DOMENICA I DI AVVENTO – B – di Giuseppe Bellia

Chi siamo, dove andiamo?

Argilla, che si polverizza,

plasmata dal Signore Dio

all’alba della creazione.

Tratturi rossi di sangue,

catene di schiavitù, grevi,

cielo scuro, silenzio di Dio,

urla d’inferno e spavento.

Sguardi abbassati a terra.

Perché nessuno guarda

in alto e urla verso Dio

lo spasimo del popolo?

Sei disceso come rugiada

su volti grinzosi e bruciati.

Mio Dio dentro sei entrato

e ti sei impregnato di noi.

Hai pianto le nostre lacrime,

ti sei caricato il nostro dolore,

in te sconforto e disperazione

si fanno preghiera al Padre.

Lontani, erranti, senza meta,

vieni presto nostro Redentore,

e trasforma il lugubre lamento

in letizia e gioia incessanti.

PRIMA LETTURA                                      Is 63,16-17.19; 64,1-7

Dal libro del profeta Isaia

“Comincia con un’affermazione molto forte (esempio di un Salmo di lamentazione collettiva, cfr. Sal 44,74 ecc.): invocazione a Dio con un appellativo significativo. – Segue la descrizione della situazione: vv.17-19, quel che conta come disgrazia qui è il peccato (cf.64,5-6): siamo tanto peccatori da essere incapaci di pregare – Poi viene la implorazione, fatta con le labbra: si sa che la propria stessa preghiera è contaminata nell’intimo: 63,19b → la implorazione di una teofania, di una rivelazione di Dio: il farsi vicino a Colui che è totalmente altro – Questa invocazione anima la speranza (64,3): questa meraviglia consisterà nella liberazione dal male che affligge il popolo. La colpa – È una trasformazione radicale del popolo: Dio che si mostra – La responsabilità ultima del peccato… è rimandata in fondo… al Signore che non s’è ancora manifestato sufficientemente al suo popolo (64,6)” (Don U. Neri, abbazia di Monteveglio 1969).

16 [Perché tu sei nostro padre, poiché Abramo non ci riconosce e Israele non si ricorda di noi].

Tu, Signore, sei nostro padre, da sempre ti chiami nostro redentore.

Tu sei nostro padre perciò non forzarti all’insensibilità. Il rapporto va oltre la stessa colpevolezza e non cessa mai. Dio non può ripudiare. La paternità di Abramo e d’Israele è derivata ed è limitata per cui Abramo e Giacobbe non conoscono i loro figli e non possono ricordarsi di loro perché essi sono diventati numerosi come le stelle del cielo. Solo Dio è veramente padre. Il salmista infatti esclama: «Mio padre e mia madre mi hanno abbandonato, ma il Signore mi ha raccolto» (sal 27,10). La paternità di Dio si esprime nella redenzione: da sempre ti chiami nostro redentore. Il termine redentore implica un rapporto di parentela. Il redentore infatti è il vindice del sangue ed è colui che paga il riscatto. Essendo padre, il Signore è fortemente impegnato con Israele a vendicarne il sangue sparso e a riscattarlo dalla schiavitù. La redenzione è postulata dal rapporto che Dio stesso liberamente ha voluto instaurare con i suoi eletti. Benché meritevoli di punizione, Dio non sopporta di vederli annientati per sempre.

17 Perché, Signore, ci lasci vagare lontano dalle tue vie e lasci indurire il nostro cuore, cosi che non ti tema? [lett.: lasci allontanare il nostro cuore dal tuo timore?] Ritorna per amore dei tuoi servi, per amore delle tribù, tua eredità.

Perché, Signore, ci lasci vagare lontano dalle tue vie? Questa domanda esprime una profonda sofferenza. L’orante constata che la situazione così grave, che il popolo sta vivendo, lo allontana sempre più dal Signore anziché avvicinarlo a Lui. Succede infatti che in situazioni gravi non si ricorra al Signore ma ancora ci si accanisca nelle possibilità dell’uomo per trovare una soluzione. In tal modo il cuore (cioè l’intimo dell’uomo) si allontana dal timore del Signore e rifiuta di ritornare a Lui. Vaga lontano dalle vie del Signore chi nel suo cuore non teme più il Signore. Questi se ne sta lontano e lascia che il suo popolo vada per le vie che ha scelto; Egli è come indifferente alle vicende del suo popolo. Considerando la storia della salvezza si sa che gli interventi divini suscitano timore come al contrario il suo silenzio crea il vuoto dell’assenza, che gli empi si sforzano di riempire dichiarando che Dio non c’è.

