DOMENICA III DI AVVENTO – B di Giuseppe Bellia

 

Su ombre e silenzio di morte,

su gemiti e lacrime amare,

su ansia e pena nei cuori,

su uomini e donne in pianto

si libra lo Spirito Paraclito,

principio della vita divina.

Egli scende sul Cristo Dio,

immerso nel Giordano,

come effusione d’amore .

Dalle sue labbra sante

stilla dolce il miele puro:

l’Evangelo dato ai poveri.

Rugiada scintillante di luci

dalle sue mani scende

su cuori umili e spezzati.

I suoi passi risuonano certi,

su impervi e duri sentieri

di gente smarrita e stanca.

Eravamo da te lontani,

stanco, ci hai tutti cercati

nel caldo delle tue mani.

O Gesù Salvatore nostro

mite e buon Samaritano

misericordia per noi tutti.

Veste di nostra giustizia,

tutti ci avvolgi di grazia,

e fai brillare su noi la luce.

PRIMA LETTURA                                          Is 61,1-2.10-11

Dal libro del profeta Isaia

1 Lo spirito del Signore Dio è su di me

perché il Signore mi ha consacrato con l’unzione;

Lo spirito del Signore Dio. I due termini indicanti la divinità nella lingua ebraica si riferiscono alla signoria e al nome proprio di Dio legato al suo essere. Il suo Spirito presenta pertanto queste due caratteristiche divine che investono in modo permanente colui che il Signore ha consacrato con l’unzione, il suo Messia. Lo Spirito pertanto è sul Messia per comunicargli la stessa forza della signoria di Dio e per renderlo partecipe del suo Nome, esprimente il suo stesso essere divino. Questo lo vediamo pienamente realizzato in Gesù, nel quale si manifesta la stessa signoria di Dio e il Nome divino (cfr. in Gv: Io Sono). Gesù infatti in Lc 4 applica a sé questo testo.

mi ha mandato a portare il lieto annunzio ai miseri,

a fasciare le piaghe dei cuori spezzati,

a proclamare la libertà degli schiavi,

la scarcerazione dei prigionieri,

La sua missione si esplica verso quelle categorie che tali sono a causa della schiavitù: miseri, cuori spezzati, schiavi, prigionieri.

Esaminiamo queste categorie.

I miseri o poveri. In costoro si racchiude un duplice significato, uno religioso, che nasce nell’esperienza dell’esilio e confluisce nelle pagine evangeliche; l’altro significato esprime la situazione dell’esilio. Nel significato religioso i poveri sono coloro che si abbandonano al Signore e in Lui solo pongono la propria fiducia; nell’accezione storica i miseri sono coloro che si umiliano e soffrono le tribolazioni dell’esilio in attesa della redenzione. Ad essi il Messia dona l’Evangelo, il lieto annunzio che le loro speranze si sono realizzate.

I cuori spezzati sono coloro il cui intimo è nell’afflizione e nella sofferenza per la situazione in cui il popolo di Dio si trova. Il Messia fascia le ferite del loro cuore perché li consola. Questa missione è attribuita nel Sal 147,3 al Signore stesso: Risana i cuori affranti e fascia le loro ferite.

Gli schiavi è la situazione del popolo che ha perso la sua libertà nell’esilio.

Prigionieri sono coloro che, lontani dalla loro terra, ad essa aspirano nel loro esilio. La prigionia infatti non è solo quella del carcere ma anche quella in cui si vive lontano dal proprio luogo e si è stranieri.

2 a promulgare l’anno di grazia del Signore, un giorno di vendetta per il nostro Dio, per consolare tutti gli afflitti.

L’anno di grazia del Signore è l’anno della liberazione e della redenzione in cui il peccato è cancellato e inizia il cammino verso la propria terra. Così il Messia libera il suo popolo da questa interiore schiavitù e lo incammina verso la casa del Padre, dove ci sono molte dimore (cfr. Gv 14,2). L’anno di grazia corrisponde al giorno di vendetta del nostro Dio. In questo giorno Egli distrugge il potere dei suoi avversari, come è scritto in Gv 12,31: Ora è il giudizio di questo mondo; ora il principe di questo mondo sarà gettato fuori.

10 Io gioisco pienamente nel Signore,

la mia anima esulta nel mio Dio,

perché mi ha rivestito delle vesti della salvezza,

mi ha avvolto con il mantello della giustizia,

come uno sposo si mette il diadema

e come una sposa si adorna di gioielli.

Io gioisco pienamente nel Signore, la mia anima esulta nel mio Dio. Di fronte all’opera della redenzione compiuta dal Messia, la comunità dei redenti, simile a sposa, prorompe in un canto nuziale. È davvero questo il canto della Chiesa sposa del Cristo. La gioia è piena e sovrabbondante perché è gioia nuziale. Queste parole sono pure sulle labbra della Vergine Maria, che in sé interpreta tutta la gioia della Figlia di Sion che accoglie il suo Signore e il suo Redentore.

Segno della redenzione sono le vesti della salvezza, di cui la Chiesa è rivestita. Queste vesti sostituiscono gli abiti propri di chi è schiavo, come c’insegna la parabola del figlio che ritorna alla casa del Padre. Secondo l’apostolo queste vesti sono indossate dopo essersi spogliati dell’uomo vecchio e significano rivestirsi di Cristo (cfr. Col 3,9-10: Vi siete infatti spogliati dell’uomo vecchio con le sue azioni e avete rivestito il nuovo, che si rinnova, per una piena conoscenza, ad immagine del suo Creatore).

Come le vesti aderiscono all’intimo così il mantello avvolge all’esterno; esso è chiamato mantello della giustizia. In tal modo la giustizia, che è propria del Cristo, ci avvolge e ci qualifica come suoi.

