai vescovi lungo il secondo millennio. Va riformato quindi il papato. E a questa riforma papa Francesco ha dato appena avvio con due grandi risoluzioni, togliendo alla curia (cioè a se stesso) il potere esclusivo della dichiarazione di nullità dei matrimoni e della traduzione della Bibbia.
La novità di papa Francesco non sta nemmeno nel fatto di dormire fuori dal palazzo o in tanti altri gesti che fanno notizia sui media. La novità sta infatti nel fatto che è un invito a far festa con quanti prima erano esclusi. Dopo tanti anni infatti, dai tempi gioiosi di papa Giovanni e del concilio che egli aveva convocato contro tutti i profeti di sventura, era subentrata progressivamente la paura, madre di tutte le condanne, esclusioni, sospetti. L’atmosfera dentro la Chiesa si era raffreddata, fino a diventare invernale, come aveva lucidamente visto Karl Rahner. Il vangelo non faceva sentire più lo stesso calore che spandeva soprattutto a cavallo degli anni ’60, dove sulla sede di Pietro sedeva un papa vecchio, ma con il coraggio di indire un concilio. È vero che a volte risuonava il grido “non abbiate paura”. Ma quel grido nascondeva spesso la rigidità della legge, il ritorno nelle stanze fredde di un edificio dove s’infiltrava il gelo delle condanne e delle esclusioni.
L’invito di papa Francesco sta invece qui: riscoprire la gioia del vangelo. È il vangelo annunciato da Gesù, di un regno dove entrano tutti coloro che le Chiese di allora, le sinagoghe, non accoglievano perché lebbrosi, storpi, ciechi, muti, peccatori, poveri che non conoscevano nemmeno la legge ma erano assetati di giustizia. Questo vangelo non è una dottrina per quanto alta e raffinata, non è una disciplina che gli uomini stabiliscono per difendere la purezza delle loro assemblee, ma è “potenza di Dio” (Rom 1, 16) che agisce nel cuore dell’uomo, “Parola di Dio che esplica il suo dinamismo (energheitai) in coloro che credono” (cf. 1Tes 2, 13), così come ha operato nel cuore di Gesù.
Il disagio che molti, anche vescovi, avvertono davanti a questo invito sta nel fatto che essi sono abituati a confondere il vangelo con la dottrina e con la disciplina della Chiesa. Per questo sono scandalizzati, fino a sospettare il papa di eresia, per la sua esortazione postsinodale Amoris Laetitia, con la quale l’ammissione dei divorziati all’eucaristia viene regolata non dalla legge, ma con il discernimento pastorale della situazione delle persone. Essi confondono infatti una disciplina, tipica della Chiesa occidentale nel II millennio della sua storia, con la verità di sempre.
Ora è vero che la dottrina e la disciplina, anche se non sono eterne, sono necessarie. Nessuna comunità può farne a meno. Dottrina e disciplina, come la Legge per il pio Israele, mettono al riparo, custodiscono la tenerezza di un rapporto. Per questo esse non possono oscurare la luce del vangelo, non possono impedirne la forza, debbono invece mediarla, comunicarla.
Il vangelo non è nemmeno identico alla lettera della Scrittura sacra. Esso è la forza stessa dell’amore di Dio per l’uomo nel suo comunicarsi. Il concilio aveva detto che la rivelazione di questo vangelo avviene come invito all’amicizia da parte del Dio trinitario (Dei Verbum 2: “Con questa rivelazione, il Dio invisibile, per l’abbondanza del suo amore, parla come un amico con gli uomini e si intrattiene con loro”). Questo è il vangelo che annunciava Gesù di Nazaret, sconfiggendo il male che tiene schiavo l’uomo, guarendo dalle malattie, riammettendo gli esclusi di ogni genere alla sua tavola, per fare sentire ad essi il calore del Padre, che fa piovere sui giusti e sugli ingiusti. Possiamo anzi dire che il vangelo era Gesù stesso, proprio perché il Gesù che conosciamo attraverso i vangeli era il dono totale del Padre agli uomini e in lui, secondo la bellissima espressione della lettera ai Colossesi, “abita corporalmente tutta la pienezza della divinità” (Col 2,9). Si noti il “corporalmente”, perché Gesù era il vangelo, la comunicazione efficace dell’amore del Padre, non solo nella profondità interiore del suo io, ma nel suo stesso corpo. Per questo i Sinottici ci dicono che davanti al pianto di una povera vedova per la morte del figlio unico, davanti allo spettacolo del popolo che vagava come pecore senza pastore, o davanti a un lebbroso che in ginocchio lo pregava per essere purificato, Gesù si “commosse fin nelle viscere” (esplagnisthe, traducendo così il termine che nell’AT indica l’amore materno di Dio, rehem/rahamim, l’utero, il seno materno). Papa Francesco ha quindi giustamente intitolato la sua esortazione programmatica con l’espressione “Gioia del vangelo”, perché il vangelo con la sua forza non può che provocare gioia.
