LA FORMAZIONE DELLE COMUNITA’ DI GOVERNO

prendersi cura di sé per prendersi cura degli altri

 

Viviamo una “situazione di transito”, dentro inevitabili processi di cambiamento, come il ridursi delle forze (almeno in alcuni ambiti geografici), l’esigenza di ristrutturare, di cambiare continuamente, anche sul fronte della missione e della pastorale, di abbandonare la cultura del “si è sempre fatto così” e di rispondere a domande mai poste prima.

Viviamo un momento di cambio epocale nel quale forse non è più sufficiente un cambiamento di mentalità, occorre una “mentalità di cambiamento”.

Non dobbiamo avere paura di cambiare.

Il punto non è preoccuparsi di mantenere le stesse forme, ma mantenere e possibilmente rinvigorire lo stesso spirito e gli stessi buoni intenti.

I cambiamenti in atto incidono inevitabilmente  e mettono in discussione il sistema di autorità e di governo.

Il cambiamento richiesto, probabilmente, è passare dall’essere e dal pensarci come grande edificio, segno forte e riverito, al pensarci come una tenda.

La tenda, che richiede la capacità di abitare il cambiamento continuo e l’incertezza, è forse lo spazio ideale per promuovere una cultura dell’autorità e del governo che consideri le persone adulte e le valorizzi, facendo emergere tutte le loro potenzialità.

Il tempo della VC come edificio solido e possente aveva bisogno di grandi superiori, magari anche capaci di visioni e di realizzazioni audaci, ma sostanzialmente al centro di tutto.

Il grande edificio era costruito dai e sui superiori, a loro immagine e somiglianza.

Nel tempo che chiede alla VC di viversi come una tenda serve ed è preziosa  solo un’autorità diffusa e partecipata (che potremmo chiamare “adultità”), all’interno della congregazione, delle province e delle comunità.

Il concetto di fondo è questo: i superiori possono e debbono certo metterci la loro parte, ma la possibilità di rivitalizzare le nostre comunità provinciali e locali è nelle mani dei singoli confratelli e consorelle, adulti, e, in quanto tali, leader del quotidiano.

Nel tempo della crisi e dell’incertezza (tenda!) entra in crisi la capacità di controllo che caratterizzava i superiori nel tempo segnato dalla cultura della dipendenza ((grande edificio!).

Tutto è diventato complesso, ingovernabile: i tempi e le esigenze di ciascuno sono diversificate, le opere complicate, la pastorale ci chiede di cambiare continuamente, sentiamo di navigare il mare aperto.

Diventa allora necessario contare sui singoli confratelli/consorelle, su tutte le loro risorse di persone adulte, sulla loro soggettività originale/diversa.

Facendo così però la comunità, la provincia, la congregazione diventano fortemente instabili – è un rischio da assumere e di cui essere consapevoli – come una nave o un aereo che proceda in permanenti condizioni di turbolenza (“La turbolencia es molesta, pero no es peligrosa…!!!).

Questo stato delle cose mette in crisi la normalità “sperimentata” dell’essere superiori, ovvero la capacità di pianificare, organizzare e controllare, entro un definito ambito di autorità, tutte le variabili connesse con il proprio ruolo e anche con le proprie responsabilità.

Siamo chiamati a vivere il nostro servizio esplorando sentieri nuovi e inoltrandoci in sentieri inediti e sconosciuti.

Nella più ampia visione sulla vita consacrata elaborata fin dal Concilio, si è passati dalla centralità del ruolo dell’autorità alla centralità della dinamica della fraternità. Per questo l’autorità non può che essere al servizio della comunione: un vero ministero per accompagnare i fratelli e le sorelle verso una fedeltà consapevole e responsabile”  (Per vino nuovo, n. 41).

Qui potremmo porci subito una domanda un po’ provocatoria: come io nel mio attuale servizio di autorità partecipo direttamente (o meglio testimonio) al centralità della fraternità?

Questo è un nodo essenziale di cura di sé e anche degli altri in questo momento della nostra vita: come partecipo io, da superiore, alla vita della fraternità? Come costruisco io la vita fraterna, da superiore? Cioè: Come vivo io la vita fraterna, da sorella o da fratello, ora che sono superiore/a? Non è che siamo “esenti” ora dalla vita fraterna, anzi…!