Da queste considerazioni nasce l’insistente preghiera del ritorno del Signore. Il verbo ritornare può anche esprimere il ritornare dallo stato d’ira a quello di clemenza. I servi o sono l’intero popolo oppure coloro che Dio ha unito a sé chiamandosi appunto Dio di Abramo, d’Isacco e di Giacobbe. Il popolo è strutturato in tribù sulle quali il Signore riversa il suo amore di elezione. L’elezione appare quindi il cardine della preghiera; questa pertanto si fonda su una situazione che scaturisce dalla libera volontà di Dio, che è senza pentimento. Prendere coscienza dell’elezione non come un privilegio ma come il punto di leva della supplica perché il Signore guardi di nuovo con amore i suoi eletti, genera la conversione al Signore e del Signore verso il suo popolo.

La preghiera si modella su quella di Mosè dopo il peccato del popolo (l’adorazione del vitello d’oro): «Desisti dall’ardore della tua ira e abbandona il proposito di fare del male al tuo popolo. Ricòrdati di Abramo, d’Isacco, d’Israele, tuoi servi, ai quali hai giurato per te stesso e hai detto: Renderò la vostra posterità numerosa come le stelle del cielo e tutto questo paese, di cui ho parlato, lo darò ai tuoi discendenti, che lo possederanno per sempre» (Es 32,12-13).

[18 Perché gli empi hanno calpestato il tuo santuario, i nostri avversari hanno profanato il tuo luogo santo?]

Perché gli empi hanno calpestato il tuo santuario? Lett.: per poco tempo il popolo della tua santità ha ereditato, cioè è restato nella sua eredità, infatti i nostri avversari hanno profanato il tuo luogo santo. Si sono purtroppo avverate le parole della Legge: «Io chiamo oggi in testimonio contro di voi il cielo e la terra: voi certo perirete, scomparendo dal paese di cui state per prendere possesso oltre il Giordano. Voi non vi rimarrete lunghi giorni, ma sarete tutti sterminati» (Dt 4,26).

Invocazione perché il Signore si riveli come nei tempi antichi

(63,19-64,3)

19 Siamo diventati come coloro su cui tu non hai mai dominato, sui quali il tuo nome non è stato mai invocato.

L’orante vede che il popolo eletto è diventato simile alle genti sulle quali mai il Signore ha dominato. La scomparsa di ogni segno della presenza del Signore riduce il popolo alla stregua di coloro che non lo conoscono. È scritto infatti nel Salmo: Non vediamo più le nostre insegne, non ci sono più profeti e tra di noi nessuno sa fino a quando …(73,9). Questa situazione è molto grave perché si è privi di protezione donata dai sacerdoti, che non invocano più il Nome di Dio sul popolo (cfr. Benedizione sacerdotale in Nm 6,25-26).

Se tu squarciassi i cieli e scendessi! Davanti a te sussulterebbero i monti.

Di fronte a tale situazione ecco il grido: Se tu squarciassi i cieli e scendessi! La divina discesa è l’Incarnazione del suo Figlio. Il Signore ha compiuto diverse discese lungo l’arco della storia ma quella, in cui c’è pienezza ed è definitiva, è l’Incarnazione del suo Verbo.

Davanti a te sussulterebbero i monti. Lo sconvolgimento della creazione avvenne al Sinai come è scritto: Il monte Sinai era tutto fumante, perché su di esso era sceso il Signore nel fuoco e il suo fumo saliva come il fumo di una fornace: tutto il monte tremava molto (Es 19,18; cfr. Eb 12,26; Sal 68,9). Esso di nuovo avverrà nella venuta gloriosa del Signore.

L’orante ha infatti davanti a sé esempi del passato ma il disegno del Signore non si ripete. Questa invocazione si attua ora più nel silenzio di Dio che nella sua forza manifesta.