La sposa contempla lo sposo e lo vede mentre si mette il diadema perché è giunta l’ora in cui si manifesta la sua regalità. Notiamo anche che la frase ha un timbro sacerdotale: come uno sposo che si mette, come sacerdote, il diadema sacro, quello in cui vi è inciso il nome di Dio. La regalità dello sposo coincide con il suo sacerdozio, come è detto del nostro Signore, che è re e sacerdote. Nello stesso momento in cui il Signore inizia a regnare anche la sua sposa si adorna dei suoi gioielli.

11 Poiché, come la terra produce i suoi germogli

e come un giardino fa germogliare i suoi semi,

così il Signore Dio farà germogliare la giustizia

e la lode davanti a tutte le genti.

Di fronte a questa visione vi è come uno sguardo all’attuale situazione di non ancora piena redenzione.

Il profeta risponde che i semi sono già gettati e all’improvviso essi spunteranno dalla terra. Questi semi sono la giustizia, di cui ha precedentemente parlato, sia come redenzione e quindi giudizio sui suoi nemici sia come eliminazione del peccato nei suoi eletti per cui essi hanno la forza di percorrere le sue vie. Semi gettati sono pure la lode che tutte le genti innalzano al Messia e alla sua Sposa. Tutto converge verso questo momento nuziale conclusivo della storia dell’umanità, come ci è pure rivelato nell’Apocalisse.

La missione del Messia scaturisce dalla presenza dello Spirito del Signore in Lui. Ripieno dello Spirito Santo, il Messia dichiara che non è più Lui a parlare ma è Dio che in Lui parla e Lo invia. La sua missione consiste nell’evangelizzare i poveri. Questi non attendono nessuna redenzione perché pensano che la loro sorte sia immutabile (cfr. Qo 4,1). La sua missione risulta molto difficile: come consolare chi ha perso la speranza nella redenzione? Qui sta la novità dell’Evangelo, far cioè coesistere la situazione di povero con quella di gioia. Infatti l’evangelizzazione consiste prima di tutto nell’essere rivestiti con le vesti della salvezza, nell’essere avvolti nel mantello della giustizia e nel contemplare in modo anticipato la regalità del Cristo e della sua Sposa. Per questo il N.T. è tutto percorso da un fremito di gioia. «Come non si è popolo di Dio se non si è poveri, così non si è popolo di Dio se non si è nella gioia» (d. U. Neri, appunti di omelia, 1968).

SALMO RESPONSORIALE                          Lc 1,46-50.53-54

R/.  La mia anima esulta nel mio Dio.

La liturgia, nell’utilizzare il Magnificat, come salmo responsoriale, accosta la Vergine Maria alla Chiesa. La Madre di Dio anticipa profeticamente il canto dell’intera Chiesa.

46 L’anima mia magnifica il Signore

Magnifica. Questa esaltazione è suscitata dallo Spirito (vedi At 10,46: magnificando Dio) e dagli eventi salvifici (At 19,17: era magnificato il nome del Signore Gesù).

Come Maria, anche l’apostolo Paolo afferma in Fil 1,20: Come sempre, anche ora Cristo sarà magnificato nel mio corpo, sia per la vita sia per la morte. «Egli loda Cristo non solo con la vita ma anche con la morte. In questo egli ripone il significato della sua esistenza. Tale lode viene realizzata mediante il suo corpo, che egli ha posto al servizio di Cristo e che per Cristo può anche sacrificare» (Grundmann, GLNT).

L’anima di Maria è ripiena di Spirito Santo per l’evento mirabile che nel suo corpo si è compiuto e quindi magnifica il Signore.

47 e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore,

Esulta (lett.: Ha esultato). Il verbo indica una gioia forte, incontenibile per Dio e davanti a Dio che porta a magnificarlo. «Il motivo del giubilo è la salvezza escatologica operata da Dio e che ha in Maria il suo inizio» (Bultmann). Il passato ha esultato sembra mettere in rilievo che questa gioia è iniziata con il saluto dell’angelo: «gioisci, Piena di grazia»; e che l’esultare precede il magnificare.

In Dio mio salvatore. In queste parole è adombrato il nome del suo Figlio (Gesù significa: Dio salva). Infatti nel cantico s’incontrano gli appellativi dati al Cristo nell’annunciazione. Questa lode è quindi la risposta di Maria.

48 perché ha guardato l’umiltà della sua serva.

D’ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata.       R/.

Perché indica il motivo della sua gioia. Ha guardato. Corrisponde alle parole dell’angelo: «hai trovato grazia presso Dio» (1,30).

Lo sguardo di Dio è di misericordia e di salvezza (vedi 1Sm 9,16: Egli [Saul] libererà il mio popolo dalle mani dei Filistei, perché io ho guardato il mio popolo, essendo giunto fino a me il suo grido).

L’umiltà. Il termine non sottolinea principalmente la virtù, ma la condizione di bassezza che è propria di chi è schiavo (dice infatti: della sua schiava cfr. 1,38). «Il fatto che Dio abbia prescelto come madre del Figlio suo la povera ancella, la vergine che non gode di nessuna considerazione agli occhi del mondo, è il motivo della gioia riconoscente a Dio proclamata dall’orante (1,46s), è la causa dell’ammirazione di cui sarà oggetto (1,48). Se Dio guarda alla bassezza della sua serva, ciò fa sperare che abbia inizio il suo agire escatologico, che rovescia i potenti dai loro troni ed esalta gli umili (1,52)» (Grundmann, GLNT); (cfr. Gn 29,32: Il Signore ha visto la mia umiliazione, è Lia che così parla perché si sente trascurata da Giacobbe; Est 4,8a; Gdt 6,19). Ancora una volta si esprime la legge dell’elezione: Dio sceglie ciò che è umile perché così a lui piace.

D’ora in poi (lett.: Ecco): sottolinea ammirazione per l’evento in lei compiuto e stupore nel trovarsi improvvisamente al centro della storia salvifica.

Tutte le generazioni: passate, presenti e future di tutti i popoli mi chiameranno beata: «designa la benedizione della madre del Messia da parte di tutte le generazioni (cfr. Lc 11,27: «Beato il ventre che ti ha portato e il seno da cui hai preso il latte!»)» (Hauch, GLNT).

