Progressi e cantieri aperti

tra cattolici e luterani

Cinquecento anni dalla Riforma protestante

Michel Fédou SJ

La visita di papa Francesco in Svezia lo scorso anno ha segnato una tappa importante nel dialogo ecumenico, avviato subito dopo il concilio Vaticano II. In occasione del 500º anniversario della Riforma protestante, che ricorre il 31 ottobre 2017, fac­ciamo il punto sullo stato delle relazioni tra cattolici e luterani. Quali passi sono stati compiuti nella reciproca comprensione dei punti dibattuti? Quali cantieri restano ancora aperti?

L

o scorso 31 ottobre 2016 è stata una data fondamentale nella storia della Chiesa cattolica romana e della Federazione lute­rana mondiale: a Lund e Malmö (Svezia) cattolici e luterani hanno dato inizio insieme all’anno di commemorazioni delle origi­ni della Riforma luterana. Certo, il culmine si avrà il prossimo 31 ottobre, quando ricorreranno cinquecento anni dall’evento ritenuto simbolicamente l’inizio della Riforma: l’affissione delle tesi sulle indulgenze di Martin Lutero sulla porta della chiesa del castello di Wittenberg. Ma l’evento dello scorso anno in Svezia ha un’impor­tanza capitale nelle relazioni tra cattolici e luterani.

La commemorazione ha avuto inizio dapprima con una celebra­zione liturgica alla cattedrale di Lund, copresieduta da mons. Mu­nib Younan, presidente della Federazione luterana mondiale, accom­pagnato dal segretario generale della Federazione rev. Martin Junge,

Traduzione dall’originale francese di Daniela Caldiroli.

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e da papa Francesco, accompagnato dal card. Kurt Koch, presidente del Pontificio consiglio per la Promozione dell’unità dei cristiani. Lo svolgimento della celebrazione si è ispirato al documento Dal conflitto alla comunione della Commissione luterana – cattolica ro­mana sull’unità (2013). La liturgia è stata scandita da tre momenti: un tempo di rendimento di grazie per i doni ricevuti attraverso la Riforma; un tempo di pentimento e di domanda di perdono per le colpe commesse reciprocamente da cattolici e luterani; infine, un tempo di «testimonianza e impegno comune», al termine del quale papa Francesco e mons. Younan hanno firmato una Dichiarazione congiunta. Nel pomeriggio, a Malmö, durante una grande mani­festazione, sono state ascoltate alcune testimonianze di luterani e cattolici, che vivono situazioni particolarmente difficili (in India, in Colombia, in diversi Paesi dell’Africa, in Siria).

In passato erano già avvenute commemorazioni della Riforma, che però erano talora divenute l’occasione per i protestanti di riaf­fermare la loro identità contro la Chiesa cattolica, mentre i catto­lici, dal canto loro, accusavano i protestanti di aver provocato una divisione ingiustificabile. Invece, la commemorazione del 500º anniversario, avviata con l’incontro del 2016, avviene dopo diversi decenni di dialogo tra cattolici e luterani ed é comune. Il fatto che papa Francesco abbia personalmente partecipato alla celebrazione di Lund riveste, da questo punto di vista, un signifi­cato capitale.

La piena comprensione di un evento di questa portata passa, innanzi tutto, dalla conoscenza dei passi di avvicinamento compiuti nel corso degli ultimi cinquant’anni. Ricorderemo in modo parti­colare la Dichiarazione congiunta sulla dottrina della giustificazione, firmata il 31 ottobre 1999 ad Augusta (una città altamente simbo­lica per le vicende della separazione tra cattolici e luterani, N.d.R.), e mostreremo come ci si sia avvicinati anche su altri temi, quali il rapporto con la Scrittura, l’eucaristia e (in misura minore) i ministe­ri. Infine, indicheremo le principali questioni sulle quali il dialogo luterano-cattolico dovrà ancora progredire in futuro.