64,1 Come il fuoco incendia le stoppie e fa bollire l’acqua, [aggiunta: così il fuoco distrugga i tuoi avversari], perché si conosca il tuo nome fra i tuoi nemici. Davanti a te tremavano i popoli,

Il testo continua a parlare della teofania, I monti sussultano e si fondono davanti al Signore allo stesso modo che il fuoco incendia le stoppie e fa bollire l’acqua. (Avendo messo un punto di separazione con il capitolo precedente il nostro traduttore ha sentito la necessità di aggiungere una frase che fosse il secondo membro del paragone: così il fuoco distrugga i tuoi avversari, in tal modo ha appesantito il testo e gli ha dato un orientamento che non è secondo il senso dell’autore). La teofania in tutta la sua gloria ha lo scopo di far conoscere il nome del Signore tra i suoi nemici e così tutti i popoli tremano davanti al Signore come tremarono in passato. Certamente chi legge può aver l’impressione che solo una manifestazione visibile a tutti e ripiena di gloria possa piegare i popoli davanti al Nome del Signore.

Lettura cristologica: Noi sappiamo che la prima manifestazione gloriosa del Signore è l’esaltazione del suo Figlio al quale ha dato il Nome, che è al di sopra di ogni altro nome, in modo che davanti a Lui si pieghi ogni ginocchio (cfr. Fil 2,9). In realtà l’invocazione è tutta rivolta alla redenzione, che il Signore compie per il suo popolo e per tutte le genti.

Così interpreta Girolamo: «I cuori superbi dei mortali si disperdono al calore della grazia e, a imitazione della discesa del Cristo, si riempiono delle virtù della pazienza e dell’umiltà. La seconda venuta scioglie l’orgoglio dei potenti».

Il fuoco dello Spirito, comunicato a noi dal Cristo, distrugge ciò che è corruttibile (cfr. 1Re 18,38) e riscalda ciò che è freddo.

Il fuoco dell’amore vince la resistenza dell’acqua (cfr. Ct 8,7:Le grandi acque non possono spegnere l’amore né i fiumi travolgerlo).

2 Quando tu compivi cose terribili che non attendevamo, tu scendesti e davanti a te sussultarono i monti.

Il ricordo delle opere passate inattese, quali la liberazione e il Sinai, ritornano alla mente dell’orante come speranza nell’intervento divino nel tempo attuale.

È incomprensibile perché il traduttore abbia omesso la frase: discendesti, davanti a te sussultarono i monti. Infatti volutamente i versetti: 63,19; 64,1-2 sono scanditi come da un ritornello: davanti a te sussultarono i monti (63,19. 64,2); davanti a te tremavano i popoli (64,1). La teofania produce i suoi effetti sulla creazione e sulle nazioni; nulla può resistere davanti al Signore.

3 Mai si udì parlare da tempi lontani, orecchio non ha sentito, occhio non ha visto che un Dio, fuori di te, abbia fatto tanto per chi confida in lui.

Delle opere compiute per liberare il suo popolo non si è mai udito parlarne neppure nei tempi lontani; esse restano uniche e sempre destano stupore: che un Dio, fuori di te, abbia fatto (tanto) per chi confida in lui. Il Signore non ha fatto tanto ma semplicemente ha fatto perché gli dei delle nazioni non fanno nulla: Essi riducono al nulla i popoli come essi stessi sono nulla mentre il Signore redime, libera e dà vita al suo popolo.

Confessione

(4-6)

4 Tu vai incontro a quelli che praticano con gioia la giustizia e si ricordano delle tue vie. Ecco, tu sei adirato perché abbiamo peccato contro di te da lungo tempo e siamo stati ribelli.

Traduzione del testo ebraico:

Tu hai colpito chi con gioia operava la giustizia, coloro che nelle tue vie si ricordavano di te. Ecco, tu sei adirato perché abbiamo peccato, in esse da sempre e così eravamo salvati.

Tu vai incontro a quanti praticano la giustizia, questa traduzione riflette il testo greco; la Vulgata latina traduce: tu sei andato incontro a chi ti faceva buon viso e chi praticava la tua giustizia; più problematica si presenta l’interpretazione del testo ebraico che potrebbe essere così tradotto: tu hai colpito chi con gioia operava la giustizia, coloro cioè che nelle tue vie si ricordavano di te. Non solo il Signore ha colpito i peccatori ma anche i giusti. Si presenta così il tema assai scottante nelle divine Scritture dei giusti retribuiti con la sorte dei malvagi; qui dà una ragione: Ecco, tu sei adirato perché abbiamo peccato. I giusti non hanno potuto impedire la rovina del popolo anzi essi stessi sono stati travolti nelle stesse sciagure. Si sente qui un contrapposto con la preghiera d’intercessione di Abramo per Sodoma: dieci giusti avrebbero salvato Sodoma, i giusti d’Israele non hanno potuto salvare il popolo. La seguente traduzione è congetturale: contro di te da lungo tempo e siamo stati ribelli; alla lettera nel testo ebraico si presenta assai difficile: in esse (cioè nelle tue vie) da sempre eravamo salvati. Il peccato grave infatti è quello di dimenticare le vie del Signore e quindi di non camminare più in esse: le vie del Signore sono misericordia, verità e grazia; averle abbandonate significa essere usciti dalla sua misericordia e così il peccato ha sempre più travolto il popolo e lo ha consegnato al castigo.

