1 novembre

TUTTI I SANTI  –  Solennità  –  di Giuseppe Bellia

Chi sono quelle che volano come nubi

e come colombe verso le colombaie?               Is 60,8

O schiera innumerevole di eletti,

che in bianche vesti e palme,

salite alla santa Gerusalemme,

fissi in Dio e nell’Agnello santo,

trascinateci con voi nell’Amore

in gioiosi canti e danze festose!

Cristo innalzato, tutti a sé attrae,

è lo Sposo! Andiamogli incontro

con lampade splendenti di luce.

Profumo versato è il tuo Nome:                        Ct 1,3

tutta la Casa è piena di gloria.

La Sposa è pronta per le nozze.

Abbandoniamo le valli di pianto,

alziamoci dall’ombra di morte!

Gerusalemme scintilla di luce.

Il figlio in pianto torna al Padre,

gli angeli in cielo fanno festa,

un sigillo di luce brilla sui santi.

Nubi leggere portate dal vento, colombe che tornano verso le loro colombaie, così appaiono i santi, eletti da Dio, allo sguardo del veggente nella lettura dell’Apocalisse. Essi sono rivestiti di bianco e hanno palme in mano, segno di festa e di vittoria, e salgono alla santa Gerusalemme. Il loro sguardo è attirato dal trono di Dio dove ritto in piedi è l’Agnello, Gesù, il Signore immolato per la nostra redenzione. Le loro danze e i loro canti ci trascinano e ci coinvolgono e riempiono di gioia il nostro spirito perché tutti siamo attirati da Gesù, innalzato sul trono del Padre. Come le vergini sagge andiamo incontro a Lui con lampade splendenti di luce, la nostra fede, che mai viene meno e che risplende in questa notte del mondo, che attende il nuovo giorno.

Il giorno è giunto, quello della vittoria del Cristo, il suo Nome sparso su tutta la terra con la predicazione evangelica, riempie l’umanità e caccia lontano il cattivo odore della morte.

Tutta la Casa di Dio, la Chiesa, è piena di gloria. La Sposa è pronta per le nozze. Il tempo è giunto di abbandonare le valli del pianto e di alzarci dall’ombra di morte perché Gerusalemme, la nostra città, scintilla di luce che non conosce diminuzione.

A questa casa anela il figlio lontano, che in pianto è accolto dalle braccia paterne, gli angeli in essa fanno festa e il sigillo di Dio e dell’Agnello, brilla sulla fronte dei santi, illuminati dalla gloria del Signore.

PRIMA LETTURA                                          Ap 7, 2-4.9-14

Dal libro dell’Apocalisse di san Giovanni apostolo

Io, Giovanni, 2 vidi salire dall’oriente un altro angelo, con il sigillo del Dio vivente. E gridò a gran voce ai quattro angeli, ai quali era stato concesso di devastare la terra e il mare:

E vidi salire dall’oriente un altro angelo. Il profeta Ezechiele vide un uomo vestito di lino, che compiva la medesima azione (Ez 9,3-4). Solo che in Ez viene dal settentrione perché da qui viene il giudizio di Dio su Gerusalemme, in Ap invece l’angelo viene da oriente. Viene dalla via aperta dal Cristo: ci visiterà l’Oriente dall’alto (Lc 1,78). Con il sigillo del Dio vivente. È sigillato colui che ha sigillato che Dio è verace (Gv 3,33: Chi ha ricevuto la sua testimonianza ha sigillato che Dio è verace). Ricevere la testimonianza del Figlio è confermare la verità di Dio: Costui infatti il Padre Dio ha sigillato (Gv 6,27). Tu o Signore, venendo dall’alto sei il sigillo del Padre ed essendo Figlio dell’Uomo sei il nostro sigillo nel Padre. E questo sigillo è nello Spirito: in cui [in Cristo] credendo siete stati sigillati mediante lo Spirito della promessa, quello santo (Ef 1,13). È lo Spirito che sigilla gli eletti e che porta a compimento la promessa. Anzi l’essere nello Spirito è il segno che le promesse sono adempiute perché la manifestazione dello Spirito è la promessa del Cristo: Mando la promessa del Padre mio (Lc 24,49).

Chi è questo Angelo che compie azioni divine? Egli è mosso nell’intimo dalla volontà di Dio, non conosce il bene e il male se non vedendolo nel giudizio di Dio sul Satana e su noi uomini, però ha gustato dell’albero della vita, nel Signore Gesù. Egli grida a voce alta, come il nostro Signore sulla Croce (Mt 27,50), come i santi che sono sotto l’altare (6,10), come la folla innumerevole (7,10), come gli angeli (18,2; 19,17). Il Signore Gesù, il Cristo, sulla Croce ha gridato e ha dato inizio alla Liturgia del Cielo nella quale tutti gridano a voce alta. Ma la Liturgia è iniziata qui, sulla terra, a Gerusalemme, sul Calvario.

E gridò a gran voce ai quattro angeli, ai quali era stato concesso di devastare la terra e il mare. Sono i quattro Angeli di cui parla al c. 8,7-12. Prima che si compia questo giudizio sulla terra e sul mare avviene la convocazione degli eletti davanti al trono. Come infatti prima che Gerusalemme fosse distrutta, nella visione di Ezechiele (c. 9) furono segnati gli eletti, così avviene alla fine dei tempi: prima d’iniziare a nuocere alla terra sono segnati gli eletti. Perché gli eletti sono segnati prima dell’inizio degli sconvolgimenti e della lotta finale? È questo un mistero, che solo le Scritture possono schiudere. Vi è un passo nel profeta Zaccaria (14,5) che dice: Verrà il Signore Dio mio, tutti i santi sono con te. Il Signore sigilla prima i santi per farli poi partecipare al suo stesso giudizio e alla sua gloria.

3 «Non devastate la terra né il mare né le piante, finché non avremo impresso il sigillo sulla fronte dei servi del nostro Dio».

Il testo, che sta alla base di questo è Ez 9,4: Il Signore gli disse: «Passa in mezzo alla città, in mezzo a Gerusalemme e segna un tau sulla fronte degli uomini che sospirano e piangono per tutti gli abomini che vi si compiono». Coloro che in Ezechiele sono chiamati coloro che gemono e piangono sono chiamati nell’Apocalisse servi di Dio. Questo rapporto tra Ezechiele e l’Apocalisse illumina pure le beatitudini: Beati coloro che piangono perché saranno consolati (Mt 5,4). Vi è il pianto sul proprio abominio, su quello di Gerusalemme e vi è la consolazione che è l’essere sigillati nello Spirito, ma lo Spirito è dato come caparra, ora non è dato pienamente. Essi sono segnati sulla fronte e abitano ancora sulla terra perché sono contrapposti a coloro che non hanno il sigillo di Dio sulle loro fronti (9,4). Questo sigillo nello Spirito Santo è dato nel battesimo e nel rito che da esso in seguito è stato separato, la crismazione. Il tempo, in cui attualmente viviamo, è caratterizzato dalla sospensione del giudizio divino sulla creazione e sugli uomini fino a quando non siano sigillati tutti gli eletti. Nel salmo è scritto: È stata impressa su di noi la luce del tuo volto, Signore (4,7). Il sigillo è posto sulla fronte, nella parte più alta del volto perché qui, prima di tutto, si manifesta la luce del volto del Signore sui suoi servi. Questa luce s’imprime soprattutto negli occhi che, simili a due polle d’acqua limpida, riflettono la luce del Signore e la comunicano. Essi si sono purificati nel pianto.