  1. I passi già compiuti

A seguito del concilio Vaticano II, che diede un forte impulso al movimento ecumenico, nel 1967 fu creata una Commissione inter­nazionale di dialogo luterana-cattolica per l’unità, che dipende con­giuntamente dalla Santa Sede e dalla Federazione luterana mondia­le. Essa ha già conosciuto diverse fasi di lavoro e prodotto un certo numero di documenti: Il Vangelo e la Chiesa (1972); L’eucaristia (1978); Vie verso la comunione (1980); Tutti sotto uno stesso Cristo

(1980); Il ministero pastorale nella Chiesa (1981); Martin Lutero te­stimone di Gesù Cristo (1983); L’unità davanti a noi (1984); Chiesa e giustificazione (1993). Negli anni successivi e sulla base del lavoro effettuato da questa Commissione, fu affidato a un gruppo l’inca­rico di elaborare la Dichiarazione congiunta sulla dottrina della giu­stificazione, un testo fondamentale sul quale torneremo. Da allora, la Commissione internazionale ha prodotto due nuovi documenti: The Apostolicity of the Church (2007) e Dal conflitto alla comunione (2013). Quest’ultimo testo è importante, tra l’altro, perché propone una lettura comune di quel che avvenne alle origini della Riforma e raggruppa le principali acquisizioni del dialogo recente, mostrando così come alcune divergenze siano ormai superate, e infine formula gli «imperativi ecumenici» (nn. 238-245) che dovrebbero stare alla base delle future relazioni tra cattolici e luterani.

Altri lavori sono stati ugualmente realizzati, a livello nazionale, dalla Commissione di dialogo luterana-cattolica negli Stati Uniti. Menzioniamo anche l’opera pubblicata nel 1986 da Karl Lehmann e Wolfhart Pannenberg, in cui si concludeva che le condanne re­ciproche del XVI secolo circa la dottrina della giustificazione non riguardavano più il partner attuale con l’effetto separatore esercitato sulle Chiese, come vedremo meglio nel prossimo paragrafo. Al di là dei testi, bisogna sottolineare la qualità delle relazioni concrete tra i responsabili della Chiesa cattolica romana e della Federa­zione luterana mondiale, e soprattutto l’importanza di alcuni gesti altamente simbolici come quello rappresentato, nel 2011, dalla visita di papa Benedetto XVI al convento agostiniano di Erfurt (dove Lutero aveva vissuto come monaco).

  1. La Dichiarazione congiunta sulla giustificazione per fede

Data l’importanza della Dichiarazione di Augusta, ci sofferme­remo in primo luogo sulla questione, assolutamente centrale, tratta­ta da questo documento: la giustificazione per fede. Pubblicata nel 1997, la Dichiarazione è stata accompagnata da un Allegato, e il tut­to è stato solennemente promulgato ad Augusta il 31 ottobre 1999. Luterani e cattolici si erano divisi anzitutto sulla questione della giustificazione: i primi affermavano che il peccatore è giustificato da Dio soltanto mediante la sua fede e, di conseguenza, criticavano i secondi per la loro concezione delle opere da compiere in vista della salvezza; i cattolici rispondevano che, pur riconoscendo la salvezza come dono di Dio, bisognava tuttavia insistere sulla responsabilità dell’essere umano che si predispone a ricevere questa salvezza e sul carattere meritorio delle sue buone opere.

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La Dichiarazione promulgata ad Augusta presenta una com­prensione comune della giustificazione, pur precisando che essa non esclude differenze legittime tra l’approccio cattolico e quello luterano. La comprensione comune è così formulata: «Insieme con­fessiamo che non in base ai nostri meriti, ma soltanto per mezzo della grazia, e nella fede nell’opera salvifica di Cristo, noi siamo accettati da Dio e riceviamo lo Spirito Santo, il quale rinnova i nostri cuori, ci abilita e ci chiama a compiere le buone opere» (n. 15). In seguito però la Dichiarazione aggiunge: «Quando i cattolici affermano che l’uomo […] “coopera” con il suo assenso all’azione giustificante di Dio, essi considerano tale personale assenso non come un’azione derivante dalle forze proprie dell’uomo, ma come un effetto della grazia» (n. 20); dal canto loro i luterani, quando dicono che la persona è incapace di cooperare alla propria salvezza e che può ricevere la giustificazione solo in maniera meramente passiva, «negano con ciò ogni possibilità di un contributo proprio dell’uomo alla sua giustificazione, senza negare tuttavia la sua per­sonale e piena partecipazione nella fede, che è operata dalla stessa parola di Dio» (n. 21).