C’è anche una descrizione più analitica di questo atteggiamento di fondo, nello stesso documento al n. 36: “I superiori sono chiamati ad essere vicini alle persone consacrate in tutte le problematiche che riguardano il loro cammino sia a livello personale che comunitario. E’ compito particolare dei superiori accompagnare con un dialogo sincero e costruttivo coloro che sono in formazione, o che rientrano, in vario modo, in questi percorsi. Le difficoltà emerse impongono che si promuova una vita fraterna in cui gli elementi umanizzanti ed evangelici trovino equilibrio affinché ciascuno si senta corresponsabile e al tempo stesso sia riconosciuto indispensabile per la costruzione della fraternità”.

Ciò su cui mi pare conviene puntare maggiormente è

  • La profondità della propria spiritualità
  • La coerenza della propria testimonianza
  • Il primato della comunione
  • L’attenzione (direi “l’ascetica”) della relazione

Ci sono punti di riferimento importanti che, penso, debbono sempre guidarci:

  1. Il nostro punto di riferimento, di qualsiasi cosa stiamo parlando è la missione. Lo sguardo non deve mai essere su di noi, anche quando parliamo di noi e dei nostri problemi, ma sul carisma e sulla missione, per voi sull’annuncio del Vangelo. Forse questa è un’ovvietà: ma l’ho messa qui, al primo posto perché di fatto noi bruciamo molte delle nostre energie per risolvere problemi interni, litigi e incapacità di dialogo, nel modello superiore-crocerossa. E’ uno stato di immaturità permanente, non solo dal punto di vista umano, ma anche di consacrazione: perché, come si dice, sui valori siamo tutti d’accordo, ma poi non incidono sulla concretezza della nostra vita.

Prendere come punto di verifica la missione, sarebbe un buon criterio di verifica del governo e della vita della provincia e della congregazione perché ci fa subito capire se siamo  “chiesa in uscita” o ci aggrovigliamo nelle nostre autoreferenzialità.

            Un passaggio di Papa Francesco:” :“Non ripiegatevi su voi stessi, non lasciatevi asfissiare dalle piccole beghe di casa, non rimanete prigionieri dei vostri problemi. Questi si risolveranno se andrete fuori ad aiutare gli altri a risolvere i loro problemi e ad annunciare la buona novella. Troverete la vita dando la vita, la speranza dando speranza, l’amore amando” (Papa Francesco, Lettera ai consacrati).

  1. Cosa intendiamo per “governo”? Questo è basilare: se intendiamo soprattutto un sistema di “controllo”, ogni livello serve soprattutto a contenere e verificare il livello sottostante e, in questa visione, più si sale di livello più cresce il potere decisionale.

 Questa è una visione del potere e della responsabilità “dall’alto”: più si sale e più si ha potere.

E’ un sistema possibile, secondo me non è reale, per la mia esperienza  non è reale nelle condizioni attuali non è neanche possibile. Mi sono fatto anche l’idea che questo modo di intendere non aiuta le persone a crescere e non favorisce una dinamica “virtuosa” fra i livelli di governo.

Si può pensare al governo a partire dal basso: nel luogo reale della vita delle persone e delle comunità sta la maggior porzione del potere e della responsabilità.

In questa visione il livello superiore non ha soprattutto funzione di controllo del livello sottostante, ma agisce come sostegno, incoraggiamento, motivazione, fiducia continuamente ricostruita e dimostrata, e di aiuto secondo il principio di sussidiarietà.

In questa visione il governo tanto più è “alto” (di livello) tanto più dovrebbe essere “leggero”: non tanto controlla, soprattutto ispira, cerca di motivare, accetta anche di perdere potere, rispetto al livello inferiore.

E’ un altro modello. Tutti e due stanno dentro il Vangelo e dentro la Regola, io penso, per carità. E’ una questione di punti di vista, o di patti, impliciti o espliciti, che si instaurano fra le persone

Qualche anno fa ho avuto da presentare all’USG una relazione sul tema: “Il servizio di autorità del superiore maggiore e del suo consiglio” e la avevo incominciata così:  “Ci attende un compito enorme, che non può essere realizzato in modo isolato, ma in collaborazione, unendo gli sforzi.