La forza di questa gioia che abbiamo ricevuto accogliendo in noi il vangelo ci porta quindi a espanderla, ci fa, come dice sempre il papa, “Chiesa in uscita”, la quale “sperimenta che il Signore ha preso l’iniziativa, l’ha preceduta nell’amore (cfr 1 Gv 4,10), e per questo essa sa fare il primo passo, sa prendere l’iniziativa senza paura, andare incontro, cercare i lontani e arrivare agli incroci delle strade per invitare gli esclusi. Vive un desiderio inesauribile di offrire misericordia, frutto dell’aver sperimentato l’infinita misericordia del Padre e la sua forza diffusiva. Osiamo un po’ di più di prendere l’iniziativa! Come conseguenza, la Chiesa sa “coinvolgersi”. Gesù ha lavato i piedi ai suoi discepoli. Il Signore si coinvolge e coinvolge i suoi, mettendosi in ginocchio davanti agli altri per lavarli. Ma subito dopo dice ai discepoli: «Sarete beati se farete questo» (Gv 13,17). La comunità evangelizzatrice si mette mediante opere e gesti nella vita quotidiana degli altri, accorcia le distanze, si abbassa fino all’umiliazione se è necessario, e assume la vita umana, toccando la carne sofferente di Cristo nel popolo. Coloro che annunciano il vangelo hanno così «odore di pecore» e queste ascoltano la loro voce.” (EG 24) Dottrina e disciplina sono solo funzionali alla comunicazione di questo vangelo, debbono essere alimentate dallo spirito del messia Gesù, altrimenti, come dice Paolo, la lettera uccide. Ma viene l’ora, ed è questa, in cui veri adoratori adoreranno il Padre in questo spirito e secondo la verità del vangelo che è in Gesù.

2 – Il vangelo opera nella partecipazione alla sofferenza dell’altro

E Gesù non è venuto per i sani, ma per i malati. Ascoltiamo cosa ci racconta Matteo: «Gesù vide un uomo, chiamato Matteo, seduto al banco delle imposte, e gli disse: “Seguimi”. Ed egli si alzò e lo seguì. 10 Mentre sedeva a tavola nella casa, sopraggiunsero molti pubblicani e peccatori e se ne stavano a tavola con Gesù e con i suoi discepoli. 11 Vedendo ciò, i farisei dicevano ai suoi discepoli: “Come mai il vostro maestro mangia insieme ai pubblicani e ai peccatori?”. 12 Udito questo, disse: “Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati. 13 Andate a imparare che cosa vuol dire: Misericordia io voglio e non sacrifici. Io non sono venuto infatti a chiamare i giusti, ma i peccatori» (Mt 9, 9-13).
Tante volte abbiamo letto questo brano, ma non è così scontato che lo comprendiamo in tutta la sua portata. Anzitutto apprendiamo che Gesù aveva una casa, una dimora. Forse non era di sua proprietà, ma intanto comprendiamo che la battuta con cui rispose a uno che voleva essere suo discepolo e cioè che egli non aveva dove posare il capo è un’iperbole. Gesù non fu soltanto un profeta itinerante, ma ebbe anche casa. In questa casa, che è la dimora di Dio fra gli uomini, egli invita un esattore delle imposte. Perché accoglieva gli esattori delle imposte? Questo sta forse a significare che io avrei dovuto accogliere a casa mia i più grandi esattori delle imposte della storia della mia Sicilia, i Salvo collusi con la mafia? Ma al contrario dei Salvo, che nessuno avrebbe estromesso dalla Chiesa se ci volevano andare, al tempo di Gesù gli esattori delle imposte erano scomunicati perché al servizio dei Romani, non potevano recarsi in sinagoga, erano cioè peccatori ed esclusi dal consorzio delle persone per bene. Ma erano egualmente esclusi i poveri che ignoravano la legge, i lebbrosi che Gesù toccava con le sue mani, e quanti erano affetti da malattie considerate vergognose, perché chiaro segno del dominio di Satana sui loro corpi. Tutto questo mondo, ed era la maggioranza della popolazione israelita al tempo di Gesù, era il mondo degli esclusi. Essi non avevano nemmeno il diritto di offrire sacrifici, perché così avrebbero profanato l’altare. Ma Gesù, pronuncia su di essi la volontà del Padre che non vuole sacrifici, ma dona e vuole misericordia. E così la casa di Gesù diventa la casa di coloro che sono esclusi.
