SOLENNITÀ DI NOSTRO SIGNORE GESÙ CRISTO RE DELL’UNIVERSO

 

 

Svegliati mia arpa e mia cetra!

Ecco l’aurora del grande giorno!

Sceso è il pastore dall’alto

e viene a radunare il suo gregge.

 

Piccoli, dispersi tra le Genti,

con il sigillo del Nome santo

sulla fronte e nel loro cuore,

essi attendono la redenzione.

 

Lo Spirito e la Sposa dicono:

Vieni Cristo Gesù, Signore.

Tenue è la luce della lampada:

emerge la Parola dell’attesa.

 

Ti vedo sul trono, o mio Dio,

circondato da angeli di fuoco,

che con sguardo e gesto forti

dividi le Genti a loro insaputa.

 

Ti guardo Gesù, mio Salvatore,

ecco con te i tuoi minimi fratelli,

con pani, manti e sorrisi di gioia

dirigersi verso i loro benefattori.

 

Essi li prendono per le mani,

si riconoscono, s’abbracciano

e li conducono nelle dimore

del Regno per loro preparato.

 

 

PRIMA LETTURA                                       Ez 34, 11-12.15-17

 

Dal libro del profeta Ezechièle

 

11 Così dice il Signore Dio: Ecco, io stesso cercherò le mie pecore e le passerò in rassegna.

 

Il Signore Dio non pasce più il suo gregge per interposta persona ma direttamente. La sua prima azione è quella di cercare le sue pecore, che erano disperse. Il Signore le trova non nel senso che prima non erano a Lui presenti. Infatti non v’è creatura che possa nascondersi davanti a lui, ma tutto è nudo e scoperto agli occhi suoi e a lui noi dobbiamo rendere conto (Eb 4,13). Egli pertanto le trova perché si lascia trovare da loro, che prima non lo conoscevano perché la sua conoscenza era offuscata dai dominatori di questo mondo (2Cor 2,6.8) e dalla loro sapienza, fondata sugli elementi del mondo (Col 2,8.20), cioè sul vano tentativo di vincere la morte.

Dopo che le ha radunate, le passa in rassegna per vedere se ne manca qualcuna. Tutte ai suoi occhi sono care e tutte le conosce perché Dio vuole che tutti gli uomini siano salvati e arrivino alla conoscenza della verità (1Tm 2,4).

 

12 Come un pastore passa in rassegna il suo gregge quando si trova in mezzo alle sue pecore che erano state disperse, così io passerò in rassegna le mie pecore e le radunerò da tutti i luoghi dove erano disperse nei giorni nuvolosi e di caligine.

 

Con lo stesso comportamento di compassione del pastore, che è riuscito a radunare il suo gregge dopo che erano state disperse e che cerca di curarle, così il Signore passa in rassegna le sue pecore e se vede che ancora ne mancano, va in cerca per radunarle da tutti i luoghi sia sulla terra che negl’inferi perché nessuno può resistere alla sua forza, con cui strappa alla stessa morte il suo gregge.

Giorni nuvolosi e di caligine stanno ad indicare le ore buie e tumultuose della storia, quali le guerre, i terremoti, la violenza dei forti, che opprimono i più deboli, e infine le potenze spirituali avverse al regno di Dio, come ampiamente ci rivela l’Apocalisse.

 

[13 Le farò uscire dai popoli e le radunerò da tutte le terre. Le ricondurrò nella loro terra e le farò pascolare sui monti d’Israele, nelle valli e in tutti i luoghi abitati della terra.

 

Il Signore elenca ora tutti i luoghi da cui toglie il suo gregge. Non vi è popolo, per quanto potente, che possa trattenere schiavo il suo popolo. Come fece con l’Egitto e il faraone così farà con quel popolo, che vorrà resistere alla sua decisione di redenzione.

Allo stesso modo non vi è terra, per quanto lontana, da cui il Signore non raduni Israele nella loro terra. I monti d’Israele, le valli, le città e i villaggi si ripopoleranno senza che nessuno possa più cacciarli via.

