Accompagnare i giovani verso il fascino del Vangelo

Claudia Ciotti

Mi è stato chiesto di parlare del radicalismo evangelico e di come questo possa “ancora” (dobbiamo “riscoprirlo”) oggi essere un’esperienza affascinante per chi – giovane tra noi – sta cercando di dare spessore, identità, progettualità alla sua vita. Mi pare che oggi ci sia bisogno di una riflessione che vada oltre le sempre necessarie attenzioni da avere nell’accompagnamento individuale, circa le dinamiche interiori che muovono alla decisione vocazionale. Penso alla necessità di riflettere sul tempo che stiamo vivendo come un tempo che pone alcune sfide particolari. Non ho la pretesa di fare analisi dettagliate, ma vorrei raccogliere alcune riflessioni che nascono dall’ascolto individuale, dalla condivisione della vita ecclesiale e dal pensiero che si interroga su ciò che lo Spirito chiede oggi alla nostra generazione di credenti. Mi auguro possa essere un contributo che aiuti a promuovere quel processo di rinnovamento ecclesiale nel quale sempre la Chiesa cammina e che potremmo anche chiamare stato di conversione continua.
Nella seconda parte, invece, cercherò di descrivere quattro vie esistenziali attraverso le quali la Parola di Dio può anche oggi farsi strada nel cuore dei giovani. Vie esistenziali che l’accompagnatore deve necessariamente saper vedere, accogliere e sulle quali può favorire o meno l’azione arcana dello Spirito che parla al cuore della persona.

  1. La fede all’inizio del terzo millennio

1.1 Radicalismo?

Mi sono chiesta cosa significhi radicalismo a partire dall’esperienza personale, al di là delle profonde riflessioni sul tema che sono a nostra disposizione da parte di tanti autori spirituali e teologi che ne hanno scritto [1]. Il senso letterale della parola radicalismo ci richiama ad un duplice legame sentito con il Vangelo, che provo a descrivere così: essere profondamente radicati nel Vangelo e sentire che il Vangelo è profondamente radicato in noi.
Molte parole di Gesù e degli apostoli ci aiutano a scoprire il “sogno” di Dio. Questo legame così forte diventa realtà nella persona di Gesù «verità vivente» che possiamo amare «come si ama una persona» [2]: «Se rimanete nella mia parola, siete davvero miei discepoli; conoscerete la verità e la verità vi farà liberi» (Gv 8,31b-32).
Dobbiamo imparare a rimanere nella sua parola se vogliamo radicarci in lui e radicare lui in noi [3].
Parlare di radicalismo evangelico significa allora parlare di un legame che diventa intimo, personale, profondo, con Gesù di Nazareth, il Cristo, il Signore della storia e della nostra vita.
Scopriamo che per noi è vangelo, buona notizia, custodire questa relazione, ogni giorno come qualcosa di prezioso che diventa così parte della nostra identità da non poter più dire “chi sono io” se non in riferimento a Lui. Io sono di Cristo, io sono cristiano/a. Chi può sentirsi escluso da tale pienezza di vita? Essa ci è data con il battesimo e non aspetta che di fiorire nella risposta che vorremo e sapremo dare al dono di Grazia.
Perciò vorrei sottolineare che, innanzitutto, il radicalismo evangelico è un processo sempre in atto di appropriazione della fede, è tendere con tutte le nostre forze ad aderire a Lui, nella concretezza dei giorni, nei nostri sentimenti, nei nostri pensieri, nelle nostre azioni. E chi può dire di essere già arrivato? Onestamente, tutti siamo in cammino, anche coloro che compiono scelte di vita riconosciute tradizionalmente come radicali. Proprio noi sappiamo, forse più di altri, che non basta aver detto sì una volta per rimanere in stato di donazione. Sappiamo anche che le condizioni esteriori che strutturano una vita vocazionale “radicale” possono diventare “nemiche” dello Spirito, se le viviamo come formalità, status, identità sociale, sicurezze acquisite [4].
La buona notizia è che Gesù è tra noi, davvero guida la sua Chiesa e la sconvolge con l’azione del suo Spirito che ci inquieta, ci disorienta per indicarci nuovi orizzonti e nuove mete al servizio del suo Regno, non ci permette di cristallizzarci in comode e sicure forme di vita, fermando così la corsa della Parola [5]. Più che uno “stato di vita” dunque, quando pensiamo al radicalismo dovremmo usare la categoria di “processo”, qualcosa che è messo in moto dall’azione dello Spirito.
Intimamente sentiamo che la vita con lui ha tutt’altro colore e sapore, che con Lui o senza di Lui tutto cambia. Sentiamo che la sua è una presenza d’amore: Gesù è l’amato, l’amico, colui che cammina con me tutti i giorni, mi guida, mi incoraggia, mi protegge e mi libera dal male, mi rialza se cado, mi aspetta se mi attardo.
Nella memoria di ogni storia vocazionale ci sono momenti indelebili in cui questa esperienza profonda segna un punto di non ritorno, come nell’ora decima in cui i discepoli si sentono dire da Gesù: «Che cosa cercate?» (Gv 1,38) [6]. Che poi questi momenti come sorgenti abbiano avuto la forza di irrigare ogni angolo del terreno esistenziale che è la nostra vita, dipende da tanti fattori. Nel processo di radicalizzazione della fede è importante che i cambiamenti sedimentino, che la forma evangelica si stabilizzi dentro di noi e che a questo siano orientate anche le scelte vocazionali concrete: esse hanno la capacità di conformarci a Cristo? Quell’esperienza sorgiva è diventata un torrente, poi un fiume capace di irrigare le pianure dell’esistenza e di dissetare molti intorno a noi? Fuor di metafora: nella vita cristiana è necessario passare dal fascino iniziale all’innamoramento, all’amore maturo e fecondo.
Ma questo è tutto il lavoro di discernimento e di accompagnamento nella formazione e nella vita adulta che segue un’intuizione vocazionale.

