DOMENICA XXX – A – di Giuseppe Bellia

 

Il grido degli oppressi sale.

Carne straziata dall’odio!

Dio mio fino a quando?

 

Perché ti scherniscono

i forti, tu debole e vinto

nei poveri e sofferenti?

 

Hanno paura gli umili

davanti alla tua croce,

dovunque presente.

 

Tutto Dio in un corpo

squarciato per amore,

silenzio di tutto il creato!

 

Ti amo o mio Dio Uno,

fuoco del mio vivere,

intimo del mio essere.

 

Coppa del Sangue,

Corpo spezzato:

mio Signore e mio Dio.

 

Tutto si fa nulla o Dio,

una sola luce brilla:

l’amore tuo in noi.

 

 

PRIMA LETTURA                                            Es 22,20-26

 

Dal libro dell’Èsodo

 

 

avvertimenti sullo straniero, l’orfano e la vedova

22,20-23

Così dice il Signore:

20 «Non molesterai il forestiero né lo opprimerai, perché voi siete stati forestieri in terra d’Egitto.

 

Non molesterai il forestiero né lo opprimerai, molestare può essere fatto sia con discorsi di disprezzo come con inganni o sfruttamento cioè non dando la giusta ricompensa allo straniero, che lavora. Opprimere è imporgli pesi insopportabili come fecero gli egiziani con i figli d’Israele (cfr. Es 3,9). Il testo usa il singolare perché ciascuno appena ha questa possibilità rischia di attuarla. Anche chi subisce ingiustizie appena può farle subire rischia di cedere alla seduzione della tentazione di dominare sugli altri.

La motivazione è espressa al plurale: perché voi siete stati forestieri in terra d’Egitto. Quindi voi conoscete la vita del forestiero (23,9). La vita non è solo il modo di vivere ma è soprattutto l’intimo dell’uomo: le sue paure, il senso di estraneità alla lingua, cultura ecc., l’incerto del suo futuro. Il testo dal singolare è passato al plurale nella motivazione perché tutto il popolo deve tener desta questa coscienza e quindi impedire sia che un singolo opprima il più debole sia che una nazione esprima una legislazione che svantaggi lo straniero. Ogni legge infatti, che non si radica nella storia di una nazione non esprime la coscienza di un popolo ma di singoli individui che cercano il loro interesse. La legislazione divina difende quindi le categorie deboli invitando tutti a tener presenti i momenti di povertà della propria storia.

Per questo noi celebriamo la Pasqua; essa è il memoriale della nostra redenzione. Il cristiano, che è stato liberato dalla schiavitù radicale dalla quale tutte le altre derivano (il peccato), non può in alcun modo mettere in atto una qualsiasi forma di oppressione, perché questo significa che egli non ha coscienza della sua redenzione.

21 Non maltratterai (lett.: non maltratterete) la (nessuna) vedova o l’orfano.

Non maltratterete Continua l’uso del plurale perché «chiunque vede un uomo che affligge un orfano o una vedova e non li aiuta anch’egli è giudicato come uno che li affligge» (Ibn Ezra). In queste due categorie sono espressi coloro che mancano di una persona di sostegno, quale il padre e lo sposo. La Parola pone di fronte alla scelta: se uno non percepisce in sé lo stesso atteggiamento divino di protezione, di giustizia e di aiuto, è lo stesso che se opprimesse. L’indifferenza è già oppressione e maltrattamento.

L’intreccio dei rapporti, che la Parola crea, impedisce l’isolamento. Ogni situazione postula relazione; ogni relazione esige conoscenza; ogni conoscenza obbliga a una scelta.

22 Se tu lo maltratti (+ e continui a maltrattarlo), quando invocherà da me l’aiuto (lett.: griderà sempre più forte verso di me), io darò ascolto (+ senza esitare) al suo grido,

Vi è una concatenazione espressa nella lingua ebraica da una serie di rafforzativi che potremmo esprimere in questo modo: bada bene che tu più lo maltratti, più egli grida e più io ascolto il suo grido. È chiaro che chi è maltrattato grida più forte più è colpito e più il suo grido è ascoltato.