In un meraviglioso capitolo del libro, purtroppo non più in commercio, Gesù prima del cristianesimo, Albert Nolan, domenicano del Sudafrica, colui che ispirò il più famoso documento di condanna dell’apartheid, descrive questi esclusi, sofferenti, peccatori, “ai quali Gesù rivolge la sua attenzione. I nomi usati nei vangeli sono tanti: poveri, ciechi, storpi, sciancati, lebbrosi, affamati, miserabili (coloro che piangono), peccatori, prostitute, esattori, demoniaci (coloro che sono posseduti da un spirito impuro), oppressi, carcerati, coloro che faticano per il sovraccarico, la plebaglia che non conosce nulla della legge, le folle, i piccoli, i minimi, gli ultimi e i bambini, le pecore perdute della casa di Israele. Il riferimento è a una sezione ben definita e inequivocabile del popolo. Gesù generalmente si riferisce ad essi come poveri o piccoli. Per i farisei essi erano peccatori o plebaglia che non conosceva nulla della legge.” (Jesus before Christianity, 1992, 27-28).
Ciò che accomunava tutti costoro era la sofferenza causata dall’essere esclusi. A tutti costoro possiamo applicare le parole di Giobbe: “All’uomo sfinito è dovuta pietà/hesed dagli amici, anche se si fosse allontanato dal timor di Dio” (6, 14). La distretta umana – anche quella del peccato – esige la pietà/hesed, termine che nell’AT comprende quello di misericordia. La sofferenza per il vangelo di Gesù è più di un sacramento. Come dice papa Francesco è la stessa “carne sofferente di Cristo nel popolo”.
Infatti, è questo il mistero del vangelo vivente che fu Gesù di Nazaret, che scambiò se stesso con l’uomo oppresso dal peccato e in questo scambio coinvolse il Padre. Rileggiamo il brano di 2Cor 5, 17-21, traducendo alla lettera, o meglio secondo la forza dell’etimo originario del termine katallagé, il testo di Paolo: «17Se uno è in Cristo, è una nuova creatura; le cose vecchie sono passate; ecco, ne sono nate di nuove.18Tutto questo però viene da Dio, che ci ha scambiati con sé mediante Cristo e ha affidato a noi il ministero dello scambio. 19Era Dio infatti che scambiava con sé il mondo in Cristo, non imputando agli uomini le loro colpe e affidando a noi la parola dello scambio. 20In nome di Cristo, dunque, siamo ambasciatori: per mezzo nostro è Dio stesso che esorta. Vi supplichiamo in nome di Cristo: lasciatevi scambiare con Dio. 21Colui che non aveva conosciuto peccato, Dio lo fece peccato in nostro favore, perché in lui noi potessimo diventare giustizia di Dio.» È un testo densissimo, che contiene tutto il vangelo, e unisce in un nesso ormai inestricabile la realtà dell’uomo storicamente esistente e il Padre di Gesù. Giacché l’uomo non è natura o essenza astratta, ma è sempre carico di storia, quella del rifiuto e quella del desiderio dell’amore. Le religioni che cercano di ricostituire e mantenere il legame di quest’uomo con Dio sono sempre, proprio per questo, strade di purificazione dell’uomo dal suo peccato. E laddove, come ai tempi di Gesù, il peccato era considerato la causa di tutti i mali, fisici e spirituali dell’uomo, esso escludeva, era il muro che non permetteva la comunicazione tra gli uomini religiosi e i peccatori.