Il luogo, dove il Signore raduna, sono i cieli nuovi e la terra nuova, dove abiterà la giustizia (cfr. 2Pt 3,13). In questi nuovi spazi Egli ci rinnoverà a sua immagine e somiglianza e trasformerà il corpo della nostra miseria per renderlo conforme al corpo della sua gloria in virtù del potere che ha di sottomettere a sé tutte le cose (Fil 3,21). Qui Egli passerà in rassegna uno ad uno coloro che ha redenti.

 

14 Le pascerò in ottime pasture e il loro ovile sarà sui monti alti d’Israele; là riposeranno in un buon ovile e pascoleranno in grassi pascoli sui monti d’Israele.

 

Il Signore continua a descrivere il nutrimento, che Egli ci dona, mediante l’immagine dl pascolo. Le pasture, in cui Dio ci pasce, sono ottime. Noi ci deliziamo di un cibo buono, che è Lui stesso, come Egli ci dice: «Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno» (Gv 6,54). Anche nella gloria il cibo sarà lo stesso e cambierà solo il modo di nutrirci. La nostra abitazione sarà sui monti alti d’Israele o sul monte altissimo d’Israele. Questo alto monte richiama quello della Trasfigurazione del Signore, dove l’apostolo Pietro voleva fare tre dimore. Egli esprime in profezia la nostra condizione futura. Qui il pascolo sarà grasso. Questo sta ad indicare che noi ci nutriremo in modo sovrabbondante in Colui che dà lo Spirito senza misura (Gv 3,34).]

 

15Io stesso condurrò le mie pecore al pascolo e io le farò riposare. Oracolo del Signore Dio.

 

Il Signore non vuole più operare mediante altri, ma vuol far sentire ai suoi che Lui solo è il Pastore, che guida le sue pecore al pascolo, là dove Egli sa che possono veramente nutrirsi. Egli non vuole che si nutrano di cibo cattivo e velenoso ma solo di quello buono. Egli sa alternare il momento del pascolo e quello del riposo in cui le pecore assimilano quanto hanno mangiato. Egli sigilla con la sua firma la sua parola: Oracolo del Signore Dio.

In questo modo il Signore c’insegna che la nostra vita è scandita dal ritmo del nutrimento e del riposo. Infatti noi dobbiamo lavorare «non per il cibo che perisce, ma per quello che dura per la vita eterna, e che il Figlio dell’uomo vi darà. Perché su di lui il Padre, Dio, ha messo il suo sigillo» (Gv 6,27). L’opera che dobbiamo compiere e che ci nutre è credere in colui che egli ha mandato (Gv 6,29).

A quest’opera succede il riposo che consiste nell’assimilare il nutrimento nel nostro spirito riassaporando quanto Egli ci ha donato in cibo presso acque tranquille (sal 22,2).

 

16 Andrò in cerca della pecora perduta e ricondurrò all’ovile quella smarrita, fascerò quella ferita e curerò quella malata, avrò cura della grassa e della forte; le pascerò con giustizia.

 

Il Signore, come vero Pastore, non si accontenta di radunare il suo popolo rimasto, ma va ancor più in profondità. Nel suo forte amore per noi non c’è situazione nostra in cui Egli non si faccia presente.

La pecora perduta è un tema caro nelle parabole del Signore Gesù Cristo. Chi si è addirittura perduto e premono su di lui le tenebre della morte, s’imbatte nel Pastore, che non solo lo prende per mano ma lo mette in spalla tutto contento (Lc 15,5) e lo riporta al suo ovile.

Lo stesso accade a quella smarrita, che cioè ha perduto il sentiero e non trova più la via del ritorno. Il testo ebraico usa un’espressione forte: quella scacciata. Questo implica che egli si sia smarrito perché qualcuno l’ha spinto fuori del sentiero. Il Pastore lotta contro chi agisce in questo modo per strappargli di mano soprattutto gli agnellini del gregge, come faceva Davide con il suo gregge (cfr. 1Sm 17,34-36).

Il buon Pastore fascia le ferite inferte sia nello spirito che nel corpo. Egli è vero medico delle anime e dei corpi. Nell’immagine del Buon Samaritano, egli si presenta come colui che sana le ferite inflitte da predoni e briganti, che ci assediano e ci vogliono togliere la stessa vita.

