Il percorso dell’identità giovanile oggi

Giancarlo De Nicolò


Si potrebbe incominciare col dire: c’era una volta un’immagine chiara di «giovani», non necessariamente rassicurante, ma almeno definita, dai contorni ben evidenti. A costruire questa immagine ci pensavano (soprattutto) la società nel suo complesso, gli adulti, l’immaginazione collettiva da una parte, e le scienze sociali dall’altra: da queste due fonti derivavano interpretazioni, giudizi di valore sul mondo giovanile. In verità ogni «mito» sociale viene costruito e mantenuto in tal modo; questo non toglie che oggi siano particolarmente fiorenti «definizioni» sui giovani.

LA CONDIZIONE GIOVANILE TRA MITI COLLETTIVI E CATEGORIE «POVERE»

Uno dei motivi sottostanti a questo particolare processo di «definizione» del mondo giovanile è precisamente di «controllare» in qualche modo questo universo: definire per neutralizzare, appunto, anche se l’immagine può risultare pericolosa (nell’immaginazione collettiva, per i vertici istituzionali, per il mondo degli adulti). A questo scopo sono serviti quei «miti sociali» che si sono costruiti sui giovani: tentativo di imprigionare una realtà sfuggente nel quadro di una definizione univoca, quasi per ridurla all’impotenza.

I «miti» dell’immaginazione collettiva

Così descrive Alberoni il cumulo di immagini che si ha nel complesso riguardo ai giovani: «Si sente dire che i giovani sono contestatori, che non hanno più l’etica del lavoro, che sono politicamente radicali, di estrema sinistra, che se ne vanno da casa presto, per vivere in gruppi o comunità. Che sono idealisti, altruisti, generosi, ma anche aggressivi, impulsivi e sconsiderati. Che vivono di utopie, di sogni, ma anche solo del presente, senza prospettive».
Dagli inizi degli anni ’60 in poi, secondo Alberoni, si è cristallizzato il mito di una «cultura giovanile» contrapposta a quella adulta in modo radicale e per sempre: «l’idea cioè che ci fosse una nuova specie umana, i giovani, portatori di una mentalità totalmente aliena, e che così le cose sarebbero rimaste fino alla fine dei secoli».
Da questa «idea» si può intravvedere una duplice direzione. La prima è rappresentata dal rifiuto dei valori tradizionali e dall’incapacità di proporne di nuovi.

I nuovi indifferenti

Su questo tenore si muovono le interpretazioni legate alle immagini del «riflusso», dei giovani come «nuovi indifferenti», che sono via via emerse nel corso degli anni ’70.
Si sarebbe dunque passati dall’integrazione nei valori-cardine della società a una situazione in cui prevale lo sradicamento, lo scetticismo, un nuovo conformismo.
Tale giudizio sarebbe condiviso non soltanto dagli adulti, particolarmente quelli che hanno impegni educativi, che in certo modo si sentono portatori e continuatori di un mondo ben fissato di valori e norme che sono stati i punti di riferimento della loro socializzazione, ma anche da quanti in un recente passato hanno vissuto e sperimentato forme di partecipazione e di militanza collettiva che oggi sembrano sconfessate.
Apparirebbe così evidente la frattura tra l’esperienza di chi ha vissuto le istanze della contestazione e della speranza di mutamento, e la situazione di «stanca» sociale, di indifferenza, di nuovo consumismo, di individualismo che sembra oggi caratterizzare la condizione giovanile.

Nell’alveo dei valori perenni

Una seconda direzione si colloca invece al polo opposto, e vede il giovane, «uomo nuovo della storia», collocato nell’alveo sicuro dei valori perenni. Un giovane che non solo starebbe riscoprendo la famiglia, la scuola, il lavoro, e globalmente le istituzioni, ma che anche accresce il suo interesse verso la politica, riscopre il sacro come elemento fondamentale del senso, ritorna ad assaporare grandi ideali nelle nuove appartenenze (soprattutto religiose)
Non solo. Il mito collettivo, assecondato dai mass-media, ha associato questa nuova immagine ad un’altra che evoca emozioni e storia: i giovani sarebbero i propugnatori e gli esponenti di una «rivoluzione silenziosa» il cui sviluppo pieno sarà garantito dallo scorrere del tempo, per il semplice fatto che i giovani prenderanno il posto delle generazioni più anziane. Il contenuto di questa rivoluzione silenziosa sarebbero i valori post-materialisti della realizzazione personale, del coinvolgimento estetico, dell’internazionalismo, della maturità collaborativa, del rispetto ecologico (cf R. Inglehart, La rivoluzione silenziosa).
Con il rischio però di vedere facilmente quest’immagine frantumata dal processo di emarginazione e da fenomeni come la devianza, la droga, la criminalità…
Il mito collettivo non riesce a districarsi da immagini legate a un terreno che gli è proprio, in cui è nata la cultura «adulta»: tra le due immagine contrapposte dei giovani come «senza padri né maestri» o come «non lontano dai padri» (entrambi sono i titoli di due ricerche recenti sulla condizione giovanile).