Lo splendore della luce divina è l’Evangelo che è predicare Gesù Cristo e noi vostri schiavi a causa di Gesù. Poiché Dio, che ha detto: dalla tenebra risplenderà la luce, è lo stesso nei nostri cuori per lo splendore della conoscenza della gloria di Dio nel volto di Cristo (2Cor 4,5-6). La luce impressa come sigillo sulla fronte dei servi di Dio è pertanto la conoscenza della gloria di Dio, che si rivela nel volto di Cristo ed è il contenuto del suo Evangelo.

4 E udii il numero di coloro che furono segnati con il sigillo: centoquarantaquattromila segnati, provenienti da ogni tribù dei figli d’Israele

[5 dalla tribù di Giuda dodicimila segnati;

dalla tribù di Ruben dodicimila;

dalla tribù di Gad dodicimila;

6 dalla tribù di Aser dodicimila;

dalla tribù di Nèftali dodicimila;

dalla tribù di Manàsse dodicimila;

7 dalla tribù di Simeone dodicimila;

dalla tribù di Levi dodicimila;

dalla tribù di Issacar dodicimila;

8 dalla tribù di Zàbulon dodicimila;

dalla tribù di Giuseppe dodicimila;

dalla tribù di Beniamino dodicimila segnati.]

I 144mila stanno con l’agnello sul monte Sion e il sigillo sulla fronte è il nome dell’Agnello e il nome del Padre suo (14,1). Come l’Agnello sta in mezzo ai sette candelabri d’oro, così egli sta pure in mezzo ai 144mila, che l’accompagnano dovunque Egli vada e soli cantano il canto nuovo. Essi vedono pure il volto di Dio (22,4). E udii il numero di coloro che furon segnati con il sigillo. Quale importanza ha questo numero? In Ezechiele non è rivelato il numero dei segnati; è rivelato invece a Elia (cfr. 1Re 19,18). 144mila. Il numero che sta alla base sono le 12 tribù d’Israele. Se i 144mila sono primizia dell’Israele secondo la carne, allora è rivelata in questo testo la salvezza d’Israele. Se invece, come propendo, sono la primizia del vero Israele, della Chiesa, il testo può rivelare che la Chiesa ha in sé le strutture stesse d’Israele, cresce e si ordina sulla radice santa dei padri e appare in continuità con l’Israele antico, pur essendo formata da un popolo, che non si può contare. Essendo primizia tratta dagli uomini, i 144mila potrebbero indicare tutta la Chiesa, ora presente sulla terra, che è strutturata sulle 12 tribù d’Israele e separata dal resto degli uomini pur essendo sulla terra.

«In questo numero determinato è significata la moltitudine innumerevole di tutta la Chiesa, che è generata dai patriarchi sia per la discendenza della carne che per l’imitazione della fede. […] Giustamente l’elenco comincia da Giuda, perché da questa tribù è sorto il Signore nostro e ha tralasciato Dan perché si dice che da essa deve sorgere l’Anticristo, come è scritto: Diventi Dan un serpente sulla via, un ceraste sul sentiero, che morde le unghie del cavallo e fa cadere indietro il cavaliere (Gn 49,17). Infatti non ha deciso di esporre le virtù della Chiesa secondo la successione della generazione terrena ma secondo l’interpretazione dei nomi. La Chiesa inizia dalla confessione e dalla lode presente (Giuda) e si affretta verso la destra della vita eterna» (Ruperto, ad l.).

I 144mila hanno caratteristiche sacerdotali: particolare è il nome dell’Agnello e del Padre suo (14,1) che richiama la lamina d’oro sulla fronte del sommo sacerdote contenente il nome divino.

Segnati da ogni tribù dei figli d’Israele, di coloro cioè che sono figli d’Israele secondo la promessa, come dice l’Apostolo Paolo ai Galati (4,23 sg.).

9 Dopo queste cose vidi: ecco, una moltitudine immensa, che nessuno poteva contare, di ogni nazione, tribù, popolo e lingua. Tutti stavano in piedi davanti al trono e davanti all’Agnello, avvolti in vesti candide, e tenevano rami di palma nelle loro mani.

Ci si interroga su quale rapporto ci sia tra i 144mila e la folla incalcolabile.

Gli uni sono primizia in rapporto agli altri. Tutti sono discendenza di Abramo perché tutti sono numerosi come le stelle del cielo e come i granelli sulla riva del mare (cfr. Gn 22,17). I 144mila sono distinti ma non separati dalla folla numerosa in quanto la loro caratteristica è di non aver mai conosciuto l’idolatria, di non essersi mai contaminati con donne, cioè di essere vergini (cfr. 14,1).

Essi formano le strutture portanti del nuovo popolo di Dio, che, essendo fondate sui padri, si articolano nelle dodici tribù d’Israele.

«Mi resta un problema generale di fondo sul rapporto tra la prima e la seconda parte: i 144mila vengono segnati in un tempo intermedio tra il trattenimento dei quattro angeli e il settimo sigillo. I segnati fanno parte della terra, devono subire la prova, la folla numerosa è in un ordine finale. Allora le due entità non sono più accostabili. La folla numerosa sono il dischiudersi terminale di coloro che ora sono segnati» (d. G. Dossetti, appunti di omelia, Gerico, 22.5.1973).

L’articolazione del popolo di Dio ora, che equivale al suo articolarsi nelle Chiese, sembra racchiudibile in una dimensione numerica, ma in realtà esso si dilata in questa dimensione universale incalcolabile, che solo Dio conosce.

Il testo sembra dirci che i credenti ora, che stanno in rapporto all’antico Israele come la sua pienezza e che per questo sono segnati con il sigillo, sono in realtà a loro volta la primizia di questa folla innumerevole. Essi stanno in rapporto ad essa come il chicco di grano che morendo porta molto frutto (cfr. Gv 12,24). Nulla pertanto può impedire alla Chiesa il suo dilatarsi in mezzo alle nazioni e tribù e popoli e lingue.

«Lingua per la pienezza della lode; occorre che ogni lingua lodi il Signore: tutte le lingue sono assunte nella lode di Dio: la lode non è il risultato dall’amalgama in una lingua unica, ma è il confluire di tutte le lingue in una lode unica (d. U. Neri, appunti di omelia, Gerico, 22.5.1973).