49 [+ Poiché] Grandi cose ha fatto per me l’Onnipotente

e Santo è il suo nome;

Poiché: è il motivo della benedizione da parte di tutte le generazioni.

Grandi cose: usa il plurale per il mistero dell’Incarnazione in lei compiuto perché tutti i portenti divini e le imprese grandiose di Dio trovano qui il loro significato e il loro compimento. Questo evento tutti li supera e manifesta che Egli è l’Onnipotente. Infatti il bimbo che da lei nascerà è salutato dal profeta Isaia come Consigliere ammirabile, Dio potente, Padre per sempre, Principe della pace (9,6).

E Santo è il suo nome: come è stato detto dall’Angelo: «Colui che nascerà sarà dunque Santo e chiamato Figlio di Dio» (1,35), ed è profetizzato da Daniele: Settanta settimane sono fissate… per ungere il Santo dei Santi (9,24).

50 di generazione in generazione la sua misericordia

per quelli che lo temono.        R/.

Maria è al centro di tutte le generazioni e quindi con lei inizia quel giudizio sulla storia che da una parte si rivela come misericordia verso coloro che temono Dio, gli umili e gli affamati, cioè verso i poveri del Signore, e dall’altra come condanna verso i superbi, i potenti e i ricchi.

L’attesa dei poveri del Signore (vedi Sof 2,3) è ora appagata in Maria povera e Madre del Messia dei poveri.

[52 ha rovesciato i potenti dai troni,

ha innalzato gli umili;]

53 Ha ricolmato di beni gli affamati,

ha rimandato i ricchi a mani vuote.

Sono contrapposti potenti – umili e affamati – ricchi.

I potenti e i ricchi hanno in mano loro il dominio sui popoli e i beni della terra. Con il Cristo avviene il totale rovesciamento di questa situazione: «i primi invitati non avranno parte al convito (14,24); gli affamati saranno colmati di beni, mentre i ricchi saranno rimandati a mani vuote (1,53); i perduti saranno salvati (19,10); chi si abbassa sarà esaltato (14,11; cfr. 18,29s)» (Hauck-Kasch, GLNT). L’affermarsi della sua regalità ha come segno questi cambiamenti. Questa è l’ultima possibilità data ai potenti e ai ricchi: anticipare essi stessi il giudizio di Dio nel condividere i loro beni con gli affamati ed esercitare la giustizia con sapienza (cfr. Sap 1,1). Al loro indurimento corrisponde il giudizio di Dio. La comunità dei credenti è formata da coloro che hanno già accettato questo giudizio e vivono nella condivisione.

54 Ha soccorso Israele, suo servo,

ricordandosi della sua misericordia.

[55 come aveva promesso ai nostri padri,

ad Abramo e alla sua discendenza, per sempre»].     R/.

Ha soccorso Israele, in molti modi: attraverso Mosè, Giosuè, i Giudici, Davide ecc. e ora soprattutto donandogli il Messia promesso.

Ricordandosi della sua misericordia. Questa misericordia, iniziativa gratuita di Dio, è la promessa fatta ad Abramo (55), legata a un giuramento (1,73): in una parola è la sua santa alleanza (1,72).

Il cantico di Maria è uno sguardo su tutta la storia come passato, presente e futuro.

Tutti i popoli, tutte le generazioni vedono il segno del Figlio e della Madre. Attorno a questo segno ruotano tutti gli avvenimenti e tutte le situazioni degli uomini che subiscono un rovesciamento proprio in forza di questo segno.

La Madre del Messia è pienamente consapevole di essere con il Figlio suo al centro di questo evento che tutto ricapitola.

Ella si presenta pure come modello di ogni credente che fonda sulla Parola la sua certezza e quindi in forza della speranza ciò che ancora non si vede lo si accoglie addirittura come fosse già attuato.

L’esplicarsi della storia della salvezza attua quanto la Parola ha già annunciato.

Per il credente non esiste la possibilità ma solo la certezza dell’attuarsi di quanto Dio ha consegnato al suo popolo mediante le Sacre Scritture.

Il Cantico di Maria infatti attraversa tutte le divine Scritture e le raccoglie in questo respiro di gratitudine e di gioia verso il Signore che non lascia deluse le speranze dei suoi poveri.

SECONDA LETTURA                                      1 Ts 5,16-24

Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Tessalonicesi

Fratelli, 16 siate sempre lieti, 17 pregate ininterrottamente,

La gioia continua e la preghiera ininterrotta sono intimamente unite: la preghiera è fonte della gioia (vedi Fil 3,1). Ininterrottamente: solo nello Spirito è possibile pregare incessantemente (vedi l’esperienza del pellegrino russo).

18 in ogni cosa rendete grazie: questa infatti è volontà di Dio in Cristo Gesù verso di voi.

In ogni cosa, sia nella gioia che nell’afflizione, durante il cibo, il cammino, il riposo, in ogni tempo: tutto è fonte di ringraziamento: anche le nostre prove, la misericordia che si manifesta anche quando pecchiamo. Tutto è ringraziamento perché non c’è istante in cui non si manifesti la misericordia del Padre; anche i momenti più oscuri della nostra vita sono circondati dalla sua misericordia. Tenera e soave misericordia del mio Dio sempre sei degna di ringraziamento tu che impregni la nostra stessa esistenza e ci manifesti il volto del Padre.

L’Eucaristia, in quanto rendimento di grazie, in ogni situazione è la volontà di Dio. So con certezza di adempiere la volontà di Dio quando di ogni cosa che mi capita lo ringrazio. questa volontà del Padre si manifesta in Cristo Gesù perché in Lui è ogni ringraziamento. Altrove (2,13) Paolo ha detto Proprio per questo anche noi ringraziamo Dio continuamente, perché, avendo ricevuto da noi la parola divina della predicazione, l’avete accolta non quale parola di uomini, ma, come è veramente, quale parola di Dio, che opera in voi che credete.

