Evangelizzare la preghiera

Franco Floris

Un momento molto importante per l’evangelizzazione e l’approfondimento della fede, è costituito dalla preghiera.
Non solo perché la preghiera e una dimensione qualificante dell’esistere di ogni cristiano. Ma anche perché nella sua «riscoperta» si giocano in concreto le scelte, teologiche e antropologiche, che segnano ogni progetto pastorale.
Nella monografia «Annunciare Cristo ai giovani cristiani» (1976/7-8-9), abbiamo indicato una serie di prospettive concrete d’intervento. Questa proposta continua le riflessioni iniziate in quella occasione: sottolinea un altro importante punto-fermo nell’educazione dei giovani alla fede, suggerendo una serie di considerazioni sull’educazione dei giovani alla preghiera. L’orizzonte in cui si colloca l’articolo è quello di tutta la monografia: evangelizzare la vita, per permettere alla vita di essere evangelizzata dalla fede.

La preghiera oggi è sotto il segno della sfida che le viene dal mondo secolarizzato, dal prevalere di una scienza e una tecnica senza una chiara visione dei fini, dalla riduzione dell’uomo ad «homo faber», ma allo stesso tempo vede aprirsi nuove possibilità specialmente fra quanti non si sono abbandonati ad una sterile contestazione ma hanno ricercato nuovi percorsi per la ricerca di finalità al nostro esistere.
Si può dire che le cause della crisi della preghiera non portano a non pregare più, ma a pregare in un modo diverso, perché in fondo non esiste la preghiera ma degli uomini che pregano.
La preghiera è sempre il risultato di una composizione di forze: la esigenza dell’uomo di ritrovarsi, di concedersi dei momenti in cui diventare coscientemente padrone della propria storia e l’annuncio cristiano che Dio è colui che col suo amore in Cristo ci permette di ritrovarci e dare un senso alla nostra vita. È il fatto di un Dio davanti a me che mi fa esistere, che dà senso alla mia esistenza biologica e al mio esserci in un certo contesto culturale.
Proprio questo contesto di fatto regola le stesse modalità con cui l’uomo si pone il problema del senso della vita, magari per un processo di reazione alle sue deficienze di motivazioni di vita, di incapacità di apertura al futuro, di scarso valore attribuito alle persone…
Questa ricerca umana di senso e le sue modalità sono le piste che possono condurre alla preghiera, il terreno della educabilità alla preghiera, oggi.[1]

GIOVANI E MODALITÀ Dl RICERCA Dl SENSO

«I giovani riscoprono la preghiera» si annuncia con eccessiva enfasi. La statistiche sono meno incoraggianti. Se tuttavia si collega preghiera e ricerca di senso in genere il quadro si arricchisce, perché è aumentato il bisogno di darsi tempo per ritrovarsi, in una società fatta di inflazione di suoni e immagini, sfruttamento delle energie psico-affettive sia nel lavoro che nello svago, stimolo ad abbandonarsi a ritmi frenetici e stressanti.
La situazione giovanile è tipica a riguardo perché mentre l’adulto non ha paura di sottrarsi al ritmo della vita di ogni giorno, il giovane rifiuta normalmente di isolarsi per ritrovarsi, rifiutando momenti per così dire di riciclaggio interiore. Secondo loro bisogna ritrovarsi nella vita di ogni giorno e questo li porta a forme di ricerca di senso abbastanza discutibili quanto sintomatiche. Più o meno inconsciamente essi reagiscono ad una società utilitarista ed efficientista e ad una religione moraleggiante mediante gesti di gratuità assoluta (una settimana al campo di lavoro senza intascare una lira), di godimento immediato (anche sessuale), fruibile a breve scadenza, al di fuori di ogni convenzionalità e regola sociale. Fenomeni di anarchismo politico (il «disinteresse» della maggioranza) e di rifiuto di programmazioni. Desiderio di gratuità, irrazionalità (il fare «per fare» certi gesti incomprensibili), misticismo, estasi (nell’ascolto della musica o nella danza o nella droga).
Senza sottovalutare lo sfruttamento commerciale e la reale carenza nei giovani di valori attraverso cui leggere la storia, rimane questa ricerca vitale di nuovi significati condotta più attraverso un certo stile di vita che attraverso una decisa riflessione sui fatti di ogni giorno.
Dato lo stretto legame tra preghiera e ricerca di senso questo modo di agire può essere interpretato anche come desiderio di una preghiera «nuova», libera da moralismi e didatticismi, non finalizzata ma gratuita: il grido e lo sconforto e gli interrogativi di Giobbe; l’angoscia esistenziale, il pessimismo, l’aspirazione all’effimero di Qoelet; la danza dei profeti e di Davide; l’attesa di liberazione politica e spirituale dei salmi. Possiamo dire di essere di fronte pertanto ad una ricerca di senso da evangelizzare. Ma anche il contrario: questa ricerca di senso può evangelizzare la preghiera cristiana nelle sue forme istituzionali.
Questa ricerca di senso da parte delle nuove generazioni è difficilmente classificabile. È possibile tuttavia cogliere delle modalità fondamentali in uno spettro di comportamenti abbastanza vasto. Di queste modalità ci interessa metterne in rilievo tre perché più direttamente vicine al fenomeno della preghiera.
Parliamo pertanto di tre aspirazioni giovanili nella ricerca di senso: aspirazione alla festa, alla valorizzazione della normalità della vita (le piccole cose, più che i grandi eventi), alla instaurazione di rapporti interpersonali di tipo alternativo.

