DOMENICA XXXI – A – Giuseppe Bellia

 

Acqua viva in noi scaturisce,

che mormora a Dio: Padre.

Un grido dall’intimo sale,

è lo Spirito che grida: Abbà.

Il tuo nome di Padre, o Dio,

è un soffio di vento leggero,

che in noi dischiude i germi

riposti per la nuova semina.

Nel suono della tua Parola,

che viene da labbra pure,

il seme cade su vari terreni

ed ogni uomo sarà redento.

Gioisci in chi ti è accanto,

con te è figlio dell’unico Dio,

con te carne dalla sua carne,

rigenerato dall’unico fonte.

Canta il tuo poema, libero

da frange vistose e filatteri,

in quell’ultimo posto, scelto

perché ivi conosci il Cristo.

Non essere triste! Canta

l’amore per noi del Figlio,

che da ricco fu il Povero,

che ci arricchisce di Dio.

Prendi il salterio e la cetra,

sveglia l’aurora, la brezza

scintillante di rugiada

fa risorgere i morti alla vita.

PRIMA LETTURA                                       1, 14b – 2, 2b.8-10

Dal libro del profeta Malachìa

1:14b Io sono un re grande – dice il Signore degli eserciti – e il mio nome è terribile fra le nazioni.

Il Signore dichiara di esser un re grande. La sua grandezza non si misura in rapporto a se stesso ma in rapporto a tutte le creature. Anche di fronte a quelle che possono vantare un certo potere il Signore di chiara di esser grande e quindi non c’è tra Lui e le potenze nessuna possibilità di confronto.

L’apostolo dichiara: E in realtà, anche se vi sono cosiddetti dèi sia nel cielo sia sulla terra, e difatti ci sono molti dèi e molti signori, per noi c’è un solo Dio, il Padre, dal quale tutto proviene e noi siamo per lui; e un solo Signore Gesù Cristo, in virtù del quale esistono tutte le cose e noi esistiamo per lui (2Cor 8,5-6).

Per questo il Signore dichiara che il suo nome è terribile tra le nazioni. Terribile significa che incute timore di sé e quindi questo diventa principio di salvezza per chi si assoggetta e di giudizio per chi lo disprezza.

Dobbiamo riconoscere che nell’Evangelo si manifestano sia la sua regalità che il suo Nome attraverso il paradosso della Croce, come c’insegna l’Apostolo nell’inno cristologico nella lettera ai Filippesi.

2:1 Ora a voi questo monito, o sacerdoti.

Più che monito sia il testo ebraico che quello greco hanno comando. Questa è una parola che vincola in coscienza i sacerdoti e la cui trasgressione implica gravi conseguenze. I sacerdoti hanno il compito d’insegnare la Legge al popolo e di esprimere la santità di Dio nel culto del Tempio.

2 Se non mi ascolterete e non vi darete premura di dare gloria al mio nome, dice il Signore degli eserciti, manderò su voi la maledizione.

Per insegnare la condizione preliminare è ascoltare il Signore. Si può ascoltare la sua Parola, ascoltando noi stessi e quindi insegnando dottrine che sono insegnamenti umani e non parola di Dio.

Darsi premura letteralmente è prendersi a cuore. Nella divina Scrittura prendersi a cuore significa impegnare la parte più intima di noi stessi concentrandosi nel dare gloria al suo nome. Dare gloria corrisponde alla santificazione del Nome, che è il dono totale della nostra vita perché gli uomini dichiarino che il Nome del nostro Dio è il solo Santo e glorificato tra i popoli.

8 Voi invece avete deviato dalla retta via

e siete stati d’inciampo a molti

con il vostro insegnamento;

avete distrutto l’alleanza di Levi,

dice il Signore degli eserciti.

La traduzione italiana ha avuto bisogno di precisare che la via è quella retta. Il testo ebraico e quello greco parlano solamente della via senza qualificarla perché vi è solo questa via e tutto ciò che non è questa via è smarrimento.