«Questa è la volontà di Dio: si riferisce a tutte tre e le cose precedono e particolarmente a quell’espressione di totalità che c’è in tutte e tre le espressioni. Nelle concordanze ci sono molti riscontri di questa totalità. Sento questo in rapporto alla continuità dell’Eucaristia quotidiana: non credo sia norma generale ma credo che per noi valga e che ci deve essere nella Chiesa chi fa questo. ci devono essere dei riscontri: non può essere una cosa affermata in assoluto. Se è vero che al ringraziamento continuo dobbiamo dare riscontro nella presenza dell’Eucaristia, allora ci deve essere la gioia continua e la preghiera incessante. Per chi al mattino ha ricevuto il Signore non è solo un dono, ma un dovere» (d. G. Dossetti, appunti di omelia, Gerico, 29.12.1973).

19 Non spegnete lo Spirito,

L’apostolo si riferisce ai carismi dello Spirito, paragonato a un fuoco, che essi non devono spegnere.

«Vedi Mt 25,8: «Le nostre lampade si spengono» Ef 6,16: Tenete sempre in mano lo scudo della fede, con il quale potrete spegnere tutti i dardi infuocati del maligno. C’è una fiamma della profezia che equivale alla fede stessa e c’è una fiamma dell’incredulità del nemico che si spegne solo con lo scudo della fede» (d. G. Dossetti, appunti di omelia, Gerico, 29.12.1973).

20 non disprezzate le profezie.

Vi è un costante pericolo nella comunità dei credenti, che è quella di disprezzare i profeti, che parlano a nome di Dio. La profezia è «la cosciente proclamazione della volontà di Dio ispirata direttamente dallo Spirito. Essa può riferirsi al passato in quanto insegna ad intenderlo secondo la volontà di Dio: al presente, in quanto considera le circostanze in cui ci troviamo secondo la mente di Dio e insegna a condursi in mezzo ad esse secondo la volontà di Dio; al futuro, in quanto la profezia sotto forma di minacce o di promesse, scopre l’avvenire e lo fa influire sul presente. La profezia può per tal modo riferirsi, nelle sue manifestazioni, al campo della storia, della Scrittura, dell’esperienza personale del profeta o di altri, ed è il mezzo più utile per far progredir la chiesa in conoscenza, in forza, ed in vita» (Bornemann).

21 Vagliate ogni cosa e tenete ciò che è buono.

Dal momento, in cui in mezzo ai cristiani vi sono molti che pretendono di parlare a nome di Dio e del Signore Gesù Cristo, l’Apostolo invita a vagliare ogni cosa, che viene detta o fatta per vedere se in essa vi sia lo Spirito; allo stesso modo bisogna vagliare se ai movimenti dello Spirito non si mescolino quelli della carne. Così c’insegna l’apostolo Giovanni: Ora voi avete ricevuto l’unzione dal Santo, e tutti avete la conoscenza (1Gv 2,20). e altrove: Carissimi, non prestate fede ad ogni spirito, ma mettete alla prova gli spiriti, per saggiare se provengono veramente da Dio, perché molti falsi profeti sono venuti nel mondo. 2In questo potete riconoscere lo Spirito di Dio: ogni spirito che riconosce Gesù Cristo venuto nella carne, è da Dio; 3ogni spirito che non riconosce Gesù, non è da Dio. Questo è lo spirito dell’anticristo che, come avete udito, viene, anzi è già nel mondo (ivi, 4,1-3).

22 Astenetevi da ogni specie di male.

Tutto quello che porta in sé l’impronta del male, anche se nascosto sotto l’apparenza del bene perché non tutto quello che luccica è oro. La coscienza deve farsi rigorosa di fronte alle varie forme che il male assume.

23 Il Dio della pace vi santifichi interamente, e tutta la vostra persona, spirito, anima e corpo, si conservi irreprensibile per la venuta del Signore nostro Gesù Cristo.

Ogni consiglio e comando dato in precedenza dall’apostolo sarebbe una pia esortazione se non vi è l’azione di Dio, che è il Dio della pace, che tuto riconcilia in Gesù e tutto armonizza nel suo amore. Da qui deriva la preghiera apostolica che i suoi lettori e i membri della chiesa sia santificati completamente, in ogni loro parte, in tutta la loro persona, formata dallo spirito, l’espressione più alta di noi, là dove risiedono le nostre facoltà d’intelligenza, di libera scelta e di determinazione; poi vi è l’anima, che con le sue pulsioni e i suoi desideri è spesso alleata della carne, cioè della nostra dimensione visibile, con cui ci relazioniamo con l’ambiente e con gli altri. Tutto sia investito dalla forza della redenzione di Cristo in modo che alla sua venuta Egli ci trovi irreprensibili.

24 Degno di fede è colui che vi chiama: egli farà tutto questo!

Dio è degno di fede. L’apostolo invita i suoi a credere alla fedeltà di Dio, che ci chiama ogni istante perché è da Lui che tutto riceviamo: Egli ci chiama dal non essere all’essere, dall’essere peccatori all’essere giusti; quello che Egli in noi ha iniziato lo porterà a compimento. Per questo dobbiamo operare con fiducia in rapporto alla nostra santificazione.

In questa lettera, che è il primo scritto del N.T., recepiamo la forte tensione verso la venuta del Signore. Il Signore che viene è al centro della vita cristiana. Attendere il Signore è amarlo ed è lasciarsi penetrare dalla sua luce trasformante nella triplice dimensione del nostro essere (spirito, anima e corpo). Questa tensione verso il Signore che viene non è di natura psicologica ma spirituale: è il dono a noi comunicato dal Dio della pace che suscita nei credenti la gioia, la preghiera e il rendimento di grazie. L’attesa quindi non si quantifica in giorni, anni, ore ecc., cioè non è misurata dal tempo, ma misura dell’attesa è lo Spirito Santo. È infatti nel fuoco dello Spirito che si gioisce sempre, si prega senza posa e si vive in perenne rendimento di grazie. In virtù dello Spirito non si disprezzano le profezie, si esamina ogni cosa e si ritiene ciò che è buono. Qui si attua il superamento di noi stessi come misura del bene e degli altri come misura del male e in questo si rivela lo Spirito. Quando sappiamo misurare il bene, che è negli altri, e il male, che è in noi, allora significa che lo Spirito è fiamma viva in noi. Allo stesso accogliere le profezie senza disprezzarle significa accogliere nella Parola di Dio, la parola nuova che distrugge ed edifica, sradica e pianta. È accogliere in noi le operazioni della Parola proclamata senza porre resistenza applicandola a noi. In una parola è accogliere il Cristo nella gioia, nella preghiera incessante, nel rendimento di grazie, nello Spirito, che in noi ravviva l’incessante rapporto con la Parola incentrata in Cristo.

