DOMENICA XXVIII – A – ANDIAMO ALLE NOZZE

 

Popoli tutti, gioite!

Il Signore vi chiama

alla festa di nozze.

Il velo è lacerato,

la morte è distrutta:

tutto brilla di luce.

Giorno del suo Figlio,

primo nel progetto,

compimento di tutto!

Aprite le porte eterne,

entri il re della gloria,

giunga lieta la sposa.

Entrate poveri tutti,

un tempo affamati,

alla mensa del ricco

«Vi consolo dal pianto

sazio la vostra fame:

in voi ero io il povero.

Sono io la vostra veste,

bianca, di lino puro,

vi copro con porpora.

Vostro è il mio trono,

sedete alla mia destra:

per voi è preparato».

PRIMA LETTURA                                            Is 25,6-10a

Dal libro del profeta Isaìa

Questa pericope appartiene una sezione che comprende i c. 25-27 formati da un insieme di canti e di lodi il cui tema sottostante è la consolazione. I superbi infatti sono abbattuti (25,1-5); la redenzione è espressa nell’immagine del banchetto (25,6-8) che sfocia in un inno alla salvezza (25,9); questa è attuata anche con la distruzione di ogni fortezza eccelsa (25,10-12). In terra di Giuda, terra della redenzione, si udrà il canto che il profeta anticipa (26,1-19); questo perché il Signore ha promesso di vendicare il sangue versato e di far cessare il malvagio (26,20-27,21); con un secondo canto alla vigna e con la promessa della pace e della redenzione si chiude la sezione (27,2-13).

6 Preparerà il Signore degli eserciti

per tutti i popoli, su questo monte,

un banchetto di grasse vivande,

un banchetto di vini eccellenti,

di cibi succulenti, di vini raffinati.

La descrizione del banchetto è assai accurata perché è il banchetto che inaugura il regno del Signore su tutti i popoli (cfr. 24,23: il Signore degli eserciti regna sul monte Sion e in Gerusalemme e davanti ai suoi anziani sarà glorificato). Egli è chiamato il Signore degli eserciti perché su tutti regna il Signore anche sulle potenze spirituali (quali la morte nominata in seguito). Il luogo del suo riconoscimento regale è il monte Sion. Da qui si estende la sua regalità su tutti i popoli (cfr. Sal 110,2) e qui tutti convergono (cfr. c. 2: ad esso affluiranno tutte le genti).

Questo movimento verso Gerusalemme è incentrato sul Signore innalzato sulla croce. Crocifisso in Gerusalemme, Gesù, come nuovo tempio, attira a sé tutti (cfr. Gv 12,32: Io, quando sarò elevato da terra, attirerò tutti a me). Questo movimento universale converge verso il banchetto preparato dal Signore, che il profeta descrive assai accuratamente. Il profeta si serve della sua esperienza, di uomo che conosce la corte, per fare un elenco delle portate del banchetto: grasse vivande, cibi succulenti (di cui si pulisce bene anche il piatto e i tegami), vini eccellenti (che hanno riposato a lungo nei vasi sulle loro fecce e quindi sono forti, saporosi e pregiati) e raffinati (purificati dallo scarto). La regalità del Signore sarà tale che non solo i più intimi (come avviene per l’incoronazione terrena) ma tutti parteciperanno alla gioia del Signore, dal più grande al più piccolo: tutti si sazieranno e s’inebrieranno alla sua mensa.

Quale sia poi questo cibo del Signore lo dice Lui stesso nel c. 6 di Giovanni quando parla del pane vivo.

7 Egli strapperà su questo monte

il velo che copriva la faccia di tutti i popoli

e la coltre distesa su tutte le nazioni.

 

8 Eliminerà la morte per sempre.

Il Signore Dio asciugherà le lacrime su ogni volto,

l’ignominia del suo popolo

farà scomparire da tutta la terra,

poiché il Signore ha parlato.

Lo stesso verbo usato per il velo del volto è usato anche per la morte (lacererà/eliminerà in ebraico sono lo stesso verbo): in tal modo la visione di Dio conseguente alla lacerazione del velo del volto è allo stesso tempo l’eliminazione della morte. È questa la vera nemica, che ci separa da Dio e fa da copertura tra noi e Dio. È secondo l’Apostolo l’ultimo nemico che verrà eliminato (cfr. 1Cor 15,26: L’ultimo nemico ad essere annientato sarà la morte).