Essi sono rivestiti di vesti bianche. Come lo sono gli uccisi sotto l’altare (cfr. 6,11). In seguito si spiegherà il significato della veste bianca.

Le palme nelle loro mani. Nella divina Scrittura le palme fanno parte della festa di Succòt o delle capanne, che ricorda il momento in cui Dio ha fatto abitare la terra ai figli d’Israele (cfr. Lv 22,40.43) come pure esse ricordano la purificazione del tempio all’epoca dei Maccabei (2Mcc 10,7). Gli eletti quindi fanno festa davanti al trono e all’Agnello perché sono giunti alla loro terra e al tempio del Dio vivente e non saranno più perseguitati dalle potenze avverse, che li hanno uccisi perché non li hanno potuti piegare sotto la loro signoria.

10 E gridavano a gran voce: «La salvezza appartiene al nostro Dio, seduto sul trono, e all’Agnello».

In questo grido, che riempie la sala del trono, si esprime la vittoria, che l’Agnello ha attuato nei suoi santi contro i suoi avversari. Il grido è unico ma è diverso sulle labbra di ciascuno perché ognuno è stato salvato in modo personale. Tuttavia il grido è unico perché solo Dio attraverso il suo Cristo, l’Agnello, li ha salvati e non c’era con lui alcun dio straniero (Dt 32,12). Nessuna delle potenze, che operano tra gli uomini, ha potuto salvarli; anzi è in potere di queste solo la morte e non la vita.

Essi proclamano che è stato il nostro Dio a salvarli. Sulle loro labbra, nel momento della suprema testimonianza è fiorita la professione di fede di Dt 6,4: Ascolta, Israele, il Signore è il nostro Dio, il Signore è Uno. L’Agnello è Uno con Colui che siede sul trono ed è perciò associato al nostro Dio nell’unica lode. L’associazione, nell’atto di adorazione e di lode, è il modo di professare la divinità dell’Agnello perché unica è la salvezza compiuta dal nostro Dio e dall’Agnello. Con il pensiero dei quattro Concili ecumenici possiamo affermare: unica è la natura, distinte sono le persone.

Il contemplare questa folla numerosa, che si snoda lungo i secoli e che abbraccia tutte le nazioni, l’udire dal loro inno che certa è la vittoria, incoraggia nella lotta quanti nell’ora attuale devono dare la suprema testimonianza davanti ai magistrati e ai re sentendo in se stessi la paura, che quelli vogliono incutere per piegarli all’adorazione del potere da loro rappresentato.

Ruperto, facendo un confronto tra il primo Adamo e il secondo sulla scia di Rm 5, così annota: «I santi giustamente memori che nel primo uomo avevano peccato e, a causa del peccato, erano morti e che per la grazia di Dio sono stati salvati mediante Gesù Cristo, confessano e dicono: «la salvezza, s’intende che siamo salvati, al nostro Dio, non si attribuisca a noi, e all’Agnello, cioè al Figlio di Dio, per il cui sangue siamo stati ricuperati per la salvezza».

11 E tutti gli angeli stavano attorno al trono e agli anziani e ai quattro esseri viventi, e si inchinarono con la faccia a terra davanti al trono e adorarono Dio dicendo:

E tutti gli angeli, compresi quelli che presiedono le nazioni e quelli che custodiscono le chiese e i piccoli, che credono nel Cristo (cfr. Mt 18,10), stavano intorno al trono e agli anziani e ai quattro viventi lieti di aver compiuto la loro missione e di aver condotto gli eletti davanti al trono per cantare il canto della redenzione. Essi tutti sono spiriti per la liturgia e per il servizio inviati per coloro che sono in procinto di ereditare la salvezza (Eb 1,14). Dal momento che la loro missione è terminata perché i santi hanno ereditato la salvezza, gli angeli formano un cerchio, che circonda il trono, i vegliardi e i quattro Viventi, e, ricolmi di gioia e di gratitudine verso il loro Dio e Signore, caddero davanti al trono sui loro volti, svuotati di se stessi e ripieni della gloria del loro Signore. A questo infatti anelavano quando erano presso di noi a compiere la loro missione. A differenza degli spiriti ribelli, che non hanno voluto adorare Dio e l’Agnello e la loro presenza tra noi si è tramutata in una forza di distruzione e di morte, gli angeli hanno invece aiutato questa folla innumerevole ad affrontare la grande tribolazione ed ora in questa adorazione di Dio nulla trattengono per sé ma tutto restituiscono a Dio, anche se stessi. Questo infatti è il proprio dell’adorazione.

12 «Amen! Lode, gloria, sapienza, azione di grazie, onore, potenza e forza al nostro Dio nei secoli dei secoli. Amen».

Amen. Così comincia la dossologia degli angeli. Essi pongono il sigillo sull’opera divina della redenzione, da loro stessi servita e proclamata dalla folla innumerevole davanti al trono.

I sette titoli, che essi attribuiscono al nostro Dio, proclamano che Lui solo è il Signore e il Sovrano e di fronte a Lui non vi è altro potere, cui si debba attribuire qualcuno di questi titoli.

La benedizione. Essa è il discorso buono su Dio, che rievoca le sue meraviglie e i suoi doni. La divina Scrittura è scandita dalle benedizioni, che sono un compendio delle sue opere e diventano motivo di supplica. Ora, al termine della redenzione, la benedizione è pura espressione di lode.

La gloria. Essa è espressa dalle creature nel loro essere e nel loro muoversi secondo l’ordine divino impresso in loro, come è scritto: i cieli narrano la tua gloria e l’opera delle tue mani annunzia il firmamento (Sal 18,2). Con l’ingresso del peccato nel mondo e con la seduzione subita dagli uomini, le potenze ribelli a Dio hanno voluto essere glorificate in posto di Dio ed essere adorate attraverso le immagini di esseri corruttibili o degli uomini (cfr. Rm 1,23: hanno cambiato la gloria dell’incorruttibile Dio con l’immagine e la figura dell’uomo corruttibile, di uccelli, di quadrupedi e di rettili). Ora solo Dio è glorificato.

La sapienza. Questa è il vanto delle Genti, che in nome di essa hanno disprezzato la sapienza di Dio rivelatasi nella croce del suo Figlio (cfr. 1Cor 1,18). Ora la croce risplende sulla fronte degli eletti, che hanno lavato le loro vesti nel sangue dell’Agnello passando per la grande tribolazione. Mentre il mondo e i suoi dominatori hanno rifiutato questa sapienza perché non hanno conosciuto il Signore della gloria [1], una folla immensa lo ha conosciuto e ha rifiutato la sapienza mondana a costo della sua stessa vita.