5 Siamo divenuti tutti come una cosa impura, e come panno immondo sono tutti i nostri atti di giustizia; tutti siamo avvizziti come foglie, le nostre iniquità ci hanno portato via come il vento.

L’orante descrive ora gli effetti del peccato: rende quanti hanno peccato come una cosa impura, per cui nel Sal 50 così preghiamo: Purificami con issopo e sarò mondo; lavami e sarò più bianco della neve (v. 9). Gli atti di giustizia: anziché rivestire l’uomo con un abito di gloria, il peccato lo riveste con un abito immondo (cfr. Zac 3,3-4: Giosuè infatti era rivestito di vesti immonde e stava in piedi davanti all’angelo, il quale prese a dire a coloro che gli stavano intorno: «Toglietegli quelle vesti immonde». Poi disse a Giosuè: «Ecco, io ti tolgo di dosso il peccato; fatti rivestire di abiti da festa»). Il peccato è distruzione dell’essere e dell’esistere, paragonato all’albero della vita nel quale noi siamo come foglie che, se avvizzite, sono portate via dal vento, cioè dalle nostre iniquità. Il peccato quindi è la morte stessa nel senso profondo del termine, cioè quella spirituale ed è quindi forza che trascina lontano, cioè nel regno della morte stessa.

6 Nessuno invocava il tuo nome, nessuno si risvegliava per stringersi a te; perché tu avevi nascosto da noi il tuo volto, ci avevi messo in balìa della nostra iniquità.

L’orante continua a descrivere gli effetti stessi del peccato: Nessuno invocava il tuo nome, nessuno si riscuoteva per stringersi a te; il fatto più grave è questo: rendersi indifferenti nei confronti di Dio tanto da non invocare più il suo Nome e di scuotere se stessi per afferrarsi a Lui. È come un sonno, un’illusione di poter uscire da questa situazione di morte, causata dal peccato, con le proprie forze. A questo si aggiunge il silenzio di Dio: perché tu avevi nascosto da noi il tuo volto. Il Signore non si fa più trovare quando la nube del peccato oscura la mente e il cuore dell’uomo e lo abbandona alla sua sorte perché non lo si invoca più e quindi ci consegna in balìa della nostra iniquità per essere finiti da essa e completamente distrutti. L’oblio di Dio e delle sue vie porta a queste tremende conseguenze che l’orante espone ora nella sua supplica.

7 Ma, Signore, tu sei nostro padre; noi siamo argilla e tu colui che ci plasma, tutti noi siamo opera delle tue mani.

Di fronte a questa situazione di morte causata dal peccato, ora noi ci appelliamo a te come a nostro Padre e quindi come a colui che di noi ha misericordia come un padre ha pietà dei suoi figli. Nell’immagine dell’argilla, che prende forma, non c’è solo il ricordo della prima creazione ma di quella nuova in forza della quale noi siamo ricreati a immagine e somiglianza di Dio nel Figlio.

Questa preghiera di lamento parte da una constatazione: il peccato è talmente penetrato in noi che ci paralizza in tutto, anche nella preghiera. Questa infatti è contaminata nell’intimo e una simile contaminazione si estende anche a tutte le nostre opere di giustizia. L’unica speranza è che il Signore discenda squarciando i cieli, superando le precedenti teofanie, di cui la principale è quella al Sinai. Solo con la sua presenza tra noi ci sarà una trasformazione radicale, noi saremo di nuovo plasmati come nuove creature. La supplica quindi non si chiude in un’amara constatazione, ma apre il cuore alla speranza fondata su quel legame così indissolubile che fa di Dio il Padre del popolo, che non può abbandonare. Per questo si deve ricuperare pienamente il rapporto di Padre a figli.

SALMO RESPONSORIALE                                   Sal 79

R/.        Signore, fa’ splendere il tuo volto e noi saremo salvi.