ACCLAMAZIONE AL VANGELO

R/.       Alleluia, alleluia.

Lo Spirito del Signore è sopra di me,

mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio.

R/.       Alleluia.

VANGELO                                                     Gv 1,6-8.19-28

Dal vangelo secondo Giovanni

6 Venne (lett.: ci fu) un uomo mandato da Dio:

il suo nome era Giovanni.

Il Verbo era, Giovanni invece fu fatto: era una creatura. Anch’egli fu fatto per mezzo del Verbo. Quando fu concepito nel seno materno, egli ricevette la sua missione. Questo accadde al profeta Geremia (cfr. Gr 1,5) e all’Apostolo Paolo (cfr. Gal 1,15).

Giovanni dice di sé: «Io non lo conoscevo, ma chi mi ha inviato a battezzare con acqua» (1,33) e altrove dice: «Non sono io il Cristo, ma io sono stato mandato innanzi a Lui» (3,28). Egli ha coscienza che Dio lo ha inviato. Il Verbo, che lo ha plasmato, è la luce che lo illumina e gli comunica la vita perché egli sia testimone. Nell’Evangelo di Luca si dice che la parola di Dio fu su Giovanni, figlio di Zaccaria nel deserto (3,2). Il Verbo di Dio, come fu sui profeti, fu pure su Giovanni e si rivelò a lui come già presente in mezzo al suo popolo. Mentre i profeti precedenti cercavano di indagare a quale momento o a quale circostanza accennasse lo Spirito di Cristo che era in loro, quando prediceva le sofferenze destinate a Cristo e le glorie che dovevano seguirle (1Pt 1,11), Giovanni è inviato perché la luce già risplende nelle tenebre.

Non a caso l’evangelo dà molto risalto al nome: e il suo nome era Giovanni. Questo nome è stato scelto da Dio (Lc 1,13). «L’Evangelista conferma tutto questo mediante il verbo che usa: dice infatti era, appunto perché si riferisce alla predisposizione divina» (Tommaso). Nel nome poi è rivelata la missione: «Dio fa grazia»; preannuncia l’Evangelo che sta per essere annunciato. È apparsa infatti la grazia di Dio, apportatrice di salvezza per tutti gli uomini (Tt 2,11).

7 Egli venne come testimone (lett.: per la testimonianza)

per dare testimonianza alla luce,

perché tutti credessero per mezzo di lui.

Egli venne per la testimonianza. Poiché era profeta, egli dette testimonianza a quello che aveva udito e visto. Infatti la testimonianza di Gesù è lo spirito di profezia (Ap 19,10). Essendo un vero profeta diede testimonianza alla luce, dichiarò che Gesù era la luce. Udì la voce del Padre, vide scendere e rimanere sul Cristo lo Spirito, udì la voce dello Sposo e dichiarò di essere amico dello Sposo. Avendo in sé lo Spirito della profezia, Giovanni fu illuminato dalla luce e riconobbe in Gesù quella luce che lo illuminava, e come vedendola per primo, non più in modo debole ma chiaro, dichiarò a tutti chi era la luce. L’interiore illuminazione, di cui Giovanni godette, testimoniava che la luce era sorta e già risplendeva nelle tenebre. È scritto: La tua parola nel rivelarsi illumina, dona saggezza ai semplici (Sal 119,139). Non solo in virtù dello Spirito di profezia ma anche con la propria vita Giovanni dette testimonianza alla luce. Illuminato dal Verbo, che si rivelava come la vera luce, Giovanni lo accolse in sé perché in lui non c’erano le tenebre. Gli uomini poi, vedendo la santità della sua vita e ascoltando la testimonianza della sua parola, avrebbero dovuto credere per mezzo di lui. Giovanni, essendo una lampada che arde e risplende (5,35), doveva preparare gradatamente gli uomini ad accogliere la luce vera. Gli occhi, che sono abituati alle tenebre, non possono cogliere l’improvviso apparire della luce, benché questa si sia presentata agli uomini già adombrata dalla nube della carne.

Notiamo poi, che dicendo tutti, noi impariamo che la missione di Giovanni è per sempre. Egli continua a dare testimonianza. Tutti dobbiamo passare attraverso Giovanni per accogliere l’Evangelo. Questo significa accogliere la testimonianza dei profeti dell’Antico Testamento. Giovanni è l’ultimo dei profeti ma la sua testimonianza risuona dalle pagine evangeliche. Quindi tutta la profezia in lui confluisce nell’Evangelo come testimonianza resa a Cristo.

Essendo più che profeta e messaggero, egli conferma quanto hanno testimoniato i profeti precedenti.

In lui la Parola si manifesta con tale efficacia da volersi rallegrare alla sua luce (cfr. 5,35). Per questo aggiunge subito:

8 Non era lui la luce,

ma doveva dare testimonianza alla luce.

Non era lui la luce. Per quanto sublime sia la profezia, essa è pur sempre testimonianza e bisogna sempre saper cogliere all’interno della parola profetica la luce stessa. Mosé e i Profeti non sono la luce ma rendono testimonianza alla luce, che risplende nella loro stessa parola perché questa è Parola di Dio. L’unica Parola risplende nella Legge e nei Profeti. Avendo conosciuto il Cristo, abbiamo visto la Luce; noi sappiamo che la Legge e i Profeti non sono la luce ma in loro la luce si rivela in virtù della conoscenza evangelica. Perciò Giovanni e tutti i profeti danno testimonianza alla luce.