Vi è quindi davvero un consenso, ma un consenso “differenzia­to”: l’accordo di fondo non impedisce che ci siano differenze nel modo di parlare della giustificazione o della salvezza; ma tali differenze sono ormai riconosciute come legittime e non più separatrici. La Dichiarazione ne dà diverse illustrazioni. Per esempio, quando i luterani dicono che il credente è «al tempo stesso giusto e peccatore» (simul justus et peccator), essi sottolineano senza dubbio che il peccato abita ancora in lui, ma «non negano che il giustificato, nonostante il peccato, non sia separato da Dio in Cri­sto»; all’opposto, quando i cattolici considerano che la grazia confe­rita nel battesimo toglie tutto ciò che è veramente «peccato», affer­mano tuttavia che «resta nell’uomo un’inclinazione (concupiscenza) che viene dal peccato e spinge al peccato» (nn. 29 e 30). Al termine, la Dichiarazione afferma che le passate condanne reciproche tra cattolici e luterani in merito alla giustificazione oggi non hanno più ragione di essere, a motivo del consenso ormai raggiunto. In­fine formula l’auspicio che possano compiersi ulteriori passi per riavvicinarsi su altri temi, soprattutto sulla questione della Chiesa.

È vero che ancora nei mesi che hanno preceduto la firma della Dichiarazione sono sorti disaccordi su questo o quel punto parti­colare, tanto che è stato necessario apportare alcune chiarificazioni supplementari aggiungendo un Allegato al documento. Tuttavia, il punto di arrivo del processo avviato costituisce un fatto assoluta­mente rilevante: non solo c’è stato un consenso di fondo tra cattolici

e luterani, ma tale consenso è stato solennemente ratificato dalla Chiesa cattolica romana e dalla Federazione luterana mondiale, il che conferisce alla Dichiarazione una grandissima autorità.

  1. Il rapporto con la Scrittura, l’eucaristia, i ministeri

Oltre la questione della giustificazione, il dialogo tra cattolici e luterani ha consentito di progredire su altri temi rilevanti.

  1. a) Il rapporto con la Scrittura

Si può anzitutto menzionare la comprensione del rapporto con la Scrittura. Su questo punto esisteva tradizionalmente una divergenza di fondo: i protestanti insistevano sull’autorità sovra­na della Scrittura (sola Scriptura); i cattolici, pur riconoscendone l’importanza, sottolineavano anche l’importanza della Tradizione (e lasciavano talora persino intendere la presenza di due fonti della rivelazione, la Scrittura e la Tradizione; tale posizione però non rifletteva la posizione più sfumata del Concilio di Trento). Il primo documento della Commissione internazionale luterana-cattolica, Il Vangelo e la Chiesa (1972), include un’intera sezione sul tema «Van­gelo e tradizione»; esso sottolinea che il primato spetta al Vangelo, ma che a sua volta il Vangelo è stato, sin dall’origine, oggetto di tra­dizione, poiché ci è pervenuto mediante la trasmissione degli scritti del Nuovo Testamento: «Fin dagli inizi il Vangelo di Gesù Cristo è stato oggetto di tradizione. Dall’annuncio del Vangelo e al servi­zio di tale annuncio sono nati degli scritti, che più tardi sono stati designati come Nuovo Testamento. Con questa presentazione la vecchia controversia teologica sul rapporto tra Scrittura e tradizione viene posta in modo nuovo. Non è più possibile contrapporre la Scrittura alla tradizione come se vi fosse estranea, poiché lo stesso Nuovo Testamento è il risultato della tradizione cri­stiana primitiva. Alla Scrittura, in quanto testimonianza della tradizione fondamentale, spetta però una funzione normativa per l’insieme della tradizione successiva della Chiesa» (Il Van­gelo e la Chiesa, n. 17).

