Vegliare per entrare nel mistero

Domenica I di Avvento B

papa Francesco

a cura di Gianfranco Venturi

 

Vegliare per entrare nel mistero [1]

“Entrare nel mistero” significa capacità di stupore, di contemplazione; capacità di ascoltare il silenzio e sentire il sussurro di un filo di silenzio sonoro in cui Dio ci parla (cfr 1 Re 19,12).
Entrare nel mistero ci chiede di non avere paura della realtà: non chiudersi in sé stessi, non fuggire davanti a ciò che non comprendiamo, non chiudere gli occhi davanti ai problemi, non negarli, non eliminare gli interrogativi…
Entrare nel mistero significa andare oltre le proprie comode sicurezze, oltre la pigrizia e l’indifferenza che ci frenano, e mettersi alla ricerca della verità, della bellezza e dell’amore, cercare un senso non scontato, una risposta non banale alle domande che mettono in crisi la nostra fede, la nostra fedeltà e la nostra ragione.
Per entrare nel mistero ci vuole umiltà, l’umiltà di abbassarsi, di scendere dal piedistallo del nostro io tanto orgoglioso, della nostra presunzione; l’umiltà di ridimensionarsi, riconoscendo quello che effettivamente siamo: delle creature, con pregi e difetti, dei peccatori bisognosi di perdono. Per entrare nel mistero ci vuole questo abbassamento che è impotenza, svuotamento delle proprie idolatrie… adorazione. Senza adorare non si può entrare nel mistero.

Vigilare vuol dire custodire con tenerezza [2]

La vocazione di custodire riguarda tutti e tutto
La vocazione del custodire, non riguarda solamente noi cristiani, ha una dimensione che precede e che è semplicemente umana, riguarda tutti. È il custodire l’intero creato, la bellezza del creato, come ci viene detto nel Libro della Genesi e come ci ha mostrato san Francesco d’Assisi: è l’avere rispetto per ogni creatura di Dio e per l’ambiente in cui viviamo. È il custodire la gente, l’aver cura di tutti, di ogni persona, con amore, specialmente dei bambini, dei vecchi, di coloro che sono più fragili e che spesso sono nella periferia del nostro cuore. È l’aver cura l’uno dell’altro nella famiglia: i coniugi si custodiscono reciprocamente, poi come genitori si prendono cura dei figli, e col tempo anche i figli diventano custodi dei genitori. È il vivere con sincerità le amicizie, che sono un reciproco custodirsi nella confidenza, nel rispetto e nel bene. In fondo, tutto è affidato alla custodia dell’uomo, ed è una responsabilità che ci riguarda tutti. Siate custodi dei doni di Dio!

E quando l’uomo viene meno a questa responsabilità di custodire, quando non ci prendiamo cura del creato e dei fratelli, allora trova spazio la distruzione e il cuore inaridisce. In ogni epoca della storia, purtroppo, ci sono degli “Erode” che tramano disegni di morte, distruggono e deturpano il volto dell’uomo e della donna.
Vorrei chiedere, per favore, a tutti coloro che occupano ruoli di responsabilità in ambito economico, politico o sociale, a tutti gli uomini e le donne di buona volontà: siamo “custodi” della creazione, del disegno di Dio iscritto nella natura, custodi dell’altro, dell’ambiente; non lasciamo che segni di distruzione e di morte accompagnino il cammino di questo nostro mondo!

Vigilare su noi stessi
Ma per “custodire” dobbiamo anche avere cura di noi stessi! Ricordiamo che l’odio, l’invidia, la superbia sporcano la vita! Custodire vuol dire allora vigilare sui nostri sentimenti, sul nostro cuore, perché è proprio da lì che escono le intenzioni buone e cattive: quelle che costruiscono e quelle che distruggono! Non dobbiamo avere paura della bontà, anzi neanche della tenerezza!

Vigilare con tenerezza
E qui aggiungo, allora, un’ulteriore annotazione: il prendersi cura, il custodire chiede bontà, chiede di essere vissuto con tenerezza. Nei Vangeli, san Giuseppe appare come un uomo forte, coraggioso, lavoratore, ma nel suo animo emerge una grande tenerezza, che non è la virtù del debole, anzi, al contrario, denota fortezza d’animo e capacità di attenzione, di compassione, di vera apertura all’altro, capacità di amore. Non dobbiamo avere timore della bontà, della tenerezza!