Vi è tanta luce in Giovanni da confonderlo con la luce stessa; così nell’Antico Testamento risplende una tale luce da affermare che esso stesso è la luce e quindi si è portati a rifiutare l’Evangelo. Con altra immagine, Gesù parla del rifiuto dell’Evangelo: E nessuno che beve il vino vecchio desidera il nuovo, perché dice: Il vecchio è buono! (Lc 5,39).

19 E questa è la testimonianza di Giovanni, quando i Giudei gli inviarono da Gerusalemme sacerdoti e leviti a interrogarlo: «Tu, chi sei?».

L’Evangelo precisa il ruolo della testimonianza di Giovanni.

Questa avviene davanti ai sacerdoti e ai leviti mandati dai Giudei. Appaiono già le categorie che stanno di fronte a Gesù. I Giudei sono coloro che coscientemente si oppongono al Cristo e i sacerdoti e i leviti lo immoleranno come vittima sacrificale. Quindi essi provengono da Gerusalemme, la città nella quale il Cristo darà la sua testimonianza.

I sacerdoti e i leviti devono interrogarlo: Tu chi sei? Qualificando se stesso, Giovanni dà testimonianza.

La sua testimonianza avviene nello spazio di tre giorni e cresce d’intensità. Assente il Cristo la sua testimonianza è negativa (primo giorno), alla sua presenza diventa positiva (secondo giorno) e al suo rivelarsi Giovanni manda i suoi discepoli da Gesù (terzo giorno).

Giovanni non è la luce e, assente questa, confessa di non esserlo. È questo l’ultimo giorno dell’antica economia; all’apparire della luce, Giovanni le rende testimonianza, è il primo giorno in cui risplende l’Evangelo; all’apparire dello Sposo gli consegna nei discepoli la Sposa.

Queste sono le tappe della missione di Giovanni già fissate ai vv. 6-8: «primo, Giovanni il Battista non era la luce; secondo, egli doveva rendere testimonianza alla luce (= Gesù); terzo, per mezzo di lui tutti gli uomini avrebbero dovuto credere» (Brown).

20 Egli confessò e non negò. Confessò: «Io non sono il Cristo».

La testimonianza, resa davanti agli uomini, diventa confessione davanti a Dio.

E confessò e non negò e confessò, la formula ridondante rivela l’importanza di quanto sta per dire e la fermezza della sua confessione.

Egli dichiara: «Io non sono il Cristo». Poiché la luce ancora non appare, egli confessa: «Io non sono il Cristo». La parola “io non sono” è la dichiarazione del proprio nulla e si contrappone all’altra che Gesù dice: “Io sono”. Giovanni nega di essere il Cristo.

La sua prima confessione consiste nel negare di avere una missione messianica (cfr. Lc 3,15). Quello che egli dice e fa non è proprio del Messia anche se per una certa mentalità poteva già apparire come tale. L’Evangelo, riferendoci questa prima confessione di Giovanni, ci orienta a non cercare il Cristo nelle categorie veterotestamentarie colte secondo la lettera, ma ad accogliere la novità che emerge dalla stessa Scrittura nella luce dello Spirito. Anche i discepoli dovranno fare un cammino che li porterà a confessare che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio.

Giovanni, come ultima voce dell’A.T., confessa di non essere il Cristo, cioè dichiara di non avere in sé le caratteristiche proprie del Messia che invece si riveleranno in Gesù.

21 Allora gli chiesero: «Chi sei, dunque? Sei tu Elia?». «Non lo sono», disse. «Sei tu il profeta?». «No», rispose.

«Chi sei (lett.: Che cosa), dunque? Sei tu Elia?», essi vogliono giungere ad una conclusione, a definire la natura della missione di Giovanni. Gli chiedono pertanto se sia Elia. Desiderano sapere se egli si senta investito della stessa missione di Elia. Questa è espressa in Ml 3,23-24: egli precede la venuta del Signore e opera per la conversione. Egli nega di esserlo: «Non lo sono». Giovanni nega di essere quello che l’angelo Gabriele gli attribuisce: Gli camminerà innanzi con lo spirito e la forza di Elia, per ricondurre i cuori dei padri verso i figli e i ribelli alla saggezza dei giusti e preparare al Signore un popolo ben disposto (Lc 1,17). Anche lo stesso Signore lo identifica con Elia: E se lo volete accettare, egli è quell’Elia che deve venire (Mt 11,14).

Riguardo a questo, così interpreta Agostino: «Se guardiamo alla figura di precursore, Giovanni è Elia: perché Elia sarà per il secondo avvento, ciò che Giovanni fu per il primo. Ma se badiamo alla persona in se stessa, Giovanni è Giovanni, Elia è Elia. Intendendo la significazione, dunque, il Signore ha detto giustamente: “Giovanni è Elia” mentre intendendo la persona in sé, giustamente ha detto Giovanni: “Non sono Elia” (4,6)». Dicendo: “Non sono”, ancora una volta sentiamo vibrare tutta la creaturalità di fronte a Colui che è. Negando se stesso, Giovanni Lo afferma come l’Assoluto, con il quale non si può avere nessuna relazione neppure quella di precursore. Giovanni s’inabissa nel suo nulla facendo apparire la grandezza di Colui che viene dopo di lui. All’apparire del Cristo anche la luce della lampada scompare.

Gli chiedono ancora: «Sei tu il profeta?». Vi è un riferimento a Dt 18,15: Il Signore tuo Dio susciterà per te, in mezzo a te, fra i tuoi fratelli, un profeta pari a me; a lui darete ascolto. Il titolo ha qui probabilmente un significato messianico (cfr. v. 45) oppure può indicare colui che, apparendo prima del Messia, ne annuncia la venuta. Giovanni risponde: «No». Negando di essere il profeta, egli profetizza. Se avesse affermato di esserlo, egli avrebbe avvalorato il modo che tutti avevano di attendere il Cristo; negando di esserlo purifica le loro attese e li pone di fronte al Cristo così come egli stesso si pone, cioè con il proprio nulla.