Gesù tuttavia non venne in primo luogo a purificare l’uomo dal peccato o per annunciare il giudizio di Dio (come Giovanni Battista). L’amore del Padre che, come dice Luca; mediante il suo Spirito lo “spingeva”, addirittura lo “fece peccato”, lo identificò all’uomo peccatore, scambiò Gesù che non conosceva peccato con lo schiavo del peccato. Per questo gli esclusi tutti furono i privilegiati di Gesù, entravano a casa sua, sedevano alla sua mensa. Proprio così Gesù scacciò Satana, liberando l’uomo da tutte le malattie.
I discepoli di Gesù, ci dice allora Paolo, debbono lasciarsi anch’essi “scambiare”, sperimentare la forza creativa dell’accoglienza di Dio, ricevendo a loro volta, con la forza del vangelo che adesso opera in loro, la missione dello scambio, per essere perfetti come il Padre loro celeste, che li ha scambiati con sé nel Figlio suo fatto peccato, che fa piovere sui giusti e sugli ingiusti. Ed essi ricevono allora gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù, che prese la forma degli schiavi del peccato, fino a morire come i delinquenti più abbietti, sulla croce.
Con questi sentimenti essi allora “toccano” la carne sofferente di Cristo nel popolo, si commuovono fin nelle viscere per la sofferenza degli uomini e delle donne che incontrano, si caricano della loro miseria, li liberano dal dominio del peccato che domina il mondo.

3 – Il vangelo manifesta la sua forza solo se diventa comandamento concreto e vincolante per coloro che lo accolgono

Ma questo non è un bel discorso? Non è soltanto una forma piacevole e un po’ paradossale, della dottrina di sempre? L’obiezione è seria e va trattata con assoluta serietà. Se è vero infatti che il vangelo è forza di Dio che opera nel cuore dell’uomo, allora si annuncia il vangelo soltanto nella misura in cui esso diventa operante, diventa cioè con le parole di Bonhoeffer, “confessione vivente”, viene percepito come comandamento concreto rivolto a me, che mi spinge all’azione nella situazione in cui io vivo. Il vangelo diventa cioè proclamazione vivente caricandosi del peso della situazione vissuta. Questo implica la lettura di questa situazione, con tutte le sue contraddizioni. Il vangelo in altri termini diventa operante attraverso la lettura dei segni dei tempi.
Sempre per rifarci a Bonhoeffer, questo significò per lui non solo la netta presa di distanza da Hitler, ma altresì il distacco dalla sua Chiesa che era Chiesa di stato, per aderire assieme a tanti altri alla Chiesa confessante, alla Chiesa che confessava il vangelo nella situazione storica nella quale venne a trovarsi. Ma significò ulteriormente, andando oltre le titubanze della stessa Chiesa confessante, la scelta di coinvolgersi nella cospirazione per l’uccisione del tiranno. E questa non fu una decisione facile. C’erano due obiezioni da superare. La prima era: come mescolare il vangelo, la Parola di Dio, con una scelta umana, storicamente discutibile, e a fare di questa scelta la proclamazione vivente del vangelo? La seconda ne era la conseguenza: come evitare di peccare in una scelta che, soprattutto per un luterano sempre rispettoso dell’autorità dello Stato, implicava addirittura una smentita della teologia ufficiale dell’autorità dello stato? Oltre tutto, assieme a compagni di congiura che si professavano atei, conducendo una vita semiclandestina, mentendo davanti ai tribunali? Per rispondere alla prima obiezione, Bonhoeffer, già prima che l’ascesa di Hitler al potere lo ponesse davanti a scelte più drammatiche, ragionava così: «Perché il vangelo diventi comandamento vincolante esso deve avere … come presupposto una profonda conoscenza delle cose, proprio perché non è enunciazione di principi, ma comandamento di Dio qui e adesso. Ma proprio qui sorge la difficoltà: questa conoscenza delle cose non è soggetta a errore o parzialità? Certamente. Ma questa difficoltà non si supera tacendo di fronte a ciò che accade o rifugiandosi nelle dichiarazioni di principio. Occorre invece arrischiare il comandamento, confidando nella Parola della remissione dei peccati che vale anche per lei», cioè per la Chiesa tutta . E così, come la garanzia della remissione dei peccati è il sacramento, «quel che il sacramento è per la predicazione del vangelo [della remissione dei peccati], la conoscenza della realtà concreta lo è per la predicazione del comandamento. La realtà è il sacramento del comandamento» ( Scritti scelti (1918- 1933): 463-464). Vale a dire che solo attraverso una conoscenza della situazione in cui ognuno vive è possibile dare concretezza al vangelo con delle scelte conseguenti.