Anziché insegnare la legge del Signore, i sacerdoti hanno creato ostacoli sul cammino del popolo e li hanno fatto sviare con il loro insegnamento, non conforme alla Parola del Signore. Questo accade quando essi, anziché cercare la gloria del Signore, cercano la propria, come ammonisce il Signore nell’Evangelo: «E come potete credere, voi che prendete gloria gli uni dagli altri, e non cercate la gloria che viene da Dio solo?» (Gv 5,44).

L’alleanza di Levi. In Dt 10,8 si delineano le caratteristiche di quest’alleanza: In quel tempo il Signore prescelse la tribù di Levi per portare l’arca dell’alleanza del Signore, per stare davanti al Signore al suo servizio e per benedire nel nome di lui, come ha fatto fino ad oggi. In questa profezia vi è un’attenzione particolare ai figli di Levi, che al tempo del Messia saranno purificati: Siederà per fondere e purificare; purificherà i figli di Levi, li affinerà come oro e argento, perché possano offrire al Signore un’oblazione secondo giustizia (Mal 3,3).

9 Perciò anche io vi ho reso spregevoli

e abietti davanti a tutto il popolo,

perché non avete seguito le mie vie

e avete usato parzialità nel vostro insegnamento.

La decadenza dei sacerdoti è dovuta al fatto che non glorificano il nome del Signore insegnando rettamente la Parola del Signore e offrendo a Lui un’oblazione pura (Mal 1,11). Per questo dichiara: io vi ho reso spregevoli e abietti davanti a tutto il popolo. Spregevoli si è quando con giusta ragione si parla male dei sacerdoti perché sulle loro labbra non vi è la scienza, come dice altrove: Infatti le labbra del sacerdote devono custodire la scienza e dalla sua bocca si ricerca l’istruzione, perché egli è messaggero del Signore degli eserciti (Mal 2,7). Infatti se i sacerdoti non hanno la scienza, inesorabilmente cadono nelle parole frivole, disonorando il popolo del Signore, che l considera abietti o come dice il testo ebraico in basso e non in alto dove sta colui che insegna la legge del Signore. Il testo greco ha una parola che significa buoni a nulla e allarga il discorso dichiarando che non solo tutto il popolo li dichiara tali ma addirittura tutte le genti.

Il motivo di una simile punizione consiste nel fatto che non avete seguito le mie vie. Il testo ebraico e greco parlano di custodire le sue vie. Questo indica un rapporto di amore con la sua legge e di rigore nell’osservarla e insegnarla senza fare preferenza di persone, come subito dice.

Il rigore della legge implica che s’insegni con compassione perché chi è ignorante non si senta umiliato ma piuttosto incoraggiato nell’apprendimento.

10 Non abbiamo forse tutti noi un solo padre? Forse non ci ha creati un unico Dio? Perché dunque agire con perfidia l’uno contro l’altro, profanando l’alleanza dei nostri padri?

Si potrebbe pensare che il solo padre sia Abramo. La nuova versione, a differenza della precedente, usa il minuscolo. Il testo greco inverte le due affermazioni in forma di domanda, mettendo prima Dio e poi padre. Se unica è la stirpe, che tutti rende uguali e fratelli nelle dodici tribù e se ciò che caratterizza il popolo d’Israele è la professione dell’unico Dio, si deve dedurre quanto sia male agire con perfidia l’uno contro l’altro. Con un’interpretazione singolare, il testo greco dice: abbandonate ciascuno il vostro fratello. Sostituisce il raggiro con l’abbandono, forse esprimendo una situazione diversa caratterizzata dall’egoismo e dalla chiusura in se stessi.

SALMO RESPONSORIALE                                 Sal 130

R/.  Custodiscimi, Signore, nella pace.

Signore, non si esalta il mio cuore

né i miei occhi guardano in alto;

non vado cercando cose grandi

né meraviglie più alte di me.                 R/.

