“Superare” l’Humanae Vitae è separare l’uomo da Dio

di Costanza Miriano

L’altro giorno parlavo al telefono con Padre Aldo, dal Paraguay. E come mi è successo con lui altre volte, in un secondo ha tradotto in parole quello che da giorni stavo pensando, senza riuscire a ordinarlo. Il punto dell’Humanae Vitae – diceva – è l’incontro con Cristo. Senza quello, è un insopportabile, incomprensibile, assurdo giogo (una serie di obblighi, come li definisce Avvenire e una parte della Chiesa, che ha preso di mira proprio l’enciclica che ha salvato la vita a tanta gente). Giussani, mi ha detto padre Aldo, diceva sempre che la Chiesa si vergogna di Cristo.

Ecco, io credo che sia questo il cuore della questione, quella che perdiamo di vista quando ci mettiamo a dibattere tra aperturisti e tradizionalisti (che nervi queste categorie). Il centro di tutto, di fronte a ogni questione morale, deve essere la domanda: questo mi permette di incontrare di più Cristo? Solo questo conta. A me interessa solo questo. Avere rapporti aperti alla vita (e non siamo ridicoli, i metodi naturali ammessi dalla Chiesa funzionano al 99%, e se si vuole al 100%, basta essere un po’ più cauti) significa non separarsi da Dio, e non farlo proprio nel momento in cui si celebra l’unione con lo sposo, quindi nel momento più proprio della nostra vocazione.

Quelli che parlano di “superamento” dell’Humanae Vitae, quelli che credono di avere diritto a delle concessioni, abbassando l’asticella dell’adesione alla morale cristiana, stanno in realtà dandosi da fare per separare l’uomo da Dio, e questo è un torto troppo grande, che nessuno ha il diritto di fare a nessun altro, una cattiveria travestita da zuccherino, un veleno che penetra nelle vite e le rende infelici. È perché, evidentemente, si vergognano di Cristo, come diceva padre Aldo con don Giussani. È perché non credono neanche loro che solo l’unione a Cristo ci regge in piedi. Pensano che se uno si comporta decentemente, paga le tasse e fa la differenziata, è felice. Come se uno potesse farlo prescindendo dall’amore per Cristo e dalla sua grazia del tutto immeritata. L’uomo non riesce a fare il bene, da solo, non ce la faceva manco san Paolo. O è tenuto in riga dalla paura della punizione, o è rapito dall’amore per Cristo. (Oppure cerca di tirare avanti stancamente, faticando il meno possibile, giusto perché ormai ci si trova ed è complicato buttare all’aria tutto, che è la terza via, ma ci si sta malissimo).

Ma se la Chiesa si mette a proporre norme di vita ragionevoli e accettabili da tutti, sperando così di essere più simpatica, perderà un sacco di gente, credendo di conquistarla. Perderà chi vuole essere libero, perché non è poi questa grande libertà usare la contraccezione dentro la coppia: e allora, se i rapporti sessuali sono separati da Dio, perché non con altre donne (o altri uomini)? Se io dico a mia moglie: sto con te, ma non sono pronto a prendermene le conseguenze, non le sto dicendo che non le appartengo del tutto? Se io nella relazione con il marito o la moglie non cerco Cristo, allora il matrimonio indissolubile è una follia, umanamente, in questo nostro contesto culturale.

Ma la Chiesa perderà anche chi ha capito il senso profondo, liberatorio, altissimo dell’Humanae Vitae: una Chiesa che non ti dice che i comandamenti sono per te, per curare le tue ferite e le tue debolezze, è una Chiesa che dice che possiamo fare a meno della salvezza di Cristo, e allora forse non mi interessa più.

Se qualche volta riesco a fare la differenziata e pago le tasse – quelle sempre – e cerco di essere una persona decente, è perché mi interessa Cristo, e le circostanze sono l’occasione unica che ho di incontrarlo. Il resto non mi accende, non mi innamora. Tanto meno le norme di buon senso che a volte mi sento proporre in Chiesa. Io ci vado perché mi interessa salvarmi dalla morte, e vedere Dio, e voglio che sia così anche per quelli a cui voglio bene. La Chiesa mi deve dire come faccio a ottenere la vita eterna per me e i miei cari, non dove devo buttare la bottiglietta di plastica.