Uno spazio pastorale aperto ed entusiasmante

Note di pastorale universitaria a partire dal prossimo Sinodo

Rossano Sala

Uscire per incontrare i giovani lì dove sono, ascoltarli con disponibilità e attenzione, annunciargli con passione la verità del Vangelo, accompagnarli con intelligenza e competenza nel discernimento della loro vocazione, diventare con loro discepoli del Signore, vivere la propria vita quotidiana secondo il Vangelo. Il filo rosso del prossimo Sinodo dei Vescovi sembra essere segnato da questi verbi: uscire, incontrare, ascoltare, annunciare, accompagnare, discernere, vivere.
Ma dove sono i giovani? Dove vivono? Che cosa fanno? La pastorale giovanile non può essere pindarica, ma deve essere incarnata nella storia dei giovani. Per essere prossimi dei giovani bisogna incontrarli dove la loro vita si sta svolgendo quotidianamente e dove loro stessi dicono di essere “vocazionalmente” impegnati.
Incontro molti giovani per tanti motivi. E a volte domando loro: “Che cosa fai nella vita?”. La maggior parte di loro fa riferimento ad una Facoltà universitaria: “Studio ingegneria da quattro anni”; “Sono iscritta a giurisprudenza”; “Sono al terzo anno di scienze dell’educazione”; “Dopo la maturità intendo fare il test di medicina” e così di seguito. Poi, certo, qualcuno dice di essere alla ricerca di un lavoro, qualcun altro ne ha uno precario. Ma, devo dire, molti dei giovani hanno un riferimento importante nell’Università. Sembra essere, quella dell’iscrizione e della frequenza all’Università, una delle istanze che denotano appartenenza e identità.
La scelta di incominciare, come NPG, l’anno educativo-pastorale 2017-18 (che ci porterà al cospetto della celebrazione del prossimo Sinodo, nell’ottobre 2018) con un Dossier dedicato alla pastorale universitaria è per noi importante e significativo. Il Documento preparatorio, quando parla dei giovani, intende la fascia che va dai 16 ai 29 anni. Le ricerche italiane sul mondo giovanile in genere partono dai 18/19 anni e arrivano ai 27/29 anni. È innegabile che la fascia dei ventenni coincide per tante ragioni con la fascia degli universitari. Parlare di giovani significa quindi, per tanti motivi, parlare di giovani universitari.
Cerco allora di condividere con voi alcune connessioni importanti tra il prossimo Sinodo e la pastorale universitaria.

Pastorale in uscita verso la cultura

Accompagnare i giovani richiede quella capacità creativa di saper abbandonare modi di fare ormai inefficaci. A volte reiteriamo attività che hanno fatto il loro bene, ma anche il loro tempo. La pastorale universitaria, per molti aspetti, è invece una presenza della Chiesa “fuori dagli schemi preconfezionati”, ma soprattutto è una presenza che incontra i giovani “lì dove sono”, con una particolare attenzione ad adeguarsi “ai loro tempi e ai loro ritmi”.
Gli spazi, i tempi e le strutture della pastorale universitaria ne fanno una pastorale particolarmente adatta e flessibile per rispondere alla situazione sociale, culturale ed ecclesiale dei giovani, offrendo opportunità inedite da sviluppare con creatività e lungimiranza. Pensiamo solo alla mobilità giovanile, che certamente la struttura parrocchiale non riesce per tanti motivi ad intercettare, mentre l’attenzione diretta verso gli universitari in quanto categoria giovanile può incrociare facilmente.
Uno dei desideri del prossimo Sinodo è quello di rivolgersi a tutti i giovani, nessuno escluso. Ora, nell’università ci sono tutti i giovani: si tratta quindi, per molti aspetti, di un ambiente in cui la Chiesa si fa missionaria dei giovani, vivendo autenticamente la sua identità “in uscita”.
Una missionarietà, occorre però specificare, non proselitistica né devozionistica, ma culturale: cura pastorale delle persone, lavoro di decifrazione della realtà, impegno di evangelizzazione della cultura, approfondimento del messaggio cristiano dal punto di vista intellettuale. Perché è da ritenersi che «la grazia suppone la cultura, e il dono di Dio si incarna nella cultura di chi lo riceve» (cfr. FRANCESCO, Evangelii gaudium, n. 115).
D’altra parte, la dimensione culturale della scuola e dell’Università rimane perfettamente compatibile con il cristianesimo, da cui – tra le altre cose – storicamente nasce l’istituzione universitaria in quanto tale.
Il proprio della laboriosità della pastorale universitaria è la cultura e il suo mondo, in specie il suo rapporto con la fede e con la visione cristiana del tempo, del mondo e della storia. La sua forma specifica di servizio e di carità verso le giovani generazioni è quello legato alla cura dell’intelligenza, alla valorizzazione della ratio in tutta la sua integrità e integralità.