É urgente ripensare:

  • L’essere umano e le relazioni fraterne e di potere: in questo tempo di transizione è necessario trovare una nuova antropologia, contestualizzata nell’ampio orizzonte della post-modernità, che ci porta a scoprire nuove relazioni fraterne e di potere.
  • Dio e la nostra relazione con lui: come comprendere Dio nel nuovo contesto in cui viviamo e a partire da una nuova antropologia rivedere la nostra relazione con lui.
  • La vita religiosa consacrata apostolica, il suo ruolo nella Chiesa e nella società: nel contesto pluralistico in cui viviamo, in che modo possiamo collocare la vita religiosa apostolica nella società, in modo che essa sia sempre più significativa?
  • La ecclesiologia: le attuali trasformazioni indicano la necessità di ripensare il nostro modo di essere Chiesa nella cultura mediatica e pluralistica.
  • La teologia non solo della vita consacrata, ma anche il nostro modo di comprendere e di parlare di Dio: é importante che il nostro modo di comunicare con Dio sia comprensibile ai nostri interlocutori e che la vita consacrata apostolica sia significativa ed abbia una forte identità.

Il compito è enorme e solamente religiosi/e profondamente radicati in Dio Trinità, aperti all’azione dello Spirito, consapevoli della propria vocazione, umanamente equilibrati, professionalmente preparati, sensibili al grido dei poveri e capaci di donare la vita fino al martirio, potranno collaborare perché la vita consacrata apostolica viva una nuova primavera”.

Era la conclusione della relazione di Vera Bombonatto al Seminario Teologico dello febbraio 2011.

Adesso mi viene da chiedervi, quasi brutalmente: “Ma… di cosa ci occupiamo noi nei nostri consigli? Di queste cose? Cioè della visione, o di problemi legati a emergenze, fragilità eccetera…. Insomma non sarà che anche a noi succede magari senza piena consapevolezza “che il cuoco di bordo ha preso il timone della nave e invece di indicare la rotta comunica il menu di bordo?”.

Avere cura, prendersi cura” di noi e degli altri significa secondo me, prima di tutto… non fare la fine dell’immagine di cui sopra, significa tenere vivo, nonostante tutto il fuoco del carisma, il fuoco della missione, la visione e il sogno dei nostri Fondatori e non  cadere nella tentazione della sopravvivenza di cui ci ha ‘parlato Papa Francesco nell’omelia del 2 febbraio scorso (vedi Omelia di Papa Francesco il 2 febbraio 2017).

Per avere cura delle persone che ci sono affidate parlai allora di alcune attenzioni, che adesso vorrei riproporvi  nell’ottica specifica della relazione, cioè la cura della formazione e della relazione fra noi che facciamo parte di  gruppi di responsabilità nella nostra congregazione.

Il punto fondamentale però, prima di ogni altra cosa è questo: la chiamata al servizio di responsabilità è per ciascuno di noi un evento di sequela e qui si fonda la domanda fondamentale per un gruppo di responsabili religiosi: come insieme possiamo crescere nella fede, nella speranza, nella carità, nella testimonianza del carisma, nell’annuncio della gioia del Vangelo attraverso il servizio che ci è stato affidato per un periodo di tempo (non per l’eternità?).

      Bisogna però premetter a questo discorso “alto”, se vogliamo dire così, un discorso un po’ più semplice e concreto, che parte da una questione fondamentale: per avere cura degli altri bisogna anzitutto avere cura di sè.

      Ne ho parlato sono qualche settimana fa qui, ad un folto gruppo di suore, nel corso CARIS organizzato per la formazione delle suore responsabili delle case di accoglienza e cura per le suore anziane.

      Riprendo solo qualche passaggio.

   E’ molto difficile poter prendersi cura degli altri se non siamo allenati a prenderci cura di noi stessi!

Avere cura di sé, per poter prendersi cura degli altri, significa alcune cose.

Anzitutto “volersi bene”, e questo è possibile accettando la propria fragilità, anche riconoscendola e accettando che sia riconosciuta, non nascondendosela, non vergognandosene.