23 la mia ira si accenderà e vi farò morire di spada: le vostre mogli saranno vedove e i vostri figli orfani.

Il testo è chiaro e non può essere annullato. L’ira di Dio è accesa contro chi opprime. Egli è nella situazione di chi da lui è oppresso e angariato. Ogni forma di oppressione, in forza della decisione divina, non porta alla pace e alla sicurezza ma alla propria distruzione. È illusione di chi domina che la sua forza gli dia pace e sicurezza perché proprio la spada con cui egli domina si rivolge contro di lui per trafiggerlo.

Così dice il Signore Gesù: «Rimetti la spada nel fodero, perché tutti quelli che mettono mano alla spada periranno di spada» (Mt 26,52).

Per questo la Legge invita a ricordare il passato in rapporto allo straniero e a temere il futuro in rapporto alla vedova e all’orfano. Per evitare a se stessi e alla propria famiglia una sorte infelice è bene temere Dio e non opprimere chi è debole. Che poi il testo si riferisca anche a situazioni intermedie quali lo sfacelo delle famiglie per cui donne diventino vedove di un vivente e figli pure orfani di un padre ancora vivo e uomini siano uccisi da una spada spirituale quale quella espressa dalle passioni che corrompono e che questo abbia stretta relazione con l’oppressione dei deboli, esami attentamente chi ha intelligenza spirituale e veda quali conseguenze possano avere su un intero popolo scelte legislative e creazione di mentalità che portano a emarginare lo straniero e chi è debole e che ignorano Dio. Ma questo non significa aver emarginato il suo intervento. La sua Parola è stabile come il cielo e attua quello per cui essa è stata inviata (cfr. Is 55,11).

il prestito e l’interesse

22,24-26

24 Se tu presti denaro a qualcuno del mio popolo, all’indigente che sta con te, non ti comporterai con lui da usuraio: voi non dovete imporgli alcun interesse.

Uno dei mezzi più potenti per opprimere e affliggere è il danaro. Il prestito al proprio popolo e al povero deve essere fatto senza usura, senza interesse. Notiamo come nella lingua ebraica il termine “usura” deriva dalla radice “mordere” perché essa è stata creata per divorare i poveri. Questo nasce dall’imitazione della misericordia divina, che dona senza interesse: «Io sono misericordioso» (26).

25 Se prendi in pegno il mantello del tuo prossimo, glielo renderai prima del tramonto del sole, 26 perché è la sua sola coperta, è il mantello per la sua pelle; come potrebbe coprirsi dormendo? Altrimenti, quando griderà verso di me, io l’ascolterò, perché io sono pietoso».

La restituzione del pegno per la notte fa cogliere come anch’esso non sia giusto. Esso priva il povero di quello che gli è necessario e lo fa gridare.

Il testo può essere inteso anche in questo modo: Se prendi in pegno il vestito del tuo prossimo, glielo renderai fino al tramonto del sole, perché è la sua sola coperta, è il vestito per la sua pelle; come potrà coricarsi? Colui che prende in pegno il vestito unico del povero non può tenerlo durante il giorno perché lo costringe ad andare nudo a sua vergogna o a restare in casa senza farsi vedere. In tal modo questi si corica col cuore amareggiato perché non ha di che coprirsi per il giorno dopo.

La Scrittura insegna che non si può far arrossire nessuno umiliandolo con la spogliazione di ciò che è necessario; vi è infatti talora in certi ricchi l’amaro gusto di dominare sugli altri godendo della loro umiliazione perché costretti dalla necessità a mendicare. Il ladro si veste da avaro benefattore. Solo la parola può denunciare questa radicata ingiustizia anche sotto il velo della legalità.

