Antonio Ruccia


Introduzione

Il tema dell’evangelizzazione, ibernato e spesso messo in soffitta, sembra ora essere una metastasi impazzita che irrimediabilmente scorazza nel divenire della comunità ecclesiale di questo primo tratto del terzo millennio. L’impellenza di proporre un’evangelizzazione con stile nuovo per molti appare una soluzione a cui guardare, ma solamente a distanza. Infatti ci si trincera dietro alle sicurezze di consolidati meccanismi pastorali anche se appaiono inconcludenti. Il problema non è circoscritto a una questione metodologica su cui cimentarsi con risultati più o meno soddisfacenti. Il vero problema è nei contenuti da proporre per una evangelizzazione di un mondo distratto e invecchiato come il nostro, dove il pianeta giovanile lo si vede sempre più distanziato e poco incline a scelte e opzioni che si coniugano con il Vangelo.

Inoltre, il tema dell’evangelizzazione appare ampiamente distaccato da una realtà che possa permettere allo stesso di essere efficace. Infatti in pochi casi e poche esperienze fanno riferimento al binomio comunità/evangelizzazione. L’evangelizzazione sembra essere appannaggio solo di piccoli e sporadici gruppi, spesso di movimenti, che si cimentano in forme coinvolgenti oppure in esperienze trainanti di sacerdoti in grado di coinvolgere masse di persone. Difficilmente si incontrano comunità parrocchiali, tra loro unite dove l’evangelizzazione è l’obiettivo prioritario. Il vero e nuovo binomio, fondato su basi teologiche, non è semplicemente un qualcosa da realizzare, ma è l’essenza della progettualità e della futuribilità della Chiesa del terzo millennio. Parlare, infatti, di comunità ecclesiale allargata/nuova evangelizzazione, vuol dire concretamente:
– progettare un annuncio;- stilare un cammino di fede alternativo alle esperienze in atto;
– coordinare un lavoro tra giovani e adulti avente fondamenti evangelici e che siano soprattutto incisivi nel vissuto storico,

– proporre esperienze di vita di fraternità per superare la logica di quella globalizzazione dell’indifferenza che si è addensata anche in ambito ecclesiale. [1]Solo a questo punto si può cogliere come l’annuncio non è qualcosa da proporre ai giovani, ma è insito in una dinamica in cui i giovani sono interpellati a diventare protagonisti di un progetto in cui siano in grado di trasmettere non un’ideologia, ma una persona di cui non solo hanno sentito parlare ma che soprattutto incontrano insieme ad altri, intendendo per altri anche quel mondo comunitario apparentemente lontano da loro.[2] Inoltre, tale dimensione in cui i giovani sono concretamente invitati a rimarcare i passi di una Chiesa in cammino, dev’essere frutto di opzione comunitaria in cui oltre ad individuare le carenze da cui partire, abbiano le opportunità per vivere esperienze evangelizzative in funzione di una nuova realizzazione del cristianesimo che non si limiti solo all’ambito intraecclesiale, ma che sia anche un cristianesimo di strada e sulla strada.

Cos’è l’annuncio

Quando parliamo di annuncio a livello cristiano molti fanno riferimento ad un’attività pratica svolta da un nucleo di persone quasi sempre consacrate che dedicano la loro vita con questa forma di ministerialità. Insomma un apostolato tutto concentrato su un annuncio che prende varie forme ed oscilla tra catechesi, omelia, missione popolare e proposte di lettura della Bibbia nelle famiglie.

Nulla di più errato a riguardo: l’annuncio non è un apostolato. Infatti, parlare di annuncio nella prospettiva dell’evangelizzazione vuol dire rapportarsi a Gesù Cristo come il Risorto e cercare di far conoscere questa persona a chi non l’avesse mai conosciuta oppure l’ha praticamente accantonata nel dimenticatoio della propria vita. Si tratta di annunciare il Cristo come la novità per la vita del singolo e per quella della comunità umana.[3] Solo questo genere di novità potrà permettere di cogliere che si tratta di annunziare una persona completamente libera che esprime con il suo gesto di liberazione di essere pronto a scardinare le logiche di un uomo chiuso in se stesso che va liberato dal suo mondo.[4]  Solo dalla scelta imperniata su Gesù Cristo come il Risorto è possibile individuare una prospettiva pastorale atta a creare una svolta a favore di questa nostra Chiesa incentrata su schemi da cui non intende uscire. Dall’opzione del Risorto scaturisce la missione.[5]
Quindi, quando parliamo di annuncio dobbiamo avere la consapevolezza che si tratta di una proposta del messaggio del Risorto, da attuarsi come Chiesa/comunità. Inoltre dobbiamo sottolineare che questa svolta è determinatamente kerygmatica, mirante alla riproposta di un annuncio di Gesù, come Cristo servo e Figlio. Un annuncio che deve concretizzarsi in una dinamica di missione comunitaria in cui i giovani non siano staccati dal resto della stessa comunità e esprimano la centralità del Cristo con i modi e i tempi tipici della loro età evolutiva. Una missione kerygmatica che deve coinvolgere tutti attraverso una pianificazione di futuribilità e non di ripetitività. Una futuribilità che non garantisce i risultati, ma che crea le situazioni affinché si possa uscire dall’impasse di una pastoralità ancorata in schemi che non producono i risultati frutto di una evangelizzazione accennata epidermicamente come quella odierna.

In questo i giovani sono chiamati ad essere non solo protagonisti, ma attori privilegiati che annunziano Gesù come colui che è morto ed è risorto, facenti parte di una comunità ecclesiale che li vede inseriti in un unico progetto. Questo perché la pastorale giovanile, che spesso coincide con improvvisazioni e iniziative create e distrutte nel giro di poco tempo non sia un’alternativa parallela alla pastorale unitaria.[6]
L’annuncio del Cristo morto e risorto deve essere riproponibile in prospettiva di dinamicità per un’evangelizzazione che permetta agli stessi giovani di oltrepassare gli schemi delle parrocchie ed essere efficaci negli ambienti extraecclesiali e poi tornare a vivere ed essere una comunità dove nessuno è un escluso. Ci aiuta a riscoprirlo quanto viene vissuto in realtà di missione e di parrocchie dove la centralità dell’annuncio si esprime in gesti di attenzione anche ai non frequentanti e ai lontani.[7]
Infatti, è necessario superare “il timore che spesso aleggia da parte della Chiesa verso i giovani dovuto, in buona parte, alle etichette che vengono loro applicate. … Se vogliamo, arrivare ai giovani, occorre che vinciamo due tentazioni pastorali: la delega agli addetti ai lavori, i quali dovrebbero possedere la ricetta, quando non addirittura la posizione magica; e la considerazione dei giovani come semplici destinatari di iniziative pensate ai tavoli dagli adulti”.[8]

Una Chiesa/comunità che annuncia

Se l’esperienza dell’annuncio non può, né deve essere pensata come qualcosa di staccato tra adulti e giovani, dobbiamo subito mettere in evidenza che la linea teologica che sta alla base del concetto di popolo di Dio deve farci cogliere come la Chiesa nasce e cresce come una comunità laicale. Per questo l’annuncio deve rientrare in questi canoni e deve sempre essere una trasmissione del kerygma con metodi laici