Le categorie «classiche» delle scienze sociali

Al tentativo di definizione univoca, di omogeneizzazione non sfuggono neppure molte indagini sul mondo giovanile.
Alcune ragioni sono certamente l’approssimazione degli strumenti utilizzati e il carattere ideologico di certe ricerche; ma vi è anche una ragione di fondo direttamente collegata con la natura propria delle scienze, sempre alla ricerca di spiegazioni unitarie e «definitive».
Ma non è possibile individuarne una che da sola interpreti e spieghi la realtà, la complessità del reale. Ci si può più o meno avvicinare, più o meno allontanare; o certune sono più utili di altre per verificare certe ipotesi, ma nessuna può essere presa come la categoria descrittiva o interpretativa.
Così è successo in certe analisi che hanno utilizzato i concetti di generazione, classe, cultura, come capaci di descrivere e interpretare ogni fenomeno giovanile. Si interpretava allora una certa sua omogeneità come essenzialmente dovuta al rapporto/opposizione tra giovani e adulti, tra figli e padri (di generazione appunto), come se i cambiamenti nella struttura fondamentale della società fossero direttamente correlati con le nuove generazioni.
Oppure, esaminando la condizione giovanile sotto l’aspetto di «classe», si veniva a configurare la nascita (o l’esistenza) di un nuovo soggetto storico, presente nel processo di sviluppo della storia con una coscienza ben precisa, strutturata entro precisi rapporti di produzione, capace di catalizzare attorno a sé altre forze sociali.
O ancora si veniva a presupporre una unitaria coscienza o cultura, capace di rappresentare in maniera coerente bisogni, rappresentazioni della realtà, ipotesi di progettualità, elaborazione di valori.

Verso nuove categorie descrittive e interpretative

Nuove strade sono state intraprese per una corretta comprensione del mondo giovanile.
Anzitutto si è affermata la necessità di coniugare contemporaneamente categorie di tipo strutturale, oggettivo, e di tipo culturale, soggettivo.
L’analisi delle condizioni obiettive entro cui si svolge l’esperienza umana dei giovani (in altre parole le coordinate storiche, sociali, politiche, economiche, culturali che caratterizzano un sistema sociale, e i processi cui sono sottoposte) deve essere collegata con l’insieme delle risposte che i giovani elaborano in rapporto ai processi di cui sono oggetto (e che costituiscono globalmente la soggettività giovanile). Questo, sia per non cadere in interpretazioni deterministiche (i processi sociali determinano totalmente il mondo dei giovani), sia per non considerare i giovani una specie di isola felice, di terra di nessuno, che si genera e costruisce da sé. Tuttavia è da sottolineare il crescente peso delle variabili di tipo soggettivo per spiegare il mondo giovanile, e l’affermarsi di interessi nuovi di ricerca, come il problema dell’identità, degli orizzonti culturali, e la temporalità come parametro dell’esperienza dei giovani.
In secondo luogo ci si rende sempre maggiormente conto che la condizione giovanile non è unica, omogenea, indifferenziata, ma è essa stessa stratificata. Non esiste la condizione giovanile, ma una articolata, stratificata e differenziata realtà giovanile, sia sul piano strutturale che soggettivo.
Alle tradizionali differenziazioni di età, sesso, estrazione sociale, area geografica, tradizione culturale, sono infatti da aggiungere quelle relative alle diverse esperienze e itinerari della condizione sociale dei giovani (nella scuola o nel lavoro, nell’uso del tempo, nel rapporto con le altre istituzioni, nelle appartenenze…), e quindi ai diversi percorsi di identità intrapresi.
Non per niente, per comprendere la realtà giovanile, vengono oggi utilizzate categorie che già nel loro senso implicito indicano molteplicità e differenziazione. Oppure categorie che sono così «neutre» da poter essere riempite da ogni possibile differenziazione, come quando ad esempio si afferma che i giovani sono «un tempo», o che possono essere contemporaneamente «una condizione e un processo».

