DOMENICA XXIX – A – di Giuseppe Bellia

 

Moneta di Dio noi siamo

con l’effigie sua impressa,

persa e ritrovata dal Figlio,

mentre gioivano gli angeli.

Invano Cesare si affatica

per imprimer la sua effigie

e tutto dichiarare suo

nel fasto della città terrena!

Con il sigillo di Dio in fronte,

con la veste bianca lavata

nel sangue dell’Agnello puro,

avanzano i martiri in festa.

Moltitudine da ogni popolo,

schierata nelle sante Chiese,

secondo le tribù d’Israele,

entra con canti nella Dimora.

PRIMA LETTURA                                             Is 45,1.4-6

Dal libro del profeta Isaìa

1 Dice il Signore del suo eletto, di Ciro:

«Io l’ho preso per la destra,

per abbattere davanti a lui le nazioni,

per sciogliere le cinture ai fianchi dei re,

per aprire davanti a lui i battenti delle porte

e nessun portone rimarrà chiuso.

Del suo eletto (lett.: consacrato). A Ciro viene dato il nome, che è traslitterato nella nostra lingua con “messia”. Il termine dice quindi relazione a Dio, il Signore. Come accadde ai profeti e ai re consacrati da Dio per la loro missione così Ciro, benché non appartenente al popolo d’Israele, è da Dio chiamato e consacrato per la missione, che egli deve compiere. La relazione tra Ciro e il Signore non è tuttavia diretta, essa è mediata dalla profezia. Mentre all’interno del popolo di Dio coloro che sono consacrati sono coscienti della missione loro affidata (come danno testimonianza i testi di chiamata), Ciro invece svolge questa missione senza esserne pienamente consapevole. Il suo agire, che è determinato dalla logica del potere, è nello stesso tempo guidato da Dio per uno scopo ben preciso: manifestare la signoria di Dio.

Io l’ho preso per la destra, è un gesto che sta a indicare forza e coraggio (cfr. 41,13: Poiché io sono il Signore tuo Dio che ti tengo per la destra e ti dico: «Non temere, io ti vengo in aiuto»).

Per abbattere davanti a lui le nazioni, le azioni vittoriose di Ciro sono compiute dal Signore, che gli dà in mano le nazioni. Questo è tipico del Messia, come è detto nel salmo 2: Chiedi a me, ti darò in possesso le genti e in dominio i confini della terra. Le spezzerai con scettro di ferro, come vasi di argilla le frantumerai (8-9). La liberazione del popolo dall’esilio babilonese non avviene in forza di un liberatore all’interno del popolo (come accade nella liberazione egizia: Mosè) ma in virtù di un eletto esterno al popolo.

Per sciogliere le cinture ai fianchi dei re, è questo segno di debolezza e di sconfitta, come al contrario cingersi i fianchi è segno di forza e di vittoria. Nessun re quindi potrà resistere davanti a lui.

Per aprire davanti a lui i battenti delle porte delle città che non potranno opporgli resistenza. L’idea che sottostà è che le porte si aprono prima che egli assedi e combatta. Sarà una marcia trionfale tra i popoli soggiogati dal suo timore.

[2 Io marcerò davanti a te;

spianerò le asperità del terreno,

spezzerò le porte di bronzo,

romperò le spranghe di ferro.

Il Signore si rivolge a Ciro anche se in realtà egli non ode queste parole che sono custodite come testo profetico in seno al suo popolo. Il Signore stesso marcia davanti a Ciro per procurargli la vittoria; questa non è quindi frutto delle mani dell’uomo ma è dono di Dio. Essa è finalizzata alla salvezza del suo popolo. Tutto ruota interno ad esso anche se esternamente sembra il contrario. Egli fa a Ciro quanto ha promesso di fare al suo popolo: spianargli davanti le alture (40,4;49,9). Porte di bronzo e spranghe di ferro custodiscono luoghi inaccessibili dove sono nascosti tesori; questi il Signore apre a Ciro, come subito dice.