Pastorale con la Chiesa e con i giovani

La pastorale universitaria esistente non è evidentemente esente da criticità, allo stesso modo di altre azioni pastorali. È quindi giusto porre alcune questioni anche in questa precisa direzione, verificando con onestà ciò che va e ciò che non va.
A proposito dei soggetti, il Documento preparatorio per il prossimo Sinodo mette al centro la comunità cristiana, prima e principale responsabile di ogni azione pastorale. Per questo la pastorale universitaria è e deve espressione di una Chiesa che, nel suo insieme e in quanto comunità, si prende cura delle giovani generazioni.
Ogni operatore pastorale è espressione e portatore della Chiesa, da cui tutti ci sentiamo generati e inviati. Purtroppo non sempre è così, tanto che la “sindrome dei battitori liberi” talvolta infetta tanti operatori pastorali che tendono ad agire in forma autocentrata e autoreferenziale. È da ricordare invece che il soggetto dell’educazione e dell’evangelizzazione è la comunione ecclesiale, è la comunione tra le persone che agiscono pastoralmente. Educare ed evangelizzare i giovani è davvero uno “sport di squadra”, piuttosto che un’attività individuale.
Per fare squadra certamente però ci vogliono singoli di qualità. Un’altra grande provocazione del Sinodo, a proposito della “pastorale giovanile vocazionale”, va nella direzione degli adulti: è una domanda sulla loro qualità, che sembra essere oggi una questione centrale e cruciale, sia dal punto di vista sociale che ecclesiale.
Che cosa significa, come Chiesa, essere significativi per questa generazione alla ricerca di testimoni e di maestri autentici, in una società che sembra nel suo insieme diventata sempre più adolescenziale?
Il documento della Conferenza Episcopale Europea sulla pastorale universitaria in Europa, specifica alcune caratteristiche di coloro che sono chiamati a rappresentare la Chiesa nel mondo universitario (cfr. La pastorale universitaria in Europa. Lineamenta, 22):
– attitudine al dialogo e all’accoglienza;
– visione cristiana della cultura e della società;
– conoscenza e comunicazione motivata delle prime parole della fede (primo annuncio);
– sensibilità pedagogica cristiana;
– agilità interdisciplinare;
– conoscenza e rispetto del mondo dell’Università;
– senso profondo dell’ecclesialità.
Soprattutto, per fare squadra, bisogna che i giovani facciano parte della squadra!
Il prossimo Sinodo afferma provocatoriamente che la Chiesa stessa è chiamata ad imparare dai giovani e che intende chiedere ai giovani stessi di aiutarla a identificare le modalità oggi più efficaci per annunciare la Buona Notizia. Qui si apre uno dei grandi temi della pastorale giovanile in generale e della pastorale universitaria in specifico: quella della corresponsabilità apostolica con i giovani, perché la Chiesa si edifica con i giovani, prima che per i giovani! Il cristianesimo è un “sapere partecipativo” ed è una “pratica di vita condivisa”: non è mai troppo lontano il rischio di ridursi a pensare e ad agire come se i giovani fossero solamente destinatari passivi da “formare”, “istruire”, “riempire”, “educare”, “salvare” senza la loro necessaria ed intima partecipazione, senza di loro!
Stiamo coinvolgendo i giovani? Abbiamo fiducia in loro? Gli offriamo spazi di protagonismo e di corresponsabilità? Programmiamo, realizziamo, verifichiamo con loro quello che facciamo per loro?