1.2 Il radicalismo intercetta la vita dei giovani?

Parlando dei giovani di oggi, penso che sia importante interrogarci su come e se sia possibile per loro avvertire il fascino di questa esperienza sorgiva della fede. Per fede dobbiamo dire di sì: è possibile! Perché ciò è nel cuore di Dio. Ma quali sfide i giovani di oggi devono superare per accedere a tale esperienza? Proveremo a dire qualcosa nella seconda parte della relazione.
Qui vorrei sottolineare che tale esperienza è resa possibile dalla testimonianza di tanti cristiani, ma rimane pur sempre un’esperienza intima, profonda, percepita nella solitudine del cuore. Solo passando di lì un giovane può avvertire il desiderio assolutamente diverso da tanti altri desideri di legarsi irrevocabilmente a quel Gesù che affascina. E Gesù affascina, perché dà sapore e orientamento ad una vita che è alla ricerca del proprio perché. Essere radicati in Lui e permettere a Lui di radicarsi in noi significa allora fare della nostra vita un Vangelo vivente, seguendo le sue orme, preoccupandoci di imparare la sua fiducia nel Padre, fidandoci del suo Spirito che ci muove interiormente ad avere i suoi stessi sentimenti e a guardare il mondo con i suoi occhi.
Credo che possiamo far risuonare qui le parole che i padri con-ciliari affidavano alla Chiesa nella Lumen Gentium al capitolo V che parla della universale vocazione alla santità nella Chiesa (cf LG 39-42). Cosa significa che la Chiesa tutta, e ciascuno di noi in essa, è chiamata alla santità? Leggendo LG lo si capisce bene: partecipare della vita divina e della sua perfezione che è perfezione d’amore. È l’amore che ancora oggi può affascinare ed è al tempo stesso l’essenza del nostro Dio trino (1 Gv 4,8). L’amore, che è il cuore della santità e della pienezza della fede cristiana a cui tutti siamo chiamati. Vivere la radicalità evangelica significa sentire che questa esperienza d’amore diventa il cuore della mia vita: amare Dio con tutto me stesso,
i fratelli come me stesso (Mt 22,34-40), senza dimenticare che il Maestro è solo il Signore e a Lui dobbiamo volgere lo sguardo: amare come ha amato Gesù (cf Gv 13,34) fino alla morte e alla morte di croce nella luce della Pasqua.

1.3 Radicalità evangelica: un cammino pasquale

La radicalità evangelica è dunque innanzitutto una chiamata alla fede pasquale [7], che diventa dono per tutti coloro che nel battesimo la ricevono come principio di vita nuova, diventando figli nel Figlio.
Noi però abbiamo smarrito l’esperienza di novità evangelica che ci è data nel battesimo. Non abbiamo memoria di questa conversione radicale. Credo che il nostro possa essere un tempo di grazia per molti se sapremo raccogliere la sfida: una Chiesa che diventa “piccolo gregge” in un mondo che tra tanti aneliti di spiritualità sembra aver smarrito il volto del Dio di Gesù Cristo, è chiamata a riscoprire la forza della fede battesimale come quel cambiamento radicale della vita che ancora può affascinare uomini e donne, perché risponde ai desideri profondi di ogni cuore. È una Chiesa che riscopre la sua natura nell’essere “in uscita” [8], orientata al Regno e al mondo e non autoreferenziale, come ogni giorno ci ricorda Papa Francesco.
È una Chiesa che ritorna al Vangelo che unifica la fede e la vita. Per dirlo con le parole di Madeleine, occorre che riscopriamo, nell’adesione al Vangelo, con tutta la nostra libertà e consapevolezza, quel legame radicale che trasforma la nostra vita proprio attraverso la fede nel Dio di Gesù Cristo: «Il Vangelo è divenuto non solamente il libro del Signore vivente, ma anche il libro del Signore da vivere» [9]. Fede e vita, contemplazione e azione, mai l’una senza l’altra e anzi l’una nell’altra come lo è stato per Madeleine.
Radicalità evangelica significa dunque che niente di ciò che mi riguarda e di ciò che vivo è estraneo al mio rapporto con Dio e che Dio è presente in ogni espressione della mia vita, qualunque forma essa assumerà nel tempo della maturità. Crescere in questa fede radicale, per tutti, è un cammino. Importante per chi accompagna è orientare nella giusta direzione. L’opera poi è dello Spirito.

1.4 In un tempo di transizione

A 50 anni dal Concilio Vaticano II raccogliamo una constatazione dall’osservazione, dagli approfondimenti di tanti studiosi, teologi e storici e dall’ascolto di molte persone: le istituzioni di vita consacrata, pressoché in tutte le loro forme, vivono un tempo di affaticamento e di pesantezza, per tante ragioni che non abbiamo qui modo di descrivere [10].
D’altra parte con il pontificato di Papa Francesco sembra sia rinato un tempo di fervore e di attesa, di calore e di rinnovata freschezza evangelica. Si fa largo un’esigenza di alleggerimento da incrostazioni lasciate sul corpo vivo della Chiesa dal peso della storia. Le nuove generazioni devono, loro malgrado, confrontarsi con questa realtà.
Come questo aspetto intreccia il discernimento vocazionale?
La domanda potrebbe essere rivolta sia al giovane che al/alle consacrati/e che si occupano della formazione iniziale… cosa si offre al/alla giovane che chiede di essere accolto/a? Mi pare che oggi questo sia un elemento da considerare nel discernimento e credo che nessuno possa sentirsi autorizzato a bypassare la domanda su cosa è bene per questo/a giovane, nello Spirito, perché il suo vero bene sarà anche il bene della Chiesa e del Regno di Dio. In altre parole: dovremmo essere sufficientemente liberi nell’accompagnare, così da non farci fagocitare dall’esigenza di ripopolare i ranghi e di vedere così – legittimamente – continuare la nostra famiglia religiosa dopo di noi.
In base a quali criteri decidere? Credo che ogni comunità debba trovare un proprio modo di rispondere a queste sfide, dentro un sano realismo, nella fede che lo Spirito provvede alla sua Chiesa e nel rispetto delle persone che si affidano a noi.
Viviamo comunque un tempo che definirei di transizione. Abbiamo come l’impressione che equilibri, schemi e organizzazioni del passato non siano più sostenibili o non funzionino più e che qualcosa di nuovo sia ancora da inventare. Un tempo ideale per mettersi in ascolto dello Spirito che è maestro di novità! Se sapremo farlo, sarà un tempo di grazia! Credo che questo sia un compito per ogni famiglia religiosa: cosa significa reinventarsi alla luce del carisma originario nel tempo di oggi [11]?

