La frontiera dell’umano ridiscussa

dalla scienza

Gianfranco Ravasi

In questi ultimi anni tutte le religioni e non soltanto la Chiesa cattolica si stanno confrontando con un orizzonte del tutto inedito aperto dalla scienza e riguardante l’antropologia, uno dei centri fondamentali della fede. Un’istituzione specifica come il Pontificio Consiglio della Cultura da tempo sta inoltrandosi in questo ambito e lo fa in questi giorni in modo particolare con un’assemblea plenaria che vede coinvolti non solo esponenti della Chiesa ma anche scienziati e filosofi.
È facile pensare a una trilogia tematica: la genetica, le neuroscienze, l’intelligenza artificiale. Innanzitutto con la scoperta del DNA e della sua flessibilità e persino della sua modificabilità la genetica ha registrato esiti differenti: da un lato, si è sviluppata la ricerca volta a eliminare le patologie; d’altro lato, però, si è ipotizzato l’uso dell’ingegneria genetica per migliorare e mutare lo stesso fenotipo antropologico prospettando un futuro con il genoma umano radicalmente modificato. Questa manipolazione del DNA genera un delta ramificato di interrogazioni di varia indole a partire da quella di base sulla stessa specie: questi nuovi modelli antropologici saranno ancora classificabili nel genere homo sapiens sapiens? Quale impatto socio-culturale avrà la disuguaglianza tra individui potenziati attraverso la modificazione genetica rispetto agli esseri umani ‘normali’? Si dovrà elaborare una specifica identità sociale ed etica per i ‘nuovi’ individui? Ma le questioni si fanno roventi a livello teologico: questi interventi nel cuore della vita umana sono compatibili e, quindi, giustificabili con la visione biblica dell’uomo come luogotenente o viceré o ‘immagine’ del Creatore, oppure sono da classificare nel peccato capitale-originale del voler essere ‘come Dio’, nell’atto dell’hybris adamica, giudicata nel capitolo 3 della Genesi?
Un ulteriore settore ove la ricerca si sta inoltrando in modo deciso è quello delle neuroscienze. Per la tradizione platonicocristiana mente/anima e cervello appartengono a piani diversi, l’uno metafisico, l’altro biochimico. La concezione aristotelico-cristiana, pur riconoscendo la sostanziale autonomia della mente dalla materia cerebrale, ammette che quest’ultima è una condizione strumentale per l’esercizio delle attività mentali e spirituali. Un modello di natura più ‘fisicalista’ e diffuso nell’orizzonte contemporaneo non esita invece, anche sulla base della teoria evoluzionista, a ridurre la mente e l’anima radicalmente a un dato neuronale. La discussione è, al riguardo, estremamente complessa e vede una fitta rete di analisi e di questioni variamente affrontate.
È necessario sottolineare che è di scena anche qui l’identità umana che certamente ha nel cervello-mente (comunque si intenda la connessione) uno snodo fondamentale per cui, se si influisce strutturalmente su questa realtà, si va nella linea di ridefinire l’essere umano. La sequenza dei problemi filosofico-teologico-etici si allunga, allora, a dismisura: come collocare in un simile approccio la volontà, la coscienza, la libertà, la responsabilità, la decisione, la calibratura tra gli impulsi esterni e quelli intrinseci, l’interpretazione delle informazioni acquisite e soprattutto l’origine del pensiero, della simbolicità, della religione, dell’arte, in ultima analisi l’’io’? Q uesta prospettiva ci conduce, senza soluzione di continuità, all’ultimo orizzonte altrettanto impressionante, vasto e complesso, quello delle ‘macchine pensanti’, cioè dell’intelligenza artificiale. Allo stato attuale la cosiddetta ‘terza età della macchina’ e la robotica hanno generato macchine sempre più autonome. È indubbia la ricaduta positiva nel campo della medicina, dell’attività produttiva, delle funzioni gestionali e amministrative. Ma, proprio in quest’ultimo settore, sorgono quesiti sul futuro del lavoro che è concepito nella visione classica e biblica come una componente dell’ominizzazione stessa (il biblico ‘coltivare e custodire’ e il ‘dare il nome’ agli esseri viventi e non). La possibilità di squilibri sociali non può, quindi, essere ottimisticamente esclusa. G li interrogativi si fanno forse più urgenti sul versante antropologico, dato che già oggi alcune macchine hanno una notevole capacità di ‘appropriarsi’ della parola, creando così in modo autonomo informazione.
C’è, poi, ancor più rilevante il versante etico. Quali valori morali possono essere programmati negli algoritmi che conducono la macchina pensante a processi decisionali di fronte a scenari che le si presentano davanti e nei cui confronti deve operare una decisione capace di influire sulla vita di creature umane? Le inquietudini riguardano in particolare la cosiddetta ‘intelligenza artificiale forte’ ( Artificial general intelligence o Strong AI) i cui sistemi sono programmati per un’autonomia della macchina fino al punto di migliorare e ricreare in proprio da parte di essa la gamma delle sue prestazioni, così da raggiungere una certa ‘autocoscienza’. ciò che hanno già liberamente descritto
È gli autori di romanzi o film di fantascienza, ma che ha sollecitato le reazioni nette e allarmate anche di alcuni scienziati come Stephen Hawking che, forse con qualche eccesso, ha affermato: ‘Lo sviluppo di una piena intelligenza artificiale potrebbe significare la fine della razza umana… L’intelligenza artificiale andrà per conto suo e si ridefinirà a un ritmo sempre crescente. Gli esseri umani, limitati da un’evoluzione biologica lenta, non potrebbero competere e sarebbero superati’. Altri sono, al riguardo, più ottimisti di fronte a questo sviluppo perché essi si affacciano con fiducia su quel post-/transumanesimo che per ora è vago ma non per questo meno problematico. Come possono fare la genetica e le neuroscienze, così anche le nuove tecnologie sarebbero in grado di trasformare le capacità fisiche e intellettuali degli esseri umani per superarne i limiti. Qualcosa del genere si intravede nella fusione con gli organismi umani di elementi tecnologici, come l’impianto di chip per rafforzare la memoria o l’intelligenza del soggetto (il cyborg) o come il trasferimento ( download) di un sistema digitale nel cervello così da eliminarne i limiti… È, però, spontaneo reagire con qualche apprensione di fronte a queste fughe in avanti, soprattutto quando si hanno le prime avvisaglie di derive incontrollabili.
Finora è sembrato stabile il discrimine tra macchina con intelligenza artificiale (anche se, a livello europeo, si cerca paradossalmente di introdurre il soggetto ‘personalità elettronica’!) e persona umana secondo l’asserto del filosofo statunitense del linguaggio John Searle per il quale i computer posseggono la sintassi ma non la semantica, in pratica non sanno quello che fanno. Ma le prospettive della citata ‘intelligenza artificiale forte’, che è convinta di poter varcare questa linea di demarcazione con l’avvento di macchine non solo pensanti ma autocoscienti, rimescola le carte e richiede nuove attenzioni e interrogazioni e forse qualche demitizzazione. Questo, però, non significa assumere atteggiamenti di rigetto radicale nei confronti del triplice scenario che abbiamo abbozzato, né tanto meno nei confronti della scienza. Essa, infatti, non è riducibile alla pura e semplice ‘tecnica’, ma – quando è genuina e rigorosa – tende ad avere una più ampia visione ‘umanistica’.

(Avvenire – 16 novembre 2017)