Dalla marginalità all’adattamento

In questo quadro si comprende allora come si tenti oggi di fare una lettura della condizione giovanile non utilizzando solamente una categoria di lettura, ma attraverso un uso combinatorio di più parametri .
Le categorie maggiormente utilizzate, e che possono essere considerate non solamente descrittive, ma interpretative del mondo giovanile, sono essenzialmente le seguenti:
– la marginalità, che sottolinea soprattutto il processo strutturale che confina i giovani «ai margini» della società, isolandoli e neutralizzandoli, privandoli dei diritti sul piano della partecipazione e del potere.
Le conseguenze più rilevanti per i giovani stessi sono, oltre all’esclusione, l’interiorizzazione stessa della «cultura dell’emarginazione»;
– la frammentarietà, letta come venir meno di una coscienza collettiva e come segmentazione del tessuto individuale, dovute soprattutto al fenomeno della perdita del centro e alla crisi dei processi di socializzazione;
– la eccedenza delle opportunità: la società complessa permetterebbe la opportunità di percorrere itinerari diversificati di realizzazione, di moltiplicare le esperienze, nell’assunzione di un modello di identità flessibile e mobile. Il campo tuttavia in cui i giovani ricercano la loro realizzazione, diventa oggi quello ristretto delle esperienze personali e delle relazioni micro-sociali, in una specie di «adattamento» alle soluzioni possibili e realizzabili

Il punto di vista dell’identità

Nel tentativo di lettura della condizione giovanile che segue, queste categorie servono da sfondo.
Il punto di vista che verrà assunto sarà quello dell’identità soggettiva. Tutti i processi e gli elementi di marginalizzazione, di frammentazione e di complessificazione infatti toccano il giovane non solo nella sua esposizione sociale, nella sua relazione con il mondo degli adulti… ma soprattutto nella sua identità personale, soggettiva: ne ridisegnano i tratti costitutivi, ne tracciano nuovi itinerari e percorsi, ne ristrutturano le modalità.
L’identità del giovane diventa il luogo privilegiato dove leggere i mutamenti della condizione giovanile e della stessa società nel suo insieme.

IL PERCORSO DELL’IDENTITÀ GIOVANILE

Parlare del percorso dell’identità giovanile è come rivedere quanto riguarda i giovani, nelle loro omogeneità e differenziazioni, da un particolare punto di vista: il «sostrato» che «sostiene» ciò che i giovani sono o fanno.
Sembrerebbe quindi non aggiungere quasi nulla all’analisi se non, forse, il punto di vista del soggetto, come un mondo visto dal «di dentro» invece che dall’esterno, come avviene solitamente.
Infatti, le analisi sui giovani vertono generalmente sui loro «segmenti di vita», sull’esame delle varie agenzie di socializzazione, sul rapporto generazionale, su alcuni aspetti di cultura che li rendono o del tutto simili o del tutto diversi dalla cultura degli adulti.
Oppure si è soliti delineare un identikit, quasi una carta di riconoscimento: dove al massimo l’identità viene rintracciata in una specie di identificazione (positiva o negativa) con la società; dove i criteri di costruzione, di realizzazione dell’identità sono prevalentemente esterni all’individuo stesso.

Un nuovo «terreno di lotta»

Oggi si riconosce che qualcosa (e qualcosa di sostanziale) è mutato; si assumono nuovi punti di vista: quello dell’identità come un terreno di lotta, che esprime la presenza di un soggetto autonomo che lotta per la sopravvivenza dello spazio del sé, che non accetta più identità già costruite, quasi etero-dirette.
È infatti, il problema principale avvertito oggi, non solo a livello giovanile, è quello di avere un’identità, essere qualcuno, essere se stessi. E in ogni caso i criteri di questa costruzione o ricerca sono interni, non più fissati in un modello proposto o imposto dall’esterno: soggettivi, non oggettivi .
Si potrebbe dire che anche l’identità oggi è avvertita come una scelta, non più come un dato o destino ineludibile. Questo significa che il giovane avverte che può effettuare percorsi diversi e differenziati per essere se stesso, che un percorso vale l’altro, che può realizzare un’identità «multipla» o avere tratti di identità fra loro non congruenti o contraddittori, che può immaginare diverse biografie di sé, o diverse appartenenze in cui può vivere ed esprimere se stesso senza per questo essere meno «autentico» .
La coscienza di un qualcosa di nuovo che sta avvenendo a livello giovanile, di una coscienza diversa di sé, ha spinto così alla utilizzazione di nuove categorie da parte dei ricercatori: il tema dell’identità così appare rilevante, oggi, forse decisivo.