Il ritornello, come risposta alla Parola di Dio, coglie un aspetto della lettura: Dio si fa presente a noi e ci salva facendo risplendere il suo volto. Splendore del suo volto è la sua misericordia, che si manifesta nella nostra conversione e nel perdono dei peccati.

Tu, pastore d’Israele, ascolta,

seduto sui cherubini, risplendi.

Dio è chiamato Pastore d’Israele, è il Cristo che si fa pastore del suo popolo da lui guidato con forza e tenerezza (cfr. Is 40,10-11).

Ascolta: (Is 63,19: squarcia i cieli e scendi).

Seduto sui cherubini, risplendi: il salmista contempla il Signore nella gloria della sua divinità così come lo hanno contemplato i profeti (cfr. Is 6,1-3; Ez 1,26). Colui che si è umiliato ed è tornato al Padre, manifesta la sua gloria nel radunare il suo gregge disperso e nel portarlo ai pascoli della vita.

Risveglia la tua potenza

e vieni a salvarci.        R/.

Vieni a salvarci. Questa è la preghiera della Chiesa nel tempo intermedio dell’attesa.

Che significa: Risveglia la tua potenza? Vi sono momenti in cui non appare operante la potenza di Dio per la nostra salvezza. Vedi Mc 6,5-6: risveglia la nostra fede e risveglierai la tua potenza. Più che svegliare se stesso è noi che Egli deve svegliare.

Dio degli eserciti, ritorna!

Guarda dal cielo e vedi

e visita questa vigna,

proteggi quello che la tua destra ha piantato,

il figlio dell’uomo che per te hai reso forte.               R/.

Dio che sei potente come Dio degli eserciti. Infatti tutte le schiere celesti e anche le forze della creazione sono potenti in virtù del Signore.

Ritorna, dalla tua ira e volgiti verso la tua misericordia.

Questa Vigna, che Dio si è scelta e che da fiorente che era è diventata umile e umiliata, ma in essa vi è il germoglio da Lui piantato e rafforzato.

Sia la tua mano sull’uomo della tua destra,

sul figlio dell’uomo che per te hai reso forte.

Da te mai più ci allontaneremo,

facci rivivere e noi invocheremo il tuo nome.             R/.

Quando verrà a noi l’uomo che sta alla tua destra, che è il Figlio dell’uomo, che per te hai reso forte, nella sua passione, morte e risurrezione, allora saremo pienamente redenti. Con Lui, nostro buon Pastore, non potremo più allontanarci da te, perché in Lui ci hai fatti rivivere in modo che possiamo invocare il tuo nome, nel quale siamo salvati.

SECONDA LETTURA                                        1 Cor 1,3-9

Per la prima volta questo brano è letto agli inizi dell’Avvento – Come brano di apertura verrà ad arricchire l’Avvento stesso; noi, a nostra volta, siamo indotti a una rilettura di questo brano – La Parola, vissuta e letta nella Comunità stessa – Non è la Bibbia una realtà fissa e statica.

Grazia e pace (hesed e shalom): la pace segue la grazia. v. 4: questa operazione della grazia si compie in Gesù – v. 7: non vi manca nulla (cf. v. 5); e definisce i cristiani con una locuzione: «voi che aspettate la rivelazione di N.S.G.C.». È solo in questo senso che ci possiamo dire cristiani. Il cristianesimo non è sequela di una dottrina, ma aspettativa di un incontro di una rivelazione – Siamo gente proiettata verso un ritorno – v.8: «irreprensibili»: senza imperfezione (cfr. Apoc.). Il dato assoluto che ci garantisce di tutto questo è la fedeltà di Dio (v. 9); Egli ci ha già con uniti nel Cristo (d. G. Dossetti, abbazia di Monteveglio, 1969).

Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corinzi

Fratelli, 3 grazia a voi e pace da Dio Padre nostro e dal Signore Gesù Cristo!

Il saluto comunica grazia e pace la cui origine è da Dio Padre e dal Signore Gesù Cristo. La pace segue la grazia. Questi doni sono compendiati in Gesù: Egli è il Verbo pieno di grazia e di verità (cfr. Gv 1,14) ed è Lui la nostra pace (cfr. Ef 2,14).

4 Rendo grazie continuamente al mio Dio per voi, a motivo della grazia di Dio che vi è stata data in Cristo Gesù,

Spesso il ringraziamento è sulle labbra dell’apostolo (cfr. Rm 1,8; Fil 1,3; Flm 4; Col 1,3; 1Ts 1,2; 2Ts 1,3; 2Cor 1,3; Ef 1,3; 2Tm 1,3; cfr. invece Gal 1,6: Mi meraviglio, è una lettera grave per la situazione di queste chiese a causa dei falsi fratelli e del giogo della Legge, cui vogliono sottomettere queste chiese; essi quindi non sono oggetto di ringraziamento).