1.5 Se il sale perderà il sapore…

La nostra epoca vede prodursi cambiamenti con una velocità che supera la capacità umana di metabolizzarli. La sensazione di dispersione, confusione, disorientamento che caratterizza il clima culturale in cui viviamo ci ha resi orfani di una sapienza condivisa che guidi il semplice e normale discernimento quotidiano su cosa sia giusto fare o non fare. La distanza generazionale è sempre più marcata. Linguaggi e modalità di comunicazione, percezione del tempo e dello spazio sono radicalmente diversi tra chi usa o non usa per esempio la rete, internet. Non c’è tempo qui di analizzare le novità culturali più rilevanti [12]. Mi limito a dire che anche come Chiesa abbiamo bisogno di elaborare nuove sintesi sapienziali per muoverci con efficacia secondo lo Spirito in un tempo che pone sfide inedite.
Nel solco del rinnovamento conciliare, cosa significa oggi riorganizzare la nostra vita ecclesiale, comprese le strutture che nel tempo hanno consentito a molti di donare la propria vita nella consacrazione religiosa o secolare?
Occorre invocare lo Spirito, ma senza venir meno a ciò che compete alla libertà umana: mettersi in ascolto dell’esperienza reale, diventarne consapevoli per porre scelte coraggiose e secondo il Vangelo.
La “sapienza”, come dono dello Spirito e insieme patrimonio che guida la comprensione e l’orientamento nelle scelte concrete della vita, ci è necessaria. Abbiamo bisogno di una nuova sintesi sapienziale per vivere la fede nel mondo contemporaneo. E dovrà essere una sintesi che tenga conto della complessità della nostra società e del mondo globalizzato.
Da una parte non possiamo lasciarci tentare dalle semplificazioni che rischiano il fondamentalismo e dall’altra dobbiamo avere la certezza che il Vangelo è per noi una luce che illumina e dunque orienta, ci permette di muoverci nella città e nel mondo con lo stile del dialogo e con la capacità dell’incontro.
Nel 2000, l’allora arcivescovo di Milano, il Card. Carlo Maria Martini, si rivolgeva ai giovani dell’Azione Cattolica suggerendo quattro tappe [13] per amare la città, da cristiani. Mi sembrano quattro tappe che possiamo riproporre pensando a come aiutare i giovani a riscoprire il fascino della radicalità evangelica in un tempo in cui la chiesa è “piccolo gregge” e la cultura disorienta.
1) Fare spazi di deserto per il silenzio e la preghiera, luoghi esteriori e luoghi interiori: “siamo noi stessi, ciascuno di noi, quello spazio di deserto”…. Madeleine direbbe «cavità di silenzio» [14]
2) Trovare vie di amicizia, come aiuto a comunicare nella città.
3) Frequentare la piazza come il luogo del dialogo, dell’incontro, dove si comunicano i pensieri diversi e si cerca insieme la via per costruire il bene comune.
4) Preparare le case, per abitare e per accogliere.
Ritrovo in queste indicazioni di Carlo Maria Martini la freschezza del Vangelo che ha caratterizzato l’esperienza di Madeleine Delbrêl e anche lo spirito che anima ogni intervento dell’attuale Papa, che in ogni suo discorso ci sollecita alla mistica dell’incontro [15], coltivando uno sguardo contemplativo, intelligente e cordiale nei confronti di ogni persona e realtà umana.
Dunque, anche a noi è chiesto – come allo scriba divenuto discepolo del regno dei cieli, di cui parla Gesù al termine del discorso parabolico in Mt 13 – di essere capaci di estrarre dal tesoro dell’esperienza ecclesiale, nutrita dall’ascolto della Parola, «cose nuove e cose antiche» (Mt 13,52), per rinnovare dal di dentro la nostra esperienza di vita consacrata. Solo così potremo testimoniarne ai giovani la bellezza.

  1. “Ecco ora il tempo favorevole”