L’azione di grazie. È l’eucaristia, il ringraziamento, che le Chiese elevano incessantemente a Dio mediante il suo Cristo, l’Agnello come sgozzato, nella sua Pasqua, che Egli mangia con loro nel regno del Padre suo. La Pasqua dell’Agnello, il meraviglioso suo e nostro esodo da questo mondo al Padre, è l’eucaristia, che, pur restando una, si fa tempo nelle Chiese, perché tutti possiamo trovarci davanti al trono di Dio e all’Agnello e mangiare la Pasqua nei segni del tempo e dello spazio. Terminato l’esodo, la mangeremo in un’azione di grazie, che si fa in un istante eterna senza più subire il condizionamento del tempo.

L’onore. Esso spetta solo a Dio perché Lui solo è grande, santo e nessuno può essere associato a Lui. Unico è infatti l’onore del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo. Egli partecipa del suo stesso onore i suoi.

La potenza. È la pura energia divina, il suo stesso Spirito Santo, che compie le sue opere e davanti al quale nessuno può resistere.

La forza. Non c’è forza di potenze nei cieli, sulla terra e sotto terra, che possano contrapporsi a Lui e sottometterlo al loro volere.

Tutto questo non avviene per un’era solo come per i poteri, che caratterizzano delle ere, ma per i secoli dei secoli. Amen.

13 Uno degli anziani allora si rivolse a me e disse: «Questi, che sono vestiti di bianco, chi sono e da dove vengono?».

A questa scena grandiosa, che rivela la vittoria finale del Cristo attraverso i suoi eletti, risponde uno dei vegliardi rivolgendosi a Giovanni, che certamente si sta interrogando sul significato di quanto sta accadendo. Le vesti bianche, già conferite ai martiri che stanno sotto l’altare (6,11), esprimono un significato, che per ora rimane nascosto al veggente.

La seconda domanda riguarda l’origine. Già ha detto che provengono da ogni popolo, tribù, lingua e nazione, ora con la domanda lascia intendere che unico è il luogo di origine come unica è la meta.

14 Gli risposi: «Signore mio, tu lo sai». E lui: «Sono quelli che vengono dalla grande tribolazione e che hanno lavato le loro vesti, rendendole candide nel sangue dell’Agnello».

A questa scena grandiosa, che rivela la vittoria finale del Cristo attraverso i suoi eletti, risponde uno dei vegliardi rivolgendosi a Giovanni, che certamente si sta interrogando sul significato di quanto sta accadendo. Le vesti bianche, già conferite ai martiri che stanno sotto l’altare (6,11), esprimono un significato, che per ora rimane nascosto al veggente.

La seconda domanda riguarda l’origine. Già ha detto che provengono da ogni popolo, tribù, lingua e nazione, ora con la domanda lascia intendere che unico è il luogo di origine come unica è la meta.

Giovanni dichiara di non sapere perché non gli è stato ancora rivelato il mistero di Dio, che si manifesta nei suoi santi. L’anziano invece, che fa parte del consiglio divino, può rivelare a Giovanni la provenienza di questa folla innumerevole.

Costoro vengono dalla grande tribolazione. Questa è una situazione in cui i credenti sono messi alla prova, verificati e posti di fronte ad una scelta. Essa è il luogo della testimonianza, che può giungere fino al martirio con l’effusione del sangue. Noi tutti siamo posti in questa situazione.

Infatti lavare le vesti, cioè se stessi, rendendole bianche nel sangue dell’Agnello significa l’immersione nell’acqua battesimale, che è immersione nel sangue dell’Agnello sia come sua redenzione che come nostra testimonianza. Il battesimo implica il martirio. «Mi sembrerebbe impoverire il testo escludere uno dei due significati: il battesimo preannuncia e profetizza il martirio. Vedi Rm 6: vi è lo stesso rapporto stretto tra il battesimo e il martirio; questo si può dire di tutti i redenti perché vivono nella grande tribolazione e realizzano il martirio nella loro stessa esistenza cristiana. (…) il battezzato è un martire. Basilio stesso ancora nel IV sec. sente il battesimo come un martirio» (U. Neri, appunti di omelia, Gerico 24.5.1973).

Nel momento stesso in cui uno è battezzato è posto nella grande tribolazione per dare la sua bella testimonianza (1Tm 6,13) combattendo la buona battaglia della fede. Noi dobbiamo aspettarci che questa grande tribolazione si accentui al punto tale da divenire persecuzione cruenta oppure rifiuto radicale del messaggio cristiano ridotto a un prodotto culturale, assai interessante ma che non coinvolge in una scelta di vita.

Don Giuseppe Dossetti osservava: «Siamo in una prospettiva estremamente esigente: noi distinguiamo battesimo da martirio. Molto probabilmente qui non si distingue; e se non distingue vuol dire che il battesimo ha un’enorme esigenza. La grande tribolazione è una prova straordinaria: e la fede viene cruciata [2], messa a confronto, con le grandi tribolazioni. Mi pare di notare una certa differenza tra il nostro tempo e quello precedente; i cristiani del secolo passato avevano motivi di confronto per la loro fede, ora le stesse strutture della società proclamano il mondo contrario alla fede stessa. I discorsi escatologici richiamano il fatto che la prova sarà talmente nell’intimo della Chiesa che non si può fare confronti con l’età passata. Noi viviamo nella situazione fortunata di aggrapparci alla fede di qualcuno che sta intorno a noi. Mi pare che oggi molti vivono in una situazione diversa dalla nostra; che vuol dire vivere sempre e continuamente a contatto con persone che non credono e con una Chiesa sempre più perdente nella fede. Questo testo l’ho letto molto in questa chiave. È dominato dal termine tribolazione grande, che esprime abominio nella Chiesa e desolazione della fede stessa» (appunti di omelia, Gerico 24.5.1973).

SALMO RESPONSORIALE                         Dal Salmo 23 (24)

R/. Ecco la generazione che cerca il tuo volto, Signore.

Del Signore è la terra e quanto contiene:

il mondo, con i suoi abitanti.

È lui che l’ha fondato sui mari

e sui fiumi l’ha stabilito. R/.

Chi potrà salire il monte del Signore?

Chi potrà stare nel suo luogo santo?

Chi ha mani innocenti e cuore puro,

chi non si rivolge agli idoli. R/.

Egli otterrà benedizione dal Signore,

giustizia da Dio sua salvezza.

Ecco la generazione che lo cerca,

che cerca il tuo volto, Dio di Giacobbe. R/.

SECONDA LETTURA                                       1Gv 3, 1-3

Dalla prima lettera di san Giovanni apostolo

Carissimi, 1 vedete quale grande amore ci ha dato il Padre per essere chiamati figli di Dio, e lo siamo realmente! Per questo il mondo non ci conosce: perché non ha conosciuto lui.