La fragilità che spesso noi vogliamo negare a noi stessi e nascondere agli  altri, che non vogliamo ammettere come parte ineliminabile della nostra condizione umana, Dio l’ha assunta in sé stesso nel suo Figlio Gesù, l’ha scelta come senso e come simbolo venendoci incontro in un bambino, con la sua debolezza, con la sua indigenza.

      La fede di Youssef, insieme a quella di Maria si converte alla fragilità di questo bambino, sin dall’annuncio della sua nascita.

      Si tratta anche per noi di far pace con la fragilità, di accoglierla non come una debolezza, ma come una possibilità, una risorsa, forse addirittura come una ricchezza. Non rifiutarla, non negarla, non vergognarsene.

      E benedirla.

Accogliere e onorare il nostro limite è la strada che ci apre all’incontro con gli altri nel segno della benevolenza e della misericordia.

      Solo così, con la coscienza di una fragilità che si fa accanto ad un’altra, è possibile il vero incontro fra le persone, quello che affratella, arricchisce, rinfranca.

      Ha scritto G. Garcia Marquez: “Ho imparato che un uomo ha il diritto di guardare un altro dall’altro in basso solo quando sta aiutandolo a rialzarsi”.

     

Poi ci sono dei modi precisi di aver cura di sé, e mi permetto di indicarne alcuni, perché non dirado ne vedo l’assenza nelle persone consacrate (almeno nel mondo maschile):

  1. avere cura della propria salute. E’ un aspetto importante. Si passa a volte dall’ipocondria alla …trascuratezza. E’ necessario trovare un equilibrio, che è sempre da aggiornare, perché nella vita cambiamo e la questione della salute si presenta sonno differenti aspetti… E’ necessario aver un giusto rapporto con il proprio corpo…
  2. essere sempre attenti e avere cura dell’organizzazione del proprio tempo: non sarebbe male, per esempio, riflettere sulla gestione del nostro tempo: come occupiamo il nostro temo libero, per esempio (padre, ma io non ho mai tempo libero…. Male!), se distinguiamo bene il tempo del lavoro dal tempo del riposo…. anche Dio il settimo giorno si riposò: c’è qualcuno qui che è più di Dio? E’ importante per la cura di sé, vivere questa distinzione, prendersi un po’ di tempo per sé stessi (qualche buon lettura, buona musica, cura dei fiori o dell’orto, una buona passeggiata, un po’ di aria buona…. Tutte queste cose ci vengono buone poi quando invecchiamo perché non impareremo in quel momento a fare quello che non abbiamo mai fatto prima….)
  3. direi di distinguere il ritmo feriale da quello festivo anche nella preghiera … più calma, più contemplazione. Più meditazione, senza la fretta per dover finire…
  4. coltivare qualche hobby sano…
  5. verificare se il tempo libero lo passiamo sempre soli o se cerchiamo e amiamo la compagnia di qualche fratello o sorella…
  6. limitare al puro necessario l’uso dei mezzi di comunicazione, che sono più o meno sempre una relazione virtuale e non reale con gli altri. Questo oggi sta diventando un problema quasi drammatico. E non solo per i giovani e i ragazzi. Anche per gli adulti, i religiosi e le religiose. Una volta vi era la dipendenza dalla televisione, oggi dai computer o dai cellulare. Sono malattie e patologie che sono già presenti anche dentro le comunità religiose, malattie già diffuse…

Tante altre cose si potrebbero dire sulla cura di sé, ma ognuno sa di sé…

1.Attenzione alla Parola

 

Mi devo chiedere quanto è rilevante la Parola di Dio nella mia vita di ogni giorno. Dare rilevanza alla Parola di Dio significa riaffermare la contemporaneità fra la Parola di Dio “scritta” e la parola dello Spirito “non scritta”.

Il nostro essenziale servizio ai fratelli/sorelle consiste proprio nel cogliere e nell’aiutare a scoprire i legami di contemporaneità fra queste due parole.

La nostra vita quotidiana è il luogo in cui lo Spirito ci parla, ma per intenderne la voce è proprio necessario il confronto con la Parola.

Un tale confronto permette di non fermarci alle apparenze, ai semplici dati di fatto, al buon senso, ma sospinge ad uno sguardo “spirituale” sulle persone, sugli  eventi e le situazioni.