A motivo della grazia di Dio, La grazia di Dio è il dono che incessantemente viene elargito alla Chiesa e che si manifesta nella ricchezza dei carismi.

in Cristo Gesù, é il “luogo” dove il Padre elargisce la grazia (cfr. Gv 1,17).

5 perché in lui siete stati arricchiti di tutti i doni, quelli della parola e quelli della conoscenza.

La conoscenza. Da una parte questo dono è oggetto del ringraziamento dell’Apostolo, dall’altra l’esercizio di esso costituisce per l’Apostolo una seria preoccupazione. In questa duplice tensione della grazia di Dio e della risposta dell’uomo in modo concreto e storico, si fonda tutta la forza e la grazia dell’apostolo, che incessantemente rigenera la sua Chiesa come vergine casta da presentare al Cristo, lo Sposo.

6 La testimonianza di Cristo si è stabilita tra voi così saldamente 7 che non manca più alcun carisma a voi, che aspettate la manifestazione del Signore nostro Gesù Cristo.  

La testimonianza di Cristo (cfr At 18,5).

Si è stabilita, fu resa stabile da Dio quando diede la sua grazia. Infatti la ricchezza dei carismi ha come fine la testimonianza al Cristo. Nella misura in cui questa testimonianza è confermata, è saldamente radicata nella Chiesa, fioriscono le manifestazioni della grazia di Dio.

8 Egli vi renderà saldi sino alla fine, irreprensibili nel giorno del Signore nostro Gesù Cristo.

Irreprensibili, Gesù ci porta a essere senza alcuna imperfezione nell’incontro con Lui, come è scritto in Ef 5,27: al fine di farsi comparire davanti la sua Chiesa tutta gloriosa, senza macchia né ruga o alcunché di simile, ma santa e immacolata.

9 Degno di fede è Dio, dal quale siete stati chiamati alla comunione con il Figlio suo Gesù Cristo, Signore nostro!

Essendo noi già in comunione con Gesù Cristo, che è il nostro Signore, Dio compie questa opera di purificazione e di perfezione perché Egli è fedele. La sua fedeltà è il fondamento unico di questa operazione della sua grazia.

CANTO AL VANGELO                                         Sal 84,8

R/.        Alleluia, alleluia.

Mostraci, Signore, la tua misericordia

e donaci la tua salvezza.

R/.        Alleluia.

VANGELO                                                       Mc 13,33-37

Allora andiamo al dato fondamentale della spiritualità cristiana – Mc 13,33ss. La vigilanza: virtù del tempo intermedio fra la prima e la seconda venuta del Cristo – La vigilanza è virtù dominante, condizionante il tempo intermedio; la carità consumata non la possiamo afferrare altro che nella vita eterna. Quaggiù noi possiamo solo protenderci verso la carità: vegliando – La nostra vigilanza è correlativa alla certezza che Dio è fedele (1Cor 1) e viceversa. Questa vigilanza è anche gioia ; noi ci lamentiamo di remore e difficoltà e rischiamo di cedere nella vigilanza – Ora tutto questo non è vero: gli ostacoli sono molto meno dei doni che ci sono stati già fatti (1Cor 1) – Questa vigilanza deve essere caratterizzata da una tensione alla irreprensibilità – Anelare all’incontro –

L’attesa vigilante e confidente dell’incontro con Cristo che ritorna, riguarda l’universalità dei chiamati (Mc 13,37) – Io non posso essere sicuro del mio incontro se non per la vigilanza di tutta la Comunità – La spiritualità dell’Avvento è speranza e vigilanza della Chiesa nel suo insieme. (d. G. Dossetti, abbazia di Monteveglio, 1969).

Dal vangelo secondo Marco

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: 33 «Fate attenzione, vegliate, perché non sapete quando è il momento.

Fate attenzione, parola che scandisce il discorso (5: riguardo alla seduzione; 9: riguardo alla persecuzione). Qui si riferisce al vegliare,

In Pr 8,34 è insieme ai verbi custodire, e osservare. A questo testo si accosta Ct 5,2: io dormo, ma il mio cuore è  insonne, nell’attesa che lo Sposo bussi alla porta. La veglia è quindi quell’intima tensione verso la Sapienza (cfr Sap 6,15) e verso lo Sposo che ci porta, notte e giorno, ad avere l’orecchio interiore teso alla sua venuta.