Allo stesso modo Egli cura quella malata. Le malattie più profonde e nascoste sono quello che affliggono il nostro spirito, cioè la nostra persona nelle sue facoltà di conoscenza, di volontà e di libera scelta. Queste profonde malattie, che affliggono il pensiero, si ripercuotono sulla psiche e sul corpo e viceversa. Con il suo Evangelo, il Signore cura queste malattie dello spirito, secondo quanto Egli stesso dice: «Lo spirito è pronto, ma la carne è debole» (Mt 26,41). Rafforzando lo spirito, il Signore ci rende capaci di sostenere la debolezza della nostra carne.

Avrò cura della grassa e della forte. Il testo masoretico (ebraico) ha una singolare lettura: ma distruggerò la grassa e la forte. La traduzione CEI ha preferito riferirsi al testo greco: e quella che è forte custodirò. Per chi conosce l’ebraico e il greco comprende il perché di questa variante. Se l’interpretazione del testo greco è comprensibile, risulta di più difficile comprensione l’attuale lettura che si trova nel testo ebraico. Perché mail il Signore dichiara di distruggere quella grassa e quella forte? Probabilmente vi è un rapido passaggio d’immagine: i cattivi pastori sono ora davanti al Signore, che pasce direttamente il gregge, essi pure pecore. Dal momento che, anziché pascere il gregge, hanno pasciuto se stessi (cfr. v. 8), il Pastore li distrugge, come accade al servo malvagio che percuote gli altri servi e mangia e beve: lo punirà con rigore assegnandogli il posto fra gli infedeli. Il verbo punire nel testo greco e latino suona letteralmente: lo dividerà a pezzi.

Per questo Egli dichiara: le pascerò con giustizia. Egli compie il suo giusto giudizio sul suo gregge, togliendo di mezzo ad esso ogni forma d’iniquità e di oppressione.

 

17 A te, mio gregge, così dice il Signore Dio: Ecco, io giudicherò fra pecora e pecora, fra montoni e capri.

 

Con queste parole, il Signore esprime il suo giudizio che passa attraverso l’intimo dell’uomo, espresso simbolicamente nelle varie specie di animali, che formano il gregge di un pastore. Non possiamo intrattenerci nella ricerca di una simbologia specifica di ogni singolo animale perché da parte nostra rischieremmo di cadere nella fantasia. Se qualche Padre o dottore ha compiuto questo, riconosciamo in lui le profondità dello Spirito santo e accogliamo con animo grato la sua interpretazione.

 

 

SALMO RESPONSORIALE                                  Sal 22

 

R/.  Il Signore è il mio pastore: non manco di nulla.

 

Il Signore è il mio pastore:

non manco di nulla.

Su pascoli erbosi mi fa riposare.

Ad acque tranquille mi conduce.           R/.

 

Rinfranca l’anima mia,

mi guida per il giusto cammino

a motivo del suo nome.                        R/.

 

Davanti a me tu prepari una mensa

sotto gli occhi dei miei nemici.

Ungi di olio il mio capo;

il mio calice trabocca.              R/.

 

Sì, bontà e fedeltà mi saranno compagne

tutti i giorni della mia vita,

abiterò ancora nella casa del Signore

per lunghi giorni.          R/.

 

 

SECONDA LETTURA                                      15, 20-26.28

 

Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corìnzi

 

Fratelli, 20 Cristo è risorto dai morti, primizia di coloro che sono morti.

 

Ribadisce l’annuncio, contrapponendolo a coloro che negano la risurrezione, e definisce Cristo primizia (cfr. Col 1,18: primogenito dai morti). Egli è primizia di quella risurrezione che non conosce di nuovo la morte. Primizia di quel molto frutto che il chicco di grano ha dato cadendo a terra e morendo (cfr. Gv 12,24).

Egli, che è veramente morto, è sceso libero tra i morti (Sal 87,6), e ha dato ai dormienti la speranza della loro risurrezione. Chi scende agli inferi trova il Cristo, che gli comunica la forza di risorgere. Davvero la morte è un sonno sereno di attesa per coloro che si sono addormentati in Cristo.

Tutto parte dalla risurrezione di Cristo. Questa è l’evento che cambia in modo radicale il processo della storia. Infatti Cristo è primizia di coloro che si sono addormentati, primogenito dai morti, quindi in Lui essi hanno la speranza di risvegliarsi.