Criteri soggettivi, senso, valori

Da una parte infatti sono mutati i criteri di definizione (o di costruzione) dell’identità giovanile: non più l’identificazione (soprattutto di ruolo), e quindi criteri dal di fuori, ma di tipo soggettivo, dal di dentro.
Ma soprattutto l’identità è intesa come collegata in modo radicale ai problemi del senso (e dei valori). Il senso non soltanto dell’agire individuale e collettivo, ma il senso nel suo significato più ampio: il senso dell’esistere, del «dove si va, da dove si viene». Ora, il problema del senso è un problema che oggi radicalmente si pone in un contesto di complessità sociale e di crisi
La modernità infatti ha «liberato» una varietà di processi che indeboliscono o minano, relativizzandoli, i contesti di significato tradizionali all’interno dei quali l’individuo può dare senso alla sua vita.
La riflessione sull’identità non può che sorgere in un contesto di crisi, dove più nulla è dato per scontato, dove valori e certezze si rimescolano in un calderone senza immaginare la mistura che ne potrà uscire. Là dove all’esterno le garanzie mancano, il soggetto è portato a rivolgere lo sguardo sul sé. È la modernità, o se si vuole la «nuova» modernità che si chiama complessità sociale della società postindustriale, che porta con sé la maggior attenzione al mondo dell’individuo e una maggior riflessività, che fa risorgere le tematiche del senso e dei valori, e quindi dell’identità. Essa diviene così una spia rivelatrice non solo di quella particolare direzione verso cui procede il mondo giovanile, ma della direzione verso cui si dirige la società stessa nel suo complesso. Il problema dell’identità per i giovani oggi richiama quest’insieme di cose, radicalizza il problema di fondo, diventa il nuovo campo di lotta, il simbolo e il contenuto assolutamente da riappropriarsi.
Ma il discorso non è così chiaro e definito come potrebbe apparire: il problema dell’identità è e rimane un problema, soprattutto per i giovani: se è vero che ogni loro domanda è filtrata dal bisogno di identità, è altrettanto vera la crisi di identità, la difficoltà dell’espressione o realizzazione di sé.
La varietà dei percorsi di identità tipica della condizione giovanile esprimerà ancora una volta il carattere di differenziazione del mondo sociale, e l’ambiguità delle sue direzioni e del suo senso.

Identità e complessità sociale

Come si costruisce, come si struttura, come funziona, come entra in crisi l’identità dei giovani?
Non è difficile tracciare il percorso «teorico» dell’identità: esso è il collaudato «campo di lavoro» di diverse discipline, e una sintesi è abbastanza facilmente ricostruibile .
Esso ruota, da un punto di vista psicologico, attorno ai temi della strutturazione interna della personalità, e della stabilità e coerenza del suo nucleo più profondo: essere uguali a se stessi, nella costante capacità di padroneggiare la propria esistenza, di fronte alle forze disgregatrici interne e alle sfide esterne.
E, da un punto di vista psico-sociologico, esso ruota attorno ai temi dell’interazione e identificazione, della interiorizzazione dei valori di un determinato sistema sociale; in una parola attorno ai temi della socializzazione: l’identità sarebbe così la parte socializzata dell’io.
Occorre però contestualizzare storicamente il percorso dell’identità, e considerare quindi le mutate condizioni culturali e strutturali, e soprattutto i nuovi modi e meccanismi attraverso cui gli individui riorganizzano e rielaborano la propria soggettività. L’identità allora sembra mutare nella sua stessa struttura. Basta pensare a quanto si è detto precedentemente circa la frammentarietà e la «differenziazione sociale», che è poi una delle conseguenze più rilevanti della complessità assunta dalla società oggi: appare chiaro come sia venuto a mancare oggi quell’universo simbolico unitario (rappresentato nelle società premoderne dalla religione, o ultimamente dalle grandi ideologie laiche) capace di integrare le diverse norme e ambiti istituzionali, e di dare significato alla vita dell’individuo.
Le conseguenze per l’identità sono rilevanti .
Da una parte essa diventa sempre più un problema soggettivo per l’individuo, non più un destino imposto ma una scelta; e d’altra parte essa non trova più né nelle istituzioni, né nel senso oggettivo, né nella vita quotidiana la sua legittimazione e coerenza.
Tale processo di disgregazione, di frantumazione avviene attraverso la interiorizzazione delle contrastanti definizioni della realtà, cognitive e normative, mediate da varie agenzie concorrenti, presenti fin dagli anni cruciali della socializzazione.
In questo quadro possiamo leggere e interpretare l’identità delle giovani generazioni. L’identità giovanile (il percorso «giovanile» dell’identità) sembra infatti in certo modo riassumere ed evidenziare tutte le problematiche suaccennate.

PROCESSI, MODALITÀ, CONTENUTI DELL’IDENTITÀ GIOVANILE

Entriamo più a fondo nel tema. Il procedimento d’obbligo impone una «rivisitazione» storicizzata di processi, modi, contenuti.