È proprio del tempo ultimo la gioia che elimina ogni segno di dolore indicato nelle lacrime (cfr. Ap 7,17: Dio tergerà ogni lacrima dai loro occhi). La traduzione da tutta la terra rende universale il discorso. Tutti i popoli saranno riscattati dalla condizione disonorevole che li caratterizza, a causa del dominio della morte, perché tutti saranno invitati al banchetto del Signore in quanto sono divenuti, con Israele, il suo popolo.

Questa parola è certa poiché il Signore ha parlato.

Sguardo d’insieme

La regalità del Signore dal monte Sion non solo è accolta da Israele ma anche da tutte le Genti, che converranno sul monte Sion per proclamare come loro re il Signore.

Esse non vorranno altra signoria che la sua perché conseguenza di questa signoria è la lacerazione del velo che tutte le copriva, persino il volto,ed è l’eliminazione per sempre della morte.

Il monte Sion non è l’attuale, incapace a contenere tutti i popoli, ma è nei nuovi cieli e nella nuova terra, là dove vi è la Gerusalemme dall’alto e dove il veggente non ha visto nessun tempio perché il Signore Dio l’Onnipotente è il suo tempio e l’Agnello (Ap 21,22).

Verso questo spazio spirituale, chiamato Gerusalemme e monte Sion, s’incamminano le Genti e qui vi sarà il grande banchetto del Regno dei cieli in cui saranno insieme nell’unico popolo Israele e le Genti.

Inno alla salvezza (9)

9 E si dirà in quel giorno: «Ecco il nostro Dio;

in lui abbiamo sperato perché ci salvasse.

Questi è il Signore in cui abbiamo sperato;

rallegriamoci, esultiamo per la sua salvezza,

10 poiché la mano del Signore si poserà su questo monte».

E si dirà in quel giorno da parte di tutti i redenti: «Ecco il nostro Dio, perché allora lo si vedrà, in lui abbiamo sperato perché ci salvasse, infatti la speranza è propria di ciò che non si vede (cfr. Rm 8,24: Poiché nella speranza noi siamo stati salvati. Ora, ciò che si spera, se visto, non è più speranza; infatti, ciò che uno già vede, come potrebbe ancora sperarlo?) questi è il Signore in cui abbiamo sperato, il nostro Dio è il Signore (cfr. Dt 6,4: Ascolta, Israele: il Signore è il nostro Dio, il Signore è uno). La piena rivelazione del Signore nel momento finale della redenzione, che è la lacerazione della morte (e quindi la risurrezione), espresso nel banchetto di tutti i popoli, fa esplodere tutti i redenti nella gioia della salvezza: rallegriamoci, esultiamo per la sua salvezza.

Il credente può abbracciare con un solo sguardo interiore il passato, il presente, il futuro perché tutto il tempo (come memoriale, attuazione e profezia) è compendiato nella puntuale azione salvifica del Signore nostro Gesù Cristo. La sua Pasqua, da noi celebrata nelle sue varie espressioni (memoria annuale, settimanale ed eucaristica), dà a noi la percezione della pienezza della sua azione salvifica anche se essa si esplica secondo operazioni ben definite lungo la storia sia dell’antica come della nuova alleanza. Ma ogni uomo in qualsiasi punto della storia si trovi, nell’atto di fede entra in rapporto con la pienezza della redenzione per cui può già in anticipo cantare il canto conclusivo della redenzione.

SALMO RESPONSORIALE                                  Sal 22

È descritto il nostro itinerario visto in chiave pastorale. Come un pastore prende cura del suo gregge, pecora per pecora così il Signore prende cura di noi.

R/.  Abiterò per sempre nella casa del Signore.

Il Signore è il mio pastore:

non manco di nulla.

È il mio pastore Ap 7,17; Gn 48,15 (parole di Giacobbe). Non manco di nulla, dalla sua pienezza noi tutti abbiamo ricevuto e grazia su grazia (Gv 1,16). Il Signore dice: «Per quarant’anni non mancasti di nulla (Dt 2,7). Il primo giorno fu come l’ultimo» (Midrash nei salmi).