Oggi, nella pastorale sfilacciata e nei complessi percorsi biografici, è sempre più facile incontrare giovani che non hanno alle spalle una ordinata e continuativa esperienza di fede. Questo deve molto interrogarci sul fatto che abbiamo bisogno di sviluppare una mentalità più agile e flessibile per annunciare il Vangelo sintonizzandoci con linguaggi ed esperienze diverse. Infatti, se da una parte è utile non perdere di vista la necessità di continuare ad accompagnare con gusto e puntualmente quei giovani che seguono regolari cammini di appartenenza ecclesiale e crescita nella fede, dall’altra dobbiamo imparare ad andare verso quei giovani che non frequentano abitualmente le proposte ecclesiali, ma che – forse più dei primi – possono aprirsi ad una esperienza di fede proprio a partire da domande esistenziali che la vita inevitabilmente, prima o poi, pone a ciascuno. Riusciamo ad intercettare queste domande? Siamo interlocutori credibili e capaci di orientare i giovani ad un’esperienza di fede autentica senza paura di perderli, ma nel rispetto della loro capacità di ricezione del messaggio? Siamo capaci di creare percorsi adeguati alle esigenze di crescita nella fede di ciascuno?
Qualche anno fa Armando Matteo ha pubblicato un contributo molto “provocatorio” per le nostre comunità. Analizzando il rapporto tra giovani e fede definiva quella di oggi la prima generazione incredula e cito solo poche righe per dire come abbiamo bisogno di cambiare qualcosa se vogliamo essere capaci di accompagnare davvero, singolarmente e comunitariamente, questi giovani nella scoperta e nell’approfondimento della fede nel Signore risorto. Dopo aver analizzato la difficile situazione ecclesiale giovanile Matteo scrive: «Si tratta di prendere coscienza del fatto che le parrocchie (e in parte le associazioni e i movimenti) sono essenzialmente luo-
ghi di esercizio della fede: luoghi che presuppongono in coloro che li frequentano una fede nel Vangelo già presente e una qualche dimestichezza con la prassi della preghiera. Se oggi entrasse in una delle moltissime parrocchie d’Italia una persona qualsiasi che non sapesse che cosa è la fede, non troverebbe alcuno spazio ove elaborare e auspicabilmente superare tale ignoranza. Se vi entrasse una persona qualsiasi che non sapesse che cosa è pregare, difficilmente troverebbe qualcuno disposto a insegnargli come si prega. E quanto è importante la preghiera specialmente nel nostro tempo… siamo sempre di fretta, sempre nervosi, sempre distratti, sempre pronti a rinchiuderci nelle tane delle nostre idiosincrasie, delle nostre manie, delle parti meno felici del nostro carattere. Ecco, la preghiera irrompe come aria fresca nel cuore e nella mente: è come un aprire le finestre del proprio io e un lasciarsi irrorare dall’aria pulita di Dio, che si chiama Spirito Santo… Ebbene, dove si insegna la preghiera? E se non c’è la preghiera non c’è la fede» [16]
Vorrei provare a delineare quattro momenti esperienziali, potremmo dire “tempi favorevoli”, kayros della fede. Tempi in cui Dio più facilmente può farsi sentire. Sono esperienze che toccano nel profondo la vita del singolo e che lo fanno sentire vivo, talvolta drammaticamente, di fronte agli eventi che lo superano, o di fronte ad una vitalità interiore che mette in moto la vita.
In tali esperienze penso che la domanda su Dio possa farsi strada, perché in esse la persona sente di non bastare a se stessa. È in qualche modo messa di fronte al fatto che la propria vita trova senso solo di fronte a un tu, ad una realtà altra da sé, fatta di eventi, persone, situazioni che la superano e che non è in suo potere controllare. Nel bene e nel male.
In queste situazioni di vita la percezione del divino ha i tratti del volto di Dio che la persona ha interiorizzato. Come educatori alla fede dovremmo imparare a cogliere in che misura quel volto assomiglia al volto che ci ha rivelato Gesù Cristo. Dovremmo chiederci: quel volto ha subito deformazioni che allontanano anziché avvicinare il giovane ad un’esperienza autentica di fede cristiana? Quasi sempre il processo di scoperta del volto di Dio comporterà una purificazione da pregiudizi nei suoi confronti. Come ce ne facciamo carico [17]?
Di questi quattro momenti due sono più propriamente legati ad esperienze forti, e puntuali, altri due identificano di più atteggiamenti dell’animo umano, la cui qualità e intensità cambiano la percezione soggettiva del tempo della vita.
Chiamerò questi ambiti esistenziali “vie” per sottolineare il fatto che proprio lì la Parola di Dio può attraversare e toccare il cuore dell’uomo. Proprio lì tocca e incontra la nostra libertà emergente.

2.1 La via dell’amore

Dilatare il cuore
Pensando ai giovani la prima cosa che viene in mente è l’esperienza dell’innamoramento. In essa la persona si scopre come espropriata da sé o occupata da un’altra persona in modo sorprendente e spesso del tutto imprevisto. Situazione verso la quale è impossibile difendersi, perché quando accade è già lì a sfidare la nostra capacità razionale: stupore, sorpresa, timore e trepidazione, talvolta paura… L’innamoramento – quando avviene in condizioni di normalità – ci insegna cosa vuol dire uscire da se stessi, far dipendere da un’altro la nostra salvezza e la nostra gioia.
Forse che tutto questo non c’entra con l’amore del e per il nostro Dio? Anche nella vicenda di Madeleine è stato importante un legame amoroso nascente e come, proprio attraverso quegli eventi, si è fatta strada per lei l’ipotesi Dio!
Le vicende biografiche con cui i giovani oggi incontrano l’amore penso siano davvero variegate. Certamente, per annunciare il Vangelo come buona notizia per la loro vita non possiamo che partire provando a capire dove si trovano loro rispetto a questo bisogno profondamente umano e al tempo stesso capace di aprire alla comprensione del Dio amore. Come educatori alla fede non dovremmo mai dimenticare che «Dio creò l’uomo a sua immagine e somiglianza, maschio e femmina li creò» (Gen 1,26-27). Questa vocazione originaria a compiere la propria vicenda umana nell’unione personale, stabile e feconda con un uomo (o una donna) che è irriducibilmente altro da me, eppure mi diventa così intimo da entrare a far parte della mia identità profonda è, e deve essere, il punto di partenza anche per chi – per vocazione – sceglierà la via del celibato per testimoniare l’amore di Dio nel mondo. Senza questa cordiale, sentita e spesso sofferta iniziazione all’amore non possiamo dire che ci sia una reale scelta, un reale discernimento maturo e solido verso il celibato o la verginità consacrata.
Dunque, come accompagnatori dovremmo provare a comprendere le vicende del giovane legate all’amore inteso come innamoramento, con tutto ciò che comporta una sana maturazione sessuale, tappa propria dell’età giovanile.
Tuttavia vorrei qui allargare l’orizzonte e valorizzare come via dell’amore ogni esperienza che dilata il cuore e lo rende capace di profondità: l’affetto per e dei genitori, per i fratelli e le sorelle (se ci sono), le amicizie, le relazioni gratuite, quelle improntate alla generosità, dare senza desiderare niente in cambio se non la gioia di poter essere utili e condividere qualche cosa di importante e di bello.
Le esperienze dell’infanzia e della prima giovinezza forniscono al giovane la grammatica dell’incontro umano. Sembra strano, ma oggi non possiamo darlo per scontato. Cosa significa essere uomini e donne? Di fronte ad un giovane ho bisogno di capire quale grammatica relazionale ha imparato nella vita per vedere se e come essa è capace di recepire il messaggio evangelico.
Devo saper riconoscere le storture, le lacune e le deformazioni dei linguaggi affettivi per rendermi conto di come e se il Vangelo possa risuonare nel cuore di quella persona.
Noi ci auguriamo che l’apertura alla radicalità evangelica avvenga sempre per la via della “pienezza del cuore”: riconosco di avere ricevuto tanto e voglio poter ricambiare con la mia vita che si fa dono! Ma spesso questo quadretto idilliaco è costellato da piccole o grandi ferite. Sono convinta che il Vangelo abbia una forza risanante, ma in questo caso l’accompagnatore dovrebbe essere attento a non orientare a forme di radicalità evangelica in modo che essa risulti una medicina troppo pesante, che una costituzione fragile non può sostenere. Come è possibile?

