Modelli di pastorale giovanile

  1. Prospettive fondanti

Gustavo Cavagnari

Se vogliamo che la chiesa sopravviva, dobbiamo ripensare la pastorale giovanile. Che cosa significa questo? Non ne ho idea. Ma la mia impressione è che se vogliamo che i giovani abbiano una fede duratura, dobbiamo cambiare completamente il modo con cui noi facciamo pastorale giovanile [1].

Può capitare che qualcuno agisca senza poter spiegare perché fa quello che fa o perché lo fa così come lo fa. Ma ciò non significa che non ci sia un motivo che spieghi tale azione. Quando si agisce, si agisce per una ragione, per quanto inconscia essa possa essere. E quando si procede in una certa maniera, anche in questo caso c’è una causa che spiega il perché lo si fa così e non in un altro modo. Perciò, ci potrà essere una pratica inconsapevole, ma mai una pratica priva di un motivo che in qualche modo la sostenga. Le pratiche, infatti, intese come un complesso di azioni, sono sempre vincolate a un principio, a un modo di comprendere le cose, a una riflessione propria o altrui, a uno schema che uno si è creato da sé o che ha preso da altri. Di conseguenza, c’è sempre un riferimento teorico che spiega il perché delle pratiche. E quanto più lo si rende consapevole, tanto più consci saranno anche i motivi e le dinamiche che giustificano tale azioni.

Il concetto di modello

Con un linguaggio specialistico, gli schemi concettuali che spiegano il perché e il come vengono attuate determinate pratiche individuali o collettive, o che sono proposti come figura di riferimento per delle azioni da realizzare, vengono denominati “modelli” [2]. In altri termini, un modello potrebbe essere definito come una rappresentazione generale e semplice che indica gli elementi più rilevanti di una determinata pratica attuata nel presente o da attuare in futuro [3].
I modelli possono riguardare diversi campi o settori. Ci sono modelli di gestione scolastica, modelli di management imprenditoriale, modelli di attività sportiva… e, in modo simile, ci sono pure modelli di pratica ecclesiale. Per quanto riguarda, però, questi modelli, essi hanno la particolarità di essere antropologici – assumono come riferimento una figura di uomo e di donna –, socioeducativi – esprimono diverse valenze della qualità comunitaria dell’essere e dell’agire ecclesiale – e anzitutto teologici – rispondono a un modo di comprendere Dio, la salvezza e la chiesa – [4].
Siccome questi riferimenti teorici sono in grado di orientare o condizionare tanto le concrete pratiche ecclesiali quanto la loro valutazione, essi sono decisivi. E in una stagione di pluralismo come quella presente, sembra necessario farli emergere per attivarne un ragionato confronto[5].
L’uso dei modelli in pastorale giovanile
Nell’ambito della pastorale giovanile si è cominciato a usare la categoria di modello sulla fine degli anni Settanta del secolo scorso. Tale fatto è legato all’utilizzazione che il concetto aveva iniziato ad avere all’interno della riflessione teologico-pastorale. Col passare degli anni e col trasformarsi delle generazioni dei giovani e dei contesti socioculturali ed ecclesiali, i modelli vennero progressivamente rivisti e aggiornati. Lontani però dallo scomparire, essi continuano ad essere presenti nelle comunità ecclesiali.
Oggi, comunque, si è consapevoli più che mai che non esiste un modello di pastorale giovanile «che possa in qualche modo valere come normativo o anche solo come paradigmatico»[6] per ogni contesto. Lo conferma il fatto che, nel modo di fare pastorale giovanile, gli stili, le scelte, le prospettive sono assai diverse.

La diversità e la problematicità dei modelli

Siccome ogni modello tende a orientare, a livello teorico e pratico, a compiere determinate scelte, a privilegiare alcuni interventi, a sottolineare certi aspetti, occorre affermare che i modelli sono sempre parziali. L’uno mette in risalto una componente; l’altro ne rimarca un’altra. In questo senso, conoscere diversi modelli potrebbe essere un aiuto non solo per comprendere il pluralismo pastorale sopra menzionato, ma e soprattutto per arricchire le proprie pratiche. Con un’immagine molto eloquente, il teologo americano Avery Dulles diceva che «con la destrezza di un giocoliere, noi dovremmo saper mantenere simultaneamente in aria diversi modelli» [7]. Inoltre, tale conoscenza potrebbe essere una risorsa perché le persone vadano oltre le limitazioni della propria mentalità e siano in grado di stabilire una fruttuosa conversazione con coloro che, fondamentalmente, hanno una diversa visione [8].
Ammessa l’inevitabilità del pluralismo dei modelli, non va disatteso il problema della riflessione teorica che tende a ridurre al minimo la molteplicità. La mente umana, infatti, tarda sovente ad affrontare la fatica della diversità e ancor meno a correre il rischio della incompatibilità, per cui è tentata dal ricorso all’uniformità o alla semplificazione. Una tale tendenza emerge, ad esempio, nella ricorrente presunzione di chi ritiene che “l’unico modo di fare pastorale giovanile sia… quello che faccio io”.
Un modello, poi, porta con sé una quantità d’immagini preferite, una propria retorica, valori tipici, convinzioni specifiche, scopi determinati e priorità. Ognuno ha perfino un set particolare di problemi e di antagonisti preferiti. Proprio per questo motivo, stabilire un’interazione tra i modelli è operazione sempre delicata. Non dovrebbe sorprendere, perciò, se l’adesione a un modello piuttosto che ad un altro provoca polarizzazioni, incomprensioni, solipsismi, frustrazioni o scoraggiamenti [9]. È il problema che si riflette nella domanda: “Come è possibile che loro facciano pastorale giovanile in quel modo?”.
Infine, occorre far notare il problema pastorale attinente la perpetuazione dei modelli e il conseguente rischio di operare sempre nello stesso modo, quasi non avvertendo che, come ha rilevato papa Francesco, «la pastorale giovanile, così come eravamo abituati a svilupparla, ha sofferto l’urto dei cambiamenti sociali» [10]. Se prevalesse, infatti, «la logica del perpetuare i modelli pastorali di sempre… la comunità cristiana e la sua pastorale andrebbero perdendo significatività»; da qui sorge la necessità di attivare meccanismi «che favoriscano l’agire pensando» [11] e facilitino una creatività riflessa.
In ogni modo, si deve affermare che non tutti i modelli sono ugualmente validi. Alcuni di loro sono troppo integristi, o troppo riduttivi, o troppo sbilanciati. Essi, perciò, devono essere verificati alla luce di riferimenti criteriologici di tipo, appunto, antropologico, socioeducativo e teologico.