Nessuno può togliere a un altro quanto gli è necessario per vivere. Il Signore ha promesso di fare misericordia al povero che grida.

Nota: questa legislazione, così attenta alla situazione dei poveri, scaturisce dalla riflessione sull’evento centrale della storia del popolo: la redenzione dalla schiavitù del faraone e dei suoi servi. Questo atto divino, celebrato nel memoriale della Pasqua, non può essere dimenticato perché esso si riflette beneficamente nella legislazione e nei rapporti tra i membri del popolo. Ognuno che abbia fatto la Pasqua è come sia stato lui stesso liberato dalla schiavitù; egli perciò deve tirare le conseguenze.

Nella pienezza dei tempi, alla quale siamo giunti con la Pasqua del Signore, la redenzione da noi esperimentata esige che noi stessi manifestiamo la Pasqua con il comunicare i segni di essa. Tra questi non ultimo è la condivisione.

SALMO RESPONSORIALE                                  Sal 17

R/. Ti amo, Signore, mia forza.

Ti amo, Signore, mia forza,

Signore, mia roccia,

mia fortezza, mio liberatore.      R/.

Mio Dio, mia rupe, in cui mi rifugio;

mio scudo, mia potente salvezza e mio baluardo.

Invoco il Signore, degno di lode,

e sarò salvato dai miei nemici.  R/.

Viva il Signore e benedetta la mia roccia,

sia esaltato il Dio della mia salvezza.

Egli concede al suo re grandi vittorie,

si mostra fedele al suo consacrato.      R/.

SECONDA LETTURA                                     1 Ts 1, 5c-10

Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Tessalonicési

5 Fratelli, ben sapete come ci siamo comportati in mezzo a voi per il vostro bene.

Il loro bene è la norma cui l’apostolo si adegua. Su questo si concentra tutto il suo agire apostolico. Egli valuta questo bene in rapporto alla loro crescita nell’Evangelo e quindi se essi conoscono sempre più profondamente il Signore e la ricchezza di grazia, che è loro donata nel loro credere in Cristo, capiscono il comportamento dell’apostolo e dei suoi collaboratori.

6 E voi avete seguito il nostro esempio e quello del Signore, avendo accolto la Parola in mezzo a grandi prove, con la gioia dello Spirito Santo,

E voi avete seguito il nostro esempio e quello del Signore [lett.: E voi siete diventati nostri imitatori e del Signore]. È espresso subito in che cosa consiste l’imitazione degli apostoli e del Signore: aver ricevuto la Parola in una grande tribolazione con la gioia dello Spirito Santo. Gli apostoli per aver sofferto a causa del Signore, come è detto in At 5,41, se ne andarono lieti dal Sinedrio. In questo hanno imitato il Signore Gesù, che ha sofferto l’amara morte della sua crocifissione nell’intima gioia di compiere la volontà del Padre. Questa gioia, che ci fa accogliere e aderire alla sua Parola in mezzo ad una grande tribolazione, proviene dallo Spirito Santo. Egli è la rugiada che scende nella fornace ardente della tribolazione e la brezza che rinfresca nella calura della tentazione e dona quindi sollievo e gioia nel soffrire mentre si accoglie la Parola di Dio. Chi non ha lo Spirito Santo non può soffrire nella tentazione, egli diventa triste e si adira.

7 così da diventare modello per tutti i credenti della Macedònia e dell’Acàia.

 

In tal modo i Tessalonicesi sono diventati modello per tutti i credenti. Modello è colui nel quale si vede l’Evangelo (Fil 3,17). A Timoteo raccomanda di essere modello dei credenti nelle parole, nel comportamento, nella carità, nella fede, nella purezza (2Tm 4,12). La stessa raccomandazione è fatta a Tito: offrendo se stesso come esempio in tutto (Tt 2,7).