Alcuni rischi da evitare da parte dell’accompagnatore:
1. perdere di vista il bene della persona e finalizzarla all’istituzione;
2. non essere capace di un ascolto attivo e libero dei suoi reali bisogni;
3. non credere abbastanza alla forza di rinnovamento che lo Spirito ha e volerlo in qualche modo precedere o istruire;
4. sfruttare la bellezza del/della giovane per nutrire il proprio orgoglio.

2.2 La via del dolore

La contrizione del cuore
Il dolore attraversa la vita di tutti e spesso anche di chi lo dissimula attraverso diverse strategie e maschere, che lo rendono inaccessibile. Un dolore inaccessibile è come un corpo estraneo non riconosciuto e che dunque può distruggere chi lo ha in sé con tutto il mondo di relazioni che lo circonda.
Un dolore riconosciuto può diventare una preziosa occasione di vita, che mette a contatto con la profondità di se stessi, facendoci scoprire vulnerabili, poveri, indifesi… invocazione di salvezza!
Madeleine direbbe: «Bisogna sapersi perduto per voler essere salvato» [18].
Le metafore che usiamo per descrivere l’esperienza del dolore hanno a che fare con la profondità: il dolore scava, apre voragini dentro di noi, ci spacca il cuore. Ciò che allora accade in noi è che si crea uno spazio, che può essere semplicemente vuoto, ma può anche diventare invocazione di salvezza, di guarigione, di amore. Come recita ne Il profeta lo scrittore libanese Kahlil Gibran: «Quanto più a fondo scava il dolore nel vostro essere, tanta più gioia potrete contenere».
Veniamo dalla celebrazione della Pasqua del Signore Gesù, crocifisso e risorto.
Cosa, più del dramma pasquale, può aiutarci a comprendere la potenzialità insita in ogni situazione di dolore?
Il dolore innocente innanzitutto: penso a tante situazioni di vita che i giovani possono incontrare, quelle legate agli affetti familiari (tradimenti dell’amore paterno o materno, famiglie che non reggono e lasciano i figli orfani di quell’amore stabile e fecondo che avrebbero bisogno di riconoscere come le solide radici della loro esistenza; morti precoci o malattie, amicizie tradite o bullismo subito…), fino al dolore dei propri peccati. Quando la coscienza di aver fatto male o del male si fa vivida, allora è un giorno felice, quello dove si può piangere per il dolore dei propri peccati.
Chi raccoglie tutti questi dolori? Se il giovane rimane solo di fronte a questo dolore, facilmente non reggerà il peso e dovrà inventarsi le maschere per difendersi, contraffare il dolore per gestirlo.
Siamo in grado di smascherare tali contraffazioni del dolore?
Il contesto culturale non aiuta perché siamo sommersi da immagini e notizie dolorifiche: tragedie, morti cruente, guerre, tradimenti…
La spettacolarizzazione o mercificazione del dolore altrui non favorisce un sano rapporto con il dolore vero, quello nostro e quello degli altri. Anestetizza. Non aiuta a mettere in atto quel processo virtuoso che vede il dolore in faccia, lo accetta, lo elabora e ne cerca il senso, lo ricomprende alla luce di uno sguardo più profondo sull’esistenza umana, lo supera nella solidarietà amorevole di una mano che accoglie e mostra tenerezza, compassione, misericordia.
Nomino solo alcune maschere al dolore che più facilmente possiamo riconoscere nei giovani e non solo di oggi:
– anestetizzare la sensibilità (analfabetismo emotivo): non so più riconoscere il mio mondo emotivo. Mi limito a fare, pensare, magari anche con efficienza, ma in modo distaccato, formale, talvolta cinico;
– la riduzione di “me” a corpo: concentrazione sull’immagine di me più che su me stesso/a, con tutte le strategie che seguono per affermarsi: investimento nella moda e seduzione, stile relazionale superficiale… lontananza dalla mia vera profondità;
– l’aggressività distruttiva in tutte le sue forme: quella auto-distruttiva e quella che non tollera il bello che c’è nell’altro e agisce per invidia e competizione.
Perché il dolore possa trasformarsi in occasione di vita, di bellezza, di gioia [19] è necessario che qualcuno buchi la corazza, abbia il coraggio di entrare nel sepolcro vuoto che il dolore ha scavato dentro di noi e sappia far rinascere la vita dal tatto e dall’ascolto.
Siamo capaci di incontrare i giovani offrendo loro spazi di ascolto personalizzato, che con il dovuto rispetto favoriscano questo processo virtuoso che può, in definitiva, diventare luogo di annuncio della gioia del Vangelo?
Per la tua vita c’è speranza! Il male, e il dolore che ne deriva non sono l’ultima parola.