 

21 Perché, se per mezzo di un uomo venne la morte, per mezzo di un uomo verrà anche la risurrezione dei morti.

 

Confronto tra Adamo e Cristo. Adamo è la porta attraverso la quale la morte è entrata nel mondo per cui tutti in Adamo muoiono. Cristo è la porta attraverso la quale è entrata la risurrezione dei morti per cui tutti in Cristo saranno vivificati.

Era necessario l’evento esattamente contrario, cioè la risurrezione dai morti, per spezzare il processo della morte e instaurare quello della vita. Gesù morendo distrugge la morte perché distrugge la causa di essa, che è il peccato. Risorgendo, Gesù ci rende giusti per la fede in Lui e dà inizio in noi alla vita. Egli riscatta il nostro rapporto con Adamo e c’inserisce nel suo con noi. L’effetto primo pertanto è quello di distruggere il dominio del peccato in noi e quindi quello della morte.

 

22 Come infatti in Adamo tutti muoiono, così in Cristo tutti riceveranno la vita.

 

Il processo della morte si arresta in Cristo e inizia quello della vita. Questo è possibile perché avviene un trasferimento: dall’essere in Adamo noi passiamo all’essere in Cristo. Nell’esser in Adamo noi esperimentiamo ogni giorno la morte, che ancora è presente nel corpo e nella psiche, e quindi appare assai visibile e forte. L’esser in Cristo è un fatto che s’iscrive nel nostro spirito e quindi richiede l’esercizio delle tre virtù teologali: la fede nella redenzione, che Gesù ha iniziato in noi, la speranza nella piena realizzazione del suo progetto nella creazione e negli uomini, la carità come principio della vita nuova in Cristo.

Il futuro riceveranno la vita indica che questo processo vitale non è ancor giunto al suo compimento, che sarà nella risurrezione corporea.

 

23 Ognuno però al suo posto: prima Cristo, che è la primizia; poi, alla sua venuta, quelli che sono di Cristo.

 

La risurrezione non avviene in modo confuso: la primizia è Cristo e questo già è avvenuto, poi quelli che sono di Cristo nella sua parusia e infine vi sarà la consumazione. Lo stesso afferma in 1Ts 4,16: i morti in Cristo risorgeranno per primi. Lo dice in rapporto ai viventi (v. 52). La storia, nel suo processo salvifico, ha un suo ordine già stabilito nelle sue tappe. Dal momento che si è realizzata la prima e la più importante, le altre ne sono una necessaria conseguenza. Gesù è primizia in sé e in rapporto a noi, perciò già Egli agisce in noi mediante il suo stesso Spirito per strapparci dal dominio della morte e rendere fin d’ora anche il nostro corpo e la nostra psiche partecipi in un qualche modo della sua stessa risurrezione. La nostra morte è già principio di risurrezione, altrimenti non sarebbe un sonno.

 

24 Poi sarà la fine, quando egli consegnerà il regno a Dio Padre, dopo avere ridotto al nulla ogni Principato e ogni Potenza e Forza.

 

La fine della sua opera di restaurazione sarà la consegna del regno a Dio Padre. L’ostacolo perché questo ora avvenga è costituito dai Principati, le Potenze e le Forze. Questi esseri spirituali esercitano ora un loro potere espresso per la nostra comprensione nei titoli che portano e che si riflettono anche nella struttura della società umana.

Principati sono quanti esercitano il potere, che si esprime in base al corrispondente Principato spirituale, che è un essere intelligente e spirituale. Ogni popolo è pertanto influenzato dal suo Principato, che ne misura e caratterizza il potere nel suo esercizio sia all’interno di quel popolo che nel rapporto con gli altri popoli.

Potenze sono le effettive capacità di un popolo nel suo cammino nella storia degli uomini. Ad esse corrispondono Potenze dotate di essere e d’intelligenza, che fanno esser quel popolo con quelle determinate caratteristiche. Un popolo cresce e diminuisce non solo per una sua forza e debolezza intrinseche ma anche in rapporto alle Potenze che lo fanno esser tale.

Forze sono le energie proprie di quel popolo nell’ambito culturale, economico e militare. Le struttura di forza, proprie di un società, si riflettono nelle Forze spirituali che ne determinano la crescita o la scomparsa.