In altri termini, portiamo il tesoro del vangelo in vasi fragili. Il vangelo resta affidato alla nostra libertà. Ma soprattutto, e qui sta la risposta alla seconda obiezione, il vangelo comporta persino un’assunzione di colpa, che imita il Cristo stesso che per noi fu “fatto peccato”. Caricarsi dell’altro e dei suoi pesi implica caricarsi anche del suo peccato. E Bonhoeffer “peccò”, dichiarandosi disponibile ad uccidere personalmente Hitler, lui pacifista che non aveva mai tenuto in mano una pistola, e mentendo e nascondendo la verità davanti ai giudici che lo interrogavano, contravvenendo così alla rigida moralità kantiana nella quale era stato educato. Certamente, qui sto esasperando i termini del problema attraverso un caso esasperato, che fu abbastanza unico. Ma il vangelo è ultimamente una fusione a caldo dell’amore di Dio e della libertà dell’uomo, dove l’amore di Dio si è mostrato a noi nel fatto che Gesù è morto per noi, mentre noi eravamo ancora peccatori.
Annunciare il vangelo implica quindi la lettura della propria situazione storica, la lettura dei segni dei tempi. Su questo problema occorre tuttavia distinguere accuratamente tra una lettura sociologico culturale dei segni dei tempi e una lettura cristiana, che solo colui che ha accolto il vangelo riesce a fare. La lettura sociologico culturale dei segni dei tempi li identifica ai fenomeni storici che caratterizzano un’epoca e la distinguono da un’altra, ad esempio la rivoluzione sessuale o il dominio del capitale finanziario che segnano la nostra epoca, assieme a tanti altri fenomeni tipici del nostro tempo. Ma non è questa la lettura “cristiana” dei segni dei tempi. La loro lettura implica e si fonde con una prassi. La lettura è prassi. Per i cristiani il “segno dei tempi” per eccellenza è infatti Cristo stesso. Nel vangelo di Matteo,16, 1-4 (e il parallelo Lc 12, 54-36), i segni dei tempi sono quelli della prassi concreta di Gesù di Nazaret. Leggiamo: «Poi si accostarono a lui i farisei e i sadducei e, per tentarlo, gli Chiesero di mostrar loro un segno dal cielo. Ma egli rispose loro e disse: Quando si fa sera, voi dite: Farà bel tempo perché il cielo rosseggia. E la mattina dite: Oggi farà tempesta perché il cielo tutto cupo rosseggia. Ipocriti, ben sapete dunque distinguere l’aspetto del cielo, ma non riuscite a discernere i segni dei tempi? Una generazione malvagia ed adultera richiede un segno, ma non le sarà dato alcun segno, se non il segno del profeta Giona. E, lasciatili, se ne andò» (Mt 16, 1-4). Il segno di Giona, che è Gesù con la sua morte, accolta da Dio nella risurrezione, è cioè il segno dei tempi per eccellenza, quello in cui irrompe il Regno di Dio. Nella prassi di Gesù, e nella prassi di coloro che lo seguono, emergono, si “costituiscono” allora i segni dei tempi, nel senso letterale della parola “costituire”. Essi infatti non si identificano a un qualsiasi fenomeno umano, sia esso il più alto e spirituale possibile, ma “nascono” dalla partecipazione alla sofferenza della creazione. La domanda fondamentale e decisiva, rispondendo alla quale viene determinato ultimamente il criterio che comanda un’interpretazione dei segni dei tempi, deve essere allora così formulata: perché nella storia di Gesù di Nazaret avviene il regno di Dio, perché noi dobbiamo riconoscere in essa il segno dei tempi, il kairòs nel linguaggio usato da Luca? La grammatica necessaria ad una lettura dei segni dei tempi è allora quella delle Beatitudini. J.
Dupont nel suo capolavoro dedicato all’esegesi delle Beatitudini, sia nella versione di Mt che in quella di Lc, ha mostrato il loro carattere “teologico”. Le Beatitudini, piuttosto che descrivere una scala della perfezione morale, ci aprono invece la menteper comprendere il modo in cui Dio stesso guarda al povero, al mite, al puro di cuore, al perseguitato per la giustizia, a colui che piange etc. Le Beatitudini cioè non contengono in primo luogo un elenco “etico” delle virtù umane, ma descrivono i sentimenti di Dio, l’oggetto della sua compiacenza.