Indubbiamente questo non basta per risolvere tutti i problemi. Una domanda soprattutto si pone: che cosa permette di distingue­re, nel corso della storia, gli sviluppi legittimi della tradizione da quelli che non lo sono? I luterani ricorrono qui alla Parola viven­te della predicazione; i cattolici, invece, ricorrono congiuntamente all’esercizio dell’autorità del magistero e all’esperienza dei cristiani. Tutti però riconoscono che «l’autorità della Chiesa può essere solo al servizio della Parola e che essa non può porsi al di sopra della Parola del Signore» (ivi, n. 21). Per riassumere, è possibile dire che

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sulla questione esiste un accordo essenziale, benché sussistano al­cune differenze circa la determinazione dei “criteri secondari” che autorizzino ad affermare che questo o quel determinato sviluppo della tradizione sia legittimo o meno.

  1. b) L’eucaristia

Su questo punto abbiamo un secondo testo molto importante elaborato dalla Commissione internazionale luterana-cattolica: L’eu­caristia (1978), che testimonia un accordo su aspetti fondamentali: «molto di quel che prima ci divideva è stato oggi eliminato da en­trambe le parti, e le differenze che ancora permangono si trovano in un ambito di comunanza» (L’eucaristia, n. 47). È importante sottoli­neare, in particolare, un accordo di fondo su un punto essenzia­le: «I cristiani cattolici e luterani riconoscono insieme la vera e reale presenza del Signore nell’Eucaristia» (ivi, n. 48).

Indubbiamente «nelle dichiarazioni teologiche permangono delle differenze sul modo della presenza reale e sulla sua durata» (ivi). Il linguaggio cattolico parla tradizionalmente di «transustanziazione»; mentre il linguaggio luterano parla piuttosto di una «presenza del Corpo e del Sangue di Cristo in, con e sotto il pane e il vino». Ma questa differenza non mette in causa, sostanzialmente, il ricono­scimento della presenza di Cristo nell’eucaristia (cfr ivi, n. 51). È pur vero che la divergenza sulla durata della presenza reale per ora non è stata sormontata: secondo i cattolici, il dono della presenza eucaristica rimane oltre il momento della celebrazione (da qui la pratica dell’adorazione del Santissimo Sacramento), mentre tradi­zionalmente ciò non è ammesso dai luterani. Tuttavia il documento L’eucaristia indica alcune vie che permetterebbero di progredire: da parte cattolica, si dovrebbe ricordare che la prima intenzione della «riserva eucaristica» è la distribuzione agli ammalati e agli assenti; da parte luterana, si dovrebbe riconoscere che, da secoli, l’adorazione eucaristica ha occupato un ruolo rilevante nella devozione cristiana.

Un’altra divergenza è stata spesso sottolineata a partire dal XVI secolo a proposito della nozione di “sacrificio”. Per la tradizione cat­tolica, in ogni eucaristia «si offre a Dio un vero e proprio sacrificio» per mezzo di Cristo, come affermato nel concilio di Trento (Den­zinger-Hünermann, n. 1751, nostra trad. dal latino), e la Chiesa stessa offre un sacrificio. Per la Riforma, invece, si teme che l’idea dell’eucaristia come sacrificio propiziatorio porti pregiudizio al ca­rattere unico del sacrificio della croce. Anche su questo punto però, il dialogo ha permesso di progredire: secondo la dottrina cattolica ben intesa, il sacrificio della messa non ripete il sacrificio della croce (ma lo rende presente); e se i fedeli offrono a loro volta un sacrificio,

è nel senso che, uniti a Dio, diventano partecipi del dono che Cristo fa di se stesso.

Infine, circa la questione della comunione sotto le due specie, essa è stata in larga parte risolta da quando il concilio Vaticano II ne ha autorizzato la pratica (sebbene di fatto, la comunione sotto le due specie non sia poi così diffusa sia tra i cattolici che tra i luterani).

In sintesi, sull’eucaristia esiste ormai un accordo sostanziale; su alcuni punti sussistono ancora delle divergenze, ma esse restano in secondo piano rispetto all’acquisizione fondamentale, ossia il rico­noscimento della presenza di Cristo nell’eucaristia.