8 Infatti per mezzo vostro la parola del Signore risuona non soltanto in Macedonia e in Acaia, ma la vostra fede in Dio si è diffusa dappertutto, tanto che non abbiamo bisogno di parlarne.

 

In forza di questo, da voi è stata divulgata la Parola del Signore. Questa gioia nella tribolazione e adesione alla Parola è la forza che divulga la Parola stessa: essa è un tesoro che non sta racchiuso nel petto ma si diffonde per l’intima energia di propulsione, che è la gioia dello Spirito Santo, testimoniato nella tribolazione. Questa divulgazione è dovunque. L’Apostolo dice: la vostra fede verso Dio. È uscita la Parola, è uscita la fede da loro. Possiamo dire che la fede è il veicolo mediante il quale si trasmette la Parola. Aderendo alla Parola apostolica con gioia in mezzo alle tribolazioni i tessalonicesi sono diventati modello per tutti coloro che, vedendoli così fermamente credere, comprendono quanto sia potente quella Parola, in cui essi credono, e quindi possiamo affermare che con la testimonianza della fede si diffonde la Parola.

9 Sono essi infatti a raccontare come noi siamo venuti in mezzo a voi e come vi siete convertiti dagli idoli a Dio, per servire il Dio vivo e vero

Questa fama diffusa tra le comunità cristiana è annuncio della venuta ufficiale dell’Apostolo in mezzo ai Tessalonicesi (cfr. 2,1). Esso si attuò nella tribolazione come è testimoniato in At 17,1-9. L’annuncio ha portato i tessalonicesi ad abbandonare gl’idoli per servire il Dio vivo e vero. Questa è la conversione. È un passaggio dal potere delle tenebre, espresso negli idoli, al potere della luce, che consiste nel servire il Dio vivente e vero. Gli idoli non sono vivi e veri perché sono muti come dice altrove: Voi sapete infatti che, quando eravate pagani, vi lasciavate trascinare verso gl’idoli muti secondo l’impulso del momento (1Cor 12,2).

10 e attendere dai cieli il suo Figlio, che egli ha risuscitato dai morti, Gesù, il quale ci libera dall’ira che viene.

 

Questo rivolgersi a Dio suscita l’attesa del Figlio di Dio dai cieli: è quindi uno sguardo verso l’alto che prolunga quello degli apostoli all’Ascensione del Signore. questa lettera fonda la sua certezza nel fatto che Dio ha risuscitato dai morti Gesù. Non solo della fede è fondamento la risurrezione di Gesù ma anche della speranza, che è attesa di Lui e della nostra liberazione dall’ira che sta per venire. L’ira divina è il suo giudizio su quanti rifiutano di credere e impediscono l’annuncio come, ad esempio, i Giudei nelle città da Paolo evangelizzate (2,14-16). Da essa scampano i credenti.

CANTO AL VANGELO                                      Gv 14, 23

R/.  Alleluia, alleluia.

Se uno mi ama, osserverà la mia parola, dice il Signore,

e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui.

R/.  Alleluia.

VANGELO                                                       Mt 22, 34-40

 Dal Vangelo secondo Matteo

34 In quel tempo, i farisei, avendo udito che Gesù aveva chiuso la bocca ai sadducei, si riunirono insieme

Dal momento che i sadducei sono stati costretti al silenzio, subentrano ora i farisei. Questi si sentono l’ultimo baluardo e l’ultima forza che, in virtù della loro conoscenza, possono attaccare Gesù. L’incontro con i farisei si articola in due momenti: essi interrogano Gesù (cfr. 34-40), questi a sua volta l’interroga (cfr. 41-46). Le due pericopi sono accomunate dal verbo «riunirsi», (34.41).

Aveva chiuso la bocca. Ridotti al silenzio dal Cristo, i sadducei sono svuotati di ogni significato. O si convertono o s’induriscono. Non c’è alternativa. I sadducei tra poco scompariranno.