Su pascoli erbosi mi fa riposare,

ad acque tranquille mi conduce.

Pascoli erbosi, sono le divine Scritture; chi dimora in Cristo e questi dimora in lui può nutrirsi al senso pieno delle divine Scritture, cioè ne conosce l’intimo contenuto.

Acque tranquille, Gv 7,37: dal suo seno scaturiranno fiumi d’acqua viva cioè lo Spirito.

Rinfranca l’anima mia.           R/.

 

Rinfranca l’anima mia, lett.: fa ritornare l’anima mia. Fa ritornare a Lui perché ero come pecora smarrita. Il pastore va in cerca di chi è smarrito.

 

Mi guida per il giusto cammino

a motivo del suo nome.

Il giusto cammino, è il sentiero della giustizia che si ottiene credendo in Lui. Chi cammina nella fede, obbedendo alla Parola divina, cammina nella giustizia, fa quello che è gradito a Dio.

Anche se vado per una valle oscura,

non temo alcun male, perché tu sei con me.

Il tuo bastone e il tuo vincastro

mi danno sicurezza.   R/.

Valle oscura è la prova. Bastone, arma di difesa contro i lupi rapaci; vincastro, su cui ci si appoggia, mi danno sicurezza. Bastone e vincastro sono la Croce.

Davanti a me tu prepari una mensa

sotto gli occhi dei miei nemici.

Ungi di olio il mio capo;

il mio calice trabocca. R/.

La mensa, è sia l’Eucaristia come pure la mensa della Parola, pane della vita dell’intelligenza (Sir 15,3).

Olio, è il dono dello Spirito che penetra nel capo rendendo incorruttibili i pensieri.

Il calice è inebriante, mi hai inebriato con il tuo mistico calice perché lasci cadere il ricordo dei piaceri della vita passata.

Sì, bontà e fedeltà mi saranno compagne

tutti i giorni della mia vita,

abiterò ancora nella casa del Signore

per lunghi giorni.        R/.

In questa vita bontà e fedeltà, in quella futura abitare nella casa del Signore. Questa è la sorte di chi ha Cristo come Pastore.

SECONDA LETTURA                                  Fil 4, 12-14.19-20

Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Filippési

Fratelli, 12 so vivere nella povertà come so vivere nell’abbondanza; sono allenato a tutto e per tutto, alla sazietà e alla fame, all’abbondanza e all’indigenza.

Da quello che ha imparato, l’apostolo sa essere povero ed essere ricco. Questo sapere indica quella vigilanza nelle situazioni della vita per cui l’essere poveri è soggetto a un genere di tentazioni come pure l’essere ricchi. Crisostomo e Teofilatto, citati in CAL p. 567, commentano: «so come comportarmi nella penuria e come nell’abbondanza: in quella non rattristarmi, non abbattermi, accontentarmi di poche cose; in questa non lasciarmi andare, non deliziarmi, dare a i poveri il superfluo».

Sono allenato a tutto e per tutto (lett.: in tutto e per tutto sono iniziato), come ha imparato e sa, così è iniziato cioè partecipa del mistero di Cristo attraverso il suo ministero. Questa iniziazione lo tocca intimamente e si manifesta nella sfera corporea: essere sazio e avere fame, è chiaro che l’essere sazio è segno non di gola ma della grazia messianica come avviene nella moltiplicazione dei pani (Gv 6,12: quando furono saziati), e l’avere fame è segno dell’attuale situazione di tribolazione quale egli ha provato nella prigione. Accettando di essere nell’abbondanza e nella penuria, mantenendo il cuore libero da quelle gioie o tristezze legate all’abbondanza o alla penuria, si trascorre tutta la vita come iniziazione al mistero di Cristo.