3 Ti consegnerò tesori nascosti e ricchezze ben celate,

perché tu sappia che io sono il Signore, Dio d’Israele,

che ti chiamo per nome

Tesori nascosti e ricchezze ben celate sono rivelate invece a Ciro che può afferrarle e impadronirsi. Questa sorprendente vittoria su Babilonia, che non può nascondere nulla a Ciro, rivela quanto sia grande il Signore, che è il Dio d’Israele. La grandezza d’Israele è legata al suo Dio.]

4 Per amore di Giacobbe, mio servo,

e d’Israele, mio eletto,

io ti ho chiamato per nome,

ti ho dato un titolo, sebbene tu non mi conosca.

L’ascesa al regno di Ciro e la vittoria su Babilonia hanno come motivazione teologica l’elezione d’Israele servo ed eletto del Signore. Dio non ha un rapporto diretto con Ciro da Lui chiamato e designato alla gloria; questi infatti non conosce il Signore. Dio rimane sempre la ragione suprema di tutto, ma noi uomini non possiamo giungere a Lui perché siamo fermati dagli avvenimenti, di cui afferriamo solo le logiche umane. Del resto Dio parla attraverso uomini per cui la loro parola può essere valutata alla stregua di ogni parola umana. La rivelazione è infatti una luce graduale, che illumina le possibilità del dubbio con la conoscenza della verità. La fede è infatti il dono divino che collocandoci nella verità fa gioire la nostra mente per l’intima consonanza, che scopre di avere con la verità stessa. In questa luce teologica gli avvenimenti sono valutati con una misura diversa da quella usata da noi uomini.

5 Io sono il Signore e non c’è alcun altro,

fuori di me non c’è dio;

ti renderò pronto all’azione, anche se tu non mi conosci,

Il Signore proclama la sua unicità: Egli è il solo Dio che aiuta Ciro anche se questi, dal momento che non lo conosce, adora altri dei. Le potenze, cui l’uomo attribuisce i suoi successi e dalle quali vuole dipendere adorandole come dio (potere, ricchezza, gloria) sono assoggettate al volere dell’unico Dio che le muove secondo il suo volere. Come fa l’uomo a liberarsi da questo potere degli idoli che gli incute paura ed ebbrezza? La redenzione passa anche attraverso il potere umano, che è piegato con forza (faraone) o è asservito (Ciro). Per chi professa l’unico Dio egli sa che in un mondo dominato dalle potenze idolatriche la strada della redenzione si apre.

In che modo questa si apra e in che modo tutti conoscano che il Signore è l’unico Dio non è detto in questo testo, ma è proclamato in questo «libro della consolazione» al c. 53 (il canto del Servo del Signore).

6 perché sappiano dall’oriente e dall’occidente

che non c’è nulla fuori di me.

Io sono il Signore, non ce n’è altri».

Tutto va verso la conoscenza universale del Signore. In Ciro, che manda libero il popolo eletto, tutti i popoli vedono che è il Signore l’unico Dio a guidare tutti gli avvenimenti verso un fine ben preciso, la redenzione e la conoscenza della sua unicità. Qui la profezia attraverso un avvenimento (l’intronizzazione di Ciro e la sua vittoria su Babilonia) presenta una visione universale che non può avere come centro le imprese di Ciro e la conseguente liberazione della deportazione d’Israele. Perciò questi stessi avvenimenti più che adempimento sono figura di quello che è veramente l’evento che fa scattare la conoscenza universale di Dio: l’evento s’incentra sull’Eletto, il Servo del Signore, il cui sacrificio è il principio della redenzione e quindi della conoscenza di Dio da parte di tutti gli uomini, come Egli stesso dice: «Poiché tu gli hai dato potere sopra ogni carne, perché egli dia la vita eterna a tutti coloro che gli hai dato. Questa è la vita eterna: che conoscano te, l’unico vero Dio, e colui che hai mandato, Gesù Cristo» (Gv 17,2-3). La sua regalità poi non si afferma lottando contro gli uomini ma contro il principe di questo mondo, come ancora Egli afferma: «Ora è il giudizio di questo mondo; ora il principe di questo mondo sarà gettato fuori» (Gv 12,31).

