Vivere il Vangelo in solidarietà con la storia: Dio è nella nostra storia basta riconoscerlo.

 

Spero di poter dire una parola di fiducia – da uomo a uomo – sulla possibilità di vivere il Vangelo in solidarietà con la storia di oggi – secondo lo spirito con cui vi ha parlato il Papa il 6 settembre.
Una parola di fiducia da uomo dei media e da padre e nonno. Da professionista dei media – che conosce il male del mondo – e uomo che ha generato figli e figlie e sa quanto il mondo stia pronto, in agguato, come leone, per portarci via i figli e i nipoti – e magari anche noi stessi che andiamo ai convegni pastorali.
Tuttavia vorrei dirvi una parola di fiducia secondo lo spirito con cui Papa Benedetto vi ha richiamato “la vocazione dei cristiani a vivere il Vangelo in solidarietà con la famiglia umana, al passo con i tempi”. Dunque senza fuggire nel deserto, senza affannarci a ricostituire le condizioni della vita di un tempo: l’ancien régime che poi sarebbe – nel modesto dibattito che si sta svolgendo anche nella Chiesa, tra chi rimpiange il passato e chi lo vitupera – “prima della televisione”, o “prima del Concilio”.
Il cristiano non dovrebbe rimpiangere il passato. “Non dire: ‘Come mai i tempi antichi erano migliori del presente?’ Poiché una domanda simile non è ispirata a saggezza” (Qoèlet 7, 10). Ogni tempo ha la sua prova e il suo dono. La risposta alla nostra vocazione si misura su quella prova e su quel dono: è per questo che è imparagonabile a un’altra, di un diverso momento, come sono imparagonabili le persone.
Il Papa non ci chiama a essere cristiani del passato ma del presente: “Al passo con i tempi”. Il tempo presente è la nostra patria, è lo spazio temporale che ci è stato affidato dalla Provvidenza perché ne facciamo un uso profittevole. Dobbiamo dunque amare l’epoca nella quale siamo chiamati a vivere così come amiamo la terra in cui siamo nati.
Vorrebbe dunque essere una parola – la mia –di fiducia in Dio e nell’umanità. Io non sono pessimista sull’oggi e sul futuro, lo dico da genitore. Essere padre e madre comporta una continua e spontanea esercitazione ad accettare il tempo che viene, a guardarlo con gli occhi dei figli.
Cristianamente poi, un padre è portato a meditare sulla paternità di Dio e ad aver presente la situazione creaturale – cioè di figlia – dell’umanità: non siamo soli, orfani, sperduti nell’universo, abbiamo un Padre che non ci abbandonerà! Ed abbiamo un fratello più grande, il primogenito tra tutte le creature, che ci ha fatto la consolante promessa “sarò con voi tutti i giorni fino alla fine dei tempi”. Ma già la ragione, prima della fede, dovrebbe dirci qualcosa del segno di grazia della nostra epoca, che potremmo qualificare come tempo di scoperta dell’unità della famiglia umana. Il Concilio nella Gaudium et Spes (1965) parla a lungo dell’umanità che si va unificando: “Universa familia umana in unum paulatim congregata” (paragrafo 77).
Accenno a quattro aspetti di questa scoperta dell’unità del mondo e dell’umanità, i più evidenti e quelli che forse più di altri potrebbero aiutarci a svolgere il nostro compito di vivere il Vangelo in solidarietà con l’umanità di oggi. Dico “potrebbero” perché ognuno di essi presenta un rovescio che può contrastarla, questa nostra vocazione.
Il primo aspetto riguarda l’informazione. Per la prima volta nella storia, oggi l’umanità conosce in tempo reale quello che avviene a ogni sua componente, ovunque essa sia dislocata sul pianeta e in qualunque situazione si trovi a vivere. E’ un cambiamento enorme che davvero muta la condizione umana! Un tempo lo tsunami non avremmo mai saputo che c’era stato. Interi popoli venivano decimati da un contagio o da un grande conflitto, poniamo in Asia e gli altri l’ignoravano. Oggi sappiamo e dunque possiamo intervenire. Ne viene un dovere di corresponsabilità. Si inviano “forze di pace”, truppe di “interposizione”, si sviluppa il principio di “ingerenza umanitaria”. Ancora non sappiamo farlo, è la prima volta che ci proviamo. Ma stiamo studiando il superamento delle guerre! E anche quello della fame: per la prima volta i popoli benestanti si autotassano per aiutare gli altri. Siamo quasi fermi a un livello misero di intervento, ma è meglio del niente che caratterizzava l’intera storia fino a ieri.