Ora Giovanni viene a parlare della nostra rigenerazione divina e dice: Quale grande amore ci ha dato il Padre per essere chiamati figli di Dio, e lo siamo realmente! Guardate, considerate, fate attenzione a come grande è l’amore che ci ha chiamati ad essere figli di Dio. Questa chiamata è gratuita, non dipende da noi, non è un nostro diritto, è una pura espressione del suo amore, con cui Egli ci chiama. Chiamare, in Dio, non vuol dire semplicemente pronunciare il nome, ma vuol dire far essere quel che prima non si era. Quando l’uomo chiama riconosce qualcosa che già c’è, quando Dio chiama fa esistere quello che non era: questo è fondamentale. In Romani 4,17 abbiamo questa stupenda definizione. Parlando ad Abramo, Dio dice: «Ti ho costituito padre di molti popoli». È nostro padre davanti al Dio nel quale credette, che dà vita ai morti e chiama all’esistenza le cose che ancora non esistono. Chiamandoci figli di Dio ci ha fatti essere ciò che non eravamo e lo siamo quindi realmente. Ora questa operazione è così intima e profonda, nascosta, per cui il mondo non ci conosce, non sa chi siamo, come non sa chi è Dio: La ragione per cui il mondo non ci conosce è perché non ha conosciuto lui. Non l’ha conosciuto come il Padre del Signore nostro Gesù Cristo che ha mandato Lui, il suo Figlio. Il mondo, avendo negato il Figlio, ha negato pure il Padre (ricordiamo il discorso sull’anticristo), quindi negando il Figlio e negando il Padre nega anche noi come figli di Dio. Come ovvia conseguenza non ci può realmente conoscere nel profondo, nel nostro essere rigenerati da Dio: non possiamo essere conosciuti. Possiamo manifestare al mondo la nostra generazione operando la giustizia che in sintesi è amare il nostro fratello, ma il mondo non può credere che siamo figli di Dio se non crede nel Figlio e accoglie quindi il Padre.

2 Carissimi, noi fin d’ora siamo figli di Dio, ma ciò che saremo non è stato ancora rivelato. Sappiamo però che quando egli si sarà manifestato, noi saremo simili a lui, perché lo vedremo così come egli è.

Carissimi, noi fin d’ora siamo figli di Dio, in quanto amati da Dio e chiamati tali da Dio, ma ciò che saremo non è stato ancora rivelato: fa parte della rivelazione ultima del Cristo la nostra rivelazione come figli di Dio; in lui che si rivelerà saremo anche noi rivelati. È lo stesso pensiero che esprime Paolo nella lettera ai Colossesi (3,1), in quel celebre testo che leggiamo nel giorno di Pasqua: Se dunque siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù, dove si trova Cristo assiso alla destra di Dio; pensate alle cose di lassù, non a quelle della terra. Chi è mondano e appartiene al mondo pensa alle cose della terra, chi appartiene a Cristo ed è già risorto con Cristo perché in lui si è compiuta la Pasqua, pensa alle cose di lassù. Voi infatti siete morti – cioè siete passati per il battesimo nella morte di Cristo – e la vostra vita è ormai nascosta con Cristo in Dio. Il profondo della nostra vita è già con Cristo dentro Dio; Paolo esprime lo stesso concetto di Giovanni: dimoriamo in Dio e Dio dimora in noi. Quando si manifesterà Cristo, la vostra vita, allora anche voi sarete manifestati con lui nella gloria (Col 3,4). Quindi ora, nel profondo, godiamo della filiazione di Dio, e nella nostra realtà esterna e visibile partecipiamo al mistero del suo annientamento, della sua morte, della sua crocifissione. Quale discepolo vuol essere già nella gloria quando il suo maestro, nella nostra condizione, era nell’umiliazione? Bisogna che comprendiamo queste cose che sono importantissime, altrimenti non diamo valore al nostro battesimo: tutto dipende dal battesimo. Guai dimenticare che siamo battezzati! A volte si rischia di deprezzare il battesimo perché accomuna tutti i cristiani; eventualmente apprezziamo di più la professione religiosa perché ci distingue dagli altri: ma la professione religiosa è una fioritura del battesimo, è un’espressione del battesimo; quello che è fondamentale è l’essere battezzati, l’essere rigenerati, l’essere figli di Dio, l’essere quindi creature nuove che stanno vivendo questo stupendo mistero dell’inserimento in Cristo. Un’espressione dei doni ricchissimi del Cristo è la vita consacrata, ma essa non esaurisce tutto il mistero di Cristo, ne esprime un aspetto particolare. Quindi ciò che saremo non è stato ancora manifestato: siamo in evoluzione, in cambiamento, in un felice e continuo cambiamento verso la trasfigurazione, l’assimilazione totale con Cristo. In Fil 3,21 è detto: trasfigurerà il nostro misero corpo per conformarlo al suo corpo glorioso, in virtù del potere che ha di sottomettere a sé tutte le cose e Giovanni dice: Sappiamo però che quando egli si sarà manifestato, nella sua gloria, noi saremo simili a lui, perché lo vedremo così come egli è. La visione del Cristo nella sua gloria e quindi il vedere la sua divinità che occhio umano non ha mai visto, ci trasformerà in lui, il primogenito di molti fratelli, immagine del Padre: Poiché quelli che egli da sempre ha conosciuto li ha anche predestinati ad essere conformi all’immagine del Figlio suo, perché egli sia il primogenito di molti fratelli (Rm 8,26-30). La beatitudine: Beati i puri cuori perché vedranno Dio, è la beatitudine che caratterizza il tempo presente.

3 Chiunque ha questa speranza in lui, purifica se stesso, come egli è puro.

Il Cristo si rende presente a chi ha questa speranza in Lui, la speranza di essere trasformato a immagine sua. Egli, che è puro, trasforma noi stessi in lui. Il processo della nostra purificazione continua sempre: esso consiste nel buttare fuori le continue espressioni del peccato, quali si presentano alla nostra coscienza. Questa è l’azione della nostra filiazione divina, viva e operante in noi.

CANTO AL VANGELO                                       Mt 11, 28

R/.       Alleluia, alleluia.

Venite a me,

voi tutti che siete stanchi e oppressi,

e io vi darò ristoro.

R/.       Alleluia.

VANGELO                                                          5, 1-12a

 Dal vangelo secondo Matteo                             

In quel tempo, 1 vedendo le folle, Gesù salì sul monte: si pose a sedere e si avvicinarono a lui i suoi discepoli.

Le folle, che vengono a Lui da tutte le parti della terra santa, formano la Chiesa, il popolo da Lui sanato. Egli, vedutele, sale verso il monte a indicare che la città è posta sul monte secondo quanto dice dopo: «Non può essere nascosta una città posta su un monte» (v. 14). La Chiesa, formata dalle Genti e da Israele, sale sul monte dov’è il Cristo. Si realizza così la profezia di Isaia al cap. 2,1-4: Alla fine dei giorni il monte del tempio del Signore sarà eretto sulla cima dei monti e sarà più alto dei colli; ad esso affluiranno tutte le genti … c’insegnerà le sue vie e potremo camminare per i suoi sentieri.