SALMO RESPONSORIALE                                  Sal 95

R/.  Grande è il Signore e degno di ogni lode.

Cantate al Signore un canto nuovo,

cantate al Signore, uomini di tutta la terra.

In mezzo alle genti narrate la sua gloria,

a tutti i popoli dite le sue meraviglie. R/.

Grande è il Signore e degno di ogni lode,

terribile sopra tutti gli dèi.

Tutti gli dèi dei popoli sono un nulla,

il Signore invece ha fatto i cieli. R/.

Date al Signore, o famiglie dei popoli,

date al Signore gloria e potenza,

date al Signore la gloria del suo nome.

Portate offerte ed entrate nei suoi atri.  R/.

Prostratevi al Signore nel suo atrio santo.

Tremi davanti a lui tutta la terra.

Dite tra le genti: «Il Signore regna!».

Egli giudica i popoli con rettitudine.                  R/.

Grande è il Signore, “la sua grandezza è inesplorabile”, è l’unico grande senza possibilità di confronto e quindi è l’unico degno di ogni lode da parte di tutte le sue creature.

Terribile sopra tutti gli dei cfr. 1Cor 8,4-6 (dei ed eroi della mitologia pagana, nei quali in realtà vede dei demoni, TOB).  terribile perché opera su di loro un giudizio di condanna e li assoggetta totalmente a sé 1Cor 15,25-26. Infatti tutti gli dei delle genti sono nulla, cioè opere delle mani dell’uomo che non possono salvarlo. Tutte le creature dell’uomo, che egli erige a valori assoluti, alla fine lo dominano e lo rendono schiavo. Infatti al di là di queste opere dell’uomo operano i demoni (vedi LXX: sono demoni). Al contrario il Signore è il creatore dei cieli, della parte più sublime della creazione dove, secondo la Scrittura, abita “il principe dell’aria”. Per l’uomo la tentazione consiste nel non fidarsi del Signore e porre fiducia negli idoli.

SECONDA LETTURA                                      1 Ts 1,1-5b

Dalla prima lettera di san Pietro apostolo ai Tessalonicési

1 Paolo e Silvano e Timòteo alla Chiesa dei Tessalonicési che è in Dio Padre e nel Signore Gesù Cristo: a voi, grazia e pace.

In questa prima lettera, Paolo non si qualifica come apostolo perché egli sa che come tale è riconosciuto dalla chiesa di Tessalonica. Associa alla lettera il nome di due suoi collaboratori: Silvano e Timoteo. Silvano, detto anche Sila, ha collaborato con Paolo nella fondazione di questa chiesa. Personaggio eminente della chiesa di Gerusalemme, Silvano fu inviato da questa ad Antiochia come latore della lettera apostolica (At 15,22.32). Dopo la separazione di Barnaba da Paolo, questi aveva associato a sé Silvano. Timoteo era suo carissimo figlio.

La Chiesa dei Tessalonicesi ha il suo essere ed esiste come tale perché è in Dio Padre e nel Signore Gesù Cristo. La sua vita è intima a Dio nella relazione ineffabile del Padre con il Signore Gesù Cristo, che è il Figlio suo. Credendo in Gesù e accogliendolo come Signore e Cristo, la chiesa vive la vita divina, che si esprime nella grazia e nella pace. La grazia è l’effusione incessante dell’amore di Dio sulla chiesa, che è avvolta dalla giustizia di Dio come da un manto e in ogni sua situazione vive nella pace.

2 Rendiamo sempre grazie a Dio per tutti voi, ricordandovi nelle nostre preghiere

Sinceramente Paolo dichiara di ringraziare sempre Dio per tutti i Tessalonicesi, che hanno creduto, e di afre memoria di loro nelle sue preghiere. Egli non dimentica un solo istante i suoi figli. Come faceva l’apostolo a tenere a mente tutti? Perché egli aveva un cuore dilatato, come dichiara: La nostra bocca vi ha parlato francamente, Corinzi, e il nostro cuore si è tutto aperto per voi. Non siete davvero allo stretto in noi; è nei vostri cuori invece che siete allo stretto. Io parlo come a figli: rendeteci il contraccambio, aprite anche voi il vostro cuore! (2Cor 6,11-13).