Fare festa

La festa è sempre stata espressione della ricerca di senso, tanto è vero che è sempre stata intimamente legata agli eventi religiosi.
Per una serie di fattori su cui non possiamo ora fermarci, la festa, oggi, si è «profanata», si è cioè resa autonoma rispetto alla religione ufficiale, senza perdere tuttavia il collegamento di fondo con la religiosità in genere.
Specialmente tra i giovani raramente essa assume vaste dimensioni sociali: la festa è solo festa del gruppo di appartenenza. Una forma di protesta contro le relazioni sociali «ufficiali», ma anche affermazione che la vita ha senso solo se vissuta mediante rapporti personali fatti di fiducia e accettazione reciproca, di libertà e spontaneità. In un simile quadro fare festa diventa ricerca del diverso, dell’insolito, dell’originale. Desiderio di superare barriere e aprire nuovi orizzonti; riconoscimento della insoddisfazione di fondo di chi si lascia prendere dalla vita come continua ricerca di nuovi affari e contratti.
Festa come irruzione dell’irrazionale contro un mondo dove la tecnologia esclude novità e come irruzione della gratuità in un mondo dove tutto è contrattato e ciò che si riceve è determinato dalla legge del «do ut des». A confronto con questa ricerca di momenti di festa per dare un significato alla vita, la preghiera cristiana è tutt’altro che… festiva. L’immagine corrente è quella di monotonia, astrattezza, meccanicità, assenza di vita… Non è possibile credere che il giovane capace di ritrovarsi in profondità nell’ascolto di un brano musicale eseguito con valore e abilità riesca a lasciarsi prendere da una preghiera in cui il canto viene fatto e trascinato solo perché è previsto da una rubrica. Non gli è possibile fare festa in un ambiente anonimo, in cui chi prega non si sente padrone perché di fatto il simbolismo delle immagini e delle linee gli è estraneo. Fare festa implica un luogo adatto, ad un’ora in cui comunicare è più spontaneo, una disposizione dell’arredamento che non inviti alla staticità, ma al movimento, alla espressione, alla partecipazione.
Solo chi intellettualizza la preghiera e la considera espressione di un uomo cartesiano può fare a meno di attenzione agli elementi spazio-temporali e al clima di festa della preghiera.