In rapporto al sottile e complicato intreccio tra questi esseri spirituali e i popoli, il Cristo interviene e riduce al nulla il loro potere e libera i popoli da queste influenze spirituali, che non possono esser intercettate se non per il suo potere di penetrazione nel loro dominio come Signore dei vivi e dei defunti.

 

25 È necessario infatti che egli regni finché non abbia posto tutti i nemici sotto i suoi piedi. 26 L’ultimo nemico a essere annientato sarà la morte.

 

È necessario, secondo le Scritture, che egli regni, cioè manifesti la sua regalità e la estenda su tutti i nemici. Vi è una gradualità nel distruggere i nemici e quindi nell’assoggettare i popoli al suo dominio. Dapprima, assieme ai suoi angeli, il Cristo combatte contro questi esseri spirituali, che a Lui si sono ribellati. Che i suoi angeli lo aiutino è espresso nel libro di Daniele nel seguente passo: Il principe del regno di Persia mi si è opposto per ventun giorni: però Michele, uno dei primi prìncipi, mi è venuto in aiuto e io l’ho lasciato là presso il principe del re di Persia (10,13).

Questa lotta spirituale è mirabilmente espressa nell’Apocalisse: E ci fu una battaglia nel cielo: Michele e i suoi angeli combatterono contro il dragone. Il dragone e i suoi angeli combatterono, ma non vinsero, e per loro non ci fu più posto nel cielo (12,7-8).

Dopo aver cacciato fuori il Principe di questo mondo, il Signore distrugge il peccato e infine distruggerà la morte, che è l’ultimo nemico.

Il tempo intermedio è caratterizzato da questo progressivo vincere di Cristo. cui il Padre sottomette tutti i nemici. L’ultimo è quello che per primo è entrato: la morte. Infatti la morte domina sotto il cielo incontrastata con il suo potere di distruzione. Cristo la penetra, entra nel suo regno e la vince in sé e poi in tutta l’umanità.

Distruggere la morte per sempre è toglierle ogni forza di distruzione nelle creature. Queste, liberate dal potere della morte, iniziano a vivere e raggiungono la loro perfezione, che consiste nella loro reciproca armonia.

 

[27 perché ogni cosa ha posto sotto i suoi piedi. Però quando dice che ogni cosa è stata sottoposta, è chiaro che si deve eccettuare Colui che gli ha sottomesso ogni cosa.]

 

Si adempie quanto è annunciato in Sal 109,1: Disse il Signore al mio Signore: Siedi alla mia destra finché non abbia sottoposto i tuoi nemici allo sgabello dei tuoi piedi. La sua regalità messianica è giunta al compimento e l’apostolo precisa che nel tutto è escluso Dio, il Padre, perché non si pensi a una ribellione del Figlio al Padre; egli vuole impedire in questo modo ogni fantasia e speculazione gnostica.

 

28 E quando tutto gli sarà stato sottomesso, anch’egli, il Figlio, sarà sottomesso a Colui che gli ha sottomesso ogni cosa, perché Dio sia tutto in tutti.

 

Egli stesso si sottometterà. S. Gregorio di Nissa scrive: «La sottomissione è la perfetta e assoluta assenza di male in ciascuna parte. Cristo dunque nella risurrezione si sottometterà al Padre perché in essa tutti i fedeli e gli eletti di Cristo saranno separati da ogni male e allora i buoni assumeranno il principato e saranno strettamente congiunti con la divinità, la sua immortalità e regno e felicità. Solo allora Dio sarà tutto in tutti, quando non ci sarà più nessun male in coloro che sono nella Chiesa. Non può Dio essere nel male, ma necessariamente in ogni bene. Cristo si sottometterà al Padre quando la Chiesa di Cristo si sottometterà al Padre e sarà in tal modo liberata da ogni male. La sottomissione della Chiesa sarà chiamata sottomissione di Cristo».

Compiuto il dominio su tutto, il Cristo si presenta al Padre come Signore di tutto e dichiarerà la sua sottomissione al Padre perché Dio sia tutto in tutti.

 

 

CANTO AL VANGELO                                     Mc 11, 9.10

 

R/.  Alleluia, alleluia.

 

Benedetto colui che viene nel nome del Signore!