Solo così è possibile “vedere” l’opera dello Spirito e cogliere nei piccoli piani quotidiani le tracce del grande progetto di Dio sulla nostra vita, sulla vita delle persone, sull’Istituto, sulla Chiesa, sull’umanità.

Credo che l’attenzione alla Parola è di fatto il primo modo di aver cura della propria formazione.

Normalmente quanto uno riceve un incarico di governo è portato a pregare di più e a meditare di più la Parola di Dio, se non altro per far fronte a frequenti crisi di impotenza o di scoraggiamento che lo possono assalire, o alla personale esperienza della propria inettitudine e della propria fragilità!

In questo senso la responsabilità che una persona riceve è davvero una grazia per crescere nell’esperienza della misericordia di Dio e contemporaneamente della propria miseria, due atteggiamenti dello spirito che conducono in modo naturale e logico alla benevolenza verso gli altri.

Nella prassi di lavoro e di vita di un gruppo di consacrati/e responsabili dei loro fratelli/sorelle sarebbero da inventare o salvaguardare momenti speciale da vivere insieme per avere cura dell’attenzione alla Parola di Dio:

  • Non siamo consigli di amministrazione, siamo consigli di consacrati: le nostre riunioni dovrebbero cominciare non con la lettura dell’ordine del giorno o l’approvazione del verbale della seduta precedente, ma con un momento di preghiera o di condivisione della parola di Dio, possibilmente preparato e partecipato. Vuol dire non un’Ave Maria o un Padre Nostro, ma qualcosa di più. Non sempre il superiore/a lo prepara, ma magari a turno i membri del consiglio. E con tempo disteso (anche se ci sono sempre moltissime questioni da trattare…): la decima del nostro tempo di consiglio offerto direttamente al Signore: una mezzoretta, almeno!
  • Esperienze di lectio divina potrebbero opportunamente, almeno ogni tanto, occupare una parte più distesa delle sedute di consiglio: magari mezza giornata. Sarebbero l’occasione di fare quella condivisione dei beni spirituali che è cemento per la costruzione della comunità.
  • Importante ed utile sarebbe ricavare nell’ anno almeno qualche momento di “ritiro” e di comunione di vita fra i membri del consiglio, per avere cura oltre che della Parola delle parole che corrono fra noi: quelle necessarie devono essere dette tutte, quelle inutili allo stesso modo devono essere tutte evitate.
  1. Attenzione alle persone e agli eventi quotidiani

 

È un’attenzione, che nella luce della Parola, ci può consentire di ritrovare continuamente novità nelle persone e negli eventi quotidiani, ricacciando alcune tentazioni nelle quali, presi dal ruolo e dagli impegni pressanti,  possiamo sempre cadere.

Le tentazioni nelle quali io tendo a cadere, per esempio, riguardo alle persone , sono:

  • considerare i miei confratelli solo nella loro dinamica funzionale. A volte non me ne accorgo neppure subito che tendo a valutare le persone per quello che esse possono esprimere e fare all’interno dell’Istituto e non in sé stesse, nel loro valore di persone; in questo modo esse perdono di consistenza, di qualità, di novità.
  • ridurre la responsabilità personale a semplice obbedienza. Responsabilità ed obbedienza vanno coniugate, anche se stanno sempre in tensione. Ma proprio la tensione, forse, permette di non cadere nel formalismo (un’obbedienza senza responsabilità) o nel soggettivismo (una responsabilità senza obbedienza).

Circa gli eventi quotidiani, credo anzitutto che siamo chiamati ad una sintonia con la realtà, con il mondo, con questa modernità liquida e con i suoi linguaggi, senza naturalmente diventare “liquidi” anche noi.

Gli eventi chiedono di essere letti anche essi nello Spirito, alla luce della Parola:

  • evitando la caduta nel fatalismo. Può succedere che un superiore o un gruppo di governo dimentichi la “profanità” degli eventi, cedendo alla tentazione di una lettura esclusivamente “spiritualistica”: “È Dio che lo vuole; è Lui che lo permette…
  • evitando anche la caduta nella superficialità, rimanendo schiavi della “profanità” degli eventi, attraverso una lettura semplicemente letterale di quando accade.