Pastorale qualificata vocazionalmente

L’intero secondo capitolo del Documento Preparatorio si impegna per mettere a fuoco lo specifico di ciò che il Sinodo desidera trattare, sintetizzato alcune pregnanti e impegnative parole: fede, vocazione, discernimento, accompagnamento. Sono le quattro parole-chiave del cammino che si sta incominciando come Chiesa.
In particolare, il termine “vocazione” non è da confondere con un generico lavoro di “orientamento”, ma fa appello alla possibilità e alla realtà di un Dio che crea per l’alleanza e che desidera interpellare ogni giovane, attraverso la sua parola e la sua presenza. Biblicamente parlando la questione vocazionale inizia con un vero e proprio “disorientamento” che porta la persona ad un decisivo “riorientamento” della propria esistenza. Effettivamente la laboriosità del discernimento vocazionale rimanda proprio all’impegno, che fa appello prima di tutto alla coscienza, legato al processo con cui il giovane arriva a compiere, in dialogo con il Signore e in ascolto della voce dello Spirito, le scelte fondamentali, a partire da quella sullo stato di vita.
La pastorale universitaria è dunque chiamata a qualificarsi vocazionalmente: in che modo stiamo aiutando i giovani che ci sono affidati a riconoscere la qualità dei propri desideri, a coglierne l’origine e il senso attraverso una retta interpretazione e infine a scegliere con fedeltà ciò che si è scoperto? In che modo cerchiamo di metterli al cospetto del Dio che ama e chiama ogni giovane?
La dinamica vocazionale esige accompagnamento paziente e autorevole dei cammini reali dei giovani che frequentano l’ambiente universitario.
Se l’esperienza di prossimità con i giovani universitari certamente conferma con estrema chiarezza che, rispetto al passato, dobbiamo abituarci a percorsi di avvicinamento alla fede sempre meno standardizzati e più attenti alle caratteristiche personali di ciascuno, allora l’incontro in ambiti extraecclesiali con qualcuno capace di essere testimone credibile apre il campo proprio all’Università intesa esattamente come uno spazio privilegiato “fuori dalle mura ecclesiastiche” in cui i giovani possono trovare spazi di riscoperta e di appropriazione soggettiva e originale della fede, proprio attraverso il dialogo con la cultura.
Se dal punto di vista del rapporto dei giovani con la “religione istituita”, che in Italia è chiaramente identificabile con la Chiesa Cattolica, le cose non sembrano essere particolarmente rosee, per quanto riguarda la “ricerca spirituale e religiosa” i dati appaiono molto vivaci e interessanti, presentandoci un mondo giovanile aperto, capace di lasciarsi interrogare in molti modi.
In tutto questo l’accompagnamento è decisivo: senza di esso un autentico discernimento diventa difficile, se non impossibile. Accompagnamento che non è solo personale, ma anche di gruppo e di ambiente.

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Attraverso la pastorale universitaria siamo chiamati a far emergere in quell’ambiente uno stile culturale alternativo e attrattivo, perché radicato nella fede e ispirato dalla fede. La profezia propria della pastorale universitaria è quella di poter manifestare con umiltà e franchezza un modo più profondo e più adeguato di comprendere il mondo, di amarlo senza riserve e di abitarlo con passione.
Un ambiente così determinato offre delle ottime condizioni per raggiungere al meglio gli obiettivi propri dell’istituzione universitaria: la crescita della persona verso la sua piena maturità, l’esercizio dell’intelligenza e l’apertura della mente, la comprensione critica della cultura e del mondo in cui viviamo, l’esercizio delle relazioni e della ricerca solidale, l’apprendimento di una onesta e laboriosa professionalità, la convinzione della responsabilità dell’agire, la gestione responsabile del tempo, la crescita delle virtù personali dell’amore allo studio, la capacità di stupirsi davanti all’universo e all’uomo, l’apertura al riconoscimento di essere immersi in un mistero che ci abbraccia da ogni direzione.
Non solo: un ambiente così connotato non è solo “cultura”, ma crea un terreno di “coltura” adeguato che permette di entrare in quel ritmo di sapienza in grado di far scoprire ad ogni giovane che la verità non è solo una teoria filosofica o una tecnologia sofisticata, ma l’incontro con Gesù, perché «all’inizio dell’essere cristiano non c’è una decisione etica o una grande idea, bensì l’incontro con un avvenimento, con una Persona, che dà alla vita un nuovo orizzonte e, con ciò, la direzione decisiva» (BENEDETTO XVI, Deus caritas est, n. 1).