I processi dell’identità giovanile

La funzione e il «peso» della socializzazione primaria e di quella secondaria, nella costruzione dell’identità dei giovani oggi, sono notevolmente variati. Fino a non molto tempo fa, la socializzazione primaria era ritenuta decisiva per la formazione di personalità (identità) coerenti, stabili.
Differenze di esiti (di valori interiorizzati, di motivazioni, di prospettive) dipendevano soprattutto dalla diversità dei contesti sociali di origine. Ne usciva un’immagine di individuo sufficientemente integrato nel sistema culturale, e le possibilità di cattiva riuscita, di non «funzionamento», erano ritenute incidenti di percorso.
Le socializzazioni successive, quelle cosiddette secondarie, non dotate di forte carica emotiva, meno decisive ai fini della costruzione de sé e dell’inserimento sociale, in fondo immettevano solamente in settori specifici della società, attraverso un ruolo che incideva scarsamente sull’identità personale .
A tutto questo conferiva legittimazione non soltanto il «successo» garantito, ma soprattutto l’ideologia di fondo del sistema (magari sostenuta anche da temi religiosi). Oggi la socializzazione primaria non è così decisiva e strutturante, mentre quella secondaria è tutt’altro che marginale e superficiale .
Già dalla socializzazione primaria l’individuo esce con una struttura di identità meno unitaria: perché si interiorizzano, già a livello di infanzia, mondi diversi di significato, di significati non congruenti, accostati l’uno all’altro senza un ordine gerarchico, appresi tutti come egualmente importanti, o tutti egualmente insignificanti. Sono certamente da chiamare in causa fenomeni come il pluralismo culturale soprattutto in ambito metropolitano, l’esposizione precoce ai massmedia, la caduta di forti identità collettive e di certezze assolute…
La socializzazione secondaria così non è più la conferma, l’interiorizzazione ulteriore di qualcosa già appreso e stabile, ma diventa a sua volta il luogo dove nuovi apprendimenti sono possibili, dove possono essere sottolineati o negati taluni aspetti di identità precedente, o dove possono esserne costruiti altri di totalmente nuovi e importanti.
Anzi, dal momento che la socializzazione secondaria avviene attraverso esperienze e in luoghi «affettivamente caldi», è facile pensare che i nuovi contenuti siano caricati di forte tensione emotiva, che permette una maggiore interiorizzazione, un conferimento di rilevanza più decisivo.
Occorre sottolineare infatti la crescente importanza che assumono i meccanismi di trasmissione di tipo orizzontale, rispetto a quelli di tipo verticale.
La socializzazione secondaria, in altre parole, viene sempre meno mediata da canali come la famiglia di origine o il contatto con adulti (educatori, insegnanti, preti…), e sempre più invece da forme che hanno il loro centro nella esperienza scolastica e associativa (o di lavoro, per chi ce l’ha): in una sfera quindi a metà strada tra quella pubblica e privata.
Ciò non fa che sottolineare la difficoltà di integrazione interna di ciò che viene appreso e interiorizzato, dal momento che la socializzazione secondaria (soprattutto quella di tipo orizzontale) molte volte funziona come fonte di dissenso latente o palese, di demotivazione rispetto ai valori istituzionalizzati, di rottura di ciò che precedentemente funzionava nel senso dell’integrazione rispetto al sistema sociale e culturale.
Una rottura che ovviamente si riflette all’interno del soggetto stesso. Mutano infatti, attraverso i diversi processi descritti, l’immagine e la struttura stessa dell’identità.

Uno sbocco non consolidato

Come ci sono molte vie, molti canali attraverso cui si «portano contributi» alla costruzione dell’identità, così pure l’identità stessa rispecchia in sé i molteplici modi della sua formazione.
È un’identità non più unitaria, ma quasi un mosaico di «pezzi»: l’unità sta nell’accorpamento delle parti che lo compongono.
Per di più, se la via all’identità è molto soggettivizzata, mancando i referenti tradizionali e oggettivi, l’identità stessa è soggetta alla mutevolezza.
Lo sbocco non è più pertanto consolidato, sicuro. E l’incertezza stessa dello sbocco diventa incertezza dell’identità; l’apertura a varie forme di identità consolida sempre più un’immagine di identità «disponibile» a molteplici possibili sbocchi.
Il rischio ovvio, ma non è solo «rischio», è quello della dissoluzione, della frammentazione interiore, o di una facilità di scelte e comportamenti non dotati di unità e coerenza. Il desiderio e la ricerca di «essere se stessi», di vivere nella autenticità, così tipici dei giovani almeno nelle loro affermazioni, non assume così i caratteri che gli adulti ed educatori si aspetterebbero. La coerenza, il «se stesso» non è un criterio interno, ma esterno al soggetto: sta nella flessibilità, nel rifiuto dell’immagine precostituita, nelle diverse realizzazioni.

Le modalità dell’identità giovanile

Già dall’analisi dei processi della sua formazione, sono emersi alcuni caratteri dell’identità stessa:
– la riflessività (tipica di una condizione in cui la crisi esterna porta il soggetto a riflettere maggiormente sul sé);
– l’apertura e flessibilità (come conseguenza della «mancanza di centro» culturale e davanti alla pluralità di opportunità);
– e il carattere conseguente di scelte, che essa assume, intesa anche come coproduzione di senso dell’azione invece che di assunzione di un senso predefinito.
Vi sono anche altre caratteristiche che meritano di essere approfondite. Ne sottolineiamo quattro.