L’utopia realizzata

I giovani riflettono come gruppo, decidono come gruppo, agiscono in gruppo. È un fatto che sconcerta molti educatori che denunciano i giovani di non avere personalità.
Un fenomeno che ha come fattori un senso di disagio di fronte alla vita (e perciò l’immaturità del giovane), ma anche la volontà di rottura con certi schemi di comportamento sociale che, specialmente nelle grandi città, hanno ridotto i rapporti interpersonali a rapporti tecnico-funzionali (il venditore ed il cliente), accidentali (le due parole in tram) o politici (l’unione impersonale per un obiettivo). E questo proprio nel momento in cui riesce difficile, per altri motivi, vivere un rapporto personale nelle istituzioni come famiglia, fabbrica, scuola.
Il «gruppismo» giovanile è allora sintomo di ricerca, spesso ambigua, di rapporti sociali «nuovi», tesi al riconoscimento e alla accettazione dell’altro in quanto tale (una relazione fondata sull’essere e non sull’avere), anticonformisti, senza dimenticare però che spesso le relazioni nel gruppo sono altrettanto alienanti che quelle sociali in genere. In fondo parliamo più di esigenze fortemente sentite che di dati di fatto.
Tipica della vita di molti gruppi è la ricerca di incontro informale: lo stare assieme per stare assieme. Gli incontri di sola programmazione, il ritrovarsi solo per lavorare, il moralismo di certi gruppi ecclesiali e politici vengono rifiutati se non sono equilibrati da momenti in cui la «reciproca presenza» è l’unica finalità. In questi momenti il gruppo viene percepito come «utopia realizzata» di una umanità nuova che non esiste, ma che ha da esistere e che nella speranza del giovane esisterà.
La preghiera istituzionalizzata ha bisogno di ritrovare la gioia e il valore simbolico dello stare insieme. I rapporti interpersonali tra i presenti, l’accoglienza reciproca, il clima di comunicazione e ascolto non sono ancora considerate con sufficiente attenzione nella preghiera. Per la maggior parte degli educatori si tratta di accessori che se ci sono bene, altrimenti pazienza, dimenticando che ogni preghiera cristiana è azione di grazie fatta in comunità (o a nome della comunità) che ha per oggetto il fatto che Dio ci ha costituito «popolo».
Se i giovani preferiscono pregare in gruppo piuttosto che da soli, è perché intuiscono che il fatto di stare «gratuitamente» insieme è una risposta essenziale alla ricerca di senso e perciò una condizione basilare per una preghiera cristiana. È questa utopia realizzata che apre alla festa e alla gioia di vivere, al rendimento di grazie e alla richiesta di perdono che supera divisioni e incomprensioni, al grido di chi soffre nel creare comunione e alla accettazione paziente della fragilità della comunione costruita.

Ritrovare il significato del quotidiano

È la terza dimensione della ricerca di senso e risponde al bisogno di salvare ogni esperienza umana. II bisogno di celebrare la vita.
Ci sono avvenimenti della vita che per la loro stessa natura stanno alla periferia della nostra esistenza e coscienza, mentre altri sono fondanti per il nostro esserci a questo mondo e al centro della nostra attività cosciente. Celebrare è riprendere questi avvenimenti centrali (perché riguardano le dimensioni portanti della nostra vita), problematici (perché – magari con la loro drammaticità – ci interrogano sul senso della vita), profetici (perché ne lasciano intravedere il senso) per gustare con pienezza la vita, per confessare la significatività del nostro esistere. Momenti dunque in cui la vita in quanto tale si pone al centro della riflessione, per rendercene padroni con un gesto di decisione volontaria e coraggiosa. Questo bisogno di celebrare la vita per ritrovarne il senso ci chiarisce il rapporto tra il sacro ed il profano (il primo rivela la identità profonda del secondo) ma stabilisce anche l’importanza di momenti in cui l’amore tra un uomo ed una donna o la vita spesa per gli altri giorno per giorno, rivelino il loro senso.
Anche a riguardo del celebrare, la preghiera cristiana deve lasciarsi evangelizzare dalle modalità di ricerca di senso dell’uomo. Troppo spesso, ad esempio, l’oggi era ridotto ad una valle di lacrime dove l’uomo avanzava facendo meriti. L’oggi non era da celebrare ma solo il passato biblico e il futuro escatologico. Man mano che l’uomo, ha scoperto il valore autonomo delle realtà terrestri, aumenta la ricerca di senso ed il bisogno di guardarsi indietro e attorno per darne una lettura soddisfacente.
È la rinnovata fedeltà dell’uomo al profano che spinge a ritrovare certe dimensioni della preghiera cristiana forse messe in ombra, prima fra tutte il fatto non solo di pregare dentro la storia ma soprattutto di pregare la propria storia.