Approfondendo l’interpretazione della lettera del testo possiamo dire allora che le Beatitudini, nella versione che ce ne forniscono sia Matteo che soprattutto Luca, qualificano la storia attualmente vissuta dagli uomini e dalle donne, come una storia contraddistinta dalla divisione in vittime sconfitte da una parte e vincitori violenti dall’altra, come storia radicalmente diversa, altra rispetto alla storia voluta da Dio. L’ebreo Gesù infatti parlava nella lunghezza d’onda dei Salmi del suo popolo, con la domanda che li attraversa tutti, sul futuro del povero, del mite, del giusto, rispetto a quella del ricco che aveva costruito la sua ricchezza sulla violenza e sull’ingiustizia.
Si costituisce allora, una prassi messianica, si pone un segno dei tempi nei quali il Regno di Dio si avvicina all’uomo, quando a imitazione del Messia Gesù ci si carica del peso dell’altro che soffre (cf. Gal 6,2: compiere in noi la legge del Messia portando i pesi l’uno dell’altro). Il caricarsi del peso dell’altro non dipende dalle sue qualità morali, ma dalla sofferenza come tale.

4 – Il vangelo non è rivolto solo ai cristiani, ma a ogni uomo e a ogni donna che si vogliono caricare del peso della storia vissuta

La mia conclusione vuole infine semplicemente dire che l’invito di papa Francesco è rivolto non a un gruppo di cattolici progressisti, non alla sola Chiesa cattolica, ma a tutte le Chiese e a tutti gli uomini e a tutte le donne che si vogliono caricare del peso della storia attuale, con tutte le contraddizioni e i drammi che la caratterizzano. Di fatto la predicazione di papa Francesco sta valicando i confini del cattolicesimo e trova un ascolto universale accanto a rifiuti altrettanto forti.
Essa è veramente una pietra d’inciampo. Non è il momento per valutare appieno questo fenomeno.
Gli storici lo potranno fare solo col tempo. Ma basta visitare in internet i siti del cattolicesimo americano conservatore, oltre ai siti dei tradizionalisti, per capire già qualcosa. La lettura che Michael Novak fece a suo tempo del messaggio della Evangelii Gaudium ci dice ad esempio quale sia la vera pietra d’inciampo costituita dal messaggio di papa Francesco. Riprendo l’articolo di Novak dal quindicinale conservatore National Review di New York del 7 dicembre 2013. Michael Novak era un fedele cattolico americano, fautore a suo tempo della politica economica di Reagan e autore di un libro famoso su Lo spirito del capitalismo democratico e il cristianesimo dove cerca di mostrare la compatibilità tra la dottrina sociale della Chiesa e il capitalismo. Nel suo commento all’esortazione papale Evangelii Gaudium, pur non volendo rifiutare in blocco l’insegnamento del papa, egli voleva tuttavia drasticamente ridimensionarlo. Il papa infatti, a suo avviso, ha ragione nella sua condanna del capitalismo, ma solo perché guarda la realtà con gli occhi di un argentino.
La verità sarebbe invece un’altra: nei paesi di tradizione anglosassone, soprattutto l’America, che si sono presto liberati dall’economia feudale, in regime di libertà e con interventi minimali dello Stato, si registra una crescita verso un regime di benessere diffuso.
Senza voler entrare nel merito della netta distinzione che Novak fa tra i poveri argentini e i ricchi liberali americani, con il silenzio sul fatto che furono gli americani a finanziare le dittature sudamericane volte a mantenere la dipendenza economica di quel continente, ciò che mi colpì nella lettura del suo articolo fu la chiara individuazione di coloro ai quali il papa dava voce: i poveri. Ma se ci pensiamo bene erano i poveri, gli esclusi, gli assetati di giustizia, ai quali Gesù diede voce nel suo tempo.
Le Chiese oggi debbono decidere se ciò che le unisce e le divide sia in primo luogo la loro comprensione del vangelo come evento sempre attuale, come voce data ai poveri e ai sofferenti di ogni volta, o le peculiarità dottrinali dovute alla loro storia, alla diversa collocazione geografica, alla diversa sensibilità culturale. Niente illustra meglio questa alternativa del documento sudafricano che va sotto il nome di Kairos.