  1. c) I ministeri

Su questo argomento la Commissione internazionale luterana-cattolica ha prodotto un documento intitolato Il ministero pastorale nella Chiesa (1981), che riconosce, almeno su un punto, un notevo­le progresso. Nel XVI secolo i cattolici insistevano principalmente sulle funzioni sacramentali del prete (soprattutto sull’offerta del sa­crificio della messa), mentre la Riforma sottolineava che il ministe­ro aveva il compito di annunciare il Vangelo e di somministrare i sacramenti in conformità con il Vangelo; ora questa divergenza è sormontata: «Perciò attualmente le nostre Chiese possono dire in­sieme che la funzione essenziale e specifica del ministro ordi­nato consiste nel radunare ed edificare la comunità cristiana mediante sia l’annuncio della parola di Dio sia la celebrazione dei sacramenti, nonché nel guidare la vita della comunità nei suoi aspetti liturgici, missionari e diaconali» (Il ministero pasto­rale nella Chiesa, n. 31).

Rimane tuttavia una divergenza riguardo alla sacramentalità dell’ordinazione (la dottrina luterana tradizionale infatti non rico­nosce l’ordine come sacramento), ma il documento ammette se non altro questo: «Là dove si insegna che, mediante l’atto di ordinazione, lo Spirito Santo abilita per sempre con i suoi doni colui che viene ordinato per il servizio della Parola e del sacramento, ci si deve chie­dere se non siano venute meno, in merito, le differenze che finora dividevano le Chiese» (ivi, n. 33).

Sussistono ancora altre differenze, in particolare quella ben no­ta per cui i luterani, all’opposto della Chiesa cattolica, ammettono l’ordinazione delle donne. A prescindere da quest’ultima questio­ne, il problema di fondo consiste nel riconoscimento stesso dei ministeri esercitati nella tradizione luterana: secondo i cattolici, esiste un’insufficienza in questa tradizione (o come si dice più preci­samente, un defectus ordinis), poiché i ministri protestanti non sono ordinati dai vescovi (secondo quanto esige la successione apostolica).

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Senza dubbio, quindi, il dialogo luterano-cattolico è molto me­no avanzato sulla questione dei ministeri che su quelle ricordate in precedenza. Tuttavia il documento Il ministero pastorale nella Chiesa apporta queste precisioni: il defectus ordinis non significa che il ministero, così come esiste presso i luterani, non eserciti le funzioni essenziali del ministero istituito da Cristo; e i luterani, da parte loro, non negano che il ministero ecclesiale esista autentica­mente nella Chiesa cattolica. Il documento pertanto conclude: il riavvicinamento già raggiunto tra le Chiese separate fa desiderare che «entrambe le Chiese riconoscano a vicenda i loro ministeri. Si tratterebbe di un passo decisivo per togliere lo scandalo della divi­sione nel convito del Signore. In tal modo i cristiani di entrambe le Chiese potrebbero rendere testimonianza al mondo, in maniera più credibile, della loro comunione nell’amore di Cristo» (ivi, n. 81). Bisogna aggiungere che, da allora, un nuovo documento ha permesso di approfondire la comprensione del significato profon­do dell’«apostolicità della Chiesa», e che ciò può contribuire a far progredire la riflessione sui ministeri.

  1. I cantieri futuri

I progressi compiuti non significano ovviamente che non ci siano più difficoltà da sormontare. La Dichiarazione congiunta sulla giustificazione menzionava, già nel 1999, alcune questioni che richiedevano una «chiarificazione complementare», riguardanti «la relazione esistente tra Parola di Dio e insegnamento della Chiesa, l’ecclesiologia, l’autorità nella Chiesa e la sua unità, il ministero e i sacramenti, ed infine la relazione tra giustificazione e etica sociale» (n. 42). Più recentemente, il documento Dal conflitto alla comunione (2013) non si accontenta di mostrare i frutti del dialogo già condot­to tra cattolici e luterani, ma indica altresì le questioni sulle quali il dialogo deve continuare: «il rapporto tra la visibilità e l’invisibilità della Chiesa, la relazione tra la Chiesa universale e la Chiesa locale, la Chiesa come sacramento, la necessità dell’ordinazione sacramen­tale nella vita della Chiesa e il carattere sacramentale della consacra­zione episcopale» (n. 218).