Identificazione «strumentale»

La prima è l’atteggiamento strumentale, più che di identificazione totale, nei confronti delle varie opportunità delle situazioni di vita e nei confronti delle istituzioni.
Questo vale soprattutto verso due realtà che nel passato occupavano una posizione rilevante nel processo di definizione e costruzione dell’identità: il lavoro e la partecipazione politico-sociale.
Anche se le ricerche confutano gran parte delle affermazioni prevalenti circa il rifiuto o disaffezione giovanile del lavoro, mettendo in risalto pluralità di atteggiamenti, resta tuttavia sempre più problematico il «posto» che l’esperienza di lavoro (o i significati conferiti a tale esperienza) occupa nel processo della definizione di sé.
La prospettiva del lavoro inteso come «vocazione» o partecipazione ad un processo di sviluppo positivo della società e della realtà, che un tempo non tanto remoto era decisiva e centrale nella definizione del sé individuale e collettivo, perde decisamente di rilevanza.
Altri sono gli spazi avvertiti come propri dell’identità: e infatti è necessario «definire» il proprio tempo di vita, prima di collocarvi al suo interno l’esperienza del lavoro. E i contenuti di quest’ultima sono importanti solo nel caso che le condizioni dell’esperienza stessa sottolineino l’attenzione al personale o all’interpersonale ristretto.
Lo stesso, più comprensibilmente, può essere detto circa la prospettiva di partecipazione politico-sociale. Nessun progetto o utopia sociale si presenta come capace di conferire dall’esterno unità e totalità alla esperienza del giovane. Non vi è piena identificazione con nessuna delle istituzioni una volta mediatrici di progetti, di scelte radicali, di valori culturali.
Oltre all’oggettiva perdita di credibilità di esse, uno dei motivi dell’atteggiamento pragmatico/strumentale dei giovani nei loro confronti sta nel fatto che un forte investimento emotivo è avvertito come «pericoloso» per i giovani stessi: esso comporterebbe la preclusione di altre possibili scelte, di altre prospettive di azione.
Questo anche nei confronti della famiglia stessa: dove il «ritorno alla famiglia» delle attuali generazioni è probabilmente da leggere più nel senso di una rivalutazione affettiva (per gli effettivi mutamenti nel senso della «permissività» e maggior tolleranza, o come luogo di stabilità emotiva e sicurezza economica) che non nel senso di una accettazione degli orientamenti di vita e valori familistici. Questa situazione di «identificazione strumentale» non totalizzante fa guardare con sospetto a qualche appartenenza (istituzioni o movimenti, di tipo politico e ecclesiale) in cui l’identificazione è troppo forte. Ci si chiede di quale tipo di identità c’è bisogno, e quale identità è sostenuta in questi casi.

Un’attesa stabilizzata

Un’altra caratteristica è la non tensione verso lo status adulto, verso l’autonomia di vita e l’emancipazione. Ciò non significa che i giovani non mirino all’inserimento sociale o che non finiranno per farlo, ma che mentre sono in questa condizione di attesa (che è sempre più prolungata) e come tali acquisiscono capacità e atteggiamenti, essi possono vivere altre condizioni già all’insegna della stabilità. La giovinezza non è più da considerare come una condizione caratterizzata unicamente dall’attesa dell’ingresso nella società, dove l’educazione e la socializzazione avrebbero unicamente lo scopo di essere in funzione propedeutica ai valori sociali e ai ruoli adulti. Essa viene vissuta come «spazio e tempo» valido di per sé, dove l’identità viene acquisita e vissuta per qualcosa che è all’interno di essa, non come qualcosa che è definita dal di fuori: l’affacciarsi al mondo adulto non costituisce più una ragione di vivere, la tensione del giovane.