UN ANNUNCIO CHE FONDA LA PREGHIERA DELL’UOMO

C’è una preghiera, quella cosiddetta cristiana, che ha bisogno, come si è visto, di essere evangelizzata dalla «preghiera dell’uomo» e dalle modalità di ricerca di senso che la caratterizzano oggi e che abbiamo unificato nella aspirazione alla festa, nella celebrazione della vita e nell’attesa di nuovi rapporti personali.
È evidente però che anche la «preghiera dell’uomo» ha bisogno di essere evangelizzata da un annuncio che risponda alle attese e dia una speranza concreta di realizzazione: l’annuncio che Cristo è risorto, che la storia si costruisce secondo una dinamica pasquale. Una evangelizzazione che nel compiersi interpreta la vita in modo originale e dà luogo a modalità nuove di celebrazione, festa e comunione e perciò a quei momenti di tematizzazione e compimento del significato della esistenza che identifichiamo come «preghiera cristiana».

Festa, celebrazione e «stare insieme»: la preghiera di fede, speranza, carità

La ricerca di senso, raramente approda, nei giovani, ad un sufficiente livello di maturità. Raramente infatti si apre ad una prassi che sia fondata su criteri di scelta soppesati con lucidità.
La mancanza di una sufficiente coscientizzazione e di una prassi adeguata alle proprie aspirazioni non diminuiscono tuttavia il valore di quei gesti simbolici che abbiamo riassunto nei concetti di festa, celebrazione e comunione, ma indicano i tre livelli in cui deve muoversi l’educazione alla preghiera: educazione ad atteggiamenti alternativi incarnati nella prassi; educazione a scelte sempre più coscienti; educazione a creare gesti simbolici che annuncino il senso della propria prassi.
In questo quadro è interessante precisare il rapporto tra prassi che incarna gli atteggiamenti fondamentali del cristiano (atteggiamenti di fede, speranza e carità) e la valenza simbolica di festa, celebrazione, comunione, che abbiamo presentato come modalità della ricerca di senso dei giovani d’oggi.
Celebrazione, festa e stare insieme sono la traduzione simbolica di fede, speranza e carità.
Troviamo anzitutto una corrispondenza tra fede e celebrazione della vita intesa come rilettura del quotidiano per proclamarne il significato. Una celebrazione che per il cristiano diventa proclamazione del senso pasquale della storia alla luce dell’evento Cristo.
Una seconda corrispondenza è quella tra speranza e festa dell’uomo intesa come sì gioioso alla vita e proiezione in un futuro migliore. Festa che per il cristiano diventa accettazione della salvezza oggi e attesa di cieli nuovi e terra nuova.
Infine la corrispondenza tra carità e creazione di rapporti personali alternativi intesa come punto più alto dell’essere uomo. Nuovi rapporti che riferiti alla carità cristiana diventano inserimento nella comunione di amore tra noi e Dio, Padre, Figlio e Spirito Santo.
Sono queste corrispondenze a istituire quel rapporto di evangelizzazione reciproca tra preghiera dell’uomo e preghiera cristiana, evangelizzazione che ora precisiamo nella direzione che da Cristo viene all’uomo.