Come abbiamo sottolineato sopra, quello dei ministeri è uno dei principali temi su cui il dialogo ecumenico dovrà ancora progredire. I documenti appena citati però mostrano bene che, a prescindere dalla questione dei ministeri, è importante portare avanti la ri­flessione sulla concezione stessa della Chiesa. Infatti, essa non è la stessa per entrambe le parti: tradizionalmente i luterani consi­derano la Chiesa piuttosto come uno strumento passivo nella sto­ria della salvezza, mentre i cattolici ne sottolineano maggiormente

il ruolo attivo, in quanto essa «coopera» alla salvezza. Sarà quindi necessario fare di tutto per superare le divergenze che sussistono su questo punto. Lo stesso vale per quelle a proposito dei sacramenti: la loro comprensione (e, di conseguenza, il loro numero) esige un ulteriore approfondimento. Tuttavia una cosa è certa: cattolici e lu­terani si basano ormai su una dottrina comune della giustificazione, e proprio questo dovrebbe aiutarli a progredire sulle questioni che continuano a porsi a proposito della Chiesa e dei sacramenti.

Tra i futuri cantieri figura anche l’importante questione dei “mo­delli d’unità”. Oggi non condividiamo più la visione – dominante fino a qualche decennio fa – di un’unità intesa come il “ritorno” dei protestanti nella Chiesa cattolica; infatti siamo maggiormente con­sapevoli del fatto che la comunione futura dovrà riunire comunità aventi ciascuna la propria tradizione particolare. Tuttavia il dialogo ecumenico non deve preconizzare una semplice giustapposizio­ne di gruppi diversi di cristiani: il suo scopo è quello di una sola Chiesa, anche se questa deve accogliere nel suo seno una reale diversità. La domanda quindi è la seguente: come concepire la co­munione ecclesiale futura, in modo tale che l’unità della Chiesa sia reale e che, al tempo stesso, rispetti le legittime differenze? Questa domanda comporta tra l’altro una riflessione sul ministero di co­munione nella Chiesa universale (che, dal punto di vista cattolico, passa attraverso il riconoscimento del ministero affidato al vescovo di Roma); il dialogo ecumenico deve quindi aiutare a precisare le vie tramite le quali cattolici e luterani potranno un giorno far parte della stessa Chiesa, senza tuttavia che siano sacrificate le legittime peculiarità delle loro rispettive tradizioni.

Tuttavia è importante sottolineare che il dialogo dottrinale, pur necessario, non è affatto sufficiente. Non avrebbe nemmeno alcuna possibilità di riuscire se non avesse come presupposto un impegno reale delle parti in vista della comunione auspicata. Tale impegno si manifesta già concretamente laddove cattolici e luterani testimoniano insieme il Vangelo, anche nelle situazioni umane più drammatiche. Un esempio in tal senso è stata la manifestazione di Malmö del 31 ottobre 2016 con le testimonianza dei cristiani pro­venienti dall’India, dalla Colombia, dal Burundi, dal Kenya e dalla Siria. L’impegno di cattolici e luterani a favore di altre persone, in particolare le più svantaggiate, implica già una forma reale di comunione tra loro. Bisogna anche ricordare, su un piano più ordinario, l’esperienza concreta che i cristiani (non solo i cattolici e i luterani, ma anche coloro che appartengono alle altre confes­sioni protestanti) vivono attraverso le loro comunità parrocchiali o nel quadro di alcuni organismi, come il ritrovarsi insieme per

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leggere la Bibbia in un gruppo biblico, le occasioni (poco frequen­ti, senza dubbio, ma significative) di partecipare insieme a veglie di preghiera che riuniscono cattolici e protestanti; l’organizzazione di conferenze o sessioni ecumeniche in alcune diocesi, o ancora l’invito a un pastore luterano di predicare in una chiesa cattolica in occasione della Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani (18-25 gennaio) e viceversa.

I progressi del dialogo ecumenico implicano l’ardente de­siderio di quest’unità, e non solo, naturalmente, dell’unità tra cattolici e luterani ma più ampiamente di quella tra tutti i cri­stiani. Non si tratta soltanto di un’esigenza interna alla Chiesa, ma di una testimonianza che la Chiesa è chiamata a rendere nel mondo; è quello che manifesta la preghiera formulata da Gesù stesso: «Per­ché tutti siano una sola cosa; come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch’essi in noi, perché il mondo creda che tu mi hai manda­to» (Giovanni 17,21).

 

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