Il Signore nascose la sua venuta
perché fossimo vigilanti [3]

  1. La sua venuta si può verificare ai nostri giorni. Il diacono sant’Efrem, nel suo Commento sul Diatessaron (XVIII, 15.17), ci dice: «Egli nascose il tempo della sua venuta perché fossimo vigilanti e ognuno di noi ritenesse che il fatto può accadere ai nostri stessi giorni. […] Mise in risalto quei segni perché fin dall’inizio tutti i popoli e tutti i tempi avessero motivo di pensare che la sua venuta si sarebbe potuta verificare ai loro giorni. Vegliate, perché, quando il corpo s’addormenta, ha in noi il sopravvento la natura, e la nostra azione non si svolge secondo la nostra volontà, ma si compie secondo un impulso inconscio. E quando il torpore, cioè la viltà e la trepidazione, domina l’anima, prende dominio su di lei il nemico e fa per suo mezzo ciò che essa non vuole. Sulla natura domina una forza bruta e sull’anima domina il nemico. Pertanto la vigilanza di cui parlò il Signore nostro è prescritta per ambedue: per il corpo, perché non si abbandoni a pesante sonno; per l’anima, perché non cada nel torpore della pusillanimità».
    2. Il Signore annunciò che sarebbe venuto come un ladro. Vegliate dunque, comportatevi con rettitudine. Possono aiutare Mt 24, 42 e Mt 25, lss. Le vergini potevano dormire, ma dovevano essere pronte al minimo segno. Marco (13, 33-37) ci avvisa di fare attenzione alla porta.
    3. Si tratta di una «vigilanza attiva». Ci si chiede di fare determinate cose e non altre. Da questa vigilanza attiva scaturisce la fedeltà. L’infedele s’impadronisce di ciò che gli viene affidato, sia per farne un uso personale (Mt 21, 33-46), sia per cattiva amministrazione o pigrizia (Mt 25,14-30). Il servo fedele e quello infedele (Mt 24,45).
    4. La mancanza di vigilanza e l’infedeltà vanno di pari passo. Traggono nutrimento l’una dall’altra, reciprocamente. Non si è capaci di accettare l’invito del Signore quando il nostro cuore è succube del proprio giudizio, del proprio spazio interiore, dei propri interessi. Gli invitati alle nozze rifiutano di partecipare per seguire i propri affari. Esiste anche l’infedele che tiene un comportamento ambiguo: va alla festa ma non indossa l’abito adatto, ovvero si dimostra indegno di prendere parte al banchetto (Mt 22,1-4).
    5. Esiste però una vigilanza che va oltre la semplice attenzione: è la «vigilanza in attesa». Bisogna rileggere le Scritture per vedere gli uomini giusti, le donne pie e il popolo fedele di Dio che vivono questa speranza in attesa: Giovanni Battista, che manda a chiedere a Gesù se è «colui che deve venire» (Mt 11,3), o Giuseppe di Arimatea, che «aspettava» (Mc 15, 43) o Simeone (Lc 2,25) o ancora il popolo fedele al quale parlava Anna (Lc 2, 38) e che «era in attesa» (Lc3,15). Dobbiamo chiederci se la nostra vigilanza includa questa parte di speranza in attesa, «secondo la mia ardente attesa e la speranza che in nulla rimarrò deluso» (Fil 1, 20), o se «l’ardente aspettativa della creazione […] è protesa verso la rivelazione dei figli di Dio» (Rm 8, 19), e se «aspettando l’adozione a figli, la redenzione del nostro corpo» (Rm 8, 23) «attendiamo con perseveranza» (Rm 8,25). Questa attesa ha la virtù di accelerare la venuta del regno di Dio, e perciò san Pietro, «mentre aspettate e affrettate la venuta del giorno di Dio», ci consiglia: «nell’attesa di questi eventi, fate di tutto perché Dio vi trovi in pace, senza colpa e senza macchia» (2Pt 3, 12-14).
    6. Le Scritture ci presentano Dio stesso che aspetta con gioia la nostra redenzione (2Pt 3, 8-9). Bramare la manifestazione di Dio significa soddisfare il suo desiderio paterno. Implica una capacità di veglia trepidante e paziente, attenta e fedele, che trova il suo strumento nella preghiera e nell’esame di coscienza quotidiano. Vuol dire attendere la sua manifestazione (Gc5,7-9). E il desiderio della sua venuta (2Tm 4, 8); è l’attesa del grande Dio e salvatore Gesù Cristo (Tit 2,13). Aspetta¬re Cristo, la manifestazione di Cristo, e nient’altro.
    7. Vigilare nella preghiera. Perciò la comunità prega Dio, affinché si riveli (Nm 6, 25; 1Cor 16, 22; Ap 22, 20). Pregare affinché si manifesti colui che si manifestò una volta e per sempre nella gloria. Questa richiesta riporta la speranza.