2.3 La via della curiosità

Il roveto ardente
Evoco ciò che vorrei dire con l’immagine del roveto ardente, che Mosè incuriosito va a vedere. Vorrei parlare della curiosità come di un aspetto umano importante anche per la fede, che suppone intelligenza, voglia di capire, scrutare, conoscere. Mi sembra molto importante intercettare come educatori questo aspetto dell’animo umano, soprattutto oggi, in un tempo in cui le trasformazioni tecnologiche rischiano di metterlo a dura prova.
Oltre ad essere la prima generazione incredula, quella attuale è certamente la prima generazione che ha a disposizione una infinita possibilità di informazioni su tutto ciò che l’umanità ha raccolto ed elaborato in tutti i campi del sapere. Tale sovrabbondanza poi è accessibile al clic del mouse, nella solitudine della propria camera, e può prescindere dal rapporto classico con un maestro, un insegnante, che nella pedagogia costituiva il mediatore naturale del sapere, colui che in qualche modo introduceva, orientava, incoraggiava l’alunno alla scoperta non solo del mondo da conoscere, ma anche della conoscenza di sé di fronte al mondo.
Chi sono i pedagoghi dei nostri ragazzi? A chi si affidano? Oggi il rischio potrebbe essere quello di avere giovani che tendono ad auto formarsi, che non si sentono figli e discepoli di nessuno, confusi perché senza guide valide per orientarsi nella selva oscura della rete e del mondo. Sempre connessi, ma profondamente soli, non imparano nemmeno a fidarsi, lo fanno troppo o troppo poco.
Non voglio essere tragica, ma penso che ci sia innanzitutto un problema culturale che dobbiamo saper vedere.
Credo poi che questa capacità umana di esplorare, di farsi le domande, di “dominare la realtà” (Gen 1,26), sia molto necessaria anche per ridestare la domanda su Dio e sulla necessità di capire cosa c’entri lui con la mia vita.
Siamo capaci di essere interlocutori attenti e saggi per quei giovani che vogliono vivere le opportunità – che la cultura oggi offre loro – come una via per far crescere la meraviglia?
Crediamo ancora che la fede non è contraria alla ragione e che dalla contemplazione del creato – anche attraverso la moderna tecnologia – può nascere un sussulto di lode al Dio creatore?
Qualche volta ho avuto la dolorosa sensazione che giovani appassionati alla vita, ai loro impegni di studio e di lavoro, e desiderosi di essere cristiani, non trovino nelle nostre comunità luoghi o persone capaci di nutrire la loro fede che sta diventando adulta. Se si pensa a loro solo in riferimento alla pastorale dei più piccoli… vuol dire che non siamo ancora una Chiesa in uscita! Prezioso l’impegno per l’iniziazione cristiana, ma poi? Dopo l’iniziazione quale proposta di vita cristiana incontrano? Mi viene in mente qui la bella immagine che Madeleine Delbrêl usa parlando della Chiesa nella sua ultima conferenza di Ivry, apparentemente militaresca perché descrive la Chiesa militante, ma capace di rendere l’idea di ciò di cui abbiamo bisogno anche noi oggi: «Secoli di generazioni, in cui i cristiani vivevano con i cristiani, avevano trasformato per noi – salvo eccezioni che gli storici mi getteranno in faccia – la vita della Chiesa militante in vita di caserma. In numerosi ambienti, religioni o professioni, la fede era considerata un po’ come ereditaria; la definizione di cristiano si confondeva spesso con quella di “onest’uomo”. Il non credente era un peccatore di cattiva volontà.
Si potrebbe aver fatto molte grandi manovre, si potrebbe essere andati alle scuole superiori di strategia… senza essere mai stati feriti, atterrati, senza aver conosciuto il pericolo di morte. Là dove i tempi attuali riservavano colpi alla vita cristiana, non avevamo muscoli; là dove bisognava saper lottare, avevamo soprattutto imparato a discutere» [20].
Madeleine sta dicendo che la fede deve essere vitale e non una fede atrofizzata. Che la prima è capace di vivere e si sviluppa meglio in ambienti atei, mentre la seconda mostra tutta la sua debolezza e –in sostanza – non serve né al mondo né alla logica del Regno di Dio. Mentre della prima abbiamo bisogno, come dell’acqua, per vivere. E tutto ciò che è vitale, compresa la curiosità e l’impegno culturale e scientifico, può essere una via dove la voce di Dio si fa sentire.