3 e tenendo continuamente presenti l’operosità della vostra fede, la fatica della vostra carità e la fermezza della vostra speranza nel Signore nostro Gesù Cristo, davanti a Dio e Padre nostro.

Le tre virtù teologali sono l’oggetto dello sguardo costante dell’apostolo sulla sua Chiesa perché è in esse che cresce la conoscenza e la vita di Dio sia nella Chiesa che nei singoli. Le tre virtù teologali si riflettono nei singoli e nella Chiesa secondo caratteristiche proprie a ciascuna: la fede si manifesta nell’operosità. Opera della fede è credere in Gesù e operare nella carità. Questa richiede fatica. La fatica consiste nel compiere quanto la carità esige verso il nostro prossimo, nel farsi a lui prossimo, come insegna il Signore e nel superare quelle barriere che costantemente innalziamo contro di lui. Il dinamismo della vita spirituale è dato dalla speranza. Questa richiede fermezza (ὑπομονῆς). La “pazienza” (traduzione abituale del termine greco) è la forza interiore, che porta a sopportare ogni tribolazione in vista della gloria futura, che si rivela nel Signore nostro Gesù Cristo nel suo giorno, che sarà quello del giudizio davanti a Dio e Padre nostro.

Sappiamo bene, fratelli amati da Dio, che siete stati scelti da lui. Il nostro Vangelo, infatti, non si diffuse fra voi soltanto per mezzo della parola, ma anche con la potenza dello Spirito Santo e con profonda convinzione.

CANTO AL VANGELO                                   Fil 2, 15d.16a

R/.  Alleluia, alleluia.

Risplendete come astri nel mondo,

tenendo salda la parola di vita.

R/.  Alleluia.

VANGELO                                                       Mt 22,15-21

 Dal vangelo secondo Matteo

In quel tempo, 15 i farisei se ne andarono e tennero consiglio per vedere come cogliere in fallo Gesù nei suoi discorsi.

Tennero consiglio, cfr. 12,14; 22,15; 27,1.7; 28,12: in questo ultimo periodo si infittiscono i consigli contro Gesù; gli avversari sentono il bisogno di unirsi in modo compatto contro Gesù.

Coglierlo in fallo (lett.:Irretirlo), solo qui nel N.T.; è la rete tesa per afferrare la preda (cfr. Lc 11,54 Eccli 12,15; 27,26).

16 Mandarono dunque da lui i propri discepoli, con gli erodiani, a dirgli: «Maestro, sappiamo che sei veritiero e insegni la via di Dio secondo verità. Tu non hai soggezione di alcuno, perché non guardi in faccia a nessuno.

I propri discepoli, con il tono di chi vuole imparare. Infatti di fronte a un giovane si ha meno tensione e si è più liberi nell’esporre che di fronte a un maestro.

Erodiani, sono associati ai farisei anche in Mc 3,6 e 12,13. È uno strano accoppiamento. «Gli erodiani ritenevano che tra l’indipendenza ormai impossibile e la totale dominazione romana c’era posto per un mezzo termine, quale il regime di Erode; con questa dinastia semigiudaica c’era ancora una parvenza di autonomia. D’altronde essi dovevano essere diffidenti verso il messianismo, perché erano veramente preoccupati di non toccare la suscettibilità dei Romani e di evitare ogni conflitto con l’Impero» (A. Tricot, Enciclopedia cristologica p. 84).

Sappiamo: quale valore ha questa dichiarazione? Essa è vera. Probabilmente qui la verità è strumentalizzata per uno scopo ben preciso.

Veritiero: in Mt solo qui. Molto usato in Gv (3,33 (Dio); Rm 3,4 (Dio); GLNT: sincero, leale (2Cor 6,8; Gv 3,33; cfr. 7,18; 8,26).