Dopo che i suoi nemici sono ridotti al silenzio la Parola del Cristo si fa sentire nei capitoli 23.24.25, senza essere ostacolata.

Si riunirono insieme contro il Signore e contro il suo Cristo (Sal 2,2).

Le loro azioni rivelano in Gesù il Cristo; dopo, Egli si rivela come Figlio di Davide e suo Signore.

Le Scritture si adempiono. Anche resistergli è rivelarlo e questo è misericordia anche per i suoi avversari. Essi vedono l’esatta corrispondenza di quello che sta accadendo con le divine Scritture.

35 e uno di loro, un dottore della Legge, lo interrogò per metterlo alla prova:

Dal gruppo compatto dei farisei viene scelto un dottore della legge, per «interrogarlo» con lo scopo di metterlo alla prova o tentarlo. Con la Legge Gesù ha messo a tacere i sadducei e ora viene tentato con la Legge. È un esperto della Legge che vuole sapere fino a che punto Gesù la conosce. Penso che la tentazione consista nel verificare se Gesù conosce le parole che, secondo la tradizione, sono quelle fondamentali, sono le parole-chiave di tutta la Scrittura.

L’autorità di Gesù non consiste nel dire “diverso” dai grandi maestri ma nel portare a compimento perché è Figlio e Signore di Davide cioè è il Cristo, Figlio di Dio. I farisei tentano di svuotare la sua autorità mettendolo alla prova nelle divine Scritture perché sono queste la sua testimonianza.

36 «Maestro, nella Legge, qual è il grande comandamento?».

Per rispondere a questa domanda è necessario avere una conoscenza perfetta di tutta la Legge; conoscere la connessione dei vari comandamenti e quale ne sia l’anima. A una domanda simile può rispondere solo un maestro ben afferrato nello studio della Legge.

37 Gli rispose: «“Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente”.

Amerai, è sì un imperativo ma è anche un futuro. Tu potrai veramente amare il Signore solo quando riceverai lo Spirito. Amare è concentrare tutto il nostro essere, liberato dagli idoli, nel Signore, percependo in noi il benefico effetto del suo amore.

Il Signore, tale si rivela a tutte le tue membra sia fisiche che spirituali e in tutta la creazione visibile e invisibile. Si rivela amando, come il sole che beneficamente scalda e dà vita a tutto.

Tuo Dio. «Mio Signore e mio Dio» (Gv 20,28). Tuo perché è l’unico, tuo perché ti ama. Non si tratta di professare in modo puramente razionale e impersonale l’unicità di Dio ma accogliendo quel legame, fondato sull’alleanza, che fa di noi il suo popolo e di Lui il nostro Dio. È un legame a livello dell’essere e dell’esistenza che è l’amore stesso con cui si ama e lo amiamo. Nessuno può servire a due padroni: o odierà l’uno e amerà l’altro, o preferirà l’uno e disprezzerà l’altro: non potete servire a Dio e a mammona (Mt 6,24).

Con tutto il tuo cuore. Cuore = intimo (cfr. Mc 7,21: Dal cuore escono i cattivi pensieri; Mt 5,28: Beati i puri di cuore).

Spaziando nell’intimo, se vedi qualcosa di estraneo e contrario a Dio ancora non lo ami in tutto il tuo cuore. Devi consegnare a Dio, vinto dal suo amore, tutte le interiori fortezze; devi cessare di fuggire da Dio nella seducente vanità.

Con tutta la tua anima. È il soffio vitale di Dio, che ci fa essere «anima vivente» a sua immagine e somiglianza. Amare con tutta l’anima è tendere all’archetipo divino senza disperdere le proprie energie nelle fantasie passionali o falsamente spirituali. Amare è vincere i desideri che distraggono da Dio, è dominare le necessità sia fisiche che spirituali, e non fermarsi lungo la strada che conduce a Dio ma amare incessantemente Lui come la cerva anela ai corsi d’acqua (Sal 41). Amare con tutta l’anima è aver fame e sete della giustizia, cioè di Lui. Quando ci rivolgiamo alle creature e andiamo ad esse, cessiamo di amare Dio con tutta l’anima. Quando andiamo a Lui con tutta l’anima lo amiamo riflesso in tutte le creature e quindi amiamo queste nell’amore divino.