Provvisorietà come stato di vita

Perché questa non-tensione verso lo status adulto, che dà l’idea non solo di un processo di costruzione dell’identità autonomizzato dal sistema dei ruoli (e quindi dal sistema dei simboli sociali ad essi associati), ma anche quella (errata) di una globale destrutturazione e dissoluzione? Perché è proprio la complessità sociale, l’incertezza del futuro che diventa motivo di non scelta, di accettazione della provvisorietà come stato di vita, paura della stabilità, della «non reversibilità».
Gli esempi sono molteplici: giovani che «preferiscono» lavori precari ad impieghi stabili e sicuri perché così non «ipotecano» il loro futuro; studenti che imparano non perché hanno in mente una meta professionale specifica, ma perché vogliono poter scegliere, domani, fra diverse mete; donne che rinunciano alla maternità o dilazionano la nascita di un figlio per non restringere drasticamente il ventaglio delle proprie biografie possibili; lavoratori dipendenti che vivono la loro condizione professionale come puramente provvisoria, in una «sospensione continuamente rinnovata»: sono tutti in qualche modo esempi di comportamenti governati da un principio di reversibilità delle scelte, dalla preoccupazione di non imboccare strade senza ritorno o senza ramificazioni.
Il passato (la storia, la memoria) e il futuro (il progetto di vita, i ruoli assunti come «senso» definitivo dell’azione) diventano sempre meno condizionanti, sempre più irrilevanti. La produzione del senso e dell’identità tende ad un restringimento delle prospettive temporali, in favore di un presente aperto, o di un futuro che si presenti come «orizzonte» il più ampio possibile di scelte, da cui si possa facilmente tornare indietro .
Come il passato e il futuro remoti cessano di orientare rigidamente le scelte, così i momenti «orizzontali» dell’esperienza perdono progressivamente la loro integrazione: possono assumere un senso «carico» pratiche o ambiti parziali, «locali», che diventano in tal modo centri fondamentali di senso e di identità per l’individuo.
Viene ancora una volta sottolineato il carattere di «combinatoria» che assume l’identità: un mosaico o puzzle di pratiche, il cui senso viene dai singoli pezzi o dall’insieme apparentemente non coerente e unitario. Questa tesi della «reversibilità delle scelte» non deve essere assunta «in assoluto» nella sua globalità e «durezza». Infatti nessuna identità può reggersi senza un minimo di stabilità, di strutturazione interna, in una sospensione illimitata. Un’ipotesi interpretativa più adeguata dell’identità giovanile richiama concetti come «stabilità/sperimentazione»: la sperimentazione di identità nuove si muove da una «base» sicura alla quale si può tornare ogni momento, mentre la reversibilità delle scelte sarebbe limitata, nella maggior parte dei casi, alle scelte non fondamentali, quelle che non mettono in gioco direttamente l’identità personale. Ne esce però sempre l’immagine di un giovane come «soggetto multiplo», dall’identità aperta e mutevole, non più monolitica e decisa fino in fondo una volta effettuate delle scelte.

Presentismo e destrutturazione temporale

Le considerazioni precedenti suggeriscono di considerare più da vicino il rapporto che intercorre tra identità e temporalità. È noto che l’identità non solo è soggetta al tempo, ma si definisce nel rapporto col tempo: il tempo della storia, il tempo biografico, cioè il rapporto tra il proprio passato, presente e futuro, e il tempo di vita, cioè i modi coi quali si gestiscono nel tempo quotidiano i rapporti con se stessi e la realtà che ci circonda.
Ora, per quanto riguarda la condizione giovanile, una delle caratteristiche più notevoli è la presenza, presso una minoranza significativa in via di estensione, della cosiddetta sindrome di destrutturazione temporale, leggibile in termini di «assenza o frammentazione della memoria storica, labilità dell’orizzonte temporale dei progetti che coinvolgono la definizione dell’identità personale, assenza di criteri relativamente persistenti di allocazione del tempo quotidiano» (A. Cavalli). Si nota così un elevato grado di dissociazione tra tempo individuale e tempo sociale, e tale dissociazione attraversa tutte e tre le dimensioni della temporalità. Ne risulta l’incapacità del giovane ad allacciare rapporti istituzionali, il rifiuto e l’estraneazione, in nome di un «presentismo» che scandisce una successione di momenti o esperienze, vissuti tutti, però, al presente, in un’esperienza del tempo come un grande contenitore riempito alla rinfusa.
Questa modalità dell’esperienza del tempo in rapporto alla propria identità appare, per il mondo giovanile, sempre più consistente, e attraversa le classi di appartenenza. Queste ultime, però, definiscono i modi in cui tale sindrome si manifesta e i significati diversi che essa assume.

Il risultato: un’identità debole

Quale identità allora è costruita dai processi descritti, ed è capace di sostenere le diverse modalità con cui si presenta nella situazione di oggi?
Si è parlato di identità debole, dal respiro leggermente nichilista.
Occorre però una precisazione. Dire identità debole non nega il fatto di un’identità che esiste, che si struttura come «sostrato» di fondo delle persone, capace di sostenere in qualche modo una certa unità della persona pur nella diversificazione delle scelte, nell’apertura, nella destrutturazione temporale. È quindi la capacità di conferire senso alle azioni e alle scelte, di attingere ai valori.
Ma d’altra parte il carattere di debolezza sottolinea il fatto della struttura non più monolitica dell’identità, della non-identificazione totalizzante con nessun progetto o istituzione, della instabilità, della frammentazione e irrilevanza (dovuta ai processi sociali di emarginazione a cui è sottoposto il giovane). Sottolinea insomma il carattere accentrato dell’identità stessa: non più un «sole» a cui tutto si riferisce, ma un reticolo, un tessuto di correlazioni, dove l’identità stessa è soprattutto capacità di imboccare continuamente vie nuove, e di ripercorrerle, se necessario, a ritroso.