Credo che occorre invocare da Dio come dono e praticare insieme il discernimento, cioè la capacità di aprirsi alla profondità dello Spirito: qualsiasi evento trattiene sempre una Parola di Dio che siamo chiamati a cogliere.

Il punto in questione oggi è come, insieme come membri di un consiglio, possiamo avere cura di noi, attraverso questa attenzione.

L’elemento imprescindibile è la cura della propria spiritualità personale, sempre vissuta nel circolo e nel respiro della comunione.

Noi non siamo mai da soli, neppure quando preghiamo, neppure quando siamo nella più profonda solitudine o nel più lontano deserto: siamo comunque una solitudine abitata, abitata da Dio e abitata dagli altri.

  1. Attenzione all’ecclesialità

 

Lo Spirito ci chiama con il dono del nostro carisma ad essere Chiesa e ci invia a costruirla e ad abitarla come la nostra prima casa.

La comunità ecclesiale dentro la quale siamo chiamati a vivere, testimoniare, approfondire e condividere  il carisma che abbiamo ricevuto in dono non è la semplice somma degli individui che vi aderiscono, ma è un corpo vivo, un organismo spirituale fondato sull’amore trinitario.

Quanto più ci sentiamo dentro questo organismo vivo, tanto più siamo vivi anche noi.

Questa attenzione non solo ci aiuta a non chiuderci nella nostra realtà di Istituto, rischiando di essere autoreferenziali, ma anche a coniugare in modo più concreto il verbo dell’ “intercongregazionalità” e della comunione fra noi che più volte abbiamo proclamato (anche nel Seminario Teologico).

Ecco,  per quanto attiene al nostro tema,  penso che dentro la “comunità del consiglio” ciascuno deve portare tutta la sua esperienza di chiesa e di comunità, per evitare che il consiglio quando riflette e quando delibera si lasci ridurre dentro i confini ristretti del nostro mondo interno, cadendo nella tentazione dell’autoreferenzialità.

4.Attenzione al carisma

 

      Metto all’ultimo posto questa attenzione che, forse, esistenzialmente, per noi è la prima, perché il carisma che abbiamo ricevuto in dono è il nostro modo di vivere la Parola, la forma concreta che diamo alla sequela di Gesù, la nostra identità specifica nella Chiesa.

      Come ho già detto noi “superiori” oggi più che mai credo che dobbiamo essere innamorati ed innamorare i confratelli del carisma.

Il compito urgente che abbiamo è che il carisma lo si veda “vivo” in noi: nella spiritualità che portiamo con l’impronta del nostro fondatore, nella passione apostolica che trasmettiamo, nella gioia e anche nel coraggio con il quale promuoviamo i cammini nuovi che si intravvedono nei nostri istituti e nelle nostre comunità, nel segno della fedeltà creativa al carisma.

E’ importante anzitutto mettere in rilievo l’aspetto della “passione” per il carisma, che qualifica nel nostro progetto di cammino e di rinnovamento.

      Questa è una legge fondamentale della pastorale e della vita in genere: si trasmette veramente agli altri solo ciò di cui si è appassionati, solo ciò che ha preso profondamente il cuore, solo ciò… di cui si è davvero innamorati!

      Quando il cuore è conquistato, più facilmente la vita si mette in movimento!

      La passione è propria dell’apostolo, che sa di aver ricevuto un dono grande ed è così totalmente preso dalla sua bellezza e grandezza che non può tenerlo per sé, ma fa di tutto per darlo e dirlo agli altri con parole piane, calorose, vibranti, legate alla vita di tutti i giorni, vicine a chi l’ascolta.

      Ciascuno di noi, quando racconta del carisma, sa di parlare di sé stesso, delle sue più profonde risonanze interiori, sa di mettersi in gioco come persona, perché ogni sua parola richiama la testimonianza della sua vita, le sue scelte, le sue priorità.

      La passione per il carisma non è un sentimento, ma una disciplina, uno stile di vita: perché appassionano le parole appassionate, ma sono appassionate le parole che vengono dalle regioni del cuore e sono del tutto coerenti con le scelte quotidiane.