Il motivo di questo vegliare insonne è che non sappiamo quando sarà il momento preciso, questo momento è conosciuto solo dal Padre. Questo porta alla sobrietà che è caratteristica dell’attesa.

34 È come un uomo, che è partito dopo aver lasciato la propria casa e dato il potere ai suoi servi, a ciascuno il suo compito, e ha ordinato al portiere di vegliare.

La parabola del padrone, che abbandona la sua casa e la dà in custodia ai servi, sta ad indicare il periodo intermedio. La casa è sua e quindi Egli deve tornarvi, non si sa quando. L’immagine si trova pure in Mt 25,14 e in Lc 19,12 (talenti e mine da trafficare) qui invece è l’attesa di un ritorno improvviso.

Ad ogni suo servo Egli ha dato il pieno potere, in rapporto al proprio compito. Ciascuno quindi ha la capacità di svolgere la propria opera, di agire conforme a quanto gli è stato chiesto. Nel potere di diventare figli di Dio (cfr. Gv 1,12) è pure racchiuso questo potere di compiere come servi l’opera che ci è affidata. Spicca la figura del portiere che essendo il primo ad accogliere il padrone deve vigilare in modo particolare. L’accostamento ad Eb 13,17 (cit. di Gnilka) è illuminante: essi vigilano sulle vostre anime.

35 Vegliate dunque: voi non sapete quando il padrone di casa ritornerà, se alla sera o a mezzanotte o al canto del gallo o al mattino; 36 fate in modo che, giungendo all’improvviso, non vi trovi addormentati.

La parabola, appena abbozzata, è ora applicata a noi. Egli è il padrone della casa, Colui che viene. Vengono elencate le varie parti della notte; non si nomina il giorno perché alla notte è paragonato questo tempo come dice l’Apostolo in Rm 13,11-12: Questo voi farete, consapevoli del momento: è ormai tempo di svegliarvi dal sonno, perché la nostra salvezza è più vicina ora di quando diventammo credenti. La notte è avanzata, il giorno è vicino. Gettiamo via perciò le opere delle tenebre e indossiamo le armi della luce. Questo tempo è notte, il  suo sarà giorno pieno, ma già le luci di questo giorno si fanno intravedere in questa notte. È questa luce che si manifesta nel nostro essere figli della luce che ci fa attendere nella vigilanza.

37 Quello che dico a voi, lo dico a tutti: vegliate!».

Quello che dico a voi, a quanti hanno ascoltato, ai suoi discepoli, lo dico (il presente indica la risonanza perenne dell’Evangelo) a tutti coloro che ascoltano: vegliate, questa è la parola d’ordine.

Note

Appunti omiletici Gerico 3.12.72

Athos: 3. perché il Signore si paragona a un uomo che torna a casa tardi o a un ladro? Cosa ci voleva a dire a che ora arrivava? Il nostro rapporto con Lui è nella fede e quindi Egli ha questa libertà di tornare quando vuole. Noi poi siamo povera gente che aspettiamo uno che deve tornare mentre il mondo ci presenta tante cose da fare At 20,31s.

  1. Giuseppe: 3. quello che diceva Athos mi pare riveli l’ambivalenza del testo che scompare nella traduzione. Come uomo partito – uomo è intenzionale, dice: io sono quest’uomo che parte per un viaggio; è a un tempo uomo e Signore per cui non si degna di dire quando torna: noi lo dobbiamo attendere come uomo, ma come Signore si riserva il momento. Noi siamo suoi fratelli come uomo e suoi servi come Signore. Dà agli schiavi tutta la potenza, che restano schiavi. È questa ambiguità che ci mantiene in tensione. Dobbiamo attendere con fede e gioia però con sobrietà e supplica. Bellissimo Col 4,2: la vigilanza, la perseveranza nell’Eucaristia e nella supplica sono connesse ed è il modo di aspettare il Signore.