13 Tutto posso in colui che mi dà la forza.

Dice infatti: tutto posso in colui che mi dà forza. Colui che lo rende forte è Cristo. Là dove la carne trae motivo di gioia o di tristezza l’Apostolo sente la forza di Cristo che lo rende forte a non essere dominato da nulla, né dalla ricchezza e povertà, né dalla sazietà e fame, né dall’abbondanza e penuria. «Nulla rende più manifesta l’onnipotenza del Verbo quanto il rendere onnipotenti tutti coloro che sperano in Lui. Per questo tutto è possibile a chi crede. Non è forse onnipotente colui che può tutto? Così l’animo che non presume di sé ma è rafforzato dal Verbo può dominare se stesso e non essere dominato da nessuna iniquità» (S. Bernardo, sermo 85 in Cant. CAL p. 567). «La forza di Cristo attinta dalla fede lo sosteneva e gli consentiva al tempo stesso quel distacco dalle condizioni di vita che era necessario per il suo incarico» (Gnilka o.c., p. 295).

14 Avete fatto bene tuttavia a prendere parte alle mie tribolazioni.

Tuttavia, dopo aver precisato il suo rapporto con il Signore e quindi la sua ‘autarchia’ nei loro confronti, definisce il loro dono come compartecipazione alla tribolazione che caratterizza il suo ministero apostolico; essi hanno pure partecipato alla grazia dell’Evangelo (1,57). In tale modo sono partecipi in tutto e per tutto, come figli, alla grazia del ministero apostolico, che si manifesta sia nell’Evangelo che nella tribolazione.

[15 Lo sapete anche voi, Filippesi, che all’inizio della predicazione del Vangelo, quando partii dalla Macedonia, nessuna Chiesa mi aprì un conto di dare e avere, se non voi soli;

L’Apostolo dà un rapido sguardo all’inizio della predicazione del Vangelo dell’evangelizzazione chiamandolo letteralmente nel principio dell’Evangelo, quando uscii dalla Macedonia. La sua predicazione è da lui chiamata Evangelo, quando la iniziò è chiamato inizio. Egli perciò parla d’inizio dell’Evangelo perché in lui ha inizio l’Evangelo tra le Genti mediante la sua predicazione, non è un inizio storico ma ‘ontologico’ perché egli è l’Apostolo delle Genti. Non è uno dei tanti predicatori, ma è Apostolo. Questo inizio è segnato da una comunione particolare ed esclusiva con la Chiesa di Filippi riguardo il dare e l’avere. «Paolo parla ora come un uomo d’affari; le parole usate sono termini correnti della contabilità. È certo un dare e un avere tutto particolare quello che li unisce. In una pagina stanno pneumaticà e nell’altra sarchicà (beni spirituali, beni materiali cfr 1Cor 9,11)» (Gnilka, o.c., p. 297). I beni spirituali sono dati a tutte le chiese, per quelli materiali ha aperto un conto solo con i Filippesi.

16 e anche a Tessalònica mi avete inviato per due volte il necessario.

Ricorda le volte in cui gli hanno mandato un aiuto per le sue necessità: a Tessalonica e più di una volta in altri luoghi, così interpreta Morris.

17 Non è però il vostro dono che io cerco, ma il frutto che va in abbondanza sul vostro conto.

Egli precisa di non ricercare il dono, infatti gratuitamente annuncia l’Evangelo, ma il frutto che va in abbondanza sul vostro conto, cioè dei Filippesi. Dando all’Apostolo cooperano anche in questo modo all’Evangelo. Infatti hanno fatto rifiorire i loro sentimenti.

18 Ho il necessario e anche il superfluo; sono ricolmo dei vostri doni ricevuti da Epafrodìto, che sono un piacevole profumo, un sacrificio gradito, che piace a Dio.

Ricevuti, termine commerciale. La loro offerta è stata generosa. Sottolinea la sua bontà che accoglie il dono, non lo misura nella quantità, ma nel segno del loro sentire. «Quest’offerta all’Apostolo ha valore sacrificale, fa un tutt’uno con il sacrificio; è infatti profumo soave (cfr. Is 29,18; Gn 8,21; Lv 1,9.13; Ez 20,41» (Gnilka, o.c., p. 300); un sacrificio gradito, che piace a Dio perché nasce da quel comune sentire che è in Cristo Gesù cioè che si ha essendo in Cristo Gesù che impregna della sua offerta sacrificale tutta la vita del cristiano.]

19 Il mio Dio, a sua volta, colmerà ogni vostro bisogno secondo la sua ricchezza con magnificenza, in Cristo Gesù.

L’Apostolo sigilla la loro offerta con un’azione liturgica duplice: la benedizione su di loro e la lode a Dio (20). Egli sa che si sono privati per dare all’Apostolo: si sono ridotti in strettezze, per questo supplica: Il mio Dio, a sua volta, colmerà ogni vostro bisogno secondo la sua ricchezza con magnificenza, in Cristo Gesù.