Per insegnare, il Signore si siede e intorno a Lui si forma l’assemblea dei santi; infatti gli si avvicinano i suoi discepoli come è scritto: Certo egli ama i popoli; tutti i suoi santi sono nelle tue mani, mentre essi, accampati ai tuoi piedi, ricevono le tue parole (Dt 33,3).

2 Si mise a parlare e insegnava loro dicendo:

[lett.: e avendo aperto la sua bocca, li ammaestrava, dicendo:]

Egli ora apre la sua bocca «Lui che nella Legge antica era solito aprire quella dei profeti» (Agostino), come accadde al profeta Isaia la cui bocca fu toccata dal carbone ardente (Is 6,6-7). Infatti Dio che aveva già parlato nei tempi antichi molte volte e in diversi modi ai padri per mezzo dei profeti, in questi giorni ha parlato a noi per mezzo del Figlio (Eb 1,1-2). Dalla sua bocca esce la grazia dell’insegnamento, infatti la bocca parla dalla pienezza del cuore (Mt 12,34) e il suo pensiero è più vasto del mare e il suo consiglio più del grande abisso (Sir 24,27).

3 «Beati i poveri in spirito,

perché di essi è il regno dei cieli.

Gesù colloca la povertà nello spirito. Qui essa diviene beatitudine perché rende partecipi del regno dei cieli.

Lo spirito è il principio della vita, che fa essere ciascuno degli uomini un individuo. Come l’anima è il principio della vita, così lo spirito è la sintesi individua dell’unione dell’anima e del corpo. Lo spirito, pertanto, appartiene a Dio come Egli stesso dice: «Non dimorerà il mio spirito in questi uomini in eterno» (Gn 6,3). Il saggio dice: «Chi sa che lo spirito dell’uomo è quello che sale in alto?» (Qo 3,21) e come risposta dice più avanti: «Ritorna la polvere alla terra, com’era prima e lo spirito torna a Dio che lo ha dato» (12,7). Alla sorgente dell’essere e dell’esistere individuale Gesù colloca la povertà, come realtà che abbraccia tutto l’uomo e ne determina tutta la sua esperienza. Essere povero significa un passaggio spirituale dall’essere in Adamo, come creatura vecchia, ammalata perché soggetta al peccato, all’essere in Cristo nella sua povertà, cioè nel suo annientamento, che è sorgente di ricchezza per noi; infatti «Colui che è povero» «ci ha arricchiti con la sua povertà» (cfr. 2Cor 8,9). L’essere poveri nello spirito implica pertanto la scelta radicale di Dio, come l’unico e come il tutto. Questa scelta, che si opera nell’intimo, investe tutta la vita. In questa scelta si rivela l’appartenenza al Regno.

I Padri dicono che la povertà nello spirito è l’umiltà, come dice Agostino: «giustamente qui sono chiamati “poveri nello spirito” gli umili e quanti temono Dio, cioè che non hanno uno spirito che si gonfia».

4 Beati quelli che sono nel pianto,

perché saranno consolati.

Il Signore cita il profeta Isaia (61,2). È il testo che definisce la sua missione: «Lo Spirito del Signore è su di me … per consolare tutti coloro che si affliggono». Il Signore annuncia in questa beatitudine la sua missione. Tuttavia pone un futuro: saranno consolati. Questo mette in luce che ora la partecipazione al Regno dei cieli non genera consolazione ma è ancora caratterizzata dall’afflizione. Infatti ora vi sono di quelli che si affliggono a causa dei loro peccati antichi e soffrono per il rimorso di quelle colpe di cui si sono macchiati (cfr. Ilario). Altri giungono a un tale grado di amore per i fratelli che ne piangono le colpe come fa l’Apostolo con quelli di Corinto (2Cor 12,21) e come rimprovera loro di non aver fatto (1Cor 5,2). Vi è chi piange e si affligge per la Chiesa nella sua attuale situazione e per Israele che è indurito. Ad essi si rivolge il profeta: «Gioite con essa con gioia voi tutti che vi affliggete per essa perché succhierete e vi sazierete al seno delle sue consolazioni» (Is 66,10-11). Anche i discepoli che hanno fatto lutto e hanno pianto per il Signore morto (Mc 16,10), sono consolati dalla sua risurrezione. Ma a questa consolazione non è estranea anche ogni altra afflizione per l’amore del Signore. Ma è beata solo l’afflizione che è vissuta nella fede e nell’incrollabile speranza nella promessa. Infatti la beatitudine non è causata dall’afflizione ma dall’interiore certezza della fedeltà di Dio alla sua Parola. La beatitudine è quindi spirituale e sostiene lo stato di afflizione perché non degeneri nella tristezza senza speranza dell’angoscia. L’afflizione, quando è tutta nella fede genera un’intima consolazione

5 Beati i miti,

perché avranno in eredità la terra.

Anche qui il Signore cita le divine Scritture e precisamente il Sal 37,11: «E i poveri (LXX: i miti) erediteranno la terra». Il Signore stesso si definisce mite e umile di cuore (Mt 11,29) e in questo si rivela come Messia come è detto in Zac 9,9 citato in Mt 21,5: «… ecco il tuo re viene a te mite». Lo stesso Apostolo mette in luce la mitezza del Signore in 2Cor 10,1: «Vi esorto per la mitezza e la mansuetudine di Cristo». Nell’Antico Testamento Mosè è definito «molto più mite di ogni uomo che è sulla terra» (Nm 12,3). L’esperienza di Dio toglie dal cuore la violenza e rende miti. Infatti il popolo che segue il Cristo è «un popolo mite e umile» (Sof 3,12). Ai miti è data in eredità la terra. Non questa, ma la terra dei viventi (cfr. Sal 26,3; 141,6). Infatti l’eredità è riposta nei cieli come è detto di Abrahamo: «Aspettava la città dalle salde fondamenta il cui architetto e costruttore è Dio stesso» (Eb 11,10). Questa terra, dice Ilario, «è il corpo che il Signore stesso ha assunto come dimora. Poiché il Cristo abiterà in noi grazie alla mansuetudine del nostro spirito, noi pure saremo rivestiti della gloria del suo corpo glorificato».

6 Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia,

perché saranno saziati.

Avere fame e sete è un’esigenza primaria dell’uomo. Quando uno ha fame e sete desidera solo questo e lo ricerca con tutto se stesso. Nella Scrittura per esprimere un desiderio intenso si parla di avere fame e sete. Vedi ad esempio Sal 42,3: «È assetata la mia anima del Dio vivente» e Sal 63,2: «O Dio, Dio mio, per te veglio all’alba; è assetata di te la mia anima». L’essere affamati e assetati della giustizia deriva da una particolare situazione spirituale: «Chi geme sotto il peso, chi se ne va curvo e spossato, chi ha gli occhi languenti, chi è affamato, questi ti rendono gloria e giustizia, Signore» (Bar 2,18).

