La preghiera personale di Gesù

Carlo Molari

Lungo i secoli alcuni aspetti della vita storica di Gesù Cristo sono stati trascurati per diversi motivi. Particolare rilievo, tra l’altro, ha avuto il silenzio che ha avvolto la preghiera di Gesù e il suo impegno quale maestro di preghiera. La loro ragione principale è stata l’opinione comune che per secoli ha attribuito a Gesù fin dall’inizio del suo sviluppo cerebrale una triplice conoscenza: la scienza dei beati, la scienza infusa e la scienza acquisita. Oltre alla scienza divina del Verbo eterno, non comunicabile all’intelletto umano di Gesù. Dal secolo scorso lo sviluppo della ricerca sul Gesù storico e la maggiore fedeltà al dettato del Concilio di Calcedonia ha reso improponibile questa convinzione. Oggi abitualmente si afferma che Gesù nel suo cammino storico ha avuto solo le conoscenze derivate dalla sua esperienza umana. Conseguentemente la sua preghiera ha acquistato una valenza straordinaria: un momento essenziale della sua crescita e della sua educazione da parte di Maria e di Giuseppe. Basta scorrere velocemente il Nuovo Testamento per cogliere sia la fedeltà di Gesù alla preghiera, sia la cura nell’educazione dei suoi discepoli.
L’autore della lettera agli Ebrei ha riassunto tutta l’esistenza di Gesù sotto il segno della preghiera: «Nei giorni della sua vita terrena egli offrì preghiere e suppliche, con forti grida e lacrime a Dio che poteva salvarlo da morte e, per il suo pieno abbandono a Lui, venne esaudito. Pur essendo Figlio, imparò l’obbedienza dalle cose che patì e, reso perfetto, divenne causa di salvezza eterna per tutti coloro che gli obbediscono» (Eb 5, 7-9). In pochi tratti, ma in modo plastico ed efficace, descrive l’esistenza orante di Gesù, motivata dalla sua fede in Dio, che nel versetto nove è chiamata «obbedienza», caratteristica del suo cammino di perfezione (come attesta anche Luca «cresceva in sapienza, età e grazia» Lc 2, 52) e ragione della sua missione salvifica.
Marco descrive fin dall’inizio la giornata tipo di Gesù: «al mattino presto si alzò quando ancora era buio e, uscito, si ritirò in un luogo deserto e là pregava» (Mc. 1, 35). Anche Luca descrive questa sua abitudine in termini molto chiari: «Folle numerose venivano da lui, ma egli si ritirava in luoghi deserti a pregare» (Lc 5, 16). Solo in alcune circostanze gli evangelisti ricordano questa costante della sua vita. Come quando Matteo conclude il racconto della condivisione dei pani e dei pesci con la nota: «Subito dopo costrinse i discepoli a salire sulla barca e a precederlo sull’altra riva, finché non avesse congedato la folla. Congedata la folla, salì sul monte in disparte a pregare. Venuta la sera se ne stava ancora lassù da solo» (Mt 14, 23).
Potremmo dire che tutti i momenti solenni dell’esistenza di Gesù sono caratterizzati dalla preghiera. Luca descrive il Battesimo di Gesù da parte del Battista, ma scrive: «Ed ecco, mentre tutto il popolo veniva battezzato, e Gesù, ricevuto anche lui il battesimo, stava in preghiera, il cielo si aprì e discese sopra di lui lo Spirito Santo in forma corporea, come una colomba e venne una voce dal cielo: ‘Tu sei il Figlio mio l’amato, in te ho posto il mio compiacimento’» (Lc 3, 21 s.).
Nel capitolo 10 Luca parla del ritorno dei Settantadue discepoli che Gesù aveva inviato. Tornati essi raccontano con entusiasmo il lavoro compiuto. E Luca continua: «In quella stessa ora Gesù esultò di gioia nello Spirito Santo e disse: ‘Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai insegnate ai piccoli. Sì Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza. Tutto è stato dato a me dal Padre mio e nessuno sa chi è il Figlio se non il Padre e chi è il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo’» (Lc 10, 21s). Probabilmente queste formule rappresentano anche uno sviluppo delle esperienze delle comunità di discepoli, ma significativo è il dialogo pubblico di Gesù con Dio espressione della sua lode.