Il cristiano ricevendo il battesimo, s’innesta in questo mistero di Cristo ponendosi , attraverso la Chiesa, in una dimensione di servizio. È questo il fondamento teologico della ministerialità che si esprime nei diversi servizi che hanno come unico fine quello di evangelizzare. Un’evangelizzazione che trova espressione in ogni ministero che offre la possibilità di capire come, pur vivendo in stretta relazione con il mondo, il cristiano-laico deve esercitare tutto in comunione con la Chiesa.[9]  Si coglie così come al centro anche di un rinnovamento ecclesiale oggi richiesto, non può che esserci essenzialmente l’evangelizzazione, che si mostra concreta per mezzo dello Spirito con i ministeri di tutti, attraverso forme e modi diversamente differenziati.[10] È dall’attuazione di questi modi diversi che scaturisce quella corresponsabilità che è determinante affinché il Vangelo possa essere trasmesso e donato a tutti indistintamente.[11] Urge, per questo, un laicato che viva il suo apostolato al di là di ogni tentazione di clericalismo.[12]

Si comprende che la Chiesa è nata ed è ancora oggi una comunità laicale che, nella singolarità dei suoi membri, deve esprimersi nella progettualità dell’evangelizzazione. È la Chiesa come comunità laicale che fa emergere come il popolo di Dio partecipa attivamente all’ufficio profetico di Cristo.[13]
Una comunità cristiana, quindi, nasce e si sviluppa quando si confronta sul senso dell’evangelizzazione[14] con la caratteristica di essere tipicamente laicale. Infatti non si può parlare di comunità solo se si esercita un’azione o un’attività sacramentale. Inoltre essa si sviluppa come comunità ecclesiale allargata con i connotati laicali, se cerca le concretizzazioni della vita sacramentale e se i sacramenti sono rivissuti nell’esperienza della profeticità richiesta dalle caratteristiche di un battesimo che si esercita nel dono totale di se stessi in sintonia con le cose del mondo[15] .

Per questo anche i laici sono chiamati a concretizzare la progettualità ecclesiale della nuova evangelizzazione. Essi, infatti, non sono chiamati all’esecuzione, ma alla concretizzazione laicale per mezzo di strumenti umani per tentare di raggiungere quel mondo che non incontrano mai nelle celebrazioni o nelle assemblee partecipative che organizza.[16]

La novità della comunità cristiana deve vedere principalmente i laici impegnati con forza e coerenza nella scuola, nell’università (luoghi sacri e privilegiati per la realizzazione di una pedagogia illuminata, intrisa di misericordia, di coerenza e di convinto senso di missione), stimolando i giovani ad una forte tensione al valore, nelle scelte a favore di coloro che vivono le fragilità, nell’azione socio-politica, senza ritenere che i carismi siano tra loro contrapposti, usando un linguaggio principalmente laicale e non mediato dai termini ecclesiali. Anche rispetto ai temi scottanti di bioetica o di famiglia, solamente confrontandosi con una metodologia di dialogo e non di scontro è possibile creare le basi evangelizzative per trasmettere il Vangelo.[17] È dalla diversità dei carismi che scaturiscono le scelte comunitarie, frutto del discernimento pastorale.[18]
Inoltre, non possiamo non sottolineare che l’esperienza laicale dev’essere vissuta nella dimensione dello Spirito. Molto spesso si assiste ad una comunità poco credibile, in cui non si lascia spazio allo Spirito. Invece, è proprio nello spirito della novità delle espressioni laicali con gesti condivisi comunitariamente che i laici sono chiamati a incarnare il Vangelo nella società.

Questo compito/servizio non è espressione di una delega clericale, ma frutto di un itinerario vivo in cui la comunità esprime la sua carità quando, più che andare incontro alle emergenze, si fa carico di ciascuno perché nessuno sia escluso dall’amore di Gesù. È la logica del “buon samaritano” che sulla Gerusalemme – Gerico laicamente evangelizza il malcapitato e il proprietario della locanda, scandalizzando anche noi che dopo duemila anni ci lasciamo interrogare su come concretizzare la carità senza clericalizzarla.
Ne deriva che la superficialità non si addice ad una comunità che non si pone in dialogo con atteggiamenti laicali. Al contrario, ai laici oggi è richiesta un’opzione d’incisività al fine di costruire “il cielo e la terra nuova” voluti da Cristo. La scelta laica di Gesù è stata di un’evangelizzazione con gli strumenti laicali. Anche la croce è lo strumento più laico che ha consegnato al mondo per santificarlo, adottando i criteri crudeli che i romani usavano per far emergere la loro potenza sull’umanità. Infatti, non si può costruire una società cristiana con proclami, ma con i gesti laici di quelle eucarestie celebrate sulle strade. L’icona che più aiuta a cogliere tutto questo è data dalle prese di posizione di Nicodemo, uomo dalle coronarie forti e icona della “chiesa dei convertiti “ che passa dai margini al nucleo. Non ha paura dei suoi interlocutori. Si interfaccia con loro e decide di camminare insieme a Gesù per diventare discepolo del Nazareno. È il modello della comunità che s’impegna per un’evangelizzazione a trecentosessantagradi: nelle aule scolastiche e universitarie per promuovere una cultura del dono e del perdono; per la costruzione di una società di pace e la ricerca finalizzata all’eliminazione delle malattie che marginalizzano i poveri; per generare profeti della solidarietà e dell’amore promulgando con toni forti il Vangelo e ponendosi accanto agli ultimi delle stazioni, ai diseredati e agli esclusi.
Nicodemo, uomo dalle coronarie forti e icona della “chiesa dei convertiti”, è il modello cui ispirarsi per non continuare a vivere un Vangelo nell’incapacità di decidere. La sequela di Gesù non chiede persone “da limbo”, ma cristiani motivati. Non dobbiamo avere paura di com-pro-metterci per Gesù perché chi resta nei perimetri della fede, non deciderà mai di essere collaboratore e corresponsabile della salvezza dell’umanità. I confini del mondo a cui portare il Vangelo non si delimitano con le periferie, né si contornano con le frontiere delle cartine geografiche, ma con le coronarie del cuore, per rimuovere qualunque tipo di ostruzione, affinché la salvezza di Gesù giunga a tutti .

Nicodemo, uomo dalle coronarie forti e icona della “chiesa dei convertiti”, ha avuto coraggio: le sue coronarie hanno vibrato per Gesù, aprendo per noi la strada dell’amore senza limiti. Per questo bisogna che la comunità ecclesiale tutta formata da giovani e adulti rivaluti, in modo nuovo, la sua presenza nel mondo del lavoro, valorizzando soprattutto i beni immobili che a volte, sono inutilizzati da parte delle comunità cristiane e s’ingegni sul loro utilizzo per un’evangelizzazione verso i lontani.

La metodologia della Chiesa/comunità che annuncia

Ci domandiamo a questo punto come la Chiesa è chiamata a realizzare questo annuncio e vivere nella prospettiva di evangelizzazione del mondo? Qual è l’azione pastorale comunitaria che specificatamente i giovani sono chiamati a fare? Non esiste più un binomio Chiesa/mondo, ma bisogna parlare di Chiesa con il mondo, di un vero e proprio rapporto di intersezione. È il “noi” di un rapporto teologico che si trova in una dimensione che oscilla tra la Trinità e il sacerdozio comune di ciascuno ed ha come finalità la realizzazione del regno di Dio.[19]

Il ruolo dei giovani deve rientrare in questa dinamica di oscillazione tra cielo e terra e tra istituzione e mistero della Chiesa in un itinerario comunitario che li renda protagonisti soprattutto negli ambienti più margini fino ad oggi praticati dalla comunità ecclesiale.