L’Evangelo parla di aver fame e sete della giustizia. L’Evangelo di Matteo concentra l’uso del termine «giustizia» in questo discorso della montagna. In 5,20 Gesù contrappone la giustizia dei suoi discepoli a quella degli scribi e dei farisei e la vuole superiore nell’esatta osservanza della Legge. Infatti subito dopo Egli interpreta con autorità i comandamenti mostrando in che cosa consiste questa superiorità. In 6,1 definisce «giustizia» l’elemosina, la preghiera e il digiuno e anche qui mostra in che cosa consiste la differenza tra i suoi discepoli e gli ipocriti e i pagani. In 6,33 abbina la giustizia di Dio e il regno. Qui vi è una contrapposizione con i beni primari come nella prima tentazione. Gesù caccia il diavolo, che lo tenta di usare la Parola di Dio per i beni primari e non per santificare l’uomo. Di questa fame e sete è segnato il Signore Gesù come nella prima tentazione: «Non di solo pane vivrà l’uomo ma di ogni Parola che esce dalla bocca di Dio» (Mt 4,4) e sulla croce grida: «Ho sete» (Gv 19,28). Il primo beato è Lui che ha fame e sete. Vedi Sir 24,20: «Quanti si nutrono di me avranno ancora fame e quanti si abbeverano di me avranno ancora sete». Questa giustizia consiste nell’avere fame e sete di quella interiore santificazione che è il manto della giustizia (Is 61,10). Questa è solo data dal Cristo e la si ottiene mediante la fede.

7 Beati i misericordiosi,

perché troveranno misericordia.

Misericordioso è un titolo divino che esige imitazione come è detto in Lc 6,36: «Siate misericordiosi come è misericordioso il Padre vostro celeste». L’usare compassione diventa la misura del giudizio, come è detto in 18,33: «Non dovevi anche tu avere misericordia del tuo conservo come io ho avuto misericordia di te?» e in Gc 2,13: «Il giudizio sarà senza misericordia contro colui che non avrà usato misericordia». Le beatitudini diventano ora attive. Infatti il Signore rende i suoi poveri (afflitti, miti, affamati e assetati di giustizia) partecipi della sua vita divina facendoli essere misericordiosi, puri di cuore e operatori di pace. L’imitazione di Dio consiste nell’essere misericordiosi. (Vedi Ef 4,32-5,1). Essi otterranno la misericordia del Regno che non è data per merito ma per grazia.

8 Beati i puri di cuore,

perché vedranno Dio.

Nel Sal 24,4 è detto: «Il puro di cuore, che non ha ricevuto invano l’anima sua», salirà il monte del Signore. È puro di cuore perché non ha ricevuto invano la sua anima contaminandola con il peccato e le vanità del mondo come dice Agostino. Tuttavia la purezza del cuore è un atto creativo divino per cui ciascuno così prega: «Un cuore puro crea in me, o Dio» (Sal 51,12). La supplica a Dio è esaudita in Cristo nel quale si ha l’uguaglianza tra Israele e le Genti come dice l’Apostolo Pietro: «Dio che conosce i cuori ha reso testimonianza in loro favore concedendo lo Spirito Santo anche a loro come a noi e non ha fatto nessuna discriminazione tra noi e loro purificandone i cuori con la fede» (At 15,8-9). Quindi la fede in Cristo rende puri i cuori. Purezza equivale a semplicità, come insegna Agostino che cita Sap 1,1: «Nella semplicità del cuore cercatelo». Infatti l’intimo è purificato, in virtù della fede, dal torbido delle passioni, i cui pensieri sono complessi e distorti, ed è reso semplice. La semplicità è adesione alla Parola di Dio, i cui comandi sono limpidi e danno luce agli occhi (cfr. Sal 19,9). Dal cuore reso puro nasce l’invocazione al Signore (cfr. 2Tm 2,22). L’amore deriva dal cuore puro, da una buona coscienza e dalla fede sincera (cfr. 1Tm 1,5). Più il cuore diviene puro più intima e vera diviene la visione di Dio; ora di riflesso e in modo enigmatico, allora «faccia a faccia» (1Cor 13,12). Infatti la purezza di cuore è la progressiva trasformazione dello stato dell’Adamo terreno in quello celeste per la partecipazione alla natura divina. Questa diviene in noi principio dinamico di trasformazione come dice L’Apostolo Giovanni: «Sappiamo che quando si sarà manifestato, saremo simili a lui perché lo vedremo così come è» (1Gv 3,2). La visione nella fede è l’inizio di questo processo trasformante. Infatti nel salmo è scritto: «Io nella giustizia vedrò il tuo volto, mi sazierò al risveglio della tua immagine» (Sal 17,15) ed è quanto è detto nell’Apocalisse: «E i suoi servi lo serviranno e vedranno il suo volto» (Ap 22,3-4).

9 Beati gli operatori di pace,

perché saranno chiamati figli di Dio.

Operatore di pace è il Cristo, il Figlio di Dio, come è detto in Col 1,20: «Rappacificando con il sangue della sua croce, cioè per mezzo di lui, le cose che stanno sulla terra e quelle nei cieli». Quest’azione del Cristo, che fa la pace, ha come effetto, «di creare in se stesso, dei due (= Israele e le Genti), un solo uomo nuovo» (Ef 2,15). In virtù di questa pace, operata dal Cristo, i suoi discepoli possono operare la pace. Infatti Egli ci lascia la sua pace e ce la dona e noi possiamo, a nostra volta, donarla. La pace è già in mezzo a noi perché Cristo «è la nostra pace» (Ef 2,14) e quindi è possibile operare nella pace. Infatti, dice l’Apostolo Giacomo: «Un frutto di giustizia è seminato nella pace per coloro che fanno la pace» (Gc 3,18). Queste operazioni di pace, tipicamente divine, sono all’interno di noi stessi come dice il Signore stesso: «Abbiate sale in voi stessi e siate in pace gli uni con gli altri» (Mc 9,50). Il sale è segno dell’interiore sapienza per cui operatori di pace sono «coloro che calmano tutti i movimenti del loro animo e li sottomettono alla ragione, cioè alla mente e allo spirito» (Agostino). La pace dall’intimo si estende all’esterno per cui «chi riprende con franchezza è operatore di pace» (Pr 10,10 LXX). Il discepolo pertanto si caratterizza per questa ricerca della pace con tutti come insegna l’Apostolo: «Cercate la pace con tutti e la santificazione, senza la quale nessuno vedrà mai il Signore» (Eb 12,14). Il fatto che fin d’ora siamo figli di Dio si vede attraverso le operazioni di pace. La rigenerazione divina diviene visibile nel cercare la pace e perseguirla (cfr. Sal 34,15). Chi fa questo sarà chiamato figlio di Dio quando si rivelerà ciò che noi saremo (cfr. 1Gv 3,2).