Preghiera per il discernimento

Ci sono alcune situazioni in cui appare in modo chiaro che una delle ragioni della preghiera di Gesù era il discernimento sulle scelte da compiere in modo da corrispondere al volere di Dio. Così prima di eleggere gli apostoli Luca precisa: «Egli se ne andò sul monte a pregare e passò tutta la notte pregando Dio» (Lc 6, 12). Gesù dava molta importanza alla scelta dei Dodici, il piccolo gruppo che avrebbe costituito un ambito di verifica del progetto del Regno che egli stava proponendo e che di fatto avrebbe ereditato la continuazione della sua missione.
Gli esegeti dei secoli scorsi, con ragionamenti a volte tortuosi, inserivano anche la chiamata di Giuda in un quadro di scelte consapevoli, e svuotavano in tale modo il significato della preghiera come discernimento per orientarla ad accogliere l’incombenza di un misterioso destino. In realtà la preghiera affronta il rischio della infedeltà e del tradimento, che già appare fin dai primi passi.
Luca racconta: «Un giorno, mentre Gesù si trovava in un luogo solitario a pregare e i discepoli erano con lui, pose loro questa domanda: ‘Chi dice la gente che io sia?’ (Lc 9, 18). La gente accorreva per le guarigioni, e anche il fascino esercitato da Gesù ma resisteva alla necessaria conversione. Allora, continua Luca: Pietro, prendendo la parola, rispose: ‘Il Cristo di Dio’ (cioè l’Unto, il Messia). Egli allora ordinò severamente di non riferirlo a nessuno». È un momento di crisi, che corrisponde, forse, a quella che in Giovanni è presentata come la defezione di molti discepoli, tanto che Gesù dice ai Dodici: «volete andarvene anche voi?» (Gv 6, 67).
In questo contesto anche la trasfigurazione rappresenta un momento di preghiera in vista di una decisione. «Circa otto giorni dopo, prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e salì sul monte a pregare» (Lc 9, 28). Sul monte il riferimento era a Mosè ed Elia, simboli della Legge e dei Profeti.
Gesù è salito con Pietro, Giacomo e Giovanni per pregare insieme, confrontarsi con le Scritture e decidere la scelta più opportuna. Infatti al termine del capitolo Luca riporta la «ferma decisione di mettersi in cammino verso Gerusalemme» (Lc 9, 51). Ancora gli apostoli non potevano capire bene, ma forse condividevano con Gesù la speranza di potere convincere la maggioranza del sinedrio sulle loro reali intenzioni di sollecitare la conversione per il Regno di Dio.
Particolare importanza a questo proposito ha la preghiera di Gesù nell’orto degli ulivi. Dopo la cena pasquale «Gesù andò con loro in un podere chiamato Getsemani e disse ai discepoli: ‘Sedetevi qui, mentre io vado là a pregare’. E prese con sé Pietro e i due figli di Zebedeo e cominciò a provare tristezza e angoscia. E disse loro: ‘La mia anima è triste fino alla morte. Restate qui e vegliate con me’. Andò un poco più avanti, cadde faccia a terra e pregava: ‘Padre mio, se è possibile passi via da me questo calice. Però non come voglio io, ma come vuoi tu’. Poi venne dai discepoli e li trovò addormentati e disse a Pietro: ‘Così non siete stati capaci di vegliare con me una sola ora. Vegliate e pregate per non entrare in tentazione’» (Mt 26, 36-41).
Il rimprovero di Gesù: ‘non siete stati capaci di pregare con me un’ora sola’ è l’espressione della sua delusione, ma anche il desiderio della loro condivisione della ricerca della volontà del Padre. La tentazione era di rinunciare a proseguire il cammino. La volontà di Dio non era la morte di Gesù, decisa ingiustamente dagli uomini, ma era ad amare fino alla fine. Giovanni lo descrive molto bene quando inizia il grande racconto della passione: «avendo amato i suoi che erano nel mondo li amò sino alla fine» (Gv 13, 1). Questa fedeltà all’amore era l’oggetto della volontà di Dio. Che in quel momento però si trovava di fronte allo scoglio della difficoltà alla testimonianza dell’amore. L’insistenza di Gesù sulla preghiera diventa sollecitazione anche per i suoi e il desiderio del loro coinvolgimento. Non era solo la sua decisione, ma una scelta di fedeltà che egli sollecitava anche dagli apostoli: continuare ad amare fino alla fine.

(Continua)
(Rocca 2/2018, pp. 50-51)