Benedetto il Regno che viene, del nostro padre Davide!

 

R/.  Alleluia.

 

 

VANGELO                                                         25, 31-46

 

Dal Vangelo secondo Matteo

 

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:

 

31 «Quando il Figlio dell’uomo verrà nella sua gloria, e tutti gli angeli con lui, siederà sul trono della sua gloria.

 

Dopo aver parlato dell’attesa ora parla del momento della sua venuta nella gloria; cfr. Ez 1,22-28: questa visione illumina il testo di Matteo; come pure Is 6,1-3 (cfr. Gv 12,41). Questa è la gloria del Figlio dell’uomo attorniato dai quattro viventi, dai serafini e dagli angeli che lo servono nel giudizio (cfr. 13,41; 16,27; 24,30-31).

 

32 Davanti a lui verranno radunati tutti i popoli. Egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dalle capre, 33 e porrà le pecore alla sua destra e le capre alla sinistra.

 

Il Signore viene nella sua gloria davanti a tutte le genti, che vengono radunate davanti a lui. La sua gloria ora si manifesta a tutti. Il cammino degli uomini si dirige verso la visione della gloria del Figlio dell’uomo. Questo è l’evento che determina tutti gli altri e l’Evangelo, che già ha in sé la sua gloria, conduce a questo momento, che illumina il tempo intermedio non solo della Chiesa ma di tutti i popoli.

L’immagine del pastore non è esemplificativa ma ha un riferimento alle Scritture, che lo contemplano pastore, che raduna il gregge e lo separa (cfr. Ez 34,17). Il Figlio dell’uomo ha avuto in eredità tutte le Genti da pascere con verga di ferro (Sal 2,9) per cui nessuno può resistere alla sua azione (cfr. Mal 3,2). In 13,49 l’evangelo precisa che questa separazione è compiuta dagli angeli.

Qui, come in altri passi, la destra è simbolo di benedizione e la sinistra di maledizione. La collocazione a destra o a sinistra sarà il rivelarsi di una scelta fatta precedentemente. Nel tempo ogni uomo determina il suo destino eterno.

Nota: nella versione precedente si parlava di capri perché nella nuova versione si è posto capre? Il testo greco ha i capri.

 

34 Allora il re dirà a quelli che saranno alla sua destra: “Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla creazione del mondo,

 

Venite, benedetti del Padre mio. Venite, significa entrare nella sua gloria e sedere con Lui sul trono (Ap 3,21). Essi sono quelli che il Padre suo ha benedetto e quindi ha reso giusti. La benedizione del Padre è sorgente della giustizia e quindi rende eredi. La benedizione, che giustifica e rende eredi, passa attraverso una prova ben precisa: l’amore verso i piccoli.

L’eredità è il regno cioè la regalità, che è partecipazione alla regalità del Figlio dell’uomo.

Questa eredità è preparata fin dalla creazione del mondo perché è lo scopo per cui il mondo è creato e al suo centro l’uomo. Alla regalità del Cristo, l’Eletto, partecipano coloro che sono stati resi giusti in virtù delle opere di misericordia da loro compiute. Queste opere hanno come origine il Cristo e si relazionano al suo essere tra noi. Egli è sempre la benedizione, sorgente di tutto l’agire che giustifica.

 

35 perché ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto, 36 nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi”.

 

Sono elencate le opere compiute al Cristo dai giusti:

            Is 58,7: affamato, poveri raminghi, nudo.

            Ez 18,7: affamato, nudo.

            Tb 4,16: affamato, nudi.

            Gc 1,27: orfani e vedove.

            2,15: nudi e privi del nutrimento quotidiano.

            Sir 7,32-39: povero, morto, chi è in pianto, afflitto, malato.

            Eb 13,3: carcerati.

La novità che Gesù pone è il suo Io. Facendo queste opere, i giusti hanno incontrato Lui. Questo incontro li ha resi eredi della benedizione che giustifica ed eleva al regno. Questo è il profondo della storia. In forza dell’Incarnazione, Gesù è presente nella storia e nell’umanità in ogni tempo e in ogni luogo. La sua presenza è il costante riferimento per tutti gli uomini; egli è accettato o rifiutato. Ora l’accettazione o il rifiuto si misurano nelle opere compiute o no nei suoi confronti.

 

37 Allora i giusti gli risponderanno: “Signore, quando ti abbiamo visto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, o assetato e ti abbiamo dato da bere? 38 Quando mai ti abbiamo visto straniero e ti abbiamo accolto, o nudo e ti abbiamo vestito? 39 Quando mai ti abbiamo visto malato o in carcere e siamo venuti a visitarti?”.

 

I giusti interrogano perché sta al Figlio dell’uomo dare l’ultima rivelazione e indicare come e quando hanno incontrato Lui nelle opere di misericordia. Il significato della vita in rapporto alla salvezza o alla condanna si rivela in questo momento.

 

40 E il re risponderà loro: “In verità io vi dico: tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me”.

 

La risposta del re è preceduta da un’affermazione solenne: In verità (lett.: Amen) io vi dico.

Uno di questi miei fratelli più piccoli. Questi perché sono con Lui non soggetti al giudizio ma punto di verifica e di confronto. Miei fratelli, sono i suoi discepoli (coloro che credono in Lui e sono suoi fratelli perché compiono la volontà del Padre suo, cfr. 12,50) e quindi sono una sola cosa con Lui) o tutti gli uomini che si trovano in qualche necessità (TOB).

Egli nomina i minimi cioè quelli che non contano nulla agli occhi degli uomini e che in tutto dipendono dagli altri. Ora in costoro s’incontra il Cristo. Il “tu” che soggiace a quello del minimo è il tu di Gesù. Non tanto l’io di Cristo si confonde con l’io del minimo, ma “servendo” il minimo s’incontra l’io di Cristo. È Lui che stabilisce questo rapporto che, benché inconsapevole, diviene salvifico. È un atto di fede salvifico che scaturisce non dalla libera adesione al Vangelo proclamato ma dalla libera adesione al Cristo, presente in uno dei minimi suoi fratelli. È la fede viva mediante le opere. Il Cristo presente in uno dei minimi suoi fratelli è sorgente di quella grazia preveniente per tutti gli uomini, che li pone di fronte all’aut aut della salvezza o della condanna a seconda della loro risposta (per il rapporto povero / Signore: cfr. Pr 19,17).

 

41 Poi dirà anche a quelli che saranno alla sinistra: “Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli,

 

La condanna di quelli a sinistra, chiamati maledetti, è di essere condannati al fuoco eterno (cfr. Ap 14,10). Per il diavolo e per i suoi angeli. Infatti egli è omicida distrugge le opere di misericordia, che restaurano l’immagine di Dio nell’uomo.

 

42 perché ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare, 43 ho avuto sete e non mi avete dato da bere, ero straniero e non mi avete accolto, nudo e non mi avete vestito, malato e in carcere e non mi avete visitato”.

 

Essendo figli del diavolo, costoro ne compiono le opere. Perciò affamano e lasciano morire di fame, assetano e fanno morire assetati ecc. Essi hanno distolto lo sguardo dal Cristo, che si rendeva presente nel minimo dei fratelli. Non hanno voluto coglierne la profondità della presenza.

 

44 Anch’essi allora risponderanno: “Signore, quando ti abbiamo visto affamato o assetato o straniero o nudo o malato o in carcere, e non ti abbiamo servito?”.

45 Allora egli risponderà loro: “In verità io vi dico: tutto quello che non avete fatto a uno solo di questi più piccoli, non l’avete fatto a me”.

 

Non ti abbiamo servito: il servire è quindi uscire da se stessi per incontrare un TU con il quale ci rapportiamo secondo le sue esigenze. Chi compie questo, anche senza saperlo, incontra e serve il Cristo. Servire il Cristo o rifiutare di servirlo è quanto caratterizza ogni uomo che incontra un minimo con il quale può rapportarsi o può rifiutare di servirlo. Se la parabola del buon samaritano definisce dinamicamente chi è il mio prossimo dicendo che è colui al quale ti fai prossimo, qui la pagina del giudizio rivela che colui del quale diventiamo prossimo è Cristo stesso servito nel minimo dei suoi fratelli.

 

46 E se ne andranno: questi al supplizio eterno, i giusti invece alla vita eterna».

 

La pagina si chiude con la sentenza: la condanna eterna cui è contrapposta la vita eterna.

 

 

Appunti di omelia dialogata                            Gerico 26.11.1972

 

  1. Giuseppe: La parola che mi ha colpito di più e mi ha fatto optare che qui si parla delle genti, è fratelli: il metro per misurare il tutto sono i fratelli. Ho seguito ed esaminato dapprima le parole. Se questa parola è simmetrica a quella delle mine (in Luca che abbiamo letto ieri) in cui ci sono due giudizi: i servi che hanno ricevuto il talento (o le mine) e che non possono essere giudicati in base alle opere, [e le genti]. Infatti le due parabole precedenti riguardano il giudizio dei discepoli e questa il giudizio delle genti. Per i discepoli c’è un diverso giudizio, una diversa misura di giudizio e con Lui giudicheranno.

Le genti sono giudicate in base alle opere buone fatte ai discepoli del Cristo; fratelli sono infatti i suoi discepoli: Andate a dire ai miei fratelli (Mt 28,10). Il riconoscere il Cristo sta nel servirlo nei suoi discepoli. Vi è poi la linea dei piccoli: Lc 9,48; Mt 10,40-42: il servizio di cui si parla qui è il servizio dei santi, accettarli (cfr. Kittel, GLNT: testi rabbinici: chi accoglie un discepolo accoglie la Shekinà) Questa linea porta delle conseguenze grandi per l’economia della salvezza delle genti. La loro salvezza è legata all’economia cristiana. Che vuol dire oggi il rifiuto da parte delle genti dei discepoli del Cristo? Non solo sono rifiutati i missionari, vescovi ecc, ma anche i discepoli. Ora questo è rifiutare la salvezza, al di là delle colpe che i cristiani hanno nei loro confronti. Ne viene di conseguenza che questo brano non ci riguarda nel senso che si possono tirare conseguenze morali; ma la cosa più importante è la presenza, che dà alle genti la possibilità dell’accoglienza. Ma l’importante per la Chiesa è presentarsi povera perché le genti in tal modo abbiano a beneficarla e ottenere la salvezza. Si è sempre detto ci sono delle vie misteriose per salvare le genti, invece vi è una via rivelata ed è questo servizio ai santi particolarmente ai più poveri e ai piccoli. Il tramite è l’Israele di Dio, è sempre la vecchia economia.

 

PREGHIERA DEI FEDELI

 

  1. Al Padre, Signore e Creatore di tutto, al quale il Cristo, suo Figlio benedetto, consegnerà il Regno, si elevi ora la nostra preghiera.

Preghiamo con rinnovato fervore e diciamo:

Ascoltaci, o Padre, a gloria del tuo nome.

 

  • Perché l’annuncio dell’Evangelo, che rende presente il Cristo nei più piccoli dei suoi fratelli, sia accolto da ogni uomo, preghiamo.

 

  • Perché ogni discepolo prenda coscienza, in rapporto al giudizio del Cristo, di essere amministratore dei beni, che il Signore gli ha affidato per soccorrere i poveri, preghiamo.

 

  • Perché nell’annuncio dell’Evangelo, ogni uomo conosca la salvezza di Dio nel volto di ogni piccolo di Gesù, preghiamo.

 

  • Perché il Signore venga ogni giorno sempre più tra i piccoli, i poveri e i diseredati attraverso l’amore dei suoi discepoli e la compassione di quanti amano gli uomini, preghiamo.

 

  • Perché l’amore del Signore risplenda sui popoli e su ogni uomo e dissipi ogni tenebra di odio nel gesto della condivisione, preghiamo.

 

  • Perché il Signore visiti la terra e la trasformi nello splendore della nuova creazione, preghiamo.

 

  • Perché sempre più ci radichiamo nell’Eucaristia e crediamo alla presenza del Signore in mezzo a noi, quando siamo riuniti nel suo nome, e al suo dilatarsi nei suoi poveri, preghiamo.

 

C: O Padre, che tutto sottometti alla regalità del tuo Figlio, accogli la nostra umile preghiera, perché, deposta ogni cattiveria, ti adoriamo nell’umile servizio vicendevole e verso i minimi e i disprezzati dagli uomini.

Per Cristo nostro Signore.

A: Amen