Io invece resto quieto e sereno:

come un bimbo svezzato in braccio a sua madre,

come un bimbo svezzato è in me l’anima mia.   R/.

Israele attenda il Signore,

da ora e per sempre.                R/.

SECONDA LETTURA                                       2, 7b-9.13

Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Tessalonicési

Fratelli, 2:7b siamo stati amorevoli in mezzo a voi, come una madre che ha cura dei propri figli.

L’apostolo si esprime con toni femminili, considerando i tessalonicesi come bimbi, che hanno bisogno di esser teneramente nutriti. Amorevoli letteralmente mansueti. La parola greca contiene in sé il concetto di esser piccolo, come uno che balbetta. Essa è usata nell’Evangelo per indicare i destinatari della rivelazione del Padre: «Io ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, che hai nascosto queste cose ai dotti e ai sapienti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, Padre, perché così a te è piaciuto» (Lc 10,21). L’apostolo si fa piccolo in mezzo ai suoi fratelli e parla come una madre o una nutrice con i propri figli.

Ha cura letteralmente: scalda con il suo amore. Comunicare l’evangelo è scaldare con amore i propri cari perché la Parola è fuoco che scalda il cuore.

8 Così, affezionati a voi, avremmo desiderato trasmettervi non solo il vangelo di Dio, ma la nostra stessa vita, perché ci siete diventati cari.

Dal momento che erano ancora piccoli e deboli, l’apostolo si sentì mamma tra loro, recependo i se stesso lo stesso affetto della madre per loro. Spinto da questo affetto l’apostolo recepì in se stesso vivo il desiderio di donar loro il vangelo di Dio con il sacrificio della sua stessa vita. L’amore per loro lo spingeva a questo.

La sorgente dell’evangelizzazione è l’amore di Dio riversato nei nostri cuori, in forza del quale si vedono gli altri nella luce stessa dell’amore di Dio, che ha dato il suo Figlio. Chi annuncia è dentro la dinamica dello Spirito Santo che lo porta a riversare la sua stessa vita in quelli che ama per nutrirli con la conoscenza della Parola di Dio.

9 Voi ricordate infatti, fratelli, il nostro duro lavoro e la nostra fatica: lavorando notte e giorno per non essere di peso ad alcuno di voi, vi abbiamo annunciato il vangelo di Dio.

Egli richiama loro in che modo sia avvenuta l’evangelizzazione con duro lavoro e fatica. I due termini si rafforzano a vicenda. Dissodare il campo per gettarvi il seme evangelico fu una dura fatica e un lavoro che, a prima vista, sembrava privo di speranza. Ma il Signore ha benedetto il lavoro e l’aspra fatica portando frutti di fede, di speranza e di carità da Paolo precedentemente elencati.

Questa fatica è stata accompagnata dal lavoro manuale incessante perché, in una simile situazione, non apparisse che egli si facesse mantenere da qualcuno. In questo contesto egli e i suoi compagni hanno annunciato il vangelo di Dio. Egli pertanto riconosce che una simile forza viene dal vangelo. Più ci si dedica ad esso più le energie si moltiplicano perché in esso si esperimenta la potenza di Dio (Rm 1,16).

13 Proprio per questo anche noi rendiamo continuamente grazie a Dio perché, ricevendo la parola di Dio che noi vi abbiamo fatto udire, l’avete accolta non come parola di uomini ma, qual è veramente, come parola di Dio, che opera in voi credenti.

Il ricordo dell’inizio della predicazione e gli effetti ottenuti porta l’apostolo a ringraziare continuamente Dio. Egli non si lascia prendere dalla nostalgia del passato – tentazione assai facile nello spirito umano – ma si ferma al fatto fondamentale dell’evangelizzazione, cioè l’accoglienza della Parola di Dio, quale veramente è e non racchiudendola entro le categorie della parola umana in modo da svuotarla del suo contenuto.