Il secondo riguarda la comunicazione. Qualche volta siamo stupiti dal bisogno di comunicare che hanno i nostri figli: telefonini, internet a non finire, tutta quella televisione, il cinema e le librerie e i musei, le mostre e i viaggi! I forum, i blog, la mania di chattare. Ebbene: è comunicazione, contato umano, presa sui fratelli. Un bel segno nel senso dell’umanizzazione del mondo, anche se non sempre siamo preparati al buon uso di quelle potenzialità.
Il terzo riguarda la libertà. Libertà innanzitutto di muoversi sul pianeta. Libertà dai muri e dalle frontiere. E’ caduto il muro di Berlino, è stata spazzata via la cortina di ferro, si sta aprendo la Cina, la televisione sta facendo cadere qualche muro invisibile che circonda il mondo dell’islam. Libertà planetaria dunque, ma anche libertà nella vita privata e pubblica. E’ questa la novità che più spaventa noi padri e madri e che percepiamo generalmente come troppa libertà, assenza del limite, negazione di ogni disciplina. Un grande vento che rischia di portarci via i figli. E’ vero, l’abuso della libertà è un rischio per l’umanità di oggi. Ma prima del rischio della libertà viene il dono della libertà, che è uno dei nomi di Dio. Dio non è solo bontà, bellezza e giustizia, ma è anche libertà. E noi, suoi figli, siamo chiamati a cercare e realizzare una sempre maggiore libertà. Dobbiamo educarci al buon uso della libertà, ma dobbiamo innanzitutto lodare Dio per il suo dono, che non è stato mai così grande!
Il quarto riguarda la parità tra uomo e donna. Per la prima volta nella storia essa oggi accenna a farsi realtà! Una realtà viva e cara, come sa ogni coppia che ha in casa un figlio e una figlia. Dovremmo esultare per questa possibilità che libera da costrizioni, pone in dignità, contribuisce alla praticabile felicità di innumerevoli esseri umani. All’incontro con l’altro i nostri figli ci vanno condizionati da tanti limiti oggettivi e soggettivi, ben lo sappiamo, ma dovremmo rallegrarci per il fatto che ci vanno meglio provvisti di noi e dei nostri padri quanto a percezione e sentimento della parità tra maschi e femmine.
Questa progressiva unificazione del mondo e dell’umanità è secondo il disegno di Dio. Abbattendo barriere, annullando distanze, stabilendo comunicazioni fino a ieri impensabili tra popoli e individui, ponendoci alla pari tra uomini e donne, ci libera da vecchie schiavitù e ci aiuta a scoprirci tutti come figli di un unico Padre. Pone le premesse per un balzo in avanti nelle rivoluzioni cristiane, così riassunte da Paolo: “Non c’è più giudeo né greco, non c’è più schiavo né libero, non c’è più uomo né donna” (Galati 3, 28). Il mondo che esce da questo sommovimento si configura per più aspetti come un campo arato, più che mai aperto – nella caduta dei muri e delle ideologie – alla semina evangelica.
Ma dicevo che il nostro tempo porta con sé anche un’insidia, un male, un elemento nemico a volte convivente con gli altri aspetti positivi che abbiamo appena elencato. Ne abbiamo intravisto il segno nell’eccesso di libertà. Più precisamente e ampiamente potremmo dire che il nemico che oggi tutti ci apposta è lo scatenamento degli egoismi e l’etica dello stordimento che esso porta con sé. E si avvale – per contrastare la nostra chiamata – dell’informazione, della comunicazione, della libertà e persino della provvida parità tra uomo e donna.
La cultura diffusa del nostro mondo veloce e competitivo, libero e superinformato, egualitario e perennemente connesso irride al mistero e dà per scontato che la religione vada confinata nel privato, nega spazio all’accoglienza della vita, ospedalizza forzosamente il malato e il morente, chiude i disabili e gli anziani negli istituti, isola i drogati e i malati di Aids, tende a fare d’ogni deviante un carcerato e di ogni carcerato un nemico, vorrebbe relegare in quartieri cintati o rispedire al loro paese gli immigrati, esalta la ricerca della ricchezza e del potere, idolatra la soddisfazione sessuale: ed ecco i cristiani che il Vangelo chiama a contravvenire a questo sistema e alla sua etica dello stordimento.