Con tutta la tua mente. In forza dell’amore, la mente non si ferma alle cose vane, esterne “concrete”, ma va oltre, si dirige alla verità. Amare con tutta la mente è dirigersi verso le realtà invisibili, è credere (cfr. Eb11,3: Per fede crediamo; 2Cor 4,16-18).

In forza dell’amore, il cuore, l’anima e la mente si dirigono a Dio sperando e credendo a Dio.

38 Questo è il grande e primo comandamento.

All’aggettivo il grande Gesù aggiunge il primo. È il primo perché qui Dio si rivela come l’unico e il nostro Dio. Chi ama Dio così, lo rivela. Diventa tempio della sua gloria. Cessa di essere corruttibile e diviene incorruttibile.

39 Il secondo poi è simile a quello: “Amerai il tuo prossimo come te stesso”.

Il secondo, che viene subito dopo a causa della somiglianza. Come l’uomo è simile a Dio così il secondo comandamento è simile al primo.

Amerai (cfr. 19,19). Il tuo prossimo, colui che ti è vicino, come te stesso, come tu sei a immagine e somiglianza di Dio e ti ami, così allo stesso modo il tuo vicino è a immagine e somiglianza di Dio. Se ami Dio ne ami pure l’immagine.

40 Da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti».

Se si tolgono questi due precetti crollano sia la Legge che i Profeti cioè tutta la divina Scrittura. Poiché fondamento delle divine Scritture è il Cristo, questi due precetti massimamente lo rivelano perché trovano in Lui la loro pienezza. Infatti Egli ama il Padre con tutto il suo cuore, con tutta la sua anima e con tutta la sua mente e ama noi, di cui si è fatto prossimo, come se stesso al punto tale da comandarci di amarci gli uni gli altri come Egli ci ha amato. Proprio perché Egli adempie perfettamente, nel modo che gli è proprio, questa Parola, adempie pure tutte le altre che in Lui trovano chiarezza e adempimento. L’amore lo porta a compiere tutto quello che è scritto.

PREGHIERA DEI FEDELI

  1. La Legge e l’Evangelo hanno posto davanti al nostro sguardo come l’amore verso Dio e verso il prossimo sia la parola che tutto in sé racchiude.

Preghiamo con cuore sincero:

Signore, Dio misericordioso, ascoltaci

Accogli le preghiere della tua Chiesa e dona ai suoi figli l’intelligenza spirituale del povero e di tutte le forme di oppressione anche sotto la veste della legalità, noi ti preghiamo.

Dona agli uomini di comprendere la forza del grido dei poveri perché non bestemmino il tuo Nome santo opprimendo i più deboli, noi ti preghiamo.

Togli il velo che copre i nostri occhi e donaci di sentire in noi il gemito e di coprire il rossore di chi è umiliato, noi ti preghiamo.

Insegnaci il pentimento di fronte alla violenza, che tutti in noi sentiamo, perché alla scuola del tuo Cristo impariamo a essere miti e umili di cuore, noi ti preghiamo.

Donaci di professare che tu sei l’Unico e che nessun Dio vi è fuori di te per amarti in tutto noi stessi ed espandere questo amore verso il nostro prossimo, noi ti preghiamo.

  1. O Padre, che fai ogni cosa per amore e sei la più sicura difesa degli umili e dei poveri, donaci un cuore libero da tutti gli idoli, per servire te solo e amare i fratelli secondo lo Spirito del tuo Figlio, facendo del suo comandamento nuovo l’unica legge della vita.

Per Cristo nostro Signore.

Amen