      Mi azzarderei a dire, con il rischio di sembrare un po’ retorico, che il carisma ci ha dato la vita e noi siamo chiamati a dare la vita per il carisma

 

 

Percorsi, esperienze, idee…

  1. Oggi si parla molto del fatto che il servizio di responsabilità deve essere inteso soprattutto come un’attenzione alle persone e alla loro crescita verso l’adultità. Le parole magiche sono: animazione, aiuto fraterno, proposta, dialogo, ascolto…

      In questo stile va anzitutto vissuta la relazione fra il superiore e i membri del Suo consiglio, come una attitudine alla cura e alla custodia reciproca.

      Un tipo di relazione, quindi, che, pur non abolendola, supera del tutto la questione del ruolo dei consiglieri nel Consiglio, della natura e delle modalità del loro consigliare: essi sono per il superiore anzitutto fratelli e sorelle con i quali vivere gli atteggiamenti di cui sopra.

      Il rischio che noi possiamo correre, lo ho già accennato, è che nel nostro servizio ci riteniamo quasi dei “funzionari”, di un’organizzazione religiosa, facendo prevalere le relazioni di ruolo sulle relazioni di persone.

E’ invece molto importante costruire fra noi storie di vera comunione, ed è il servizio più importante e la testimonianza più vera che possiamo offrire a chi ci ha affidato l’impegno di svolgere questo servizio.

  1. Non è male considerare il fatto che un Consiglio di consacrati/e dovrebbe, a suo modo, considerarsi una “comunità”, e di essa cercare di vivere le dimensioni fondamentali, sia per rispondere alle esigenze spirituali ed esistenziali degli stessi componenti (il superiore in primis!), sia per trasmettere un esempio di relazionalità positiva ed evangelicamente caratterizzata ai fratelli/sorelle della provincia o della congregazione.

Nella realtà della vita delle persone entrano due valori fondamentali: relazioni e quotidianità.

Se il funzionamento dei nostri governi ci porta ad essere “governi sedentari” e “consigli viaggiatori” forse ci allontaniamo propri dai due valori fondamentali annunciati sopra.

Avere cura di noi e della nostra formazione significa stare attenti a non perdere un contatto effettivo e con la vita concreta e quotidiana di confratelli e consorelle.

  1. Superiore/a e consiglieri nelle attuali situazioni e forese anche nelle aspettative dei fratelli/sorelle dovrebbero considerarsi un team, cioè un gruppo di lavoro che apprende il suo funzionamento attraverso la crescita della comunione e sa interpretare e trasmettere una cultura della corresponsabilità di cui sentiamo assolutamente necessaria la crescita.

         Naturalmente un consiglio considerato un “gruppo di collaboratori” chiede al superiore un’attenzione particolare a scoprire e valorizzare il peculiare contributo che ciascuno può dare in seno al consiglio, cosicché ognuno si senta pienamente considerato, veda che il suo apporto è ritenuto prezioso e tenuto in conto.

Nel consiglio vi può essere la persona di idee, quella precisa, quella con la mente organizzativa, quella capace di sintesi potenti: compito e… astuzia del superiore è fare sentire ciascuno/a a suo agio nelle dinamiche della partecipazione ognuno – si potrebbe dire – “superiore” agli altri (anche al “Superiore”) quando offre al consiglio l’apporto delle sue capacità specifiche. Certo, affinché questo possa avvenire, è del tutto necessario un clima consiliare fondato sul dialogo cordiale e franco e sulla stima reciproca.

  1. Una questione di particolare importanza e delicatezza di cui avere cura è la questione della “comunicazione”.

La sintetizzerei così: trasparenza nelle comunicazioni interne al consiglio e molta prudenza (vorrei dire riservatezza!) nelle comunicazioni esterne al consiglio. Su questo punto a volte si gioca davvero tutta la nostra comunione e fiducia reciproca e tutta la nostra credibilità verso gli altri.

Dentro il consiglio la comunicazione deve poter essere franca, completa e trasparente: se uno sa qualcosa che un latro non sa, questo è fonte di problemi o di equivoci; se uno non dice qualcosa che un osa per avere una specie di poter in più informazioni che altri non hanno… sta giocando sporco… dinamiche che conosciamo e che soffriamo!