A contatto con il mondo delle genti, caratterizzato dal culto di dei che sono demoni (Sal 95,5), l’apostolo trepida per la loro fede che non si contamini con un culto estraneo, come pure a contatto con il pensiero filosofico, egli prevede dannose sintesi, che presto cercheranno di contaminare la fede con interminabili genealogie.

CANTO AL VANGELO                                   Mt 23, 9b.10b

R/.  Alleluia, alleluia.

Uno solo è il Padre vostro, quello celeste

e uno solo è la vostra Guida, il Cristo.

R/.  Alleluia.

VANGELO                                                          23, 1-12

 Dal Vangelo secondo Matteo

In quel tempo, 1 Gesù si rivolse alla folla e ai suoi discepoli dicendo:

Al termine di ogni dibattito, quando il silenzio è sceso su tutti, Gesù si rivolse alla folla e ai suoi discepoli, a Israele convocato nel Tempio e alla sua Chiesa presente nei discepoli, che credono in Lui. Egli pronuncia la sua sentenza sugli «scribi e i farisei».

2 «Sulla cattedra di Mosè si sono seduti gli scribi e i farisei.

Sulla cattedra di Mosè. Probabilmente l’espressione indica l’insegnamento ufficiale della Legge, il luogo della Tradizione, cioè della trasmissione della Legge nella sua autentica interpretazione. Gesù riconosce che la Legge non passa dai sadducei ma dagli scribi e dai farisei. Essi sono gli autentici interpreti di essa. Questo riconoscimento di Gesù è importante per un autentico accostamento alla Tradizione di Israele. Impressiona come invece sia esclusa la classe sacerdotale (cfr. invece Mal 2,7-8).

3 Praticate e osservate tutto ciò che vi dicono, ma non agite secondo le loro opere, perché essi dicono e non fanno.

Scissione tra la dottrina e la vita. In virtù del dono di sedere sulla cattedra di Mosè, essi interpretano rettamente, ma a causa della loro ipocrisia, distruggono con le loro opere la Legge e quindi anche il Cristo ivi contenuto.

4 Legano infatti fardelli pesanti e difficili da portare e li pongono sulle spalle della gente, ma essi non vogliono muoverli neppure con un dito.

Pesanti fardelli, «tutte le prescrizioni che i rabbini farisaici impongono all’uomo pio … gli obblighi casualistici e ritualistici» (Weiss, GLNT, XIV p. 1052). I farisei fanno dell’osservanza della Legge un valore assoluto fine a se stesso. Il loro orizzonte interiore si restringe entro se stessi in una tensione di operare secondo la giustizia che viene dalla Legge. Da qui i pesanti fardelli imposti su gli altri. Gesù li accusa di incoerenza perché riescono, con i loro ragionamenti, ad annullare la Parola di Dio come già ha precedentemente dimostrato. I fardelli diventano quindi pesanti perché l’osservanza è fine a se stessa e non tocca le profondità della Legge stessa. Ma essi con il loro dito non vogliono smuoverli, come ha precedentemente detto: «Dicono ma non fanno». Altrove è scritto: Portate i pesi gli uni degli altri (Gal 6,2).

5 Tutte le loro opere le fanno per essere ammirati dalla gente: allargano i loro filattèri e allungano le frange;

Tutte le loro opere, essi quindi operano, ma con uno scopo: per essere ammirati dalla gente (cfr. 6,1ss).

Elenco delle opere:

Allargano i loro filatteri, cfr. Dt 6,8; Nm 15,38; 9,20).

Allungano le loro frange (cfr. 9,20; 14,36; 23,5. Nm 15,38 LXX). «Allungano al massimo le nappe con i cosiddetti filatteri, di lana blu – giacinto e bianca, per farsi vedere come zelanti nella preghiera e nell’osservanza dei comandamenti» (Michaelis, GLNT, V).

6 si compiacciono dei posti d’onore nei banchetti, dei primi seggi nelle sinagoghe, 7 dei saluti nelle piazze, come anche di essere chiamati “rabbì” dalla gente.