I contenuti dell’identità giovanile

Se è vero che sono diversi dal passato i processi che portano oggi i giovani alla costruzione della loro identità, appare evidente la coscienza di diversità che i giovani hanno rispetto agli adulti, alla società.
Ma tale consapevolezza appare ancora più evidente se si esaminano i contenuti su cui è costruita l’identità giovanile e che essa stessa è capace di produrre e sostenere.
Definire questi contenuti è introdurre il discorso sulla cosiddetta «cultura giovanile». Senza scendere nei problemi che tale termine immediatamente suscita, è possibile tracciare alcune direzioni, cogliere alcuni tratti distintivi e definitori.
Sono in molti ormai a riconoscere che aldilà di ogni differenziazione tra i giovani (dovuta a fattori come la classe di appartenenza, la situazione ambientale ed esperenziale, il sesso, l’età), il nucleo centrale comune è l’attenzione per l’individuo e per le sue problematiche, un’acuta sensibilità per le tematiche dell’esperienza soggettiva, una notevole espansione dell’area del privato, una ricerca di realizzazione del sé. Ma un individuale, un privato non nel senso dell’individualismo o privatismo classico, bensì un individuale che assume sempre più connotati relazionali, in una sfera limitata di azione nel quotidiano e in una prospettiva temporale presentizzata.

L’individuo, nuovo soggetto storico

Il «nuovo soggetto storico» è dunque l’individuo, con la sua rete di rapporti e di relazioni, che costruisce un’identità legittimata nella stessa soggettività, che in ultima analisi accetta di vivere in una situazione di «relativismo valoriale», perché i suoi bisogni non sono mai incanalabili o saziabili in un unico modello, attraverso scelte definite e coerenti.
Valori e progetti sono intesi come praticabili solo soggettivamente, non socialmente, e nel breve respiro della quotidianità .
Si salda così, in questa interpretazione, l’immagine di identità tratteggiata precedentemente, con quella della «cultura»: a un’identità aperta, debole, di bassa intensità, leggermente nichilista, corrisponde un universo culturale tracciato nei confini del quotidiano e disegnato sulla misura dell’individuo.
Ora, è proprio il restringimento della maggior parte delle attese all’ambito della vita quotidiana che permette di cogliere alcuni tratti distintivi di tale individualismo. Il giovane espande a dismisura tutto ciò che rientra nell’ambito che gli è più vicino e che può manovrare: la vita quotidiana, appunto, dotandola di grande intenzionalità, di senso soggettivo, ivi ritrovando valori, soddisfazione dei bisogni, la sua realizzazione personale, il senso, l’identità.
Il criterio ultimo delle scelte sembra pertanto risiedere proprio lui, nell’atteggiamento pragmatico di fronte alle cose e nella realizzazione degli spazi intermedi dell’esistenza. Non soltanto però l’aspetto della realizzazione di sé: anche la sfera dei rapporti interpersonali, come dimostra la centralità accordata alla sfera affettiva, al gruppo dei pari, ai rapporti faccia a faccia: insomma, quasi una domanda di affettività diffusa.
La rappresentazione «simbolica» dell’attenzione alla vita quotidiana, centrata attorno ai temi del bisogno e della radicalità di esso, del desiderio e della sua valenza, della ricerca di felicità (come luogo dove non solo si esprime la soggettività giovanile, ma forse anche la ragione del suo supermercato), ha fatto venire alla ribalta l’immagine del «giovane narcisista» (Lasch).

Il simbolo: la vita quotidiana

Non è il caso di discutere se tale immagine descrive in pieno il giovane d’oggi. Probabilmente no: certo comunque è che proprio la caduta delle aspettative di rinnovamento ed emancipazione, la sensazione di incapacità a comprendere il corso stesso della storia o a gestirlo secondo una linea razionale, inducono alla risposta narcisista soprattutto le giovani generazioni. Essa si manifesta, oltre alla perdita del senso storico e allo schiacciamento di tutte le esperienze nella dimensione del presente, anche nel cosiddetto primato della sperimentazione, che si attua sia sul piano interno (l’analisi del sé, da cui l’assoluta prevalenza delle tematiche dell’identità personale), sia sul piano esterno, nella ricerca di relazioni ed esperienze gratificanti (ma tali da evitare ogni approfondimento o coinvolgimento emotivo troppo intenso). Tale «narcisismo» funzionerebbe soprattutto come «controllo della delusione», come un modo di proteggersi contro le delusioni individuali future.
Tutto questo può essere facilmente osservato, ad esempio, nelle modalità di utilizzazione del tempo libero, nei «contenuti» ricercati nei rapporti con le istituzioni, nella sfera affettiva, nelle appartenenze. Detto in altre parole, l’area della vita quotidiana è il luogo dell’identità, del senso, della realizzazione del sé, della sperimentazione di modelli di vita, di soddisfacimento; in una parola, della ricerca di «felicità».
Se si vuole, la vita quotidiana è il simbolo, che esprime il come e il che cosa della costruzione giovanile dell’identità. Essa viene costruita e sperimentata nel tempo di vita quotidiano, su cose di vita quotidiana.