Fuori dal consiglio le comunicazioni devono essere molto prudenti e… concordate, se non ci giochiamo la credibilità.

Soprattutto diventa un’ azione molto negativa per il team di governo che, fuori del consiglio, uno o una separi la sua personale responsabilità delle decisioni prese, esterni i suoi distinguo quasi per salvare sè stesso, ma mandando un pessimo messaggio a chi ascolta, perché non sta nel respiro della comunione, sta fuori dallo stile “sinodale”: quando discutiamo dentro il consiglio tutte le opinioni sono legittime e necessarie; quando abbiamo deciso, il mio personale pensiero non ‘è più… e se c’è ancora, meglio, molto meglio che me lo tenga solo per me!

  1. Mi pare che per noi l’impegno sia quello di riportare costantemente l’attenzione dei nostri fratelli e sorelle sull’essenziale: il primato di Dio, l’ascolto della voce dello Spirito, la radicalità del dono della vita, l’impegno alla profezia da tradurre nel concreto della vita di ogni giorno, perché il rinnovamento vero è quello che passa nei cuori delle persone e le trasforma.

In particolare, campo di lavoro specifico per il governo nelle situazioni odierne mi sembra quello della costruzione e negoziazione di significati; cioè intenderne il servizio come aiuto all’elaborazione di senso e alla progettazione di futuro.

Il compito principale è forse oggi quello di guidare il cambiamento: non dico di promuoverlo, perché questo processo non è nelle nostre mani né possiamo determinare il suo tasso di accelerazione, ma di governarlo, dandone quindi consapevolezza agli altri e offrendo un orientamento ed una direzione che tengano la barra del timone ben ferma sulla necessità di essere creativamente fedeli al carisma.

Il nostro compito è di “svegliare ” realtà locali che rischiano di restare assopite sul presente (o peggio sul passato) e, incapaci di cogliere i segni del cambiamento, mostrano refrattarietà o insofferenza a nuove proposte o impostazioni, subito tacciate di essere pensiero astratto di gente (superiori e loro consigli) che poco sanno e nulla vivono della realtà nella sua concretezza e nella sua problematicità.

Non ci possiamo nascondere che governare il cambiamento – cioè tentare di dargli una direzione ed un senso coerente con la nostra identità – è un impegno che suscita molte reazioni e contrarietà, perché va a combattere una certa miopia auto legittimante, dentro la quale le realtà locali tendono a non mettersi mai in discussione e pretende la pazienza di seminare senza forse poter raccogliere, perché di solito richiede tempi più lunghi di quelli programmati e processi più lenti di quelli auspicati.

Credo che in anni recenti in molti abbiamo vissuto l’esperienza dell’inutilità di progetti di riorganizzazione o di ristrutturazione costruiti sulla testa delle persone.

Nel tempo di forti e veloci mutamenti che stiamo vivendo diventa invece fondamentale saper creare nuovi assetti.

Essere creativi non significa solo fare cose nuove ma anche vedere problemi antichi in modo inedito o intuire questioni che ancora nessuno vede con chiarezza, per poi trovare soluzioni,  al di là di tutte le risposte fino a quel momento già acquisite.

  1. Infine ciò che mi sembra massimamente importante e motivante per le persone è concedere fiducia: questo è il forse il solo vero capitale su cui si può investire, particolarmente in un tempo come il nostro in cui le decisioni non sono facili, i margini di manovra non sono ampi, né gli orizzonti sempre chiari.

La fiducia nasce dal riconoscimento di diversità, dalla consapevolezza che essa – se pure parzialmente – può generare relazione e sapere, divenire veicolo e fonte di una conoscenza che si compone delle diverse esperienze, le sa accogliere, accostare e mettere in condizione, forse, di cooperare fra loro.

La fiducia non cerca di imporre un ordine alla complessità e alla, problematicità, sempre risorgenti dell’esistenza: dà credito e ascolta, accetta ciò che viene offerto.

Ma alla pratica della fiducia occorre accostare un’altra virtù, che le è molto vicina: l’attenzione, la virtù dell’ascolto paziente, intenso e vero.

 

 

don Mario Aldegani, 12 novembre 2017

 

Vedi:  Per vino nuovo otri nuovi 19,20,21,22 e 41,42,43