2.4 La via delle aspirazioni

«…Cosa vuoi che io ti faccia?» (Lc 18,41)
Inizialmente ho pensato di parlare della “via delle ambizioni”. Poi mi sono assestata sul più moderato termine “aspirazioni”. Vorrei riflettere sulla capacità di desiderare del cuore umano e della qualità di tali desideri, come di una via che dobbiamo saper ascoltare.
I desideri [21] sgorgano dal cuore umano e costituiscono l’energia vitale che orienta ciascuno alla crescita. Dalla qualità dei desideri dipende la capacità di orientarsi verso un progetto di vita maturo vocazionalmente [22]. Si dice che oggi non siamo più capaci di desiderare [23] e tanto meno di fare un discernimento su tali desideri. Perché questo? Forse perché per desiderare davvero bisogna saper soffrire? Chi desidera si pone nell’ottica di non possedere ciò che desidera, come si possiede una cosa, ma di avvicinarsi il più possibile, entrando in una relazione di rispetto e custodia, di qualcosa che ha valore in sé e che, come tale, non posso manipolare a mio piacimento, pena la perdita dell’oggetto desiderato.
Rimando a ben altri studi per un approfondimento sul tema del desiderio. Mi limito a dire che per il nostro obiettivo, accompagnare
i giovani alla scoperta del fascino della radicalità evangelica, il tema è imprescindibile. I due rischi che vedo sono gli estremi opposti della contraffazione del desiderio: da una parte l’ambizione cieca che vede solo il proprio tornaconto, che calcola, manipola e sceglie in base ai vantaggi certi. Dall’altra la labilità del desiderio, il passare di cosa in cosa senza mai appassionarsi veramente a niente. Nel primo caso l’orgoglio acceca e rende insensibili ai bisogni degli altri, coltivando un narcisismo autoreferenziale che poco ha a che fare con la logica del donare la vita per amore. Nel secondo caso l’inconsistenza e la volubilità dei desideri o l’assoluta incapacità di riconoscerli dentro di sé e di nominarli, rendono la persona facile preda di passività e pigrizia. Talvolta si rischia di scambiare tale passività per docilità: sono le persone che più facilmente si fanno attente alle aspettative degli altri, ma dentro non crescono nella determinazione personale necessaria alla decisione di seguire il Signore nella via della radicalità evangelica.
Quello che ci viene richiesto come accompagnatori spirituali è di riconoscere nel giovane le sue potenzialità e di aiutarlo a scoprirle e a valorizzarle come ciò che lo rende unico agli occhi di Dio, degli altri e di se stesso. Unico, non speciale. Ogni vocazione – chiamati per nome dal Signore – deve passare dall’assunzione sentita e responsabile della propria umanità, con nome e cognome. Io chi sono? Io cosa voglio? Cosa desidero diventare e fare della mia vita?
Infatti il Signore Gesù chiede al cieco: «Cosa vuoi che io ti faccia?» (Lc 18,41). Mi è sempre piaciuto questo episodio della vita di Gesù, mi fa sorridere, sembra quasi ironico. Ci viene da dire: «Ma dai Signore, cosa pensi che voglia? Non vedi che è cieco?». No! Gesù vuole che la persona abbia consapevolezza dei propri desideri, ne riconosce la dignità e desidera passare da questi per incontrare la libertà di ciascuno.
Incontrare i nostri desideri profondi, farli diventare aspirazioni al bene, liberarci dalle ambizioni autoreferenziali che ci impediscono di aprirci al dono di Dio. Tutta questa azione educativa che da sempre fa la storia del cristianesimo penso sia una via maestra, perché il principio di novità evangelica anche oggi si faccia strada nei nostri giovani.
Nel contesto attuale, in cui prevalgono messaggi che educano all’autoaffermazione e all’orgoglio, noi abbiamo un’altra umanità da costruire [24]. E dobbiamo sapere che questo desiderio va nutrito nella consapevolezza che ci potrà anche costare caro. Ma anche questo è Grazia a caro prezzo [25].

Conclusione

Ho cercato di offrire alcune riflessioni che possano essere utili a chi, accompagnando giovani nel cammino della vita, si preoccupa di favorire processi virtuosi che rendano ricettivo il giovane di fronte alla Parola del Signore. Senza nessuna pretesa di esaurire le analisi possibili, ma soprattutto a partire dal mio punto di vista nell’attività formativa e di ascolto che svolgo, mi è sembrato giusto collocare questa preoccupazione pedagogica nel più ampio contesto ecclesiale che non è mai trascurabile per un discernimento sulla forma di vita che un giovane può abbracciare per camminare verso la maturità.
Nella seconda parte ho provato a delineare quattro vie esistenziali sulle quali, secondo me, la Parola di Dio può correre anche oggi e raggiungere il cuore dei singoli.
Infine vorrei rinnovare la convinzione che il Signore non lascerà mancare nella sua Chiesa persone che vivono una fede radicale, nella forma della consacrazione per il Regno dei cieli, o nel matrimonio cristiano come sacramento dell’amore di Cristo per la Chiesa. Potranno cambiare le forme con cui tutto questo si esprimerà nella Chiesa di domani. Ma la sostanza a mio parere non può che essere quella di una Chiesa che deve testimoniare nel mondo quel “già e non ancora” del Regno che viene.
Ogni vocazione è necessaria a questo scopo e in fondo non può esserci una senza l’altra.
La preoccupazione per chi accompagna i giovani deve essere quella di aiutare a fare un discernimento vero, che ponga il ragazzo o la ragazza nella situazione di massima libertà di fronte all’invito del Signore. Ciò non può che passare da un’assunzione integrale della propria umanità: siamo chiamati ad amare Dio con tutto noi stessi. Per questo segnalo che un’attenzione pedagogica non sempre custodita è quella di non perdere mai di vista il triplice livello vocazionale cui tutti siamo chiamati:
1. vocazione alla vita;
2. vocazione alla fede;
3. vocazione specifica.
Non ci capiti di accompagnare giovani che nel cammino verso una forma di radicalità evangelica perdano il contatto con la vocazione alla vita e magari anche con la loro fede.
L’autenticità dell’azione dello Spirito non può che favorire un processo di unificazione profonda della persona. Chi consapevolmente assume gli impegni della sequela sa di rinunciare a molti beni legittimi, umanamente parlando, ma nella fede, passando per l’amore e il dolore, sa anche trasformare questa rinuncia nell’esperienza più entusiasmante, che è scoprire la verità di se stessi di fronte alla Verità, che è il Signore Gesù e poter dire dal profondo del cuore: «Corro per la via dei tuoi comandamenti perché hai dilatato il mio cuore».
Ringraziamo con gioia il Signore per averci donato Madeleine Delbrêl. Lei ha corso con entusiasmo sulle strade di Parigi, in tempi non facili. Ha amato, sofferto, piena di curiosità e di desideri appassionati, per il Signore e per ogni persona che incontrava. Ha fatto del Vangelo e del Vangelo vissuto insieme, al passo della Chiesa, la sua forza.
La sentiamo come una nostra sorella maggiore, una che ha aperto un cammino per la fede del terzo millennio. La sua esperienza spirituale ha la forma leggera e profonda di chi sa di aver incontrato il Signore e ciò gli basta per incontrare ogni uomo e donna autenticamente.
L’essenzialità e la vitalità della sua esperienza di fede, se vogliamo la sua radicalità, nutrono persone che vivono diverse forme vocazionali: preti, uomini e donne, religiosi e laici. Tutti ritroviamo in essa la bellezza del Vangelo vissuto nell’ordinarietà dei giorni.