La sovrabbondante ricchezza di Dio è la magnificenza che è in Cristo Gesù e che viene comunicata ai Filippesi

Paolo è più povero degli altri: mio per la sua dignità di Apostolo, rapporto unico e personale con Lui, mio perché ogni povero, in quanto manca di tutto, può fare appello a Dio come qualcuno che gli appartiene in modo singolare.

20 Al Dio e Padre nostro sia gloria nei secoli dei secoli. Amen.

La lode è al Padre ed essa consiste nel riconoscergli quella gloria che tutto riempie e si protrae per i secoli dei secoli e che è suggellata dall’amen come professione di fede. L’azione liturgica della loro offerta, della benedizione e della lode dell’Apostolo è terminata.

CANTO AL VANGELO                                   Cf Ef 1, 17-18

R/.       Alleluia, alleluia.

 

Il Padre del Signore nostro Gesù Cristo

illumini gli occhi del nostro cuore

per farci comprendere a quale speranza ci ha chiamati.

 

R/.       Alleluia.

VANGELO                                                        Mt 22,1-14      (forma breve 1-10)

 Dal vangelo secondo Matteo

In quel tempo, 1 Gesù, [rispondendo] riprese a parlare con parabole [ai capi dei sacerdoti e ai farisei] e disse:

Rispondendo a quello che è nel cuore dei sommi sacerdoti e degli anziani nei suoi confronti.

Riprese a parlare, rivela un nuovo aspetto del loro rifiuto, in parabole, in un linguaggio misuratamente oscuro, che essi comprendono.

2 «Il regno dei cieli è simile a un re, che fece una festa di nozze per suo figlio.

È simile, il Regno dei cieli ha come caratteristica di essere una celebrazione nuziale compiuta da un re per suo figlio. Ora, poiché è il Regno dei cieli, questo Re è il Padre e il Figlio è Gesù.

Lo sposo, cfr. 9,15: «E Gesù disse loro: Possono forse gli invitati a nozze essere in lutto mentre lo sposo è con loro?» (il tempo della presenza di Gesù è il tempo in cui lo Sposo è con i discepoli; è il tempo di gioia); cfr. Gv 3,29-30: Gesù è definito lo Sposo da Giovanni ed è lui che ha la sposa. Benché questa non appaia, tuttavia essa è raffigurata nella vigna e qui potrebbe essere rappresentata nella realtà dei chiamati che partecipano alle nozze e sono quindi partecipi della regalità del Figlio. Vedi nei profeti Gerusalemme come Sposa (cfr. Ap 19,6-8). La Sposa resta tuttavia in secondo piano perché quello che ora è al centro è lo Sposo non riconosciuto e rifiutato.

3 Egli mandò i suoi servi a chiamare gli invitati alle nozze, ma questi non volevano venire.

Mandò i suoi servi, Mosè, i profeti e i giusti. Mentre si stavano preparando le nozze mandò i suoi servi a coloro che erano stati chiamati.

Vi è una fase che è essere designati a partecipare alle nozze e una chiamata in cui, essendo tutto pronto, si è invitati a entrare nella sala nuziale. L’Evangelo registra sia il rifiuto nella fase preparatoria che in quella conclusiva.

Mosè fidanza Israele con il Signore, dandogli la Legge, ma il fidanzamento è rotto con il vitello d’oro (cfr. Es 32).

I profeti mettono in luce l’infedeltà d’Israele al suo Sposo e annunciano le future nozze (Isaia e Osea).

Anche questa fase preparatoria è caratterizzata da non volevano venire. I profeti hanno sperimentato questo rifiuto d’Israele.

4 Mandò di nuovo altri servi con quest’ordine: Dite agli invitati: “Ecco, ho preparato il mio pranzo; i miei buoi e gli animali ingrassati sono già uccisi e tutto è pronto; venite alle nozze!”.

Di nuovo, nella fase finale, quando il Figlio stesso viene inviato e rivelato a Israele, mandò di nuovo altri servi:

Giovanni il Battista cfr. Gv 1,32-34; Mt 3,17. I Dodici: Mt 10: la missione a Israele.