Da qui derivano le progettualità pastorali:

– accorciare le distanze, attraverso proposte di annunci sistematici (catechesi settimanali) e di annunci straordinari in luoghi e siti diversi dagli ambiti parrocchiali;[20]

– animare la vita liturgica attraverso segni che mostrino l’intersezione tra cielo e terra usando momenti in cui la presenza del mondo non sia mai messa a margine (vivacità di strumenti musicali, vocabolario più consono ai giovani, visione multimediale dei vangeli);[21]

– toccare la carne sofferente facendosi prossimo [22] e invitando a vivere esperienze caritative soprattutto nelle periferie delle città piccole o grandi che siano.[23]

È importante entrare in questa dinamica di annuncio non dimenticando che il luogo privilegiato è la parrocchia.[24]
Non si può prescindere da essa, poiché è ad essa che la gente si rivolge. Nel tessuto territoriale l’area parrocchia è inserita a pieno titolo e non la si vede come alternativa alle strutture pubbliche, piuttosto la si vuole complementare e nello stesso tempo integrata nell’humus degli abitanti. La parrocchia è, strutturalmente e antropologicamente, il luogo dell’incontro fra Dio e gli uomini, non è semplicemente un luogo di salvezza, né solamente dispensatrice di sacramenti, confezionati con gettoni di presenza, ma è in essa che è possibile realizzare l’incontro fra gli uomini e conseguire, attraverso un’esperienza comunitaria, la gioia del portare l’annuncio al di là delle sue “sacre stanze”.

Al tale che chiede di entrare fra i salvati e di possedere il permesso di soggiorno illimitato per il regno dei cieli, Gesù indica una porta stretta [25]. Dice chiaramente che non basta bussare, accomodarsi a tavola o annunziare ad alta voce il lieto annuncio. Per dirla con le parole del pontefice, serve una plasticità realizzabile attraverso la docilità e la creatività missionaria. Una docilità che deve assumere le forme dell’accoglienza. Un luogo, insomma, in cui tutti possano sentirsi accolti, non perché le loro richieste siano soddisfatte, ma perché possano lasciarsi interrogare e non semplicemente porre degli interrogativi e ottenere delle risposte secondo i relativi gradimenti. La docilità dell’accoglienza è una caratteristica di entrambe le parti e richiede che si sviluppi secondo una forma di “chiesa allargata” dove il suo ingresso non è occluso e l’andirivieni è necessario e indispensabile.

L’itineranza di Gesù nel raggiungere città e villaggi aveva come fine immediato quello di raggiungere Gerusalemme ma con una progettualità che partisse dalla stessa Gerusalemme. Intendeva indicare una nuova visione di vita che prendesse l’avvio proprio da Gerusalemme come una città non di pochi eletti, ma di tutti. Una città di convergenza per tutti i popoli e non esclusiva per un solo popolo. L’accesso a questa città doveva avvenire per una porta stretta che richiedeva uno sforzo. Non si trattava di un pertugio angusto e difficile, ma della costruzione di un regno in cui ci fossero in prima linea evangelizzatori di pace e giustizia. Il rimando alla beatitudini appare evidente poiché la scelta è quella di dover indicare come la comunità costituente la Chiesa dovesse entrare in relazione con il mondo per realizzare una civiltà di amore e di condivisione [26].
Gesù sovverte la dottrina comune secondo la quale Israele si salvava a differenza dei pagani e il regno di Dio viene aperto a tutti coloro che mettono la propria vita a servizio del bene degli altri. Quindi Gesù non distingueva pagani o altre categorie, ma il suo invito era chiaramente rivolto a condurre tutti alla conoscenza di un Dio buono e misericordioso. Per questo costituisce la Chiesa come una comunità formata da un nuovo popolo che ha le porte spalancate e che sa accogliere i dispersi [27]. Si comprende come la realizzazione di tale progettualità richieda non solo una Chiesa dalle porte aperte, ma addirittura una Chiesa senza porte, tipicamente con caratteri giovanili, che contribuisce con i suoi evangelizzatori a creare un mondo migliore.[28]
Per raggiungere tale fine è necessaria la dimensione della pluralità e della diversità. La chiesa delle separazioni e dell’élite deve cedere il posto alla comunità delle diversità e delle pluralità, aprendosi a tutti per far sì che la salvezza non sia relegata a qualcosa di territoriale e circoscrivibile. Quindi … un testo per soli sacerdoti e per laici un po’ marcatamente clericalizzati? Esattamente il contrario. Un testo per quelle comunità parrocchiali che intendono camminare insieme come laici e come sacerdoti. Nella Chiesa antica, infatti, la parrocchia è nata come una comunità laicale e non come noi oggi la intendiamo.  Purtroppo, negli ultimi anni, nonostante il costante spostamento da una teologia sistematica ad una prassologica e kerygmatica, il laicato appare sempre una retroguardia dell’intera comunità ecclesiale e si stenta ad inquadrarlo come parte attiva di tutta la Chiesa. Eppure la direzione sembra andare altrove, soprattutto di fronte alle affermazioni quali: “preferisco una Chiesa accidentata, ferita e sporca per essere uscita per le strade, piuttosto che una Chiesa malata per la chiusura e la comodità di aggrapparsi alle proprie sicurezze. Non voglio una Chiesa preoccupata di essere il centro e che finisce rinchiusa in un groviglio di ossessioni e procedimenti. Se qualcosa deve santamente inquietarci e preoccupare la nostra coscienza è che tanti nostri fratelli vivono senza la forza, la luce e la consolazione dell’amicizia con Gesù Cristo, senza una comunità di fede che li accolga, senza un orizzonte di senso e di vita. Più della paura di sbagliare spero che ci muova la paura di rinchiuderci nelle strutture che ci danno una falsa protezione, nelle norme che ci trasformano in giudici implacabili, nelle abitudini in cui ci sentiamo tranquilli, mentre fuori c’è una moltitudine affamata e Gesù ci ripete senza sosta: «Voi stessi date loro da mangiare» (Mc 6,37)”.[29] La comunità ecclesiale, infatti, negli ultimi tempi appare, purtroppo, riclericalizzata, dimenticando di essere anzitutto una comunità generata dal battesimo e nel battesimo per l’edificazione del regno di Dio, senza perdere la propria identità.[30] Infatti questo nuovo aspetto del clericalismo, “non solo annulla la personalità dei cristiani, ma tende anche a sminuire e a sottovalutare la grazia battesimale che lo Spirito Santo ha posto nel cuore della nostra gente. Il clericalismo porta a una omologazione del laicato; trattandolo come “mandatario” limita le diverse iniziative, gli sforzi e le audacie necessarie per poter portare la Buona Novella del Vangelo a tutti gli ambiti dell’attività sociale e soprattutto politica. Il clericalismo, lungi dal dare impulso ai diversi contributi e proposte, va spegnendo poco a poco il fuoco profetico di cui l’intera Chiesa è chiamata a rendere testimonianza nel cuore dei suoi popoli. Il clericalismo dimentica che la visibilità e la sacramentalità della Chiesa appartengono a tutto il popolo di Dio, e non solo a pochi eletti e illuminati “[31]. Integrazione, accompagnamento e discernimento costituiscono la spina dorsale su cui costruire una parrocchia/comunità da terzo millennio in cui i giovani siano oggi protagonisti e si pongano le basi per il futuro della comunità stessa. Infatti, “ciascuna comunità è chiamata ad avere attenzione soprattutto ai giovani poveri, emarginati ed esclusi e a renderli protagonisti. Essere prossimi dei giovani che vivono in condizioni di maggiore povertà e disagio, violenza e guerra, malattia, disabilità e sofferenza è un dono speciale dello Spirito, in grado di far risplendere lo stile di una Chiesa in uscita. La Chiesa stessa è chiamata ad imparare dai giovani: ne danno una testimonianza luminosa tanti giovani santi che continuano a essere fonte di ispirazione per tutti”.[32] È necessario, pertanto, passare da una Chiesa dei sacramenti ad una comunità dai sacramenti in prospettiva di quel progetto di gioia, di amore e pace da trasmettere soprattutto ai giovani e giammai da sotterrare.