22 Gli dissero allora (lett.: dunque): «Chi sei? Perché possiamo dare una risposta a coloro che ci hanno mandato. Che cosa dici di te stesso?».

Dopo che Giovanni ha negato di essere il Cristo o una delle figure profetiche attese, i sacerdoti e i leviti, mandati da Gerusalemme, desiderano giungere ad una conclusione (dunque). «Chi sei?». Sembra quasi esservi un tentativo d’isolare Giovanni dal Cristo; ma quegli costantemente parla del Cristo. La risposta che gli inviati ricevono è appunto che il Cristo è presente in mezzo a loro. Anche la stessa domanda serve a dare la stessa risposta: «Che cosa dici di te stesso?». Giovanni non dice nulla di sé se non quello che già è scritto. La sua missione, pur non esprimendosi in quella di Elia o del profeta, è tuttavia già espressa nella divina Scrittura.

23 Rispose: «Io sono voce di uno che grida nel deserto: Rendete diritta la via del Signore, come disse il profeta Isaia».

Egli, infatti definisce se stesso: Ia voce di uno che grida nel deserto. Egli è la voce, colui che viene dopo di lui è la Parola, il Verbo. In questo ultimo giorno risuona la voce, il giorno dopo apparirà il Verbo. Giovanni è tutto voce di uno che grida nel deserto. È l’ultima mediazione della voce divina prima che appaia la Parola in se stessa. In lui Dio parla ancora come nell’Antico Testamento, tra pochi giorni parlerà nel Figlio.

Giovanni grida nel deserto, qui si ode la voce e non in Gerusalemme. Il Messia, infatti, viene da oriente per salire a Gerusalemme, viene perciò dal deserto. Qui Giovanni lo attende e qui si fa voce di uno che grida nel deserto: Rendete diritta la via del Signore. «Ora, comunque noi sappiamo che è perfettamente plausibile che Giovanni il Battista usasse il testo per applicarlo a sé. Gli esseni di Qumran usavano precisamente questo testo per spiegare perché sceglievano di vivere nel deserto: stavano preparando la via del Signore con lo studio e l’osservanza della legge (1QS VIII, 13-16)» (Brown, o.c., p. 67).

Bisogna fare largo al Signore che viene, rendere diritta in se stessi la sua via, come ha detto Isaia, il profeta. «Ora la via appianata per accogliere il Signore è la via della giustizia, come dice Isaia (26,7): Il sentiero del giusto è diritto … Ed è diritto il cammino del giusto, quando l’uomo per intero è sottomesso a Dio. Quando cioè la sua intelligenza è assoggettata a Dio con la fede, la volontà è a lui sottoposta con l’amore e le opere con l’obbedienza» (S. Tommaso, 239).

24 Quelli che erano stati inviati venivano dai farisei.

L’Evangelo introduce ora i farisei. Secondo il testo ufficiale i sacerdoti e i leviti sono stati inviati da parte dei Giudei, che erano della setta dei farisei, traduce infatti: quelli che erano stati inviati venivano dai farisei. La Tob così traduce: Quelli che erano stati mandati erano dei farisei, i sacerdoti e i leviti erano dei farisei. Questa traduzione incontra una certa difficoltà perché la classe sacerdotale era prevalentemente sadducea.

Se gli inviati, in quanto sacerdoti e leviti, hanno chiesto a Giovanni di dare una definizione di se stesso, ora, come farisei, chiedono la motivazione del suo battesimo.

I farisei detenevano un forte potere spirituale fondato sulla stretta osservanza della Legge e sull’insegnamento dei loro maestri. L’Evangelo quindi rileva un confronto tra il loro insegnamento e quello di Giovanni. I farisei si ritenevano gli unici depositari della rivelazione contenuta sia nella Scrittura che nella Tradizione orale e quindi si ritenevano autorizzati a controllare e a verificare tutto quello che si manifestava

25 Essi lo interrogarono e gli dissero: «Perché dunque tu battezzi, se non sei il Cristo, né Elia, né il profeta?».

Per i farisei la definizione che Giovanni ha dato di se stesso non è sufficiente per autorizzarlo a battezzare. Essi ritengono pertanto che il battesimo, che Giovanni amministra, sia caratteristica degli ultimi tempi perché conferito dal Cristo o da Elia o dal profeta. Dimostrano così di non aver colto nelle parole di Giovanni la sua testimonianza riguardo al Signore. Essi pensano forse che Giovanni proponga riti alternativi di purificazione a quelli che la Legge prescrive e che già si compiono nel Tempio. Perciò i sacerdoti e i leviti, come pure i farisei, temono una scissione quale è quella che ci è testimoniata dalla comunità di Qumran. Perciò essi vogliono sapere con quale autorità Giovanni battezzi, cioè come chiederà il Signore: «il battesimo di Giovanni era da Dio o dagli uomini?» (cfr. Mc 11,30).

«Si noti che essi non domandano per sapere, ma per impedire» (S. Tommaso). Il potere che si attribuiscono e il rapporto privilegiato che pensano di avere con Dio impediscono ai farisei di accogliere l’intervento divino che esuli dalla loro cerchia.

Essi sono convinti che Dio non possa far nulla senza di loro. Infatti anche ora dalla loro domanda traspare la convinzione che Giovanni battezzi di sua iniziativa senza essere inviato da Dio.

Con un sottile ragionamento, espresso sotto forma di domanda, essi hanno voluto svuotare di valore la testimonianza di Giovanni: se la missione di Giovanni non entra in una delle tre categorie sopraccitate non è vera e quindi di nessun valore è la sua testimonianza. La Scrittura, che Giovanni cita, non ha per loro valore di testimonianza perché non è interpretata secondo i loro criteri. I Giudei di Gerusalemme, espressi nei sacerdoti e leviti e farisei, formano una roccaforte che non ammette nessuna possibilità di rivelazione divina al di fuori di loro. Tutto ciò che avviene fuori di loro non è divino ma solo umano.