Poiché tutto è pronto viene fatta una descrizione minuta del banchetto:

Ecco, ciò che è promesso è adempiuto

Pranzo, Cfr. Lc 14,12 ; Is 25,6-12:il banchetto messianico (cfr. Pr 9,1-6).

Buoi, cfr. Gb 9,13-14; 10,4-10.

Tutto è pronto, cfr. v. 8; Mc 14,15 (contesto pasquale); 1Pt 1,5: per la salvezza pronta a rivelarsi.

5 Ma quelli non se ne curarono e andarono chi al proprio campo, chi ai propri affari; 6 altri poi presero i suoi servi, li insultarono e li uccisero.

Non se ne curarono, cfr. Eb 2,3; 1Tm 4,14;

E andarono, ritennero più importante curare i propri affari: il campo e il commercio, che partecipare al pranzo di nozze del Figlio del Re. Così sarà il momento della sua gloriosa venuta. Campi e affari sono le due attività fondamentali dell’uomo. Campo, cfr. 24,18: «Chi si trova nel campo non torni indietro a prendersi il mantello»; 27,7-8: il campo del vasaio; Mc 10,29: figli o campi. Commercio, cfr. Ap 18,3.11.15.23: i mercanti hanno rapporto con Babilonia.

Presero, cfr. 14,3 (Giovanni); cfr. 21,46; 26,4.48.50.55.57 (Gesù). Li insultarono, cfr. Lc 18,32 (Gesù); At 14,5; 1Ts 2,2. Li uccisero, (cfr. 21,35; 23,34.37); intervento durissimo sui servi, inviati al momento finale, quello della gioia messianica. Così è anche oggi, nel tempo intermedio, quello che accadde al momento di Gesù e degli apostoli, accade anche ora.

7 Allora il re si indignò: mandò le sue truppe, fece uccidere quegli assassini e diede alle fiamme la loro città.

Si indignò, cfr. 18,34.

Le sue truppe, così chiama l’esercito romano mandato contro Gerusalemme. Vedi le parole dei profeti su Nabucodonosor e il suo esercito come strumento di Dio contro la città.

Gerusalemme non viene distrutta a caso.

Fece uccidere, cfr. 21,41; 27,20 (Gesù)

Quegli assassini, cfr. At 7,52.

La loro città, cfr. 24,2; Gv 11,47-53.

Diede alle fiamme, cfr. Gr 52,13.

8 Poi disse ai suoi servi: “La festa di nozze è pronta, ma gli invitati non erano degni; 9 andate ora ai crocicchi delle strade e tutti quelli che troverete, chiamateli alle nozze”.

Cfr. At 13,46-48: passaggio da Israele alle Genti.

Crocicchi delle strade, perché manda proprio qui? (cfr. Pr 1,20-21: qui la Sapienza convoca quanti passano ad ascoltarla). Quelli che troverete, chiamata improvvisa, apparentemente casuale (cfr. Pr 9,3 LXX: mandò le sue ancelle).

10 Usciti per le strade, quei servi radunarono tutti quelli che trovarono, cattivi e buoni, e la sala delle nozze si riempì di commensali.

Cattivi e buoni, tra le Genti (cfr. Rm 2,14-15). Si riempì, la pienezza delle Genti (cfr. Rm 11,25).

11 Il re entrò per vedere i commensali e lì scorse un uomo che non indossava l’abito nuziale. Gli disse: “Amico, come mai sei entrato qui senza l’abito nuziale?”. Quello ammutolì.

Abito nuziale, espressione unica in tutta la Scrittura (Ap 19,8: bisso risplendente, puro; Is 61,10: l’abito della salvezza e il manto della gioia; Ap 22,14: quelli che hanno lavato le loro vesti nel sangue dell’Agnello (cfr. Es 19,10); Lc 15,22: la prima veste).

Come, il re è stupito come abbia potuto entrare senza l’abito nuziale. Questo rappresenta il perno della parte finale della parabola. Per entrare nella sala nuziale è necessario “essere rivestiti” (cfr. Lc 15,22; Rm 13,12: rivestiamo le armi della luce; 14: avete rivestito il Signore Gesù). È Lui l’abito nuziale, in Lui diventiamo figli della stanza nuziale (cfr. Mt 9,15) e siamo introdotti nella festa di nozze (cfr. Gal 3,27; Ef 4,24: rivestire il nuovo uomo).