Celebrazione della vita e memoria della pasqua

Celebrare è immergersi nei fatti del passato e del presente per annunciarne il significato recondito. Ogni celebrazione implica un «fare memoria» di qualcosa che è esterno alla celebrazione e cioè il quotidiano o, in altri termini, il «profano», in opposizione alla celebrazione-preghiera che possiamo considerare tempo sacro. La celebrazione ha per oggetto il profano. La celebrazione cristiana ha sempre un duplice profano-quotidiano cui fare riferimento: quello di Cristo che nel momento supremo della sua fedeltà al Padre, grida a lui la sua angoscia e viene liberato passando da morte a vita; quello di ogni uomo che nel quotidiano vive il suo cammino pasquale.
Due profani che danno contenuto alla celebrazione in modo diverso: l’evento Cristo che interpreta il profano dell’uomo e si pone come risposta concreta alla sua ricerca di senso; l’evento dell’uomo che ricerca senso e lo trova come dono nell’annuncio pasquale.
L’interpretazione pasquale non è anzitutto compito della celebrazione, ma della catechesi e presuppone una prassi pasquale di risposta alle sollecitazioni della storia. La preghiera-celebrazione è allora lo spazio in cui la prassi pasquale viene tematizzata nel colloquio con Dio e annunciata ai fratelli come segno del regno che viene. Fino al punto che è alienante una celebrazione che non è costruita su una prassi cristiana.
In questo ambito trova la sua collocazione la Bibbia, la cui lettura durante la preghiera non ha scopo edificatorio né moralistico, ma permette una proclamazione del senso della vita mediante la memoria festosa dell’evento che dà sapore e allo stesso tempo giudica la storia per farle ritrovare la sua identità.
La lettura della Parola di Dio ci spinge a sua volta alla memoria del quotidiano, perché non ha senso proclamare ciò che dà significato senza proclamare insieme ciò che riceve significato. In altre parole è necessario, nella preghiera, un esplicito riferimento al quotidiano. Si ha troppo poco il coraggio di raccontare la vita dell’uomo, durante la celebrazione, attraverso mediazioni simboliche, che ne mettano in evidenza i punti nodali. Mediazioni simboliche come il canto (si pensi ai salmi dell’uomo d’oggi di Giombini), la poesia (come quelle di Cardenal, o ancora quelle di Quoist o Oosterhuis), la danza o il mimo, le diapositive e foto simboliche… E, più in generale, la parola dei presenti che proclamano certi eventi della loro vita in cui colgono un segno della venuta del regno: nella preghiera di domanda, nella richiesta di perdono, nel rendimento di grazie… Solo in presenza di questa duplice memoria siamo nella preghiera cristiana.

«La tua festa sia senza fine»

È l’augurio pasquale di Roger Schultz da Taizé, augurio che si ricollega al desiderio dell’uomo di «godere» della sua vita in momenti in cui ne coglie la totalità e l’unità e non il contingente ed il separato, in cui la diversità diventa possibile per un mondo che soffoca e il darsi non è regolato dalla legge del «do ut des», in cui la vita viene afferrata come dono e l’escatologico si fa presente.
La preghiera-festa scorre in questo alveo. Dice ottimismo, sforzo di sorridere di se stessi, abbandono al canto e alla musica, capacità di contemplare gli altri in un rispettoso silenzio, attenzione ad un Dio che nella morte e nella vita sta dalla parte dell’uomo.
Fare festa: una decisione lucida prima che un clima; anche davanti al dolore. Una decisione assurda se non fondata su una speranza: quella che nasce dalla risurrezione di Gesù, per il cristiano. Centralità della Pasqua in ogni incontro di preghiera. Lettura pasquale della storia nel suo insieme e nei singoli avvenimenti. La festa che tanti giovani hanno conosciuto a Taizé e che nasce dalla promessa, convalidata dalla risurrezione, di cieli e terra nuova.
Una decisione che fa clima e si esprime nella ricerca di mezzi e tecniche di festa: dalla scelta di un locale adeguato perché liberante e accogliente, al modo con cui si prende posto con spontaneità; dal canto che «prende» perché esprime per se stesso una visione festiva della vita alla cura con cui viene preparato l’intero incontro; dalla libertà espressiva con cui ci si muove alla scelta di un’ora raccolta e carica di fascino; dai fiori e la poesia al silenzio e all’ascolto di un disco o salmo dell’uomo moderno; dall’accettazione cosciente di ognuno dei presenti nonostante la diversità di vedute alla ricerca di un dialogo con Dio; dal bisogno di fare silenzio alla gioia di cantare insieme; dalla cena del Signore che si celebra insieme al bisogno di stare insieme in allegria dopo la preghiera.