Il documento, pubblicato il 25 settembre 1985, quando la politica dell’apartheid esplose in una serie di misure particolarmente oppressive, non fu redatto da teologi di professione, ma fu un esempio di teologia dal basso, redatto collettivamente da pastori delle varie denominazione ecclesiali del Sudafrica, anche se alcune parti del documento stesso (come l’esegesi di Rom 13) furono affidate a studiosi competenti. I problemi che questi pastori dovettero fronteggiare erano particolarmente gravi e urgenti al tempo stesso.
Essi erano particolarmente sconvolti da quanto vedevano. Non erano coinvolti in azioni politiche, ma si chiedevano quale fosse la volontà di Dio e cosa fosse richiesto loro. La repressione infatti era giustificata anche religiosamente con il rimando ad una vera e propria teologia dello Stato che traeva legittimità soprattutto dalle affermazioni paoline sull’autorità in Rom 13. Per altro verso i pronunciamenti ufficiali delle varie Chiese, anche quelle che prendevano le distanze dalla repressione, si limitavano ad affermazioni generiche che non testimoniavano tutta la forza e la sfida contenute nel vangelo di Cristo. Erano cioè enunciazione di principi, ma non vangelo concreto. La tentazione era infatti quella di stare a guardare, non essendo la politica un problema della Chiesa. Di fatto la Chiesa (al singolare!) era divisa al suo interno, con una divisione che si riproponeva cioè all’interno di ogni denominazione, tra chi stava dalla parte dei bianchi e chi stava dalla parte dei neri. I pastori avvertivano che in questo modo la Chiesa non era portatrice di speranza e sentivano quindi l’urgenza di andare oltre le parole. Il tempo di parlare era passato, la gente chiedeva azioni coerenti con il vangelo.
Il documento costatava con amarezza: «Ciò che l’attuale crisi mostra, sebbene molti di noi lo sapessero già prima, è che la Chiesa è divisa. Sempre più gente afferma che esistono due Chiese in Sudafrica, una Chiesa bianca e una Chiesa nera. Persino all’interno della stessa denominazione ci sono in realtà due Chiese. Nel conflitto tra la vita e la morte fra le diverse forze sociali che oggi dominano in Sudafrica, ci sono cristiani (o perlomeno persone che professano di essere cristiane) da entrambe le parti del conflitto, e alcuni che cercano di rimanere neutrali. … Sia l’oppressore che l’oppresso dichiarano lealtà alla stessa Chiesa. Entrambi sono battezzati nello stesso battesimo e partecipano insieme allo spezzare del medesimo pane, allo stesso corpo e sangue di Cristo. Ci sediamo nella stessa Chiesa, mentre fuori poliziotti cristiani e soldati stanno picchiando e uccidendo bambini cristiani o torturando a morte prigionieri cristiani, mentre altri cristiani stanno a guardare e debolmente chiedono la pace». Senza una posizione precisa contro l’oppressione, la Chiesa continuerà a restare divisa. Occorre invece partecipare alla lotta contro l’oppressione, sostenendo le campagne di massa per boicottaggi e astensionismi; trasformando le attività ecclesiali, atti di culto, scuola domenicale etc., perché siano coerenti con la fede profetica connessa al kairos che la Chiesa vive adesso; organizzando campagne speciali connesse alle lotte necessarie per la liberazione dall’oppressione; sostenendo la disobbedienza civile che implica una disobbedienza allo stato contrario a Dio; assumendo la guida morale del popolo aiutando la gente a capire i suoi diritti e i suoi doveri.
Ritengo che la provocazione che il documento Kairos pose allora quando fu scritto e che pone ancora a noi, allo stesso modo della predicazione e della testimonianza di Papa Francesco, sia un chiaro esempio del vangelo comandamento, vincolante per tutti, che pone un vincolo alla coscienza di ognuno e va oltre le formule e le dottrine delle varie Chiese e per questo parla a tutti. Questo è infatti quanto sperimentiamo adesso con papa Francesco, così come i più vecchi di noi sperimentarono con papa Giovanni XXIII. Allora le formule dentro cui le Chiese riassumono la loro dottrina e la loro disciplina, nella misura in cui esse pretendono di trasmettere il vangelo, devono diventare anche prese di posizione, comandamento concretissimo avrebbe detto Bonhoeffer. Sta qui il senso ultimo dell’invito di papa Francesco: puzzare di pecora, in maniera tale che le pecore perdute sentano e riconoscano la voce del vangelo.

(“www.chiesadituttichiesadeipoveri.it” – 2 dicembre 2017)