La via di Dio: cfr. Mc 1,3: la via del Signore. (Gv 14,6: «Io sono la via») 9,2: “la via” (= l’evangelo); At 9,2; 16,27; 18,25; 18,26; 19,9.23; 22,4; 24,14. 22; cfr. 1Cor 12,31; 2Pt 2,15. GLNT: «condotta comandata», annunzio della volontà di Dio, del comportamento da lui richiesto (Michaelis,, VIII,247).

Non guardi in faccia ad alcuno: infatti non guardi al volto degli uomini. Caratteristica divina che deve riflettersi nei giudici e in quanti insegnano la Legge (cfr. At 10,34).

17 Dunque, di’ a noi il tuo parere: è lecito, o no, pagare il tributo a Cesare?».

Di’ a noi dunque il tuo parere (cfr. 21,28). Essi vogliono coinvolgere il Messia in questa questione. Come Egli li ha posti di fronte a un aut-aut nella questione del battesimo di Giovanni così ora essi fanno la stessa cosa nella questione del tributo

Tributo cfr. 17,25; 22,19 par. Mc 22,14. Assente nell’A.T.

Cesare. In Mt ricorre solo qui; par. Mc 12,14.16.17. (Lc 23,2: «proibisce di dare le tasse a Cesare»). In altro contesto è usato in Gv 19,12-15: contrapposizione delle due regalità. Il tributo a Cesare creava “un’obiezione di coscienza” in rapporto alla regalità divina espressa nel tributo al Tempio.

18 Ma Gesù, conoscendo la loro malizia, rispose: «Ipocriti, perché volete mettermi alla prova? 19 Mostratemi la moneta del tributo».

La loro malizia, sono degni discepoli dei loro maestri. Qui la cattiveria è in parallelo con l’ipocrisia. In Mt solo qui (cfr. Mc 7,22: le cattiverie escono dal cuore). Lc 11,39: «è pieno di rapina e cattiveria»; At 3,26; Rm 1,29; 1Cor 5,8: malizia e cattiveria – cfr. Ef 6,12. Qui la malizia si esprime strumentalizzando la verità che in modo ipocrita ha professato nei confronti del Cristo.

Ponēría: malizia, può racchiudere in sé la volontà di fare del male (cfr. Gdc 11,27; 15,3; Ne 6,2; Ps 27,4; 72.8.

Perché volete mettermi alla prova? La prova consiste nel porre il Cristo in una situazione pericolosa sia politicamente che religiosamente e alla quale Egli non si può sottrarre dal momento che è maestro che insegna la verità senza riguardo per nessuno. È la situazione capovolta di quella in cui si sono trovati a proposito del battesimo di Giovanni. Il Cristo non fa ragionamenti umani, non si chiude in un “non so”, ma, essendo Maestro veritiero, risponde (cfr. Gv 8,6).

Ed essi gli presentarono un denaro. 20 Egli domandò loro: «Questa immagine e l’iscrizione, di chi sono?». 21 Gli risposero: «Di Cesare».

Immagine e iscrizione. Sono questi i due termini su cui si basa la pericope. Il Cristo è immagine del Padre perciò gli appartiene, come pure l’uomo. Il tributo ha l’immagine di Cesare, perciò appartiene a Cesare.

Allora disse loro: «Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio».

Rendete. Il verbo sottolinea che questa è una restituzione. Il problema consiste di capire bene quello che appartiene a Dio e quello che appartiene a Cesare in quanto autorità temporale. Qui sta la vera teocrazia: non dare a Cesare quello che appartiene a Dio e quindi non divinizzarlo e assolutizzarlo, e dall’altra non dare a Dio quello che appartiene a Cesare cioè trasferire la regalità divina entro le dimensioni della regalità terrena come se questo fosse l’ambito nel quale si esprime. Questo è un costante pericolo: da una parte che il potere totale diventi assoluto ed esclusivo e che dall’altra il sacerdozio si senta a tal punto rappresentante del potere divino da rivendicare per sé anche il potere statale, di essere cioè l’arbitro assoluto.

Il dunque è la conclusione propria di chi sa cogliere la presenza dell’immagine di Dio e di quella di Cesare.