NOTE

1 Cito solo il testo ormai classico di E. BIANCHI, Il radicalismo cristiano. Seguire Gesù il Signore, Gribaudi, Torino 1980.
2 M. DELBRÊL, Città marxista terra di missione, Morcelliana, Brescia 1961, p. 171.
3 Cf Gv 15,4: «Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può portare frutto da se stesso se non rimane nella vite, così neanche voi se non rimanete in me»; Gv 15,7: «Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quello che volete e vi sarà fatto»; Gv 15,9: «Come il Padre ha amato me, anche io ho amato voi. Rimanete nel mio amore». Vedi anche Fil 4,1; I Ts 3,8; 1G v 2,27-28.
4 Non leggeremo mai abbastanza la parte dell’esortazione apostolica Evangelii Gaudium, in cui Papa Francesco scuote la Chiesa con quel bellissimo esame di coscienza sulle tentazioni degli operatori pastorali (76-109).
5 Cf At 12,24: «Intanto la parola di Dio cresceva e si diffondeva». At 13,49: «La parola del Signore si diffondeva per tutta la regione». At 19,20: «Così la parola del Signore cresceva con vigore e si rafforzava».
6 Su questo brano consiglio di leggere la bellissima predicazione del Card. Carlo Maria Martini ai seminaristi di Milano che descrive bene il processo di appropriazione della fede da un assenso nozionale ad un assenso reale: C .M. MARTINI, La radicalità della fede, Piemme, Milano 1991, ripubblicato recentemente nel volume Rischiare e giocarsi. Verso scelte definitive, Centro Ambrosiano, Milano 2012.
7 Cf M. DELBRÊL, Comunità secondo il vangelo, Morcelliana, Brescia 19793, pp. 194-196.
8 Evangelii Gaudium, n. 46.
9 M. DELBRÊL, citata in C. DE BOISMARMIN, Madeleine Delbrêl. Strade di città, sentieri di Dio, Città Nuova, Roma 1988, p. 35.
10 Cf A. RICCARDI, Vita consacrata. Una lunga storia. Ha ancora un futuro?, San Paolo, Cinisello Balsamo (MI) 2015; R. Cozza, Siamo gli ultimi “religiosi”? Alla ricerca di nuove forme di vita consacrata, EDB, Bologna 2014.
11 II carisma non è una bottiglia di acqua distillata, in A. SPADARO, “Svegliate il mondo!”. Colloquio di Papa Francesco con i Superiori Generali, in «La Civiltà Cattolica» 2014 I, 3-17, p. 8.
12 A. SPADARO, La fede nella «rete» delle relazioni, in «La Civiltà Cattolica» 2010 II, pp. 258-271; Verso una «cyberteologia»? L’intelligenza della fede nel tempo della rete, in «La Civiltà Cattolica» 2011 I, pp. 15-27.
13 C.M. MARTINI – E. BIANCHI, Le sfide del Terzo millennio. Giovani alle prese con il mondo che cambia, In Dialogo, Milano 2009.
14 M. DELBRÊL, Noi delle strade, Gribaudi, Milano 1988 (1 edizione 1969), p. 66.
15 Cf Evangelii Gaudium, n. 272: «Quando viviamo la mistica di avvicinarci agli altri con l’intento di cercare il loro bene, allarghiamo la nostra interiorità per ricevere i più bei regali del Signore».
16 M. ARMANDO, La prima generazione incredula. Il difficile rapporto tra i giovani e la fede, Rubbettino, Soveria Mannelli (CZ) 2010, pp. 34-35.
17 Per approfondire questo aspetto importante della maturazione di una fede personale cf FRÈRE EMMANUEL DI TAIZÉ, Un amore misconosciuto. Al di là delle rappresentazioni spontanee di Dio, Ed. Messaggero, Padova 2011.
18 M. DELBRÊL, Noi delle strade, cit., p. 76.
19 Cf il romanzo di A. D’AVENIA, Cose che nessuno sa, Arnoldo Mondadori, Milano 2011.
20 M. DELBRÊL, Noi delle strade, cit., pp. 312-313.
21 Cf G. CUCCI, Il desiderio. Motore della vita, in «La Civiltà Cattolica» 2010 I, pp. 568-578.
22 Cf M. RONDET, Dio ha una volontà particolare su ciascuno di noi?, in «Christus» 1989, pp. 392-399.
23 Cf M. RECALCATI, Ritratti del desiderio, Raffaello Cortina Editore, Milano 2012.
24 «Il mondo propone di imporsi a tutti costi, di competere, di farsi valere… Ma i cristiani, per la grazia di Cristo morto e risorto, sono i germogli di un’altra umanità, nella quale cerchiamo di vivere al servizio gli uni degli altri, di non essere arroganti ma disponibili e rispettosi. (…) Dal Signore risorto oggi imploriamo la grazia “di non cedere all’orgoglio che alimenta la violenza e le guerre, ma di avere il coraggio umile del perdono e della pace» (PAPA FRANCESCO, Urbi et orbi, 5 aprile 2015).
25 Secondo la bellissima espressione di Dietrich Bonhoeffer.

(Vocazioni n. 4 Luglio/Agosto 2015)