Ammutolì, il silenzio di chi non può portare nessuna giustificazione.

12 Allora il re ordinò ai servi: “Legatelo mani e piedi e gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti”.

Fuori nelle tenebre (lett.: la tenebra esteriore cfr. 8,12) «In senso stretto l’espressione colloca il luogo al limite del mondo, ma è un modo di dire ormai comune e non altera la concezione del luogo di punizione posto sotto terra cfr. Flav. Ios, Ant. 2,344» (Conzelmann, GLNT XII, 631 n. 144).

13 Perché molti sono chiamati, ma pochi eletti».

La finale è l’insegnamento che deriva dalla parabola (perché). Vi è una distinzione tra chiamati ed eletti. La chiamata è visibile perché è essere nella comunità dei credenti, l’elezione invece è il rapporto personale che Dio instaura con ciascuno e nessuno può conoscerlo. Chi è chiamato non deve sentirsi sicuro per quanto riguarda l’elezione.

Note

Omelia dialogata

  1. G. Dossetti: il contesto della parabola sono le nozze fatte al Figlio e poi del Figlio non si parla: due osservazioni o è un fatto accidentale o è presentissimo. Mi pare che qui si trovi la forte contrapposizione tra il Figlio e gli altri che non sono altro che servi – Qui non si parla della fine del Figlio, è visto solo nel momento nuziale – Si può rapportare tutto questo per capire meglio che cos’è la veste nuziale? Domando. Adesso parlate voi, potete prescindere dalle mie domande.

Athos: v. 10 non sono più chiamati servi ma adagiati a mensa.

  1. U. Neri: presenza del Figlio, è stabilmente nella casa, tutti gli altri sono chiamati. Il disegno di Dio si compie per la sua glorificazione. La gioia non è turbata dagli eserciti che distruggono la città. Vedi Gv 8: il figlio rimane nella casa mentre lo schiavo è rigettato… Sembra che il banchetto non abbia più termine l’abito nuziale è la partecipazione alla realtà dello sposo: è l’abito del Figlio. È Lui il nostro abito.
  2. Giuseppe: questo abito indica partecipazione al Figlio.
  3. Umberto: questo abito è donato dal Figlio, solo che bisogna indossarlo.
  4. Giuseppe: non avrebbe senso se no che il re si arrabbiasse (Gerico, appunti di omelia, 15.10.1972).

PREGHIERA DEI FEDELI

  1. Il nostro pastore ci conduce ai pascoli della vita. Salga umile e gradita la nostra preghiera al Padre da cui tutto proviene. Diciamo:

Padre santo ascoltaci

  • Perché la Chiesa sia presto da te radunata nel tuo regno per celebrare la festa di nozze con il Cristo, preghiamo.
  • Perché sulle labbra dei pastori risuoni sempre il lieto annunzio dell’Evangelo per radunare tutti i popoli nell’unica Chiesa e renderli un cuor solo e un’anima sola, preghiamo.
  • Perché i figli d’Israele accolgano il Signore Gesù e lo benedicano per essere salvi, preghiamo.
  • Perché tutti ci vestiamo di Cristo nostro abito nuziale: lo Spirito Santo renda incorruttibili i nostri pensieri; il pane della vita ci irrobustisca contro i nostri nemici; il calice della salvezza ci inebri facendoci dimenticare i piaceri della vita nel peccato, preghiamo.
  • Per l’inizio dell’anno pastorale nella nostra parrocchia, perché tutti coloro che hanno risposto al tuo invito a servire i fratelli lo facciano confidando nella dolce amicizia del tuo amore sapiente e portino frutti di consolazione, preghiamo

O Padre, che inviti il mondo intero alle nozze del tuo Figlio, donaci la sapienza del tuo Spirito, perché possiamo testimoniare qual è la speranza della nostra chiamata, e nessun uomo abbia mai a rifiutare il banchetto della vita eterna o ad entrarvi senza l’abito nuziale.

Per Cristo nostro Signore.

Amen.