A che gioco giochiamo?

Un invito a prendere coscienza del nostro modo di procedere

Rossano Sala

Il Documento preparatorio per il Sinodo su “I giovani, la fede il discernimento vocazionale”, nel momento in cui riconosce all’intera comunità cristiana la responsabilità per la crescita integrale delle giovani generazioni, chiedendo di valorizzare le opportunità di coinvolgimento dei giovani, annota che
«Ovunque nel mondo sono presenti parrocchie, congregazioni religiose, associazioni, movimenti e realtà ecclesiali capaci di progettare e offrire ai giovani esperienze di crescita e di discernimento davvero significative. Talvolta questa dimensione progettuale lascia spazio all’improvvisazione e all’incompetenza: è un rischio da cui difendersi prendendo sempre più sul serio il compito di pensare, concretizzare, coordinare e realizzare la pastorale giovanile in modo corretto, coerente ed efficace. Anche qui si impone la necessità di una preparazione specifica e continua dei formatori» [1].
Invito ad uscire dal regno dell’improvvisazione e dell’incompetenza, che troppe invadono il mondo della pastorale giovanile. E per fare questo bisogna pensare, concretizzare, coordinare e realizzare la pastorale giovanile in modo corretto, coerente ed efficace. Bisogna, per usare un’immagine intuitiva, cominciare con il prendere consapevolezza del gioco che stiamo giocando.
Uno dei classici della psicologia transazionale contemporanea è il fortunato testo di Eric Berne, dal titolo tanto indovinato quanto significativo: A che gioco giochiamo [2]. La tesi del testo è che ognuno di noi quando agisce sta in un certo senso giocando con dei modelli psicologici interni e precostituiti, che funzionano un po’ come dei copioni teatrali o come delle profezie che pian piano si auto-avverano.

Un primo modo per prendere coscienza del nostro modo di procedere è prima di tutto legato alla conoscenza dei destinatari della nostra missione. La Segreteria Generale del Sinodo, dall’11 al 15 di settembre, ci ha dato un ottimo esempio, organizzando un “Seminario internazionale sulla condizione giovanile” in preparazione al Sinodo che si svolgerà ad ottobre del 2018. È stata un’iniziativa intelligente e lungimirante.
Perché è molto facile parlare dei giovani con superficialità, senza entrare nel loro contesto e nel loro mondo, senza ascoltare la loro parola e la loro esperienza di vita. La personale partecipazione a questo seminario mi ha fatto prendere coscienza sempre più della necessità di confrontarsi, sia empaticamente che scientificamente, con i giovani realmente esistenti e con il contesto esatto in cui essi vivono quotidianamente.
In cinque grandi sessioni si sono passati in rassegna alcuni grandi temi trasversali dell’esperienza giovanile:
– i giovani e l’identità, dove è emerso che la questione identitaria è legata alla capacità di riconciliare le pluriformi e molte volte discordanti appartenenze attorno ad una visione unitaria della vita;
– i giovani e la progettualità, attraverso l’analisi del mondo del lavoro, dell’economia e anche delle migrazioni in atto, che vedono protagonisti proprio i giovani che cercano una vita migliore;
– i giovani e l’alterità, e qui ci si è confrontati soprattutto con l’impegno sociale e politico, come luoghi specifici di presenza e di azione che non sempre vedono i giovani entusiasti e protagonisti;
– i giovani e la tecnologia, sugli scenari presenti e futuri legati alle nuove tecnologie digitali, che plasmano l’immaginario sociale condiviso e hanno dei risvolti antropologici notevoli;
– i giovani e la trascendenza, dove emergono delle nuove sfide e opportunità nella ricerca di spiritualità, nella credenza in Dio e nell’appartenenza ecclesiale.
Non entro evidentemente nei dettagli del Seminario in oggetto perché, dicevo, si tratta per noi di un buon esempio da imitare. A livello nostro (nazionale, regionale, diocesano, e così via…) siamo chiamati a fare altrettanto. Cioè ad approfondire le parole chiave del prossimo Sinodo, uscendo sempre più e sempre meglio dall’improvvisazione e dall’incompetenza. E la prima parola chiave del prossimo Sinodo è “giovani”, che è poi seguita fa “fede”, “vocazione”, “discernimento” e “accompagnamento”. Di ognuna di esse noi dovremmo diventare, in questi prossimi anni, degli esperti. Diamoci dunque da fare!

Un secondo modo per prendere coscienza della qualità delle nostre pratiche ci viene dal prezioso Dossier contenuto in questo numero di NPG sui modelli di pastorale giovanile. Gustavo Cavagnari, salesiano proveniente dall’Argentina, docente di pastorale giovanile presso l’Università Pontificia Salesiana di Roma e di recente eletto Preside della Sezione di Gerusalemme della medesima Università, ci offre un’accurata, aggiornata e profonda riflessione che certamente ci sarà aiuto perché ognuno di noi prenda coscienza chiara del suo modo di procedere e del suo modo di pensare.
Sarebbe infatti ingenuo essere convinti che quello che facciamo sia l’unico modo di fare, che sia il migliore modo di fare e che non ci siano altri modi di fare pastorale giovanile. Il confronto con altri è arricchente per il proprio cammino, l’ascolto attento è generativo di nuove pratiche virtuose, la condivisione è un dono per tutti e per ciascuno. Solo persone arroganti e ignoranti pensano che il loro pensiero e la loro prassi siano le uniche o le migliori. Gli umili e i saggi invece cercano sempre di porsi in atteggiamento recettivo, disponendo il loro cuore all’apprendimento continuo e migliorando così le proprie proposte.
Lo sguardo che l’Autore ci offre è mondiale e quindi ci dà la possibilità di allargare i nostri orizzonti, di andare a vedere che cosa sta avvenendo nei vari continenti, di lasciarsi fecondare da persone che hanno a cuore ciò che a noi sta a cuore, ovvero la vita piena e abbondante dei giovani.
Come giustamente suggerisce l’Autore, ci è chiesto di divenire dei buoni “giocolieri” che creano una virtuosità tra i diversi modelli in gioco. Conoscere più modelli significa avere più chances e migliori probabilità di impostare bene la propria azione pastorale.
Prendiamo chiara coscienza del nostro modo di procedere, confrontandoci e verificando il nostro modello di pensiero e di azione pastorale per poter così non solo informarci, ma anche formarci adeguatamente e perfino riformarci, là dove sarà necessario: essere consapevoli del nostro “modello di pastorale giovanile” è essenziale per migliorarlo!

NOTE

[1] Cfr. Sinodo dei Vescovi – XV Assemblea Generale Ordinaria (presentazione di R. Sala – Riflessioni di E. Castellucci e N. Dal Molin), I giovani, la fede e il discernimento vocazionale. Documento preparatorio e questionario, LDC, Torino 2017, 57-58.
[2] E. Berne, A che gioco giochiamo, Bompiani, Milano 2001.