Quì – in questo contravvenire – è la via della nuova evangelizzazione e di un’educazione alla cittadinanza adeguata ai tempi che viviamo; evangelizzazione ed educazione da svolgere fattualmente, con l’esempio delle vite convertite: il mondo moderno non vuol sentire sermoni morali e prediche, è mal disposto per ogni segno di presenza istituzionale, crede solo a ciò che vede e può dunque essere raggiunto soltanto dai fatti. Dai di Vangelo posti in atto da coloro che si sono convertiti al Vangelo. Che sono tanti anche oggi.
Oltre infatti le apparenze di una convivenza a dominante secolare e conformista che rende difficile la percezione delle testimonianze alternative, sono molti oggi i cristiani che muoiono per il Signore in terra di missione o per far nascere un figlio, o nelle opere di carità e di giustizia, che fanno la vera lotta all’handicap che è quella che parte da se stessi, che scommettono fino in fondo sull’amore e arrivano a quello impensabile per i nemici, che perdonano agli uccisori dei parenti, che qualche volta dicono di essere felici nella malattia, che adottano un bambino disabile per amarlo due volte, che guardano in faccia la morte, che trasformano la disperazione in preghiera e ne dànno conto in parole.
Molte di queste operazioni hanno un’evidente dimensione umana e sociale: danno un senso al dolore, scoprono un fratello in ogni uomo, anche in quello menomato, anche nel nemico, negano i confini tra le persone e i popoli, riscattano ogni momento della vita compreso quello della morte. I cristiani veri sono — oggi come sempre — un’avanguardia dell’umanità. E la vera umanità a loro spontaneamente si accompagna. Gesti e scelte pienamente umani e naturalmente cristiani li troviamo anche tra i non credenti.
Il cristiano dunque non è fiducioso – quando guarda al proprio tempo – per superficialità o incoscienza, ma per l’esperienza che ha fatto, che fa ogni giorno, dei frutti di Vangelo che coglie intorno a sé. I fatti di Vangelo, cioè gli atti di fede, di speranza, di carità e di conversione che vede posti nella comunità in cui vive e che lo chiamano all’imitazione: “Va’ e anche tu fa’ così” (Luca 10, 37). Una volta gli atti di fede, di speranza, di carità e di dolore erano delle preghiere: non so se a Viterbo siano ancora in uso. L’importante è che sia in uso la pratica di tali azioni cristiane: atti come azioni, prima e dopo che come invocazioni.
La possibilità concreta per esempio di attestare la fede nella quotidianità. Di poter dire a chi ci è intorno: “Io credo in Dio – io credo in Gesù” e di dirlo gioiosamente, come si dice la felicità di una vita, come si confida un segreto. E più ancora la possibilità di provarla quella fede con la vita, con la vita vissuta. E soprattutto di provarla con la morte. Ogni persona che si addormenta nella speranza della risurrezione è in testimone, un santo. Quanti santi dunque intorno a noi!
E così potremmo dire per la speranza, per la carità, per il dolore. Cioè per la conversione. L’atto di dolore è diventato raro al giorno d’oggi. Lo si pronuncia nella confessione sacramentale, ma poco ci confessiamo ultimamente. E’ dunque urgente concentrarsi su di esso, il più assente rispetto agli atti di fede, di speranza e di carità.
Come intenderlo l’atto di conversione? Voi avete presente l’imposizione delle ceneri, il mercoledì delle Ceneri. C’è l’antica formula: Ricorda o uomo che sei polvere e in polvere tornerai. Ma c’è anche quella nuova: Convertitevi e credete al Vangelo. E’ l’attacco del Vangelo di Marco: Inizio del Vangelo di Gesù, Cristo, Figlio di Dio (1, 1) e subito dopo: Il tempo è compiuto e il Regno di Dio è vicino; convertitevi e credete al Vangelo (1, 15).
Convertitevi, cioè cambiate vita. Giratevi verso il Signore. Questa è la conversione. Ce lo dice anche la segnaletica stradale che cosa sia: quando proibisce – poniamo – la “inversione del senso di marcia” o la “conversione a U”. Ogni atto di distacco dall’etica dello stordimento è un atto di conversione. Fare la vita sobria e comunicativa. Stare davanti al mistero a nome di tutti e divenire attenti al prossimo. “Il più immediato dei segni di Dio è certamente l’attenzione al prossimo”, vi ha detto il Papa. Ed è stata forse la più bella tra le parole che vi ha indirizzato 44 giorni addietro.