Gli atteggiamenti in vista dell’incontro finale con Gesù [4]

Una vita ricca di buone opere
Nel Vangelo (cf. Lc 12,32-48), Gesù parla ai suoi discepoli dell’atteggiamento da assumere in vista dell’incontro finale con Lui, e spiega come l’attesa di questo incontro deve spingere ad una vita ricca di opere buone. Tra l’altro dice: «Vendete ciò che possedete e datelo in elemosina; fatevi borse che non invecchiano, un tesoro sicuro nei cieli, dove ladro non arriva e tarlo non consuma» (v. 33). È un invito a dare valore all’elemosina come opera di misericordia, a non riporre la fiducia nei beni effimeri, a usare le cose senza attaccamento ed egoismo, ma secondo la logica di Dio, la logica dell’attenzione agli altri, la logica dell’amore. Noi possiamo, essere tanto attaccati al denaro, avere tante cose, ma alla fine non possiamo portarle con noi. Ricordatevi che “il sudario non ha tasche”.

La vigilanza, impegnati al servizio
L’insegnamento di Gesù prosegue con tre brevi parabole sul tema della vigilanza. Questo è importante: la vigilanza, essere attenti, essere vigilanti nella vita. La prima è la parabola dei servi che aspettano nella notte il ritorno del padrone. «Beati quei servi che il padrone al suo ritorno troverà ancora svegli» (v. 37): è la beatitudine dell’attendere con fede il Signore, del tenersi pronti, in atteggiamento di servizio. Egli si fa presente ogni giorno, bussa alla porta del nostro cuore. E sarà beato chi gli aprirà, perché avrà una grande ricompensa: infatti il Signore stesso si farà servo dei suoi servi – è una bella ricompensa – nel grande banchetto del suo Regno passerà Lui stesso a servirli. Con questa parabola, ambientata di notte, Gesù prospetta la vita come una veglia di attesa operosa, che prelude al giorno luminoso dell’eternità. Per potervi accedere bisogna essere pronti, svegli e impegnati al servizio degli altri, nella consolante prospettiva che, “di là”, non saremo più noi a servire Dio, ma Lui stesso ci accoglierà alla sua mensa. A pensarci bene, questo accade già ogni volta che incontriamo il Signore nella preghiera, oppure nel servire i poveri, e soprattutto nell’Eucaristia, dove Egli prepara un banchetto per nutrirci della sua Parola e del suo Corpo.

L’imprevedibiltà della venuta
La seconda parabola ha come immagine la venuta imprevedibile del ladro. Questo fatto esige una vigilanza; infatti Gesù esorta: «Tenetevi pronti, perché, nell’ora che non immaginate, viene il Figlio dell’uomo» (v. 40). Il discepolo è colui che attende il Signore e il suo Regno. Il Vangelo chiarisce questa prospettiva con la terza parabola: l’amministratore di una casa dopo la partenza del padrone. Nel primo quadro, l’amministratore esegue fedelmente i suoi compiti e riceve la ricompensa. Nel secondo quadro, l’amministratore abusa della sua autorità e percuote i servi, per cui, al ritorno improvviso del padrone, verrà punito. Questa scena descrive una situazione frequente anche ai nostri giorni: tante ingiustizie, violenze e cattiverie quotidiane nascono dall’idea di comportarci come padroni della vita degli altri. Abbiamo un solo padrone a cui non piace farsi chiamarsi “padrone” ma “Padre”. Noi tutti siamo servi, peccatori e figli: Lui è l’unico Padre.

L’attesa non dispensa dal servizio
Gesù oggi ci ricorda che l’attesa della beatitudine eterna non ci dispensa dall’impegno di rendere più giusto e più abitabile il mondo. Anzi, proprio questa nostra speranza di possedere il Regno nell’eternità ci spinge a operare per migliorare le condizioni della vita terrena, specialmente dei fratelli più deboli.

Come Maria
La Vergine Maria ci aiuti ad essere persone e comunità non appiattite sul presente, o, peggio, nostalgiche del passato, ma protese verso il futuro di Dio, verso l’incontro con Lui, nostra vita e nostra speranza.

NOTE

[1] Omelia, Veglia pasquale 4 aprile 2015.
[2] Omelia per l’inizio del ministero petrino, 13 marzo 2013.
[3] Aspettando l’Epifania, in J. M. BERGOGLIO – PAPA FRANCESCO, Aprite la mente al vostro cuore, BUR, Rizzoli, Milano 2014, 104-107; FRANCESCO, Non fatevi rubare la speranza. La preghiera, il peccato, la filosofia e la politica alla luce della speranza, Oscar Mondadori – LEV, Città del Vaticano 2014, 54-57.
[4] Angelus, 7 agosto 2016.