I giovani nel Vangelo

Partendo da tale dimensione ecclesiologica e proiettandoci verso una dinamica che punti ad un annuncio in cui la comunità non solo non si esime dal raggiungere gli obiettivi, ma soprattutto punta a rivalutare l’evangelizzare dei giovani con i giovani,[33] non possiamo prescindere dal dato biblico e pianificare una progettualità partendo proprio dalla dimensione biblica . Se non si prescinde proprio dal dato biblico, è necessario che ci si renda conto che attualmente l’agire ecclesiale ruota intorno ad una pastorale:
– selvaggia: caratterizzata dallo spontaneismo e dall’assoluta assenza della progettualità e della futuribilità in cui i giovani non rientrano ; – tecnocratica: dove tutto l’agire pratico della vita ecclesiale è sistematicamente ed esclusivamente confrontato con dati statistici e conferenze di concetto in cui i giovani sono oggetto di discussione e di argomentazione senza che si voglia renderli attivi per una nuova evangelizzazione,
– abdicativa: in cui tutto si limita ad una proposta di fede incentrata sull’azione della “Provvidenza” e dove si tende ad indirizzare il mondo giovanile verso una spiritualità emotiva e di tradizione che spesso appare anacronistica e poco efficace sotto il profilo kerygmatico dell’annuncio, – conservativa: per la paura di operare scelte in ambito diverso da quello esclusivamente parrocchiale e dove i giovani possono contarsi con difficoltà sulle punta delle mani. Essendo la Bibbia, “anima della teologia” e della stessa pastorale, è necessario che anche il binomio annuncio/giovani sia imprescindibile per una concretezza dell’agire. Anzi, proprio partendo da una lettura attenta della stessa Bibbia, e specificatamente dei Vangeli, è possibile individuare quelle dinamiche oggi necessarie. Si tratta di ridire il kerygma senza cadere nella strumentalizzazione dei testi biblici; nella sussidiarietà degli stessi testi usati da paravento per giustificare l’agire della vita comunitaria; nell’uso cavilloso o manipolato dei testi per provare con essi a far dire quanto adatto ai propri interessi e finendo nel fare una lettura esclusivamente antropologica. Proprio partendo dalla Bibbia, è possibile progettare una dimensione pastorale comunitaria catapultando i testi nelle situazioni contemporanee attraverso una prassi kerygmatica originale. Anche se, infatti, il diffuso allentamento della trasmissione della fede, sia attraverso la catechesi che mediante l’eloquenza della testimonianza, fa sì che anche chi frequenta regolarmente l’eucaristia domenicale sia spesso sprovvisto dei più elementari fondamenti della fede cristiana. Si richiede quindi un lavoro di trasmissione della fede, di educazione alla fede, di istruzione nella fede: un lavoro che ha nella trasmissione della conoscenza e della familiarità con le Scritture un luogo centrale. Resta attualissima infatti l’affermazione di san Gerolamo, ripresa dal Vaticano II e da tutto il magistero successivo: “l’ignoranza delle Scritture è ignoranza di Gesù Cristo”. Trasmettere la fede è trasmettere le sante Scritture. Se questo non avviene, il rischio è la caduta in forme ambigue o la deriva della superstizione, del devozionalismo, della decadenza della fede genuina in pratiche secondarie o periferiche fatte passare per essenziali e centrali, o in vere e proprie aberrazioni e perversioni della fede”.[34] Se individuiamo la via del metodo biblico a livello pastorale denominata “Teologie bibliche e teologia della storia”, possiamo essere in grado di cogliere come proprio l’intero dato biblico ci permette di oscillare tra passato e futuro, tra già e non ancora. In questo caso l’unitarietà e l’unità della Bibbia (l’AT si legge nel NT e viceversa), non va intesa solo sotto il profilo esegetico ma attraverso una lettura globale di insegnamento. “Sono due le polarità da coniugare continuamente. Da un lato è costantemente da tener presente l’insieme della Rivelazione, e quindi la totalità di senso della Bibbia, dall’altro individuare

– i temi principali

– i concetti e le categorie chiave,

– gli avvenimenti ritenuti cardini e richiamati sovente, per lo più proposti attraverso generi letterari che facilitano il riconoscimento e la portata dell’insegnamento”.[35] Questa diventa la prima via sia normativa che pedagogica in grado di offrire la possibilità di leggere la storia con le stesse categorie bibliche. Proprio individuando le categorie bibliche una pastorale di annuncio e di evangelizzazione che veda i giovani protagonisti può permettere di vivere il Vangelo nella contemporaneità e cercare di individuare nuove proposte di incarnazione evangelica.[36] Si coglie subito come l’azione di evangelizzazione non può essere circoscritta ad un singolo, ma deve nascere attraverso una dinamica comunitaria che faccia sintesi tra teoria e prassi, tra conoscenza e libertà attraverso una creatività pastorale nell’evolversi e nel progresso della vita.[37] Il tutto perché si abbia la possibilità e la volontà di programmare l’annuncio in tempi e luoghi anche fuori dagli ambienti esclusivamente ecclesiali.[38] Prendiamo ad esempio tre icone di giovani contenuti nel Vangelo cercando di far tracimare le dimensioni di una pastorale che oscilli tra rivelazione e prassi in una dimensione comunitaria: Maria di Nazareth, il giovane ricco, il giovane della moltiplicazione dei pani.

Maria di Nazaret

Se il documento d’identità ci qualifica per quello che siamo e ci identifica per i tratti somatici della nostra persona, lo stesso documento non garantisce il relazionarsi con gli altri. Eppure, la giovane fanciulla di Nazareth entra nella scena della storia come una donna senza identità o non anagrafata. Infatti, se Gabriele, il messaggero di Dio, sembra a prima vista entrare nella sua casa, in realtà introduce Maria nella casa di Dio dandole un’identità unica e proiettandola nella sfera dell’Eterno. Nasce cosi una dimensione nuova in cui Maria non solo acquista la sua identità, ma le è riconosciuta una genealogia e proprio a lei le viene domandato di essere donna della nuova genealogia di una moltitudine di figli. Si passa così dalla nullità alla credibilità.
Dobbiamo a questo punto chiederci cosa permette a lei di essere una donna dalla nuova anagrafe. Tutto si concretizza nella disponibilità corredata di un’esperienza di fede consolidata e che si consoliderà nel cammino che anche lei farà con Gesù. La vera maternità di Maria, che scaturisce dall’attenzione a lei riservata da Dio, sta nel suo consegnarsi al futuro dell’umanità senza rimanere nella rassegnazione del passato. Infatti, si diventa generatori di speranza solo se, comunitariamente, si costruisce il futuro.

Dalla vicenda di Nazareth di Maria nasce anche la nuova carta d’identità della Chiesa che ha proprio nei giovani il suo primo obiettivo. La Chiesa che guarda al futuro e che, nell’azione educativa e attraverso l’esperienza di un continuo rinnovamento, propone la dinamica missionaria della pastorale senza ancorarsi a quella della ricezione in cui s’intestardisce a proseguire per quanto riguarda l’evangelizzazione.
La Chiesa della ricezione è chiamata a diventare comunità della missione che rivela la sua identità nella giovanilità, nella pro-vocatorietà e nella fecondità degli oratori, dell’attenzione alle povertà e di una rivalutazione di catechesi esperienziale che edifichi il nuovo popolo di Dio.

La novità di Maria è la stessa oggi richiesta a tutta la Chiesa: la rivalutazione della dimensione laicale. Maria è figlia di Dio e madre del nuovo popolo di Dio perché credente ed impegnata nella vita a dare una svolta di fede a tutti i credenti [39]. La stessa comunità ecclesiale oggi è chiamata ad essere credente ed impegnata a voltare pagina nella missionarietà per imprimere una svolta nuova di fede a tutti i battezzati.
La reazione immediata da parte di Maria dopo l’annuncio dell’angelo nella sua dimora di Nazareth, è quella di condurre la giovane fanciulla a mettersi in cammino per raggiungere celermente sua cugina al nord della Palestina. Maria, a rischio della propria vita, va attraverso la Samaria. Sappiamo che tra Samaritani e Giudei c’era una grande rivalità. Eppure intraprende un viaggio pericoloso. Per Maria il desiderio di comunicare vita – perché di questo si tratta -alla parente in Giudea è più forte della propria sicurezza. Ecco perché Maria parte senza indugio.

L’evangelista Luca, attraverso questa descrizione, ci indica un nuovo spaccato di vita e delinea Maria, come una donna libera, indipendente, non sottomessa alla mutazione epocale: una donna che mette a rischio la propria vita pur di comunicarla a chi ne ha bisogno. È questa la prima immagine che non può lasciarci indifferenti: è la chiesa dell’antiglobalizzazione. Una Chiesa non di torpedoni e di leccornie preparati per l’occasione, ma pronta a cogliere l’immediato e l’urgente. Una chiesa libera che sa anche mettere a rischio se stessa pur di annunziare il Cristo, con una chiara presa di posizione: mettersi in cammino per mutare il volto della storia.

Elisabetta dal canto suo esprime un’esperienza di fede radicata, ma poco incline ad uscire dalla sua casa. È la fede di tanti rinchiusi nelle proprie realtà ma non riluttanti ad accogliere gli inviti del Signore. Maria, la invita ad uscire dall’isolamento e a proiettarsi nella dimensione del dono da affidare al mondo.
Maria ci invita a camminare e ad essere intraprendenti per non dimenticare che c’è sempre qualcuno da incontrare, un ammalato da visitare, un povero da aiutare, un uomo da evangelizzare.
Per questo c’è sempre una scelta da operare nella vita e quella fatta da Maria ci mostra come anche la comunità ecclesiale è chiamata a realizzare nell’oggi della Chiesa. La Chiesa della sufficienza con i suoi riti perfetti e le sue impeccabili leggi morali necessariamente è chiamata ad aprirsi alla comunità della magnificenza non solo per cantare lo stesso cantico di lode di Maria, ma per camminare con gioia verso tutti, senza tralasciare alcuno lungo la strada.

Maria andò in fretta verso la casa di sua cugina Elisabetta. Il suo passo è quello della persona che non resta in attesa di un ulteriore invito e si affretta ad andare incontro a chi necessita d’aiuto. Non è l’incoscienza di un’adolescente, ma rivela la forza di chi crede che ogni giorno è possibile costruire un domani migliore nel nome di Cristo. Infatti, è in fretta che bisogna raggiungere chi vive il suo allontanamento dal Signore e soprattutto non cercare di chiuderlo sotto chiave o in camera di sicurezza pronti ad utilizzarlo solamente nel momento del bisogno.[40]

La fretta di Maria chiede anche noi di essere solleciti nell’educare all’amore, nel promuovere l’obiezione alle spese abortive e nell’attenzione alla vita post-parto. Ci chiede di rendere a ciascuno la dignità che gli è data dall’essere persona. Non si può tacere davanti alle stragi della Siria o dei tanti conflitti dimenticati; agli scandali contro le povertà; al dramma giovanile, e non, del lavoro; alle speculazioni economiche e anche alle tante preghiere private che relegano la comunità ecclesiale nel privatismo della fede.

Il Magnificat di Maria è in “sì maggiore” in quanto il pentagramma della Vergine non prevede toni dismessi. Lei, assunta in cielo, è l’immagine più bella della chiesa della nuova evangelizzazione perché si pone fuori dalle logiche di supremazia dei potenti e da quelle illecite delle mafie. È la donna vestita di sole che scala le montagne e costruisce la città dell’amore. Cercare, progettare ed investire sono i capisaldi di chi intende camminare verso il futuro. [41]

Il giovane ricco

Gesù è ostacolato nel suo cammino da un giovane, che in un atto emotivo di esuberanza e di sottomissione, lo definisce con un appellativo inteso a creare non solo attenzione nei suoi confronti, ma soprattutto a cogliere la sua benevolenza. Infatti, lo definisce prima Maestro, attribuendogli un titolo riservato a chi conosceva la Legge molto bene ed era designato a dare le direttive di comportamento alla società; in seguito unisce a tale titolo l’aggettivo buono, proprio per tentare di catturare la sua attenzione. Gesù prima risponde secondo i criteri degli antichi “maestri saggi d’Israele”, rimandandolo alla Legge mosaica del Decalogo e, successivamente, vista la risposta di comportamento “secondo le regole”, gli propone di vendere quanto era in suo possesso e dopo averlo donato ai poveri, cominciare la sequela insieme agli altri discepoli. Il giovane … non rispose e, scuro in volto, scompare dalla scena senza aver ottenuto il timbro sul passaporto per varcare la porta della vita eterna.

Ai discepoli che erano rimasti esterrefatti dall’accaduto, Gesù, con una similitudine “molto fiorita”, afferma che la possibilità di entrare nel Regno di Dio è abbastanza difficile per un ricco, ma è molto più facile per un cammello passare per la cruna di un ago. La similitudine crea imbarazzo in Pietro che è rassicurato dallo stesso Gesù della centuplicazione dei doni per aver lasciato quanto Lui stesso gli aveva chiesto.
Quanta difficoltà e quanta strada ancora da percorrere nel cammino di rinnovamento della Chiesa di oggi! A volte sembra arroccarsi credendo di perdere potere e denaro. Il Signore ci chiede di essere una “chiesa povera” che non ha nessuna paura a donare quello che ha e soprattutto che non si blinda dietro falsi pauperismi che non convertono nessuno.[42]

La chiesa delle tasche piene non riuscirà mai a passare per la cruna di un ago perché s’ingolferà nella sua ingordigia e nelle sue paure a lasciare e ad amare nella massima gratuità. Questa chiesa è misera dentro e stenta a donare il meglio di sé. Nel migliore dei casi donerà i suoi avanzi e il suo superfluo e avrà il volto sempre pieno di rughe. Sebbene continuerà a correre dai chirurghi plastici per ripetere continuamente operazioni di lifting, finirà per ritrovarsi più squallida e imbruttita di prima. Continuerà a contrattare i sacramenti, a mercanteggiare sulle tradizioni popolari, a battere moneta nei santuari, ad allearsi con i più potenti pur non sentirsi a disagio e “salvarsi la faccia”.

La chiesa dei cammelli, quella giovane che passa anche per la cruna dell’ago nonostante le gobbe ingombranti, si cimenta nelle scelte di povertà e crea continuamente situazioni in grado di cercare anche chi apparentemente sembra allontanarsi dall’esperienza ecclesiale. La carità è la via privilegiata per “ripensare tutta la vita della comunità ecclesiale” in una prospettiva di nuova evangelizzazione, attraverso l’esperienza suprema dell’agape in un’autentica comunicazione interpersonale tale da alimentare una profonda comunione e dare un senso originale ai gesti che ne derivano. Questo perché l’amore per i poveri è la corsia preferenziale per una pastorale di coinvolgimento e di profezia nello stesso tempo.[43] Priva della condivisione con i poveri, la religione diventa sterile, semplice apparenza, senza alcuna incidenza sulle strutture sociali. La comunità ecclesiale non è dei poveri ma deve optare per essi come Cristo si è schierato dalla loro parte, tanto è vero che i giovani non diventeranno mai adulti nella fede se non operano nella carità per la pace e la cooperazione dei popoli.[44] Questa è la comunità dei cammelli che con sforzo e con l’arsura del cammino desertico della vita condurrà tutti, e principalmente i giovani, all’oasi della vita eterna.

Il giovane della moltiplicazione dei pani

Quando l’evangelista Luca parla di “termine” c’è sempre qualcosa che “comincia”. Anche il brano della moltiplicazione dei pani non fa eccezione. Esso ci offre l’opportunità di capire che per Gesù ciascuno è messo nella condizione di continuare ad operare anche quando tutto sembra terminato. Verrebbe da dire: la solita storia! È la pietra scartata dai costruttori che diventa l’angolo indispensabile dell’arco, ma è tutta la storia della salvezza che si disloca su quest’asse. È la storia di Mosè, il bimbo scartato e salvato; è la storia di Rut che ricomincia dalle briciole; è la storia di Maddalena che dalla vita di strada finisce sulle orme di Gesù; è la storia dei discepoli di Emmaus che al termine della giornata e allo spezzare del pane si accorgono di aver camminato insieme a Gesù; è la storia di chi oggi da reietto diventa impegnato sulla strada di Gesù.
Gesù ricostruisce dagli avanzi, da quello che ha e restituisce la dignità a ciascuno preoccupandosi anche degli assenti. È un’esperienza che deve fare da faro per coloro che vivono le difficoltà, ma è soprattutto un segno eloquente di quanto la comunità ecclesiale deve operare per dirigersi verso nuovi obiettivi. Tutto ciò che apparentemente sembra essere un residuo, è solo il punto di partenza di un nuovo percorso. Tale percorso non è limitato, ma è direzionale per una strada che deve continuare ad essere percorsa. Si pensi per un attimo alle strutture ecclesiali che sono dimenticate e a quanti pochi gesti sono fatti per la loro valorizzazione sia sotto il profilo evangelizzativo, sia caritativo.

L’evangelista parla chiaro. Quando la giornata volgeva al termine Gesù chiede agli apostoli di dare da mangiare alla folla affamata. Ma i Dodici replicano al Maestro di rimandarli a casa per insufficienza di cibo. Lui non si dispera, ma … ricostruisce da cinque pani e da due pesci che un giovane gli consegna. Li moltiplica e li spezza fino a farne avanzare dodici ceste. Il gesto, preludio dell’Eucarestia del Cenacolo, impegna tutta la comunità ad essere pronta a dare da mangiare a tutti; a dare risposte; a ricominciare quando tutto sembra essere precipitato. Anche in Europa tutto questo chiede risposte concrete e fattibili.[45] Se pensiamo che nel nostro vecchio continente 84 milioni di persone sono prive dei beni primari, 60 milioni di persone sono costrette a vivere con soli 2 euro al giorno, un bambino su cinque vive in condizione di povertà, un bambino su dieci vive il dramma del lavoro; che continuano a naufragare sulle nostre sponde i migranti in cerca di un mondo diverso, comprendiamo che dobbiamo essere una “chiesa che moltiplica” e che “ricomincia ogni giorno”. È il dono del giovane che trasforma la storia da un dramma ad una festa. Solo con i giovani pronti a cambiare direzione è possibile ristabilire una Chiesa che rievangelizza.  Ci sono ancora dodici ceste da distribuire e tanta gente da raggiungere. Ci sono tanti che non conoscono l’amore gratuito del Signore e le nostre messe devono diventare eucarestie. In altri termini dono di noi stessi come Gesù aveva chiesto ai Dodici nella radura di Tiberiade.

È l’ora di ricominciare ed è soprattutto l’ora dell’amore gratuito.

La pastorale giovanile

Anche la pastorale giovanile necessita, di conseguenza, di una svolta kerygmatica che sia una sintesi tra annuncio e profezia. Se l’azione di nuova evangelizzazione non può prescindere da una dinamica kerygmatica ancora di più il mondo giovanile dev’essere ritenuto una risorsa su cui progettare concretamente la svolta per una Chiesa che diventi comunità “fuori perimetro”.

I tre momenti dell’azione kerygmatica

Se l’azione kerygmatica è sintetizzata in tre grossi momenti: andare, incontrare, progettare.
Ciò implica che la stessa pastorale giovanile inquadrata nella dinamica di una svolta evangelizzativa deve prevedere questi tre momenti essenziali attingendo dalla dinamica della “Chiesa antica” dove tale mondo non era mai dissociato dalla vita della comunità. Il giovane di una comunità parrocchiale che deve oscillare tra annuncio e profezia oggi è chiamato ad andare verso gli altri. Poichè la pastorale giovanile non coincide con quella sacramentale in senso stretto, il suo incidere deve prevedere che il suo raggio d’azione abbia alcuni campi privilegiati. Anzitutto il mondo scolastico e universitario. Tale mondo non può essere messo in secondo piano o tralasciato perché semplicemente ritenuto di transizione. La scuola e l’università sono luoghi di formazione della persona. Proporre i valori cristiani non è un optional, ma è un’essenza della vita giovanile. Scuola ed università sono luoghi di primo annuncio per condividere la vita, e progettare la sana inquietudine a valorizzare il suo senso stesso. Tutto ciò perché si riscopra la figura di Gesù come educatore di persone e non impostore di regole. Da qui devono derivare percorsi di fede che traducano le opzioni sacramentali e conducano i giovani a rivalutare il senso di una fede che sia fondata sui contenuti e non sui contorni di alcune iniziative di volontariato. Il vero problema di una pastorale scolastica ed universitaria non sta quindi nell’andare, ma nel tornare. Gli ambienti educativi sono luoghi di avvicinamento, ma che devono prevedere il ritorno nelle diverse realtà ecclesiali e parrocchiali in particolare. Infatti, la pastorale giovanile del mondo scolastico ed universitario non deve avvallare la logica della globalizzazione dell’indifferenza e dell’appiattimento in cui tanti sono caduti. Deve essere in grado di proporre il linguaggio della pluralità e della diversità nel segno dell’oblatività e non esclusivamente in chiave antropologica. È la ministerialità da esprimersi in quell’eterogeneità in cui vive l’uomo di oggi. Solo di qui possono scaturire nuovi stili di vita che privilegino anche coloro che risultati assenti dal mondo culturale odierno. L’obiettivo è quello di condurre anche i lontani ad un incontro personale con Cristo. Provocati e provocatori che esprimano la caratteristica di quell’andare.
La progettualità sta nella comunità che esce dagli schemi catechistici e vive il Vangelo annunziando la liberazione dalla schiavitù di un borghesismo cristiano fatto di facciata. Non meno importante è il mondo del lavoro. La pastorale giovanile non può prevedere che questa si disinteressi delle problematiche relative al mondo del lavoro. Al contrario deve essere in grado di individuare le potenzialità del futuro a cui propri i giovani saranno chiamati.

La pastorale giovanile all’interno della dinamica evangelizzativa kerymatica è un’espressione di carità. Ed è nello stesso tempo una forma concreta in cui dover annunciare profeticamente il Vangelo. Infatti, dovendo la comunità ecclesiale operare anche attraverso le scelte preferenziali dei poveri non si può ritenere che il lavoro non rientri in questa dimensione.[46]

È necessario il dialogo con il mondo sociale, politico e sindacale. È importante che già dall’età adolescenziale si proiettino alcuni giovani alla scoperta della ministerialità del mondo del lavoro e del relativo servizio che in esso va svolto. La ministerialità della carità giovanile nel mondo del lavoro richiede una comunità più vicina alla gente, attenta alle sue necessità, gioiosa e coinvolgente; che abbia un linguaggio più comprensibile dai giovani; che non abbia paura di compiere scelte coraggiose soprattutto in termini di denuncia delle ingiustizie sociali e economiche.[47]

Un ulteriore campo d’azione sta nel volontariato spesso ritenuto un’espressione concreta di fattibilità. Il volontariato è una forma di ministerialità che abbraccia tutti i campi ma che deve esprimere il senso di quella sana inquietudine nell’andare incontro all’altro.

Lavorare per la pace e la giustizia non può essere semplicemente appannaggio di alcune associazioni di stampo laico, ma deve diventare espressione profetica della laicità di giovani che si sforzano di donare tempo e spazi della loro vita a favore di chi vive il disagio per camminare sulle strade del Vangelo.[48]
Bisogna ammettere che l’impegno per la pace (dall’obiezione di coscienza alle proposte di servizio in Italia e all’estero) deve permettere di uscire da una sorta di rassegnazione e di pessimismo, di assopimento delle coscienze e di convinzione della ineluttabilità della violenza e della guerra. È proprio della comunità ecclesiale e dei giovani in particolare assumersi la responsabilità di dover con questo ministero-servizio rendere esplicito quel kerygma che permetta di scuotere le coscienze e indicare itinerari di fede che prevedano il mettere al centro la figura di Cristo educatore e amante della giustiza.

Itinerario di fede

L’itinerario di fede, che è uno strumento inquadrato nell’azione comunitaria che prevede un’attenzione privilegiata ai giovani, richiede che si progetti un qualcosa di rischioso e di nuovo in cui ciascuno ci mette del suo e lo realizza in comunità. Dobbiamo essere certi di non camminare sul filo del rasoio di una pastorale del lumicino che ha paura di chiedere e di proporre una radicalità evangelica. Infatti, “una delle povertà del nostro tempo è la reticenza e il sospetto davanti agli ideali; ci accontentiamo e ci affidiamo soltanto a progetti a nostra misura, di piccola prospettiva; pensiamo soltanto ad una navigazione di ordinario cabotaggio, escludendo a priori i sogni di nuove rotte planetarie. Presentiamo ai giovani come ideali di vita le piccole mete del quotidiano: avere un buon lavoro, denaro, una famiglia, ecc. Ma i giovani hanno bisogno di grandi orizzonti, capaci di risvegliare e orientare il dinamismo delle loro vite. In modo particolare i giovani più poveri, che vivono e soffrono nel quotidiano tante limitazioni e difficoltà per realizzare la loro crescita umana, hanno bisogno di credere e affidarsi a possibilità di vita piena alla loro portata. Dobbiamo aiutare i giovani a sognare, a concepire grandi ideali, capaci di ispirare e motivare il loro sforzo per superare la strettoia del quotidiano e credere nelle possibilità inedite in loro presenti”. [49]

Il modello da attuare è l’ideale quadro che recuperiamo dall’esperienza delle prime comunità cristiane che non vanno idealizzate, ma da cui non si può prescindere per la realizzazione e la ricaduta a livello concreto nel presente. Infatti in At 2,42-47; 4, 32-35 Luca presenta un elevatissimo modello di comunità riunita intorno agli apostoli, nella frazione del pane, nella koinonia e nella preghiera.  Non si tratta di una comunità di perfetti, ma di una che si relaziona con il mondo in una situazione complicata e di minoranza come la nostra. Infatti con la distruzione del Tempio e la violenza attuata contro i cristiani ad opera sia dell’impero romano, sia dei fondamentalisti farisei ebrei, la centralità del Vangelo assumeva una caratteristica prioritaria in cui veniva richiesta un’adesione forte e una proposta da dover trasmettere. È la stessa esperienza di oggi che vede dinanzi la prima generazione di giovani non credenti e di persone che arrivano stanche e deluse nelle diverse realtà parrocchiali e soprattutto non conoscono Gesù Cristo. [50] Per questo, i cristiani delle comunità della “chiesa antica” sono chiamati, come oggi i giovani e adulti delle nostre comunità parrocchiali, a disincagliarsi dalla “chiesa delle ripetizioni” e attuare una comunità delle moltiplicazioni che scegliendo di essere apostoli e profeti del vangelo scelgano il metodo dell’incisività e della dinamicità.[51]  Il nuovo ideale sta nella koinonia che nasce dal Padre (1Gv 1,3), dal Figlio (1Cor 1,9) e dallo Spirito Santo (2Cor 13,13; Fil 2,1) e si traduce in comunione fraterna con condivisione dei beni. I primi cristiani mettevano tutto in comune, al punto da non aver più bisognosi tra loro (At 2,44-45; 4,32.34-35). Così adempivano la legge di Dio che diceva: “Non vi sarà nessun bisognoso in mezzo a voi” (Dt 15,4). L’unione fraterna doveva suscitare un atteggiamento di comunione per cui nessuno si considerava padrone di quel che possedeva, ma aveva la disponibilità piena a condividere i suoi beni con gli altri (Rm15,26; 2Cor 9,13; Fm 6 e 17).

L’ideale della comunione era giungere a una condivisione non solo dei beni, ma anche dei sentimenti e dell’esperienza di vita, al punto che tutti potessero diventare un solo cuore e un’anima sola (At 4,32; 1,14; 2,46); arrivare a una convivenza senza segreti (Gv 15,15) che superasse tutte le barriere della religione, classe, sesso e razza (cfr. Gal 3,28; Col 3,11; 1Cor 12,13).Questa comunione è sacra, non può essere profanata. Chi abusa di essa a proprio beneficio muore. È la lezione dell’episodio di Anania e Saffira (At 5,1-11). L’utopia che Luca propone non è una comunità che fa qualche offerta o qualche raccolta per chi è nel bisogno, anche se talvolta situazioni di emergenza portano a fare questo; la comunione, che qui è collocata come meta da raggiungere, si fonda su altri valori, su un’altra logica; essa rompe la catena del denaro come bene assoluto, rompe la logica del guadagno senza limiti, rompe la piramide del possedere che genera un profondo abisso fra ricchi e poveri. L’utopia proposta è una società ove tutte e tutti abbiano il necessario per vivere con dignità.

Questo richiama certamente il mondo giovanile e li rende protagonisti in ambienti diversi dai classici che si continua a proporre. È la dimensione missionaria di cui già don Mazzolari aveva parlato.[52]
Il tutto attuabile attraverso un’esperienza di Eucarestia da viversi sulla strada e che prega con quanti non hanno voce e ricercano la giustizia. [53]

Si propone uno schema di programmazione pastorale:

Obiettivo generale: Annuncio kerigmatico

Obiettivo specifico: Incontrare i giovani negli ambienti mostrando l’esperienza della comunione e della familiarità con il Cristo.

Finalità: La riproposta di un Vangelo della strada rimodellato su quanto Gesù ha fatto.

Contenuto:
Il nucleo kerygmatico: annunziare Gesù in modo più semplice per aderire alla fede:

  1. Mi racconti Gesù?
  2. Un regalo per te
  3. Padre nostro
  4. Vieni e seguimi
  5. Insieme nella Chiesa

Strategie: Approfondimento del testo biblico, attraverso la multimedialità

Tappe: Questo itinerario avrà 5 tappe e sarà diviso per settimana
Ref. Biblico secondo ogni tappa
Prima tappa: Mi racconti Gesù? (At 2,42,48; Mt 13,31-32)
Seconda tappa: Un regalo per te (Gv 3; 4; Cfr. Mt 3,15;Mc 1,9; Lc3,21)
Terza tappa: Padre nostro (Lc 15,11;Mt 18,12, Cfr. Lc 15,36)
Quarta tappa: Vieni e seguimi (Mt 8, 9-13;Gv 1,35-51)
Quinta tappa: Insieme nella Chiesa (At 2,42-48; Lc 24,36-49)

Tempo: Un anno

Luogo: Strada/ parrocchia

Metodo: Azione frontale e coinvolgente

Strumenti:
– Il Vangelo, i testimoni coraggiosi della fede (il Beato padre Pino Puglisi, don Mazzolari, don Milani, laici che partono per le periferie della storia, etc …

– Esperienze di carità e volontariato fuori dal perimetro parrocchiale per ritornare a viverli nella vita ecclesiale parrocchiale.

Valutazione: Trimestrale

Responsabile: La comunità ecclesiale

Conclusione

L’essere comunità ecclesiale è derivante dallo stesso messaggio di Cristo e dalla sua azione evangelizzatrice. La testimonianza non può essere intesa come un fatto privato. Questa svolta pastorale è il segno di quanto oggi non si può limitare l’annuncio alla frequenza, ma urge un lavoro coordinato, che mostri il volto di una chiesa-comunità-allargata, pronta a dare speranza e ragione della propria fede.

È l’ora di camminare con sguardi più ampi, di vedere il bene anche dove abbiamo visto sempre il male, di costruire percorsi alternativi e più incisivi, perché tutti riconoscano una chiesa feconda e attenta all’umanità.
Dove c’è una diversità, è necessario che ci sia una comunità ecclesiale allargata, incline a preoccuparsi di essere in cammino e di donare a ciascuno l’amore di Dio e in maniera particolare ai giovani. “Se ogni persona è un valore e se ogni persona è differente, e se la differenza è una risorsa, nella Chiesa deve instaurarsi la cultura del pensare insieme, e dello scegliere insieme. Perché vi sia un vero dialogo occorrono alcune indispensabili attenzioni:

– ritenersi tutti uguali per dignità e valore, sapendosi ascoltare per cogliere l’uno con l’altro ciò che è vero, giusto e nobile;

– non rimanere fissi nelle proprie idee o nei propri principi, ma essere disposti a metterli in discussione;

– non dialogare per coinvolgere l’altro non per convertirlo, ma per crescere noi in nuove aperture e scoprire nuovi volti della verità”. [54]  Non c’è Chiesa se non in cammino e se si ritiene Chiesa quella della staticità e della meticolosità non si farà altro che costruire una struttura dell’ inconsistenzialità.
Il seminatore lavora su quattro capi di azione:

– la strada: con un’attenzione verso il mondo dei superficiali e dei distratti che non intendono farsi coinvolgere in nulla e in maniera particolare in un messaggio provocatorio come quello del Vangelo;

– i sassi: sono le zone apparentemente disponibili, ma solo per interesse come le famiglie che chiedono i sacramenti, le benedizioni e le protezioni; sono quelli occasionali che vanno coinvolti e trascinati con la misericordia dentro il vortice di una parola che ascoltano, ma con tanta distrazione; sono le famiglie dei tanti conviventi che credono, ma non vogliono assumersi responsabilità;

– i rovi: sono le zone buone, ma che si lasciano soffocare da se stessi. Sono coloro che vivono il cristianesimo in maniera borghese e che non faranno mai le scelte perché la Parola di Dio li fa paura e si terranno a distanza per gli impegni della pace e della giustizia;

– il terreno buono: è il luogo dove il raccolto è direttamente proporzionale alla penetrabilità delle scelte derivanti dalla parola di Dio. L’evangelizzazione sta nella volontà di uscire per annunciare. I luoghi per fare ciò non mancano: i caseggiati, le famiglie, i luoghi d’incontro, le strade sono i terreni, dove gettare i semi della parola in forme profetiche ricominciando il giorno dopo a uscire per portare ad altri quanto qualcuno ha già ricevuto.

NOTE

[1] “Oggi abbiamo perso il senso della responsabilità fraterna; siamo caduti nell’atteggiamento ipocrita del sacerdote e del servitore dell’altare, di cui parlava Gesù nella parabola del Buon Samaritano. … La cultura del benessere, che ci porta a pensare a noi stessi, ci rende insensibili alle grida degli altri, ci fa vivere in bolle di sapone , ch sono belle, ma che non sono nulla, sono l’illusione del futile, del provvisorio, che porta all’indifferenza verso gli altri, anzi porta alla globalizzazione dell’indifferenza” (FRANCESCO, L’amore è contagioso. Il Vangelo della giustizia, Piemme, Milano 2014, 83)
[2] “Dio non è un’ideologia, Dio non è un gruppo, Dio non è un’attività o un impegno sociale. Dio-Amore è ciò che fa vibrare la parte più profonda di noi stessi, quella sua immagine profondamente iscritta in ciascuno di noi. Quando Dio mischia la sua vita con la mia, quando Dio me lo sento addosso, quando Dio è la spina nella mia carne ribelle, quando Dio è la forza nei miei problemi, quando Dio è Dio dentro la mia vita, allora posso dire di averLo incontrato, di essermi lasciato raggiungere da Lui, di essermi lasciato prendermi per mano”. (M. BATTAGLIA, I poveri hanno sempre ragione, in M. BATTAGLIA – V. COLMEGNA, I poveri hanno sempre ragione, Cittadella Editrice, Assisi 2010, 62 – 63)
[3] Cf G. MOIOLI, Cristologia. Proposta sistematica, Centro Ambrosiano, Milano 2015
[4] “Dobbiamo cogliere l’idea di spazio libero come nuovo carattere di umanità in cui il cuore libero dal predominio di un io egocentrico, dipenda da una nuova pienezza di essere: quella dell’amore che si espanse sull’altro nel radicale dono di sé. Ma questo progetto di vita è possibile solo perché Dio, Amore Assoluto, ha fatto in modo unico e sovrano in Gesù: tale amore ha creato in lui la legge assoluta del dono, della proesistenza, che nella condizione presente dell’umanità non può realizzarsi che passando attraverso la propria morte” (M. BORDONI, Signore e Cristo, Introduzione alla cristologia II, PUL, Roma 453)
[5] “Il fatto che nei libri neotestamentari, … siano posti i quattro Vangeli, attesta che di fatto il tema centrale e di convergenza imprescindibile per ogni altro tema o messaggio biblico, è la storia di Gesù: cioè la sua persona di Dio e uomo, Signore della storia e figlio del carpentiere Giuseppe di Nazareth, che si esprime in parole, in gesti di sanazione, di richiamo in vita e di perdono dei peccati, