DOMENICA XXXIII – A – di Giuseppe Bellia

Nel silenzio del tutto,

nel ritmo del tempo,

l’universo attende.

Sui sentieri dell’uomo,

nei deserti dello spirito,

cammina il nostro Dio.

Occhio vigile e attento,

orecchio che ascolta

il suo sottile silenzio:

scorge le sue tracce

e sussulta di gioia:

il Signore è vicino!

 

PRIMA LETTURA                                Prov 31, 10-13.19-20.30-31

Dal libro dei Proverbi

Questo canto è il vertice del libro dei Proverbi e si chiude con l’elogio della donna; come nell’opera creatrice, questa ne è il temine. Il canto si sviluppa con il seguente andamento: è felice l’uomo che ha trovato una donna forte (10-12); costei è laboriosa sia nei giorni di strettezze come di benessere (13-18); compie opere di misericordia (19-20); si prende cura del marito e dei figli (21-25); sulla sua bocca vi è la sapienza e la legge è data da lei con grazia e bontà (26-27); questa è una donna veramente beata! (28-31).

Nel nostro commento non ci siamo soffermati sul senso letterale, quale si può cogliere dalla struttura del canto, ma abbiamo preferito, sulla scia dei Padri, contemplare il mistero della Sposa di Cristo, come vertice di tutta la creazione. Infatti in questa donna è raffigurata la Chiesa, la cui bellezza e grazia si riflettono in ogni donna che teme Dio, opera con le sue mani, custodisce la sua casa e fa fruttificare la sua attività. La bellezza della Sposa di Cristo si riflette pure nella sapienza che adorna l’anima dei suoi figli, che temono Dio, hanno i fianchi cinti e compiono con diligenza l’opera loro affidata. Questa è la bellezza dello Sposo; è la grazia soffusa sulle sue labbra. A Lui, che è il più bello tra i figli dell’uomo e che comunica grazia e gloria a coloro che ama e lo amano, trasfigurando il corpo della loro miseria per renderlo conforme al corpo del la sua gloria (Fil 3,21), a Lui lode nei secoli. Amen.

Per amore della bellezza di questo canto ne abbiamo portato l’intero commento. Là dove non appare la doppia traduzione sono le parti omesse nella proclamazione.

Bibbia CEI Traduzione letterale

10 Una donna forte chi potrà trovarla?

Ben superiore alle perle è il suo valore.

Una donna forte chi la troverà?

E lontano dalle perle è il suo prezzo.

Sap 6,12-14; 8,2; Sir 25,3; Sap 8,21.

Una donna forte: questo mistero è grande, io lo dico in rapporto a Cristo e alla Chiesa (Ef 5,32). La Chiesa è forte come dice il Signore: Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le porte dell’Ade non prevarranno contro di essa (Mt 16,18).

Chi la troverà? Il Cristo, che per trovarla lasciò le novantanove pecore e andò a cercare quella perduta. «Non la trovò forte ma, trovandola, la rese forte» (S. Ambrogio). Come dice l’Apostolo Pietro: non da cose corruttibili, come argento e oro, siete stati riscattati dalla vana condotta vostra ereditata dai padri, ma dal sangue prezioso come di agnello integro e senza macchia, Cristo (1Pt 1,18 s.). Altra interpretazione: la donna forte è la Legge e la Sapienza, che vale più delle perle (cfr. Pr 8,11).

Dicendo lontano dalle perle, sottolinea che il prezzo è inestimabile, è irraggiungibile, come è detto della Sapienza (Qo 7,23-

11 In lei confida il cuore del marito

e non verrà a mancargli il profitto.

Confida in lei il cuore del suo sposo ed egli non manca di preda.

Sap 7,11.

Lo Sposo ora è assente. La Chiesa lo chiama e lo desidera, infatti lo Spirito e la Sposa dicono “vieni!” (Ap 22,17) e in terra d’esilio già inizia a cantare il Cantico dei Cantici: Mi baci con i baci della sua bocca! (1,2). Al contrario la donna straniera seduce dicendo: Mio marito non è in casa (7,19).

Lo sposo poi non manca di preda perché la sua sposa strapperà per lui al nemico i figli degli uomini. Il termine preda, usato anche all’inizio del libro (1,13) sta a indicare una ricchezza acquistata con facilità, senza eccessiva fatica. «Per questo dice al suo sposo quanto è scritto nel salmo: Io esulterò per le tue parole, come chi trova una grande preda (Sal 118,162 LXX)». (S. Ambrogio).

12 Gli dà felicità e non dispiacere

per tutti i giorni della sua vita.

Gli restituisce il bene e non il male tutti i giorni della sua vita.

Gli restituisce il bene perché il Signore passò operando il bene e guarendo tutti coloro che erano sotto il dominio del diavolo, perché Dio era con lui (At 10,38). La Chiesa, come sposa fedele, compie quello che a Lui è gradito e vive non per se stessa ma per Lui perché sia che viviamo, per il Signore viviamo, sia che moriamo, per il Signore moriamo (Rm 14,8).

Tutti i giorni della sua vita, fino alla fine del secolo quando saranno consumate le Nozze.

Per questo la Sposa rende grazie e loda lo sposo per ciò che ha compiuto per lei riconoscendo la sua giustizia: È questa la porta del Signore, per essa entrano i giusti. Ti rendo grazie, perché mi hai esaudito, perché sei stato la mia salvezza (Sal 118,21).

Fin qui ha descritto il rapporto con il suo sposo. Ora descrive la sua giornata e le sue opere.

13 Si procura lana e lino

e li lavora volentieri con le mani.

Ha cercato lana e lino

e ha operato nella brama delle sue mani.

Ha cercato lana e lino per coprire la sua nudità (Os 2,11). Infatti il bisso sono le opere di giustizia dei santi (Ap 19,8) che rivestono la Chiesa di quella veste preziosa di cui parla il Salmo 44.

E ha operato nella brama delle sue mani, osservandola e rendendo operante con la sue mani quella Legge del Signore nella quale è la sua brama e che medita giorno e notte (cfr. Sal 1,2).

14 È diventata come navi di mercante. Da lontano fa venire il suo pane.

Mercante è il Cristo che riempie la sua Chiesa di tutti i beni da Lui acquistati.

Come navi il plurale adombra le molteplici Chiese nell’unica Chiesa.

Da lontano fa venire il suo pane. Dice il Signore: Il pane di Dio è Colui che scende dal cielo e dà la vita al mondo (Gv 6,33). «Vi è un riferimento a Rut, che venne da terra lontana a Betlemme (= casa del pane): e andò a raccogliere spighe nei campi fuori della città dietro colui presso il quale trovò grazia (Rut 2,2)» (Qil).

15 Si alza quando è ancora notte, dà il cibo alla sua casa, dà pure il cibo stabilito alle sue ancelle.

Si alza quando è ancora notte, come faceva il suo Sposo quando era con noi (cfr. Mc 1,35: Al mattino quando ancora era buio) per vegliare nella preghiera e nella divina lettura; infatti è questo il momento in cui dà il cibo alla sua casa, nutre coloro che vegliano per la Sapienza. «Per tutto il tempo in cui il discepolo siede e si applica alla Legge di notte, il Santo, benedetto Egli sia!, tira su di lui la corda della misericordia di giorno come è detto: di giorno comanda il Signore la sua misericordia e di notte il suo canto è con me (Sal 42,9)» (Midrash sui Proverbi).

Dà pure il cibo stabilito alle sue ancelle, lo dà loro di notte perché di giorno devono andare per convocare tutti al banchetto della Sapienza (cfr. 9,3: le sue ancelle, i Profeti e gli Apostoli).

16 Ha riflettuto su un campo e l’ha preso. Con il frutto delle sue mani ha piantato una vigna.

Ha riflettuto sul campo nel quale è nascosto il tesoro e ha venduto tutto quello che aveva e ha comperato quel campo (cfr. Mt 13,44). Altra traduzione: ha arato un campo e l’ha seminato (Qil). È proprio di Dio piantare la vigna (vedi Gr 2,21: Io ti ho piantato vigna scelta) e qui è detto della Sposa. Penso che piantare significhi: stende le sue fronde fino al mare e fino al fiume i suoi germogli (Sal 80,12). La Chiesa pianta se stessa estendendosi là dove non è presente. Essa stessa, simile a vigna (Sal 128,3), pianta la vite scelta, cioè il Cristo, con il frutto delle sue mani, con quanto le sue mani hanno acquistato, cioè con coloro che l’arricchiscono e vanno in nuove zone ad annunciare il Cristo; là essi arano il campo, vi seminano il buon seme della Parola; là essi piantano una vigna. Con il frutto della terra (il grano) e della vite (il vino) viene celebrata l’Eucaristia, frutto della semina evangelica e della plantatio Ecclesiae, della mistica vigna piantata in quella terra.

17 Ha cinto con forza i suoi fianchi e ha reso forti le sue braccia.

Nella forza dello Spirito, ha cinto i suoi fianchi per compiere la missione, che lo Sposo gli ha affidato in attesa della sua venuta, e ha reso forti le sue braccia nei martiri e, come la madre dei Maccabei, ha sopportato tutto serenamente per le speranze poste nel Signore (2Mac 7,20).

La sua forza non è solamente una qualità fisica ma deriva dall’amore verso Dio: Ti amo, Signore, mia forza, Signore, mia roccia, mia fortezza, mio liberatore; mio Dio, mia rupe, in cui trovo riparo; mio scudo e baluardo, mia potente salvezza (Sal 18,3).

18 Ha gustato che buono è il suo traffico.

Non si spegne nella notte la sua lucerna.

Ha gustato, per esperienza, che buono è il traffico dei talenti, che il Signore ha affidato ai suoi servi secondo la capacità di ciascuno. Infatti i talenti, che uno traffica, arricchiscono tutta la Chiesa. Per questo non si spegne nella notte di questo caliginoso mondo la lucerna della Chiesa, cioè la parola profetica (cfr. 2Pt 1,19). Con questa lucerna in mano e con l’olio nel vasetto la Chiesa attende lo sposo. L’attività della sposa va dalla notte alla notte (15.18). Ella dorme pochissimo e trascorre in molte attività la sua giornata.

19 Stende la sua mano alla conocchia

e le sue dita tengono il fuso.

Le sue mani ha steso alla conocchia

e le sue palme hanno afferrato il fuso.

Dopo aver comprato la lana e il lino grezzo, ora li lavora con la conocchia e il fuso. Nella conocchia è raccolta la lana che deve essere ancora filata. «Nella conocchia infatti c’è quello che stai per fare, nel fuso quello che hai compiuto. La tua azione sia dunque nel fuso e non nella conocchia» (s. Agostino).

20 Apre le sue palme al misero,

stende la mano al povero.

La sua palma ha aperto al misero

e le sue mani ha steso al povero.

E mentre lavora, nello stesso tempo la sua palma ha aperto al misero. Infatti lavora per rivestire di Cristo i poveri; prepara loro la veste nuziale, che il re vuole in tutti coloro che partecipano al banchetto delle nozze del Figlio suo con la Chiesa (cfr. Mt 21,1-14). Quindi:

21 non teme per la sua casa a causa della neve, poiché tutta la sua casa ha doppia veste.

È rivestita di lana purpurea, in ebraico shanì, pregiata tinta di rosso splendente come fuoco. La neve è il tempo presente, come dice il Cantico: L’inverno è passato, la pioggia è cessata, se ne è andata (2,11). L’inverno quindi è il tempo che precede le parole dello Sposo: Sorgi, amica mia, mia bella (2,10). In questo tempo tutti nella casa sono rivestiti di lana purpurea, cioè sono rivestiti del Cristo che, mediante la sua passione, li ha resi partecipi della natura divina.

22 Si è fatta delle coperte. Bisso e porpora è il suo vestito.

Bisso e porpora è il suo vestito, per onorare il talamo delle nozze con l’Agnello. Anche la donna straniera ha ornato con coperte il suo letto (cfr. 7,16), che le sue stesse mani hanno preparato. Bisso e porpora sono propri del sacerdote e del re, infatti la Chiesa è stirpe eletta, regale sacerdozio, gente santa, popolo per il possesso di Dio (1Pt 2,9. Con il bisso si adorna delle opere di giustizia dei santi (cfr. Ap 19,8) e con la porpora si riveste della Passione del suo Signore.

23 È conosciuto alle porte il suo sposo, quando siede con gli anziani della terra.

È scritto: È conosciuto in Giudea Dio, in Israele è grande il suo Nome (Sal 76,2).

Alle porte quando per santificare mediante il suo sangue il popolo, Gesù patì fuori dalla porta (Eb 13,12). Allora è stato conosciuto da tutti perché, innalzato, ha attirato tutti a sé (cfr. Gv 12,32) ed è stato conosciuto come lo Sposo della Chiesa, che è nata dal suo fianco squarciato.

Quando siede con gli anziani della terra. Si riferisce al suo giudizio compiuto assieme agli Apostoli come lo stesso Signore dice: «Sederete su troni per giudicare le dodici tribù di Israele» (Lc 22,30). Il momento della sua Passione e del suo giudizio sono visti come un unico momento perché già dalla Croce inizia il giudizio.

24 Una sindone ha fatto e l’ha venduta e una cintura ha dato al Cananeo.

Sindone, così è chiamato ciò che avvolge il corpo. La Chiesa, rigenerandoli nel Battesimo, ha rivestito i suoi figli del Cristo. Perché dice l’ha venduta? Perché li riveste solo a prezzo della rinuncia a Satana e della loro professione di fede. Infatti quel giovane che seguiva Cristo avvolto di una sindone sul corpo nudo, quando fu afferrato, abbandonò la sindone e fuggì via nudo (cfr. Mc 14,51) perché non seguiva con fede.

E una cintura ha dato al Cananeo. Canaan fu maledetto da Noè (Gn 9,25) perché Cam, suo padre ne vide la nudità (ivi, 22). La Chiesa dà quindi a coloro che vivono nella dissolutezza la cintura della castità e li rende vigilanti nell’obbedienza ai comandi del suo Signore. In tal modo viene tolta la maledizione.

25 Forza e decoro sono il suo vestito e ride verso il giorno ultimo.

Forza e decoro sono il suo vestito. Poco prima aveva detto: bisso e porpora sono il suo vestito (22). La forza è significata dalla porpora perché la Chiesa «forte si rallegra nella Passione perché è piena di decoro» (S. Agostino). Di forza e di decoro è rivestito il Cristo, il Signore di forza si è cinto (Sal 93,1). Si è rivestita di forza perché dice il Signore: «Nel mondo avete tribolazione, ma fatevi coraggio Io ho vinto il mondo» (Gv 16,33). «Senza la tribolazione non può avere la veste purpurea» (S. Agostino).

E ride verso il giorno ultimo. «È abitudine della Scrittura usare l’espressione “ridere” quando intende parlare di gioia, come dice il Signore: Beati voi che ora piangete perché riderete (Lc 6,21) e il beato Giobbe: La bocca dei veritieri si riempirà di riso (cfr. 8,21)» (Beda); verso il giorno ultimo, il giorno del giudizio, della gioia del suo cuore perché sono giunte le nozze dell’Agnello e la sua sposa si è preparata (Ap 19,7).

26 La sua bocca ha aperto con sapienza e una sua Legge di misericordia è sulla sua lingua.

La sua bocca ha aperto con sapienza. Bocca della Chiesa sono i suoi pastori, che devono predicare la Parola, farsi presenti a tempo e fuori tempo, rimproverare e consolare, con ogni pazienza e dottrina (cfr. 1Tm 4,2).

E una sua Legge di misericordia è sulla sua lingua, Nell’Evangelo la Legge diviene misericordia, infatti ciò che era impossibile alla Legge in quanto era inferma a causa della carne, Dio, mandando il proprio Figlio in una carne simile a quella del peccato e per il peccato, ha condannato il peccato nella carne (Rm 8,3). Avendo quindi condannato il peccato nella carne, ha elargito la misericordia del perdono e ha dato agli Apostoli il servizio della riconciliazione (2Cor 5,18). È chiamata Legge di misericordia perché la Legge non è abolita ma portata a compimento.

27 Sorveglia gli andamenti della sua casa e il pane con pigrizia non mangia.

Sorveglia gli andamenti della sua casa, cioè come camminano i suoi figli, se osservano o no i comandi del loro Signore.

E il pane con pigrizia non mangia. Pane è la Parola. «Quello che ha compreso nel sacro annuncio lo manifesta con le opere davanti agli occhi del Giudice eterno» (S. Gregorio). Pane è il Corpo del Signore. «Quello che celebra nel mistero cerca di imitarlo nell’azione. Si rende molto sollecita per non mangiare in modo indegno il Pane del Signore e bere il Calice, altrimenti mangerebbe e berrebbe la propria condanna (cfr. 1Cor 11,29)» (Beda).

28 Sono sorti i suoi figli e la proclamano beata! Il suo sposo la loda.

Sono sorti i suoi figli nel giorno del giudizio, nella risurrezione di vita (cfr. Gv 5,29) perché la Chiesa ha partorito in un solo giorno, in una sola volta i suoi figli (cfr. Is 66,8) e proclamano beata colei che era sterile e che ora abita nella Casa quale madre gioiosa di figli. (cfr. Sal 113,9).

Il suo sposo la loda vedendo la moltitudine dei suoi figli, e le dice:

29 Molte figlie hanno compiuto prodezze, ma tu sei salita sopra tutte loro.

Molte figlie, «La sinagoga, le scuole dei filosofi, le sette» (Ambrogio e Agostino) hanno compiuto prodezze, «hanno parlato in lingue, hanno conosciuto i misteri, hanno scacciato i demoni ecc…ma non hanno avuto il frutto dello Spirito che è l’amore» (cfr. S. Ambrogio).

Per questo sei salita sopra tutte loro, come è scritto: sta la regina alla tua destra (Sal 45,10) e l’Apostolo Paolo dice: vi ha con/risorti e vi ha fatto con/sedere nei cieli, in Cristo Gesù (Ef 2,6).

30 Illusorio è il fascino e fugace la bellezza,

ma la donna che teme Dio è da lodare.

Falsità è la grazia e vanità è la bellezza,

la donna che teme Dio questa sarà lodata.

La grazia e la bellezza, legati agli elementi di. questo mondo con cui le altre figlie tengono schiavi gli uomini (cfr. Gal 4,3), sono falsità e vanità per cui l’Apostolo esorta: Perché vi rivolgete di nuovo a quei deboli e poveri elementi dei quali volete di nuovo essere schiavi? (ivi,9). La Chiesa, invece, che teme Dio, è la Gerusalemme dall’alto, è libera ed è nostra madre (ivi,26) e quindi viene lodata.

Il libro si conclude con il timore del Signore. Questo è il vero ornamento e questa è la vera lode, che è data alla Chiesa, e quindi alla sposa. La sapienza infatti ha come fondamento il timore del Signore. Questo è l’ornamento vero, quanto distingue la vera dalla falsa sapienza, come è detto anche all’inizio del libro (1,7). Anche il Qohelet termina il suo discorso ricapitolando l’uomo nel timore del Signore (12,13); allo stesso modo è concluso in Giobbe l’elogio della sapienza (28,28).

31 Siatele riconoscenti per il frutto delle sue mani

e le sue opere la lodino alle porte della città.

Datele del frutto delle sue mani

e la lodino alle porte le sue opere.

Datele del frutto delle sue mani perché a chi ha sarà dato e sarà nell’abbondanza; ma chi non ha anche quello che ha gli sarà tolto (Mt 25,29).

E la lodino alle porte le sue opere. Quali sono le opere che la lodano se non quelle che il suo Sposo ha compiuto in Lei?

Con Maria essa può dire: Grandi cose ha fatto in me l’Onnipotente e santo è il suo Nome.

Santo è il suo Nome perché allora la morte non ci sarà più, né lutto né dolore.

Santo è il suo Nome perché Dio sarà tutto in tutti.

«Allora sarà lodato alle porte il suo Sposo: perché beati coloro che abitano nella tua casa, Signore, loderanno nei secoli dei secoli Te, che vivi e regni in eterno. Amen» (S. Ambrogio).

SALMO RESPONSORIALE                                 Sal 127

R/.  Beato chi teme il Signore.

Beato chi teme il Signore

e cammina nelle sue vie.

Della fatica delle tue mani ti nutrirai,

sarai felice e avrai ogni bene.               R/.

La tua sposa come vite feconda

nell’intimità della tua casa;

i tuoi figli come virgulti d’ulivo

intorno alla tua mensa.             R/.

Ecco com’è benedetto

l’uomo che teme il Signore.

Ti benedica il Signore da Sion.

Possa tu vedere il bene di Gerusalemme

tutti i giorni della tua vita!                     R/.

SECONDA LETTURA                                       1 Ts 5,1-6

Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Tessalonicési

1 Riguardo ai tempi e ai momenti, fratelli, non avete bisogno che ve ne scriva;

I tempi e i momenti scandiscono la storia, dalla sua ascensione fino alla sua venuta, come è detto in At 1,7: «Non spetta a voi conoscere i tempi e i momenti».

Non avete bisogno che ve ne scriva, perché l’apostolo non li conosce e non è utile per la loro salvezza. Infatti conoscerli darebbe loro una falsa sicurezza. S. Giovanni Crisostomo invita a guardare alla fine della nostra vita come alla consumazione del mondo per noi, ed esorta: «Prendi cura della tua fine, prepara la tua fine e nell’altra fine non ti accadrà nulla di grave» (Migne XXIV p. 1339)

2 infatti sapete bene che il giorno del Signore verrà come un ladro di notte.

Sapete bene, con esattezza. Questo insegnamento del Signore è da conoscere accuratamente: è un insegnamento semplicissimo, il Signore verrà come un ladro di notte. Non ci sono profezie sulla sua venuta, non appariranno nella storia e nella creazione segni della sua venuta: in Dio è nascosto il tempo del Signore. Sapere accuratamente questo, vuol dire non credere alla pace e alla sicurezza, che è nel mondo, e d’altra parte è necessario vegliare ed essere sobri.

Il giorno del Signore è simile a un ladro nella notte. Questo tempo è notte e quindi ogni ora è buona per il ladro. Egli viene, non dice alla lettera verrà, perché il suo venire è già presente nella storia. La sua presenza rende relativamente breve il tempo, che a noi appare lungo. Ma il Signore è già dentro la storia come il Veniente.

3 E quando la gente dirà: «C’è pace e sicurezza!», allora d’improvviso la rovina li colpirà, come le doglie una donna incinta; e non potranno sfuggire.

Coloro che sono nelle tenebre (v. 4), gli altri (v. 6), che sono pure coloro che non hanno speranza, il traduttore li ha chiamati la gente.

Vi è un tentativo di costruire una pace sicura fuori dal Cristo. Ma questa è la pace dei falsi profeti (Vedi Gr 6,14; 8,11: Essi curano la ferita del mio popolo, ma solo alla leggera, dicendo: “pace, pace!” ma pace non c’è). Questo è il falso equilibrio di una pace cercata fuori di Cristo. Esso è paragonato alle doglie di una partoriente. L’immagine è altrove usata per il gemito della creazione (Rm 8,22), qui definisce l’improvviso abbattersi della rovina su quanti proclamano pace e sicurezza. Questa rovina è il giudizio, che il Cristo opera in questo suo apparire visibile a tutti nell’ultimo giorno.

4 Ma voi, fratelli, non siete nelle tenebre, cosicché quel giorno possa sorprendervi come un ladro.

Per coloro che ignorano, improvvisa sarà la sventura, ma per coloro che sanno con accuratezza sarà improvviso il giorno ma non di sventura perché sarà atteso. Dice infatti: voi non siete nelle tenebre, pur essendo nella notte, perché vi è la lampada della Parola che illumina il cammino finché non sorga la stella del mattino (cfr. 2Pt 1,19). Perciò il giorno non sorprende come un ladro anche se saremo rapiti (4,17).

5 Infatti siete tutti figli della luce e figli del giorno; noi non apparteniamo alla notte, né alle tenebre.

Infatti tutti siamo figli della luce, che è Cristo e del giorno, che ha fatto il Signore (Sal 117). L’origine da quel giorno e da quella luce ci fa sperare che la luce manifesti e dissipi queste tenebre e che il giorno dia fine a questa notte. Con il battesimo siamo stati immersi in quella luce e ha avuto inizio in noi quella vita che ha come tempo quel giorno perciò aneliamo ad esso come al fine di tutto.

Non dormiamo dunque come gli altri, ma vigiliamo e siamo sobri.

Dunque, come conclusione, non dormiamo come gli altri, che, se anche operano, il loro agire è simile al sonno perché appartiene alla morte. Ma vigiliamo nell’attesa e siamo sobri, non riempiendoci interiormente di quanto ci dà ebbrezza, che stordisce e addormenta.

nota omiletica

  1. Giuseppe: Ho solo letto e riletto questo testo e mi sono venute tante impressioni riguardo al discorso morale: mi chiedo mai perché da questi testi non si sia ricavato delle conseguenze riguardo alle virtù. Mi ha colpito che ritorni la menzione di coloro che si inebriano che sono contrapposti a coloro che sanno la verità elementare che il giorno del Signore viene come un ladro. Mi sembra che venga una conseguenza sicura in una proibizione che è sicura. Se cioè questa della venuta improvvisa del giorno del Signore è una verità elementare e che perciò dobbiamo vigilare sobriamente perché il giorno del Signore non è segnato nella creazione, ne viene di conseguenza che non possiamo sospendere la nostra coscienza perciò dobbiamo evitare ogni ebbrezza. L’ebbrezza va contro questa consapevolezza del giorno del Signore per cui il suo sonno non è nel Signore e non può dire: sia che vegliamo sia che dormiamo ecc… Questo mi dà un argomento sicuro contro la droga rispetto alla quale moralisti si mostrano incerti. Nel N.T. non può essere che non vi siano parole certe rispetto ai problemi degli uomini d’oggi. Vedi 4,3 s.: sono poste le basi per ritrovare le ragioni più vere di una certa morale sessuale e riguardo alla castità. Secondo me lo si può intendere non solo del corpo, ma degli organi della generazione. Finora ci siamo preoccupati di mettere in risalto il mistero di Cristo, ora mi pare che dobbiamo vedere le grandi tematiche (o elezioni) dell’etica contemporanea. Questo discorso va fatto nell’interno della Scrittura, ritrovando quei principi organici e generali che includono anche le fattispecie dei peccati attuali. (d. G. Dossetti, appunti di omelia, Gerico, 22.12.1973).

CANTO AL VANGELO                                    Gv 15, 4a.5b

R/.       Alleluia, alleluia.

Rimanete in me e io in voi, dice il Signore,

chi rimane in me porta molto frutto.

 

R/.       Alleluia.

VANGELO                                                       Mt 25,14-30     (forma breve 15.19-21

 Dal vangelo secondo Matteo

[In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola:

1 «Avverrà come a un uomo che, partendo per un viaggio, chiamò i suoi servi e consegnò loro i suoi beni. Come infatti un uomo, in partenza, chiamò i suoi servi e consegnò loro i suoi beni,

Come infatti un uomo: ci dice come vivere il tempo in cui Gesù si è allontanato, che cosa significa aspettarlo. La pericope è collegata alla precedente (infatti), all’esortazione a vegliare. L’attesa e il vegliare implicano un agire in rapporto ai beni dati dal Signore.

Un uomo, il Figlio dell’uomo, è in partenza, cfr. 21,33: là riguarda l’antica economia, qui la partenza del Signore, il tempo intermedio dell’attesa.

Egli è in partenza come uomo; infatti Gesù è sempre presente nella sua Chiesa (cfr. 18,20: «Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro»; 28,20: «Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo»).

Chiamò, la chiamata qui è in rapporto ai beni.

I suoi beni = otto talenti: è chiaro che qui è racchiusa un’economia limitata.

15 A uno diede cinque talenti, a un altro due, a un altro uno, secondo le capacità di ciascuno; poi partì.

Talenti, in lire italiane corrispondono ad alcune decine di milioni (TOB); come unità di peso 34.272 grammi.

Ci è caro pensare ai talenti come alla Parola di Dio, secondo quello che è scritto: I detti del Signore sono puri, argento provato nel fuoco, purificato sette volte. E altrove: I giudizi del Signore sono tutti fedeli e giusti, più preziosi dell’oro, di molto oro fino, più dolci del miele e di un favo stillante (Sal 18,10-11).

Secondo la sua capacità, è molto bello pensare che in ogni servo del Signore vi sia un potenza (dinamis), dispensata a ciascuno dal suo Signore, in base alla quale Egli dà a ciascuno una parte proporzionata di amministrazione dei suoi beni. Non infatti nella parola è il regno di Dio ma nella potenza (1Cor 4,20). Essendo la nostra capacità una potenza, che aderisce al nostro intimo, essa aderisce alla nostra natura senza appartenerle perché è la presenza dello Spirito Santo, che opera in ciascuno secondo il suo modo di essere presente in noi con i suoi doni. I servi diligenti, che hanno ricevuto in loro la potenza della Spirito Santo, dal momento che non conoscono né i tempi e neppure i momenti che il Padre ha posto nella sua autorità (cfr. At 1,8) subito se ne sono andati per portare frutti con i beni del loro Signore.

16 Subito colui che aveva ricevuto cinque talenti andò a impiegarli, e ne guadagnò altri cinque. Subito, andatosene, quello che aveva ricevuto cinque talenti lavorò con essi e ne guadagnò altri cinque.

Subito non indugia. Questo è l’avverbio dell’attesa.

Andatosene. Verbo molto usato in Matteo anche a indicare la missione. Ricevuta la consegna, ci si allontana per compiere quello che ci è stato comandato.

Lavorò, 21,28: «lavora oggi nella mia vigna»; cfr. 26,16. Detto del Cristo: cfr. Gv 5,17; 6,30; 9,4; At 10,35: «Chiunque opera la giustizia»; cfr. Eb 11,33; Rm 2,10 «a colui che opera il bene»; Rm 13,10; 1 Cor 16,10: «opera l’opera del Signore»; Gal 6,10: «il bene»; Gc 2,9: «operate il peccato».

Il lavoro, l’operare, scaturisce da un comando del Cristo cui è dato un dono (i talenti) corrispondente alla capacità di ciascuno. Ci sono quindi tutte le possibilità per compiere quello che ci è stato comandato. L’opera è definita in 1Cor 16,10: «l’opera del Signore» (è quella compiuta da Timoteo). Anche nel giudizio ultimo il criterio è l’opera compiuta verso i più piccoli. Qui si sottolinea una missione, un’opera, ben precisa, conosciuta, là invece un’opera che viene conosciuta solo nell’ora del giudizio. Il guadagno è garantito. Qui si vede l’“ottimismo” evangelico. L’opera non resta senza frutto. Vedi invece il lamento del Servo in Is 49,4: vi è un passaggio attraverso l’insuccesso che porta alla fioritura (vedi il chicco di grano che muore, cfr. Gv 12,24).

17 Così anche quello che ne aveva ricevuti due, ne guadagnò altri due. Allo stesso modo quello dei due ne guadagnò altri due.

Il guadagno è in rapporto al dono. La ricompensa però è uguale.

18 Colui invece che aveva ricevuto un solo talento, andò a fare una buca nel terreno e vi nascose il denaro del suo padrone. Quello invece che ne aveva ricevuto uno, se ne andò, scavò in terra e nascose il danaro del suo Signore.

Lo mette al sicuro. Non se ne serve e non vuole avere noie. Egli teme lo zelo del suo Signore ma non secondo retta conoscenza (cfr. invece 1Cor 9,16: Non è infatti per me un vanto predicare il vangelo; è un dovere per me: guai a me se non predicassi il vangelo!; 1Tm 5,17: I presbiteri che esercitano bene la presidenza siano trattati con doppio onore, soprattutto quelli che si affaticano nella predicazione e nell’insegnamento).

[19 Dopo molto tempo il padrone di quei servi tornò e volle regolare i conti con loro. Dopo molto tempo viene il Signore di quei servi e fa i conti con loro.

Dopo molto tempo, quello stabilito e caratterizzato dall’operare dei servi. È definito molto perché comprendiamo che è necessario lavorare e non trarre motivo dal fatto che viene subito per non lavorare.

Viene, nel presente si sente la caratteristica messianica, Egli è il veniente.

Fa i conti con loro, cfr. 18,23.24 (parabola del debitore spietato). Le due parabole rivelano due momenti diversi in cui il padrone regola i conti: là è ancora possibile la misericordia qui non è più possibile. Là si rivela una situazione che è propria di ciascuno di noi nei confronti di Dio, qui è il rendiconto finale in rapporto all’amministrazione dei beni del Signore.

20 Si presentò colui che aveva ricevuto cinque talenti e ne portò altri cinque, dicendo: “Signore, mi hai consegnato cinque talenti; ecco, ne ho guadagnati altri cinque”. E avanzatosi colui che aveva ricevuto cinque talenti, presentò altri cinque talenti dicendo: «Signore, mi avevi consegnato cinque talenti; vedi, ho guadagnato altri cinque talenti».

Il servo mostra al suo Signore il suo guadagno: altri cinque talenti (cfr. 1Cor 15,9-10: La sua grazia, quella verso di me, non fu vana, ma più di tutti loro ho faticato, non io ma la grazia di Dio con me).

21 “Bene, servo buono e fedele – gli disse il suo padrone –, sei stato fedele nel poco, ti darò potere su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone”. ] Gli disse il suo Signore: «Bene, servo buono e fedele! Su poche cose sei stato fedele, su molte ti preporrò. Entra nella gioia del tuo Signore».

Bene. Solo qui come approvazione di un’opera compiuta.

Servo: la dipendenza dal Signore resta sempre.

Buono: in questo consiste la bontà, nell’operare con i beni del Signore e di guadagnarne altrettanti. Penso che questa bontà assimili a Dio. Infatti Dio opera sempre il bene e, operando con i beni del suo Figlio, si diventa buoni perché essi si moltiplicano tra le mani.

L’uso di buono in Mt: due volte indica categorie: cfr. 5,45 e 22,10: cattivi e buoni, 12,35: «L’uomo buono». In questa bontà umana si riflette la bontà di Dio. Può essere che il termine “buono” si avvicini a “giusto”, osservante della Legge. «Riferito a persone indica la capacità della persona in qualunque campo … Mt 25,21» (Grundmann, GLNT I, 29)

Fedele, cfr. 24,45. La fede gli è imputata a giustizia come ad Abramo (cfr. Rm 4,3). La sua capacità quindi è fondata sulla sua fede nell’attesa del suo Signore e la fede diviene operante.

Poche cose: definisce la somma considerevole data ai servi. Infatti non c’è proporzione tra la presente economia dei beni del Cristo e quella futura. Essa è adeguata all’attuale capacità, quella futura sarà adeguata al corpo della gloria di cui saremo rivestiti, cfr. 2Cor 4,17-18.

Nella gioia; Jeremias: ar. hedwetha = 1. Gioia, 2. Festa di gioia (G. Dalman, Die Worte Jesu, I ecc; Bill. I, p. 972s). Nei nostri due passi vale il secondo significato a causa dell’icastico “entrare” nel Regno di Dio. Entrambi i servi vengono invitati al banchetto; comunanza di mensa significa parificazione (p. 69 n. 46) = entra nel banchetto della gioia del tuo Signore.

22 Si presentò poi colui che aveva ricevuto due talenti e disse: “Signore, mi hai consegnato due talenti; ecco, ne ho guadagnati altri due”. 23  “Bene, servo buono e fedele – gli disse il suo padrone –, sei stato fedele nel poco, ti darò potere su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone”.

 

Avvicinatosi anche quello dei due talenti disse: «Signore, tu mi hai consegnato due talenti; ecco ho guadagnato altri due talenti». Gli disse il suo Signore: «Bene, servo buono e fedele! Su poche cose sei stato fedele, su molte ti preporrò. Entra nella gioia del tuo Signore».

Le stesse parole del secondo servo, le stesse parole del Signore. Sono ripetute in modo uguale al primo servo per sottolineare, penso, che non è nella quantità ma nell’opera compiuta che è stata la stessa sia del primo che del secondo servo.

Vedi S. Girolamo: «Il Signore non tiene tanto in considerazione l’abbondanza del guadagno quanto la volontà nello zelo» (CAL, 460).

24 Si presentò infine anche colui che aveva ricevuto un solo talento e disse: “Signore, so che sei un uomo duro, che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso. Avvicinatosi quello che aveva ricevuto un solo talento disse: «Signore, ti ho conosciuto come un uomo duro, che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso,

Sei un uomo duro (rigido, crudele, severo, senza pietà); par. Lc 19,21: «austero», scostante, austero; cfr. 1Re LXX 25,3: Nabal uomo duro e cattivo.

Is 19,4: Dio consegna l’Egitto in mano di uomini signori duri e re duri lo spadroneggeranno.

Is 48,4: «Conosco che tu sei duro, che nervo di ferro è il tuo collo e la tua fronte di bronzo». (Dio rimprovera l’ostinatezza dei servi) (GLNT IX, 1343-4).

Le parole del servo rivelano il suo cuore malvagio perché paragona il re a un tiranno crudele e lo vede duro e ostinato come lo è il popolo nei confronti di Dio.

Mieti dove non hai seminato; è una menzogna. Infatti: Uscì il seminatore a seminare (13,3).

25 Ho avuto paura e sono andato a nascondere il tuo talento sotto terra: ecco ciò che è tuo”.

 

e preso da timore, allontanatomi, ho nascosto il tuo talento nella terra; vedi hai il tuo».

Preso da timore: questo servo è preso dalla paura del suo Signore e si vuole mettere in questo modo al sicuro. Fa un calcolo: “e se ci rimetto?” e pensa di essere al sicuro nascondendo il talento. Costui è simile a chi ha paura del Signore e non fa nulla per paura di sbagliare o di essere rimproverato.

Vedi hai il tuo: con queste parole gli sembra di cavarsela: «Restituendoti il tuo, tu non hai più nulla da dire». È il tentativo di chi, con una falsa giustizia, vuole rendersi indipendente da Dio. Il processo di questa indipendenza porta a giustificare se stessi e a condannare Dio. È il tentativo di mettersi in una situazione neutra in cui Dio non abbia nulla da dire. Più uno si giustifica, più condanna Dio.

26 Il padrone gli rispose: “Servo malvagio e pigro, tu sapevi che mieto dove non ho seminato e raccolgo dove non ho sparso; Rispondendo il suo Signore gli disse: «Servo cattivo e pigro, sapevi che mieto dove non ho seminato e raccolgo donde non ho sparso;

Cattivo. In questo sta la cattiveria: nel giudizio sul padrone e nel non operare con quello che il Signore ha dato.

Pigro: in Mt solo qui; Pr 18,8 LXX: Il timore caccia i pigri, le anime degli effeminati hanno fame. Il timore della fatica allontana da essa i pigri. Il servo è quindi colpito da una parte dalla paura della severità del padrone e dall’altra dalla fatica e questo lo rende pigro. La pigrizia porta alla malvagità. Il fatto che il padrone riprenda le stesse parole del servo significa quello che è detto nel Salmo: Con l’uomo buono tu sei buono e con il perverso tu sei astuto! (Sal 18,26).

27 avresti dovuto affidare il mio denaro ai banchieri e così, ritornando, avrei ritirato il mio con l’interesse. era dunque necessario deporre i miei danari presso i banchieri, in modo che io, venendo, avrei ricuperato il mio con l’interesse.

Era necessario almeno questo per dare al padrone l’interesse.

Che significa questo nell’economia della Parola? Penso sia difficile definire questi banchieri come nella parabola delle vergini i venditori. Sono delle ultime possibilità. Se proprio non vuoi lavorare fa lavorare gli altri con quello che ti è dato. Ma in che modo un altro potrebbe lavorare? Se tu non porti a frutto tutto il dono portalo almeno a frutto per quella parte che sia utile per gli altri in modo che attraverso loro tu dia l’interesse al padrone.

28 Toglietegli dunque il talento, e datelo a chi ha i dieci talenti.

Questo passaggio, giustificato dalla massima che segue, è di difficile comprensione, perché imperscrutabili i suoi giudizi e inaccessibili le sue vie! (Rm 11,33).

29 Perché a chiunque ha, verrà dato e sarà nell’abbondanza; ma a chi non ha, verrà tolto anche quello che ha. Infatti a chiunque ha sarà dato e sovrabbonderà, invece a chi non ha sarà tolto anche quello che ha.

«Il servo diligente viene ancor più ricompensato, mentre al servo pigro viene tolto quanto possiede» (Jeremias, p. 12).

«Questa massima riassume perfettamente la parabola: all’ultimo giudizio (sarà dato, cfr. 31-40), colui che avrà, cioè sarà stato fedele nelle piccole cose della vita terrena, riceverà una grande ricompensa, ma colui che non avrà nulla, in quanto è stato infedele o pigro, sarà severamente punito. Una tale concezione della fedeltà necessaria per la salvezza finale, sembra urtare, a prima vista, contro l’idea della gratuità della salvezza. Di fatto, qui non si tratta di opere “meritorie”; questi servi non guadagnano la loro dignità di servi con il loro lavoro; sono sempre di un padrone che, malgrado la sua onnipotenza, li associa generosamente ai suoi “affari”; ma questa grazia generosa, misurata alle loro capacità personali, non li rende pigri; intende farne degli uomini attivi e responsabili: le interpretazioni paolina e matteana dell’Evangelo non sono né identiche né contraddittorie, ma complementari; Paolo lotta per l’ingresso gratuito dei pagani nella Chiesa; Matteo per la fedeltà attiva e misericordiosa dei “discepoli” nella Chiesa e nel mondo» (Bonnard, o.c., p. 363).

30 E il servo inutile gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti”». E il servo inutile gettatelo nelle tenebre esterne; là ci sarà il pianto e lo stridore dei denti».

Il servo da pigro è chiamato inutile. Anche nella nuova situazione, quella della gioia del Regno, egli non è utile al suo padrone, che lo allontana da sé. Essere lontani dal Signore è essere nelle tenebre, nel pianto e nello stridore dei denti.

Appunti di omelia                                                                         Gerico, 19. 11. 1975

 

  1. Giuseppe Dossetti: ci sono molti riscontri con il testo di Pr 31,10 sg. Questo v. 18: non si spegne la sua lucerna tutta la notte (bisognerebbe guardarci un po’ dentro).
  2. Umberto Neri: v. 16 andatosene, verbo tipico della missione che si riceve dal Cristo Gv 15,10 sg.: è la missione del Cristo e della Chiesa che scandisce la storia salvifica. Rispetto alla parabola precedente: v. 25 ritardando v. 19 dopo molto tempo: il ritardo non giustifica l’inoperosità. Questa parabola spiega il vegliare del v. 13. Riguardo al dramma dei servi: il confronto tra i servi che portano frutto e l’altro non è nel modo come si presentano: i primi lodano per i talenti ricevuti; il frutto nasce dal dono, il frutto è proporzionato al dono: non è per l’abilità del servo, ma per la ricchezza del dono, cfr. Lc 19,16: la tua mina ne ha guadagnate dieci: Lc sottolinea ancora di più questo rapporto tra il dono e la lode. Questa confessione di lode è l’espressione della fedeltà. Custodia del dono e lode sono la bontà: le mie labbra hanno preferito cose buone (Ps 44). Colui che ha ricevuto un solo talento è condannato per quello che dice: Tu sei duro, è blasfemo perché il Signore è mite e buono. Non ha capito il dono, perciò accusa il Signore: è il rifiuto della lode. È questo contrasto che fa dire al Signore «buono» ai primi «cattivo» al terzo. Ciò che il Signore chiede è la Eucaristia: le cose tue da ciò che ci hai dato ti offriamo (cfr. Preghiera eucaristica I).

Il dono del Signore opera in noi e ci porta al rendimento di grazie; Paolo si preoccupa che il dono abbondi, alla ricchezza della grazia deve corrispondere il suo moltiplicarsi in noi che sfocia nel rendimento di grazie (cfr. 2Cor 9,9-12; Fil 2,12 sg.): il dono cresce per virtù sua. Il danaro in banca: è un elemento che aiuta a capire la forza del dono in sé.

Bisogna darlo ad altri, dice Orfeo – ma cosa do? Anastasio dice che il talento è Cristo.

  1. Giuseppe: se ne andò, il Signore dà grande importanza a questo. Non ho potuto sottrarmi al tentativo rischioso di capire che cosa sono i talenti, perché mi pareva che non fosse un discorso laterale come l’olio nella parabola precedente, ma fosse nell’asse principale. È possibile specificare che cosa sono i talenti? Prima di rispondere mi soffermo su altre parole: dynamis, la traduzione capacità è un po’ equivoca: oggi si intende una capacità nel trafficare, fare ecc. – dynamis è la misura stessa precostituita da Dio. Lc 24,49; At 1,5.8; 6,8: è la misura stessa dello Spirito che Dio assegna. 1Cor 1,18-24: La dynamis è la prevenzione divina attraverso il dono dello Spirito. Allora i talenti? Rm 12,3-6; 1Cor 10,13: mi sono fissato su questo: il talento nel suo bene ultimo è il Figlio suo comunicato nella misura di fede che ci è data di Lui. Gv 6,26-28: questa è l’opera credere in colui che egli ha mandato. Che cos’è questa opera Dio e il guadagno? Fil 3,6 sg.: irreprensibile quanto alla giustizia che deriva dall’osservanza della legge. Ma quello che poteva essere per me un guadagno, l’ho considerato una perdita a motivo di Cristo. Anzi, tutto ormai io reputo una perdita di fronte alla sublimità della conoscenza di Cristo Gesù, mio Signore, per il quale ho lasciato perdere tutte queste cose e le considero come spazzatura, al fine di guadagnare Cristo e di essere trovato in lui, non con una mia giustizia derivante dalla legge, ma con quella che deriva dalla fede in Cristo, cioè con la giustizia che deriva da Dio, basata sulla fede.

Questo mi sembra il testo definitivo: il talento che Dio consegna è la misura di fede che è nel suo nucleo il Cristo. Quindi bisogna trafficare questa fede. È la confessione del Cristo che genera la fede; è la fede che guadagna la fede. Un contenuto di questa parabola, dato il posto in cui si situa, è fare crescere in noi la fede generando atti di fede e più specificatamente nella sua punta, la fede nel ritorno di Cristo. Questa interpretazione mi sembra sia una specificazione più legittima delle forme generiche usate da voi.

La dynamis è opera di Dio; il contenuto è la fede stessa come cognizione di Cristo che è data da Dio; il frutto è amore (cfr. Gal 5,6). La fede è il termine, è l’attesa del suo ritorno (cfr. Rm 1,17 da fede a fede). Mi sono preoccupato di approfondire questo per sottolineare come l’operare – oggi considerato come espressione delle attitudini umane – sia in realtà l’operare nella fede. Restano parecchi punti interrogativi soprattutto su ciò che non ho esaminato. Però questa interpretazione mi pare legittima: il Cristo ci è dato secondo la cognizione che abbiamo di Lui. Mi è parsa allora giusta la scelta di Pr 31,1-10 se nella donna saggia dobbiamo riconoscere la Legge e le sue opere.

PREGHIERA DEI FEDELI

  1. Al Padre, ricco di misericordia, si elevi ora la nostra supplica per la pace della Chiesa e per la salvezza di tutti gli uomini.

Preghiamo con rinnovato fervore e diciamo:

Ascoltaci, o Padre, a gloria del tuo nome.

  • Perché l’attesa di tutta la Chiesa sia presto esaudita con la venuta gloriosa del suo Signore e Sposo, preghiamo.

  • Perché ogni discepolo, nell’attesa che il Signore venga, operi efficacemente nella carità, secondo l’energia di fede, che gli è data, e trovi forza nella speranza dei beni futuri, preghiamo.

  • Perché nell’annuncio dell’Evangelo, ogni uomo conosca la salvezza di Dio, preghiamo.

  • Perché il Signore venga ogni giorno sempre più tra i piccoli, i poveri e i diseredati attraverso l’amore dei suoi discepoli e la compassione di quanti amano gli uomini, preghiamo.

  • Perché la luce del Signore risplenda sui popoli e su ogni uomo e dissipi ogni tenebra di odio, di vendetta e di spargimento di sangue, preghiamo.

  • Perché il Signore visiti la terra ed essa dia il suo frutto e tutti possano godere dei beni della madre di tutti, preghiamo.

  • Perché sempre più ci radichiamo nell’Eucaristia e crediamo alla presenza del Signore in mezzo a noi, quando siamo riuniti nel suo nome, preghiamo.

C: O Padre, che affidi alla mani dell’uomo i beni della creazione e della grazia, ascolta la nostra preghiera, perché, credendo nel tuo Figlio, aderiamo pienamente alla tua volontà in modo che si moltiplichino i frutti della tua provvidenza. Operosi e vigilanti in attesa del ritorno del Signore,speriamo di sentirci chiamare servi buoni e fedeli per entrare nella gioia del tuo regno.

Per Cristo nostro Signore.

A: Amen