Appunti di omelia

 

Mario: Iscrizione ricorre qui e l’iscrizione sulla Croce in cui si proclama la regalità di Gesù. Si può collegare all’altra pericope quella del didramma al Tempio – paghideuo prendo al laccio (apax N.T.) Dt 7,25: Darai alle fiamme le sculture dei loro dèi; non bramerai e non prenderai per te il loro argento e oro che è su di quelle, altrimenti ne resteresti come preso in trappola, perché sono un abominio per il Signore tuo Dio (c’è il termine in ebraico iaqash che nei LXX è tradotto con un altro verbo): i farisei che vogliono prendere al laccio Gesù sono presi loro al laccio, si verifica quello che è detto nel Dt.

  1. Giuseppe: in tal modo si orienta la parabola in modo preciso. Se le premesse esposte da Mario sono vere ne vengono certe conseguenze: né Gesù fa un enunciato di buon senso (vedi Sinossi Boismard: ho letto la Sinossi prima della Messa e mi sono arrabbiato: dice di comportarsi con buon senso nei confronti dell’autorità romana); non è neppure la distinzione di due sfere. (Vedi Kittel, la voce eikòn sulla moneta). La prima moneta battuta con effigie qui fu una moneta romana con l’istruzione: Tiberius Caesar divi Augusti filius, se questa è la moneta avuta da Gesù è chiaro che si pone subito il discorso dell’antidio. Qui vi è un linguaggio convenzionale, con il quale il Signore accusa la stessa coscienza dei farisei per il loro compromesso con Cesare. Allora si capiscono le due citazioni fatte da Mario: iscrizione che si contrappone a iscrizione; icona che si contrappone a icona.
  2. Umberto: ho sentito molto il cap. 18 di Gv. Non perché c’è scritto Cesare le monete appartengono a Cesare, l’iscrizione dice che appartiene a una sfera che si contrappone a quella divina. C’è un’antitesi tra il mondo e Dio.
  3. Giuseppe: noi in concreto che dobbiamo fare? Confrontando con l’episodio del rabbi di Tiberiade che mai vide una moneta con effigie ci dice che il Signore non ha avuto timore a guardare una moneta. Nella vita del Signore non c’è un purismo assoluto perché tutto finisce sulla Croce. Il Signore ha mangiato, ha amato, ha fatto festa però c’è la Croce. Se vogliamo servirlo bisogna andare più avanti nella povertà, perché nella povertà (in ogni sua forma) è la libertà. In ogni forma di povertà sia fisica che spirituale. Per essere liberi cittadini del Regno bisogna liberarsi anche da tutte le cose, le più piccole. Gesù era qui dove c’era una potenza occupante, eppure ha fatto quello che doveva fare con assoluta libertà. La libertà è veramente interiore. Questo si lega al discorso della carità, perché da questa libertà solo deriva la vera carità (Gerico, 22.10.1972).

PREGHIERA DEI FEDELI

  1. A Dio, Signore di tutto e di tutti, a Lui, cui tutti gli avvenimenti della storia si dirigono, salga ora la nostra preghiera.

Ascoltaci, o Signore.

  • Ti sia gradita la preghiera della Chiesa in ogni popolo della terra perché ovunque dia testimonianza alla tua regalità di pace, noi ti preghiamo.
  • Donaci di amare la povertà del tuo Figlio perché tutti credano per la forza dell’Evangelo e per la potenza dello Spirito Santo, noi ti preghiamo.
  • Accogli il gemito e le lacrime dei poveri e dei sofferenti e sulla terra scenda come rugiada la vita, noi ti preghiamo.
  • Dona sapienza alle autorità civili perché cerchino il bene comune, la giustizia e la pace, noi ti preghiamo.
  • Rivesti di esultanza i nostri giovani perché cerchino il tuo volto, noi ti preghiamo.

O Padre, a te obbedisce ogni creatura nel misterioso intrecciarsi delle libere volontà degli uomini; fa’ che nessuno di noi abusi del suo potere, ma ogni autorità serva al bene di tutti, secondo lo Spirito e la parola del tuo Figlio, e l’umanità intera riconosca te solo come unico Dio.

Per Cristo nostro Signore.

Amen.