Si compiacciono. È l’attaccamento del cuore per cui se non è dato loro il primo posto, diventano tristi. È il contrario di quello che Gesù insegna riguardo al servire.

Rabbì, non si può potare questo titolo per non nascondere la presenza del Cristo tra noi, Signore e Maestro (cfr. Gv 13,13).

8 Ma voi non fatevi chiamare “rabbì”, perché uno solo è il vostro Maestro e voi siete tutti fratelli.

Uno solo, tra i discepoli vi è il Cristo, archetipo celeste, che annulla le mediazioni umane. Coloro che nella Chiesa vengono chiamati maestri lo sono come riferimento al Cristo unico Maestro che attraverso loro parla e insegna. (cfr. Gv 31,34: la conoscenza divina è diretta). In tal modo più che di mediazione del magistero parliamo di “trasparenza”, lasciare trasparire il Cristo (cfr. 2Cor 13,3: il Cristo che parla in me).

Fratelli la Parola dell’unico Maestro crea il vincolo della fraternità (cfr. 12,49-50 e Lc 8,21).

9 E non chiamate “padre” nessuno di voi sulla terra, perché uno solo è il Padre vostro, quello celeste.

Uno solo è il Padre vostro, la rigenerazione da acqua e da Spirito Santo ci fa talmente figli del Padre celeste da mettere in secondo piano ogni altro rapporto di paternità. Questo non esclude la paternità terrena ma la relativizza a quella celeste. Anche nella Chiesa coloro che sono chiamati padri devono vivere come immagine dell’archetipo celeste.

10 E non fatevi chiamare “guide”, perché uno solo è la vostra Guida, il Cristo.

Il Cristo è l’unico precettore che ci possa insegnare la via di Dio (cfr. 22,16). Qui mette a tacere tutti gli insegnanti filosofici e umani. Lui solo, per i suoi discepoli, è colui che conduce sulla via della vita.

11 Chi tra voi è più grande, sarà vostro servo;

La qualifica di colui che è più grande è servo. Qui sta il centro di tutto il rapporto; cfr. 20,26s: così Egli si qualifica nella Chiesa e così vuole che si qualifichino coloro che sono i più grandi.

12 chi invece si esalterà, sarà umiliato e chi si umilierà sarà esaltato».

Infatti non è possibile trarre un qualche vantaggio dalla propria posizione perché ogni esaltazione qui verrà abbassata nel giorno del giudizio e ogni abbassamento di colui che, imitando il Cristo, lava i piedi dei discepoli, verrà innalzato con il «Bene servo buono e fedele, entra nella gioia del tuo Signore!».

PREGHIERA DEI FEDELI

  1. C. Dopo l’ascolto della sua Parola s’innalzi umile e fiduciosa la nostra preghiera.

Preghiamo con cuore sincero:

Signore, ricco di misericordia, ascoltaci

– Accogli, Signore le preghiere della tua Chiesa e donale di risplendere in mezzo ai popoli come segno di unità del genere umano, noi ti preghiamo.

– Dona ai tuoi ministri abiti di servi perché da te solo siano rivestiti delle vesti della gloria, noi ti preghiamo.

– Concedi ai tuoi sacerdoti di non esser mai privi della parola della scienza per indirizzare le coscienze e i cuori sulla via della verità, noi ti preghiamo.

– Illumina i legislatori e i governanti perché con coscienza umile e vigile cerchino il bene comune e la pace, noi ti preghiamo.

  1. C. O Dio, creatore e Padre di tutti, donaci la luce del tuo Spirito, perché nessuno di noi ardisca usurpare la tua gloria, ma riconoscendo in ogni uomo la dignità dei tuoi figli, non solo a parole ma con le opere, ci dimostriamo discepoli dell’unico Maestro, Gesù Cristo nostro Signore, che è Dio e vive e regna per tutti i secoli dei secoli.