Alcune premesse

Fatta questa sintetica introduzione, ci avviamo ora a prendere in considerazione diversi modelli di pastorale giovanile. Prima di affrontarli, però, si dovrà aver presente che:
− La categoria “giovani” è utilizzata in modo largo, per cui viene chiamata pastorale “dei giovani” quella che in alcuni casi converrebbe denominare pastorale “degli adolescenti”.
− Per quanto possa essere ampia, la considerazione dei modelli non sarà mai esaustiva. Oltre a quelle che si menzioneranno, certamente ci sono numerose altre prospettive e impostazioni.
− I modelli che verranno presentati, così come vengono teorizzati dai rispetti autori, sono diversi per contesto, contenuto, scelte, sottolineature. Talvolta descrivono più o meno dettagliatamente la base teologica della pastorale giovanile, talaltra i loro elementi strategici. Alcuni hanno un orientamento più marcatamente confessionale, altri privilegiano un approccio più generico.
− L’operazione di selezione dei modelli è ovviamente condizionata dalla sensibilità dello scrivente e dalle sue possibilità. Infatti, a proposito della bibliografia, la scelta è legata a quanto è attualmente disponibile e accessibile. E pareri o orientamenti personali sono da mettere in bilancio all’atto di proporre un’interpretazione, di tentare una sintesi, di offrire alcune chiavi di lettura o di mostrare esiti possibili o auspicabili.

Una sosta per domandarci

− Di fronte alla domanda su che cosa sia la pastorale giovanile o che cosa essa cerchi, quali sono gli elementi che ci vengono in mente? Abbiamo mai pensato che questi elementi conformano, inconsciamente o consciamente, il nostro modello di pastorale giovanile? Se ci fosse chiesto di esplicitarli: che cosa diremmo?
− In una stagione come la nostra, in cui tante pratiche pastorali una volta pacifiche non lo sono più: dove verificare la solidità della nostra proposta? Oltre le logiche del consenso, dell’esito, dei numeri, del mandato: quali sono i criteri teologici, antropologici, educativi, che guidano le nostre pratiche pastorali?
− Riconosciamo che un modello di pastorale giovanile non è – e non può essere mai completo?

NOTE

[1] M. Yaconelli, The failure of youth ministry, in «Youthworker Journal» 20 (2003) 3, 11.
[2] Certe volte, un modello è chiamato “paradigma”, la cui definizione è offerta da T. Kuhn, La struttura delle rivoluzioni scientifiche, Torino, Einaudi, 2009, 10. Entrambi i concetti si usano con una certa scambiabilità. Tuttavia, un modello si converte in un paradigma quando è utilizzato prevalentemente per spiegare una realtà o diviene normativo. Per una semplice rivisitazione del concetto con riferimento al “campo religioso”, cf. M. Olivera, Cambio de paradigma. Una relectura teológica de T. S. Kuhn, in «Misión joven» 37/243 (1997) 3, 25-48.
[3] Cf. M. Midali, Una pastorale giovanile per comunicare oggi la fede, in «Note di pastorale giovanile» 40 (2006) 7, 14-28: 18-19.
[4] Cf. R. Tonelli, Questioni aperte di pastorale giovanile, in «Note di pastorale giovanile» 42 (2008) 1, 22-28. Il tema è stato riproposto in R. Tonelli, El desafío de los modelos, in «Misión joven» 49/390-391 (2009) 6, 11-16.
[5] Cf. R. Tonelli – S. Pinna, Una pastorale giovanile per la vita e la speranza. Radicati sul cammino percorso per guardare meglio verso il futuro, Roma, LAS, 2011, 47.
[6] B. Seveso, Che cosa s’intende per pastorale giovanile?, in Istituto Redemptor Hominis (Ed.), Sei domande di pastorale giovanile, Città del Vaticano, LUP, 2012, 11-30: 29.
[7] A. Dulles, Modelli di chiesa, Padova, Messaggero, 2005, 10.
[8] Cf. Ibid., 12.
[9] Cf. Ibid., 31.
[10] Francesco, Evangelii gaudium. Esortazione apostolica sull’annuncio del Vangelo nel mondo attuale, Roma, 24 novembre 2013, n. 105, in «AAS» 105 (2013) 12, 1019-1137: 1064.
[11] S. Currò, Il giovane al centro. Prospettive di rinnovamento della pastorale giovanile, Milano, Paoline, 1999, 18.