26 Giovanni rispose loro: «Io battezzo nell’acqua. In mezzo a voi sta uno che voi non conoscete, 27 colui che viene dopo di me: a lui io non sono degno di slegare il laccio del sandalo».

Giovanni battezza con acqua in rapporto al Cristo. Questi è colui che è venuto con acqua (cfr. 1Gv 5,6). Giovanni prepara quindi il primo segno della manifestazione del Cristo. Scompare il carattere di conversione (cfr. Mt 3,11) ed emerge come significato la testimonianza: il battesimo con acqua è il luogo dove Cristo comparirà il giorno seguente, il nuovo giorno.

Ora Egli sta in mezzo ai Giudei senza essere conosciuto. Essi possono conoscerlo solo dopo che Egli si è rivelato. Essi non hanno il potere di stabilire se Egli è il Cristo, ma come tutti, i farisei devono rapportarsi a Lui con la fede. Senza questa non possono conoscerlo. Credere significa accogliere il segno che Giovanni compie. Il Cristo viene infatti dopo di lui perché deve passare attraverso l’acqua battesimale. Si manifesta in essa e l’assume rendendola feconda nello Spirito e quindi capace di rigenerare dall’alto. Chi non accoglie il segno posto da Giovanni, non può accogliere nemmeno il Cristo.

Giovanni si rapporta al Cristo come colui che non è degno di sciogliere il legaccio del suo sandalo.

In rapporto a chi viene dopo di lui, Giovanni non si reputa degno neppure del più umile servizio. «Pieno di Spirito Santo, egli come servo riconobbe il Signore, e da servo meritò d’essere fatto amico» (S. Agostino). Questa parola di Giovanni è riportata anche nei sinottici, come pure in At 13,25 sulla bocca di Paolo. Essa quindi lo caratterizza. Il Signore sta per percorrere la sua via come un eroe e sull’Idumea getterà i suoi sandali (cfr. Sal 59,10). Nella visione del Sal 59 il Signore farà dei popoli confinanti i servi dediti ai servizi più umili, così Edom dovrà sciogliergli i sandali, compito riservato ai servi (vedi Ialqut avadim 1,7). Così Giovanni attribuisce a sé questo servizio che la Scrittura assegna alle genti sottomesse al Cristo.

28 Questo avvenne in Betània, al di là del Giordano, dove Giovanni stava battezzando.

L’Evangelo nomina il luogo dove Giovanni ha dato testimonianza di fronte ai farisei: è Betania al di là del Giordano la cui ubicazione è sconosciuta. Essa richiama l’altra Betania, che è vicino a Gerusalemme. Possiamo dire che nella Betania al di là del Giordano Gesù si lascia togliere i sandali da Giovanni per immergersi nelle acque battesimali e a Betania vicino a Gerusalemme Maria cosparge i piedi di Gesù di olio profumato (cfr. 12,3). Qui, al di là del Giordano, riceve i servizi che sono propri delle Genti e, immergendosi nell’acqua, viene a noi; a Betania, vicino a Gerusalemme, i suoi piedi sono unti con olio profumato perché sta per immergersi nella sua Passione, nella quale viene a noi attraverso il Sangue. Nell’una e nell’altra Betania avvengono grandi misteri che toccano i piedi del Signore perché Egli è colui che viene, è il messaggero di lieti annunzi i cui piedi sono belli sui monti (cfr. Is 52,7). Questi sono i piedi che vengono forati sulla croce e che il Signore risorto mostra ai suoi discepoli (cfr. Lc 24,39).

Oltre il Verbo, l’unico a essere ricordato nel prologo è Giovanni. Questo denota la sua importanza. Nessun uomo è posto così vicino a Dio come Giovanni. Nel suo puro negarsi come non appartenente a nessuna categoria egli è il testimone più diretto della Luce increata, del Verbo fatto carne cioè del Cristo.

In tal modo Giovanni prepara tutti a credere in Gesù: in lui la preparazione dell’Antico Testamento giunge al suo compimento. Israele deve diventare il nuovo Israele in Colui che in sé ricapitola tutti i titoli e le categorie veterotestamentarie.

In tal modo Giovanni è l’esempio di ogni credente: nel suo divenire pura negazione e nel non attribuire a sé nulla egli rimanda tutta la Scrittura al Cristo. Questi è l’unica chiave interpretativa delle divine Scritture.

Ogni cristiano nel momento in cui non si appropria della Scrittura ma in rapporto ad essa si annulla e afferma il Cristo, viene da questi associato a se stesso e dal Padre è glorificato.

PREGHIERA DEI FEDELI

  1. Il Signore, che viene a salvarci c’invita a riconoscere le opere del Cristo, che a noi si manifesta in modo umile.

Preghiamo nella sua pace e diciamo:

Padre, fonte della pace, ascoltaci.

  • Per la pace del mondo perché tutta la Chiesa annunci l’Evangelo che dona a tutti gli uomini liberazione dalle loro schiavitù, preghiamo il Signore.

  • Per quelli che amano il Cristo e ne annunciano con fedeltà la Parola e per coloro che consolano i poveri nelle loro afflizioni e si ricordano degli afflitti, dei prigionieri e di quanti hanno il cuore spezzato, preghiamo il Signore.

  • Perché le nostre comunità attendano con amore il Cristo e ne annunzino l’Evangelo rendendolo presente nel servizio dei poveri e dei sofferenti, preghiamo il Signore.

  1. O Dio, Padre degli umili e dei poveri, che chiami tutti gli uomini a condividere la pace e la gloria del tuo regno, mostraci la tua benevolenza e donaci un cuore puro e generoso, per preparare la via al Salvatore che viene.

Egli è Dio e vive e regna nei secoli dei secoli.

Amen.