(per chi conosce la Terra Santa e l’attuale situazione restano sempre vere queste parole conclusive di don Giuseppe)

  1. Giuseppe: è vero che qui siamo in presenza di gente (Ebrei e mussulmani) che attendono qualcuno sovrano e giudicante. Il clima ci fa leggere in modo particolare questi testi. […] Di tutti i luoghi sacri il più sconsacrato è il Cenacolo. È tutto in disordine. Peraltro questo è un mistero grosso. Le chiese qui ci sono in un modo che rischia il limite: mancano di questo pezzo, del Cenacolo, della Pentecoste: la Chiesa latina manca di ciò nella sua teologia, la Chiesa ortodossa che ce l’ha di più, si carnalizza però in un modo tale che non si sa dove vada a finire. La cosa sicura è che non bisogna fare coincidere questa realtà con quella a cui siamo chiamati, però questo non abolisce i segni di Dio, della sua Grazia e della sua Incarnazione. Ora l’economia dello Spirito non abolisce questi segni perché lo Spirito è Spirito di Gesù. Non abolisce il cap 63 in cui è possibile la carnalizzazione della città (è questa la caratteristica del trito Isaia, è la sezione che più serve a sostenere le cose attuali). È proprio questa sezione che più parla dello Spirito: l’economia dello Spirito non abolisce i segni, passa attraverso di essi in un modo più divino e trascendente. Il segno esige sempre una spiritualizzazione. C’è il pericolo di carnalizzare il segno, questo non toglie l’efficacia sacramentale. La Terra, Gerusalemme, il Sepolcro continuano a restare segno efficace, ma sono colti a questo livello a un patto di accoglierli in modo spirituale. Come ad esempio il pellegrino russo: egli è uomo dello Spirito ed è in Lui (dice sempre la preghiera di Gesù), termina qui a Gerusalemme. Gesù uomo conserva ancora un rapporto con questa terra, con Gerusalemme; occorre pertanto un processo di spiritualizzazione più rinnovato. Dobbiamo muoverci secondo la polarità di Dio: trascendente e incarnata e quella dell’uomo spirito e corpo (non carne che si contrappone). Tolta questa polarità si cade nel docetismo (tutto è apparenza). C’è una spiritualizzazione al limite che distrugge tutto – l’uomo e la creazione – e resta solo lo spirito. Questa dialettica è antica come la Chiesa (vedi Ef e Col): naturalmente lo Spirito è libero rispetto ai segni, non sono di necessità assoluta per la salvezza dell’uomo singolo ma lo sono per la creazione.
  2. Umberto: la mitizzazione cade nel dualismo, mentre la lettura nello Spirito dà vita e realtà alle cose.
  3. Giuseppe: qui c’è un perno dell’occidente che bisogna tenere fermo. Noi siamo in una lamina di rasoio o sbagliamo di qua o di là. Lo Spirito è reale e richiama il reale, Gesù: indica un uomo. Se no in che senso si parla di un ritorno. Lo Spirito non fa altro che testimoniarci la realtà di Cristo e la realtà nostra: se ne scappa ma delle due è finita, si ricade nella carne. In quanto noi non possiamo salvarci solo spiritualmente.

PREGHIERA DEI FEDELI

  1. Nell’attesa del Redentore, rivolgiamo le nostre suppliche al Padre che è nei cieli.

Diciamo insieme:

Esaudisci il tuo popolo, Signore

 

  • Per la Chiesa santa e cattolica, che si estende da un confine all’altro della terra, perché la sua gioiosa attesa sia luce di salvezza per tutti i popoli, preghiamo

  • Per i cuori spezzati dal dolore perché si rianimino di fiducia nell’attesa del Redentore e trovino chi li consoli, preghiamo.

  • Per tutti i discepoli del Signore perché custodiscano integra la loro fede e santo il vincolo dell’amore fraterno, preghiamo

  • Per la nostra comunità cristiana perché permanga nel vincolo della carità e faccia conoscere il Signore a tutti, preghiamo.

  • Perché tutti noi sappiamo accogliere il Signore nascosto e presente nei segni sacramentali e nel volto dei suoi poveri, preghiamo.

  • Perché l’attesa vigilante del Signore, che ci riempie di gioia sovrabbondante, ci doni la forza di non lamentarci nelle nostre tribolazioni, preghiamo.

  1. O Dio, nostro Padre, nella tua fedeltà, che mai vien meno, ricordati di noi, opera delle tue mani, e donaci l’aiuto della tua grazia, perché attendiamo vigilanti con amore irreprensibile la gloriosa venuta del nostro redentore, Gesù Cristo tuo Figlio.

Egli è Dio, e vive e regna con te, nell’unità dello Spirito Santo, per tutti i secoli dei secoli.

Amen