Pregare in gruppo come annuncio del regno di Dio

L’Esodo non termina al di là del Mar Rosso ma nel banchetto di alleanza ai piedi del Sinai. La Pasqua di Cristo non è solo la risurrezione ma anche la comunità su cui scende lo Spirito a Pentecoste. L’annuncio cristiano è annuncio di liberazione per una comunione sempre più profonda tra gli uomini e con Dio.
Una comunione che è in rapporto di continuità con la ricerca di nuovi rapporti tipica del mondo giovanile, ricerca che trova nel «gratuito» fare gruppo il suo frutto più maturo. La continuità ci porta a parlare del valore teologico della comunità e della sua importanza per una preghiera in Cristo.
Ogni gesto e segno di umanità è, per il cristiano, annuncio del regno e si inserisce nella dialettica del «già» e «non ancora». Tra questi segni quello della comunione interpersonale è il più espressivo: è annuncio concreto della utopia cristiana della comunione escatologica nel regno di Dio, punto di arrivo di tutta la storia.
Se fare gruppo ha valore teologico in quanto profezia, pregare in gruppo ha un valore ben diverso che pregare separatamente nella stessa chiesa.
I giovani lo intuiscono. E se ad essi si può rimproverare di non essere capaci di dialogo personale con Dio, bisogna pur sempre incoraggiarli a «fare gruppo» e a «pregare in. gruppo», attraverso una serie di interventi educativi che mirano a rafforzare le motivazioni e gli atteggiamenti sottostanti ad un corretto fare gruppo. In particolare è importante che il gruppo non abbia solo degli incontri di tipo funzionale e tecnico-operativi ma anche di taglio, per così dire, comunionale, in cui l’accento è posto sulla decisione di reciproca accettazione, in un mondo che normalmente stravolge i rapporti umani.
Una triplice presa di coscienza anima allora un gruppo che prega: il fatto di sentirsi gruppo e di sentire il bisogno di dirselo; il fatto di sapere che si stanno instaurando rapporti personali che rifiutano la logica normale; il fatto di cogliere il pregare insieme come utopia che si sta realizzando in forza della risurrezione di Cristo.
Una presa di coscienza che si fa impegno di fare gruppo e che dà luogo ad una preghiera che non è solo espressione di spontaneismo, ma anche di uno sforzo leale e su tempi lunghi, comprensibile solo a partire dalla fede.
Naturalmente la decisione di pregare in gruppo porta alla scelta di strumenti adeguati, proporzionati al numero dei presenti, il fare cerchio e darsi la mano, l’essere gli uni di fronte agli altri, il far sì che ci siano momenti di dialogo in cui accogliersi e interessarsi ai problemi o ai motivi di gioia degli altri, l’educare a soffrire nella propria pelle i problemi del mondo intero, il manifestare pubblicamente i legami del gruppo con fatti di sciopero o di lotta operaia…

CONCLUSIONE

Fede, speranza e carità sono tre atteggiamenti diversi che trovano la loro unità nel fatto di essere una lettura diversa di uno stesso mistero, quello del rapporto tra il Dio, Padre di Gesù Cristo e l’uomo. In tal modo esiste un rapporto di circolarità: la fede ha per oggetto la speranza; la speranza è profezia della comunione; l’amore è a fondamento del credere e sperare. Un identico rapporto di circolarità esiste tra festa, celebrazione e comunione: è dalla loro compresenza che nasce la preghiera. La preghiera cristiana è sempre festa di una comunità che celebra la sua storia. Un criterio fondamentale con cui confrontare la nostra preghiera ed allo stesso tempo una preghiera che risponde alla ricerca di senso del mondo giovanile.

NOTE

[1] Cf Joseph Gevaert, Dimensioni umane costitutive per l’educazione alla preghiera, NPG 6 (1976); ed anche Rosy Bindi, La preghiera dell’adolescente nel processo educativo globale, NPG 6 (1976).