10 Beati i perseguitati per la giustizia,

perché di essi è il regno dei cieli.

11 Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia.

Qui il Signore fa coincidere «giustizia» con se stesso. Dice a causa della giustizia e a causa mia. Infatti, dice l’Apostolo: «Cristo è divenuto sapienza per noi da parte di Dio, giustizia, santificazione e redenzione» (1Cor 1,30). Essendo la giustizia, Egli è colui nel quale si rivela la giustizia. Egli è perseguitato come è detto in Gv 5,16: «Per questo i giudei perseguitavano Gesù perché faceva queste cose nel sabato». Nel sabato Egli rivela l’opera del Padre e quindi la sua giustizia, ma i giudei non lo hanno accolto e pertanto, racchiusi nel loro modo di interpretare il sabato, hanno perseguitato Gesù. I discepoli condividono la sorte del Maestro come Lui stesso dice: «Non c’è schiavo maggiore del suo padrone; se hanno perseguitato me perseguiteranno anche voi; se hanno osservato la mia parola osserveranno anche la vostra» (Gv 15,20).

La persecuzione verte sul suo Nome come dice subito dopo: «Ma tutte queste cose faranno verso di voi a causa del mio nome» (ivi, 21) e come altrove dice: «E sarete odiati da tutti a causa del mio nome» (10,22). Nel rivelarsi del Nome si rivela la pienezza della giustizia di Dio e questa diviene giudizio che suscita in coloro che rifiutano persecuzione al Nome e in coloro che accettano benedizione. È infatti sulla Croce che si ha la rivelazione del Nome, che è sopra ogni altro nome, ed è qui, nel suo annientamento, che Egli è disprezzato come è detto degli stessi che erano crocifissi con Lui: «E quelli che erano crocifissi con lui lo disprezzavano» (Mc 15,32). Anche coloro che sono nella sua sequela partecipano a questo annientamento che porta a essere disprezzati e perseguitati ed essere oggetto di ignominia a causa della menzogna che è nell’uomo o che è l’uomo stesso come dice il Salmo 116,11 «Ho detto con sgomento: Ogni uomo è inganno».

Il rivelarsi della giustizia in Cristo è il rivelarsi pure della verità. I discepoli «che sono dalla verità ascoltano la sua voce» (Gv 18,37) e quindi vengono disprezzati, perseguitati e si dice di loro ogni male

12 Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli. [Così infatti perseguitarono i profeti, quelli prima di voi]».

L’essere nell’annientamento del Cristo e nella sua umiliazione non genera nei discepoli amarezza ma gioia ed esultanza come è testimoniato degli apostoli che «se ne andavano gioiosi dalla presenza del sinedrio, perché erano stati ritenuti degni di essere disonorati per il Nome» (At 5,41). Forti di questa esperienza l’Apostolo Pietro così dice: «Se siete disprezzati nel nome di Cristo, beati, perché lo Spirito della gloria e di Dio su di voi riposa» (1Pt 4,14). Questa gioia sovrabbondante e visibile scaturisce dalla molta ricompensa riposta nei cieli. Questa deriva da una certezza fondata sulla promessa e sulla visione profetica degli ultimi tempi, come è detto in Ap 11,17-18: «… il tempo di giudicare i morti e di dare la ricompensa ai tuoi servi, ai profeti e ai santi e a quanti temono il tuo nome piccoli e grandi». Colui che è annientato sulla Croce e nei suoi discepoli e in loro continua a essere disprezzato come dice il Cristo a Saulo (cfr. At 9,4), rivela la sua ira e opera il giudizio. La gioia scaturisce nell’essere all’interno di questa lotta vittoriosa del Cristo che ora è legata all’umiliazione dei suoi servi, profeti e santi, e che si manifesterà nella loro glorificazione. Questa è stata anche la situazione dei profeti. Essi hanno annunciato profeticamente il Cristo e la sua giustizia e per questo sono stati perseguitati. Infatti la profezia ha come sorgente lo Spirito di Cristo e quindi gli rende testimonianza. Il Profeta è totalmente coinvolto nella profezia non solo nelle parole che dice ma anche nelle azioni che deve compiere. Questa è la sorte stessa dei discepoli nei quali è l’Evangelo, compimento e rivelazione della profezia.

PREGHIERA DEI FEDELI

  1. «Circondati da un così gran nugolo di testimoni, deposto tutto ciò che è di peso e il peccato che ci assedia, corriamo con perseveranza nella corsa che ci sta davanti» (Eb 12,1), elevando al Padre la nostra preghiera.

Ascoltaci o Signore a gloria del tuo nome.

  • O Dio, Triade di comunione, Luce traboccante di gioia, Mare cristallino di puro amore, benedici la Chiesa radunata nel tuo amore, noi ti preghiamo.
  • Padre, che siedi sul trono, principio dell’armonioso movimento degli angeli e dei santi, abbi compassione delle moltitudini che ancora non conoscono il tuo nome e rivela loro l’Agnello immolato fin dalla fondazione del mondo, noi ti preghiamo.
  • O Dio santo, santo, santo, riempi della tua gloria ogni famiglia perché sia immacolato il talamo e la mensa sia circondata da figli scintillanti di luce, noi ti preghiamo.
  • O Padre dei poveri, che fai impazzire di gioia quanti scoprono l’unico tesoro, che è il tuo Cristo, riapri al nostro sguardo interiore le incomparabili ricchezze del tuo Regno, noi ti preghiamo.
  • Dio glorioso, che chiami tutti i tuoi figli ad essere santi e immacolati nell’amore, in comunione con la Vergine Maria, Madre di Dio e tenerissima madre nostra, con tutti i santi e le sante del tuo paradiso, converti i peccatori, conferma i credenti ed accogli i nostri fratelli defunti nella santa Gerusalemme, noi ti preghiamo.

Dio, fedele e misericordioso, ascolta la nostra preghiera e sciogli le nostre labbra nel canto delle Beatitudini, perché vivendo conformi al tuo Evangelo, giungiamo a cantare in eterno le tue misericordie nella festosa assemblea dei tuoi eletti.

Per Cristo nostro Signore.

Amen.

[1] cfr. 1Cor 2,28: Nessuno dei dominatori di questo mondo ha potuto conoscerla; se l’avessero conosciuta, non avrebbero crocifisso il Signore della gloria.

[2] Cruciato, verbo che deriva dal latino cruciatum, che significa tormento, grande dolore. Da qui il verbo cruciare come tormentare, provare. Probabilmente l’uso singolare che d. Giuseppe fa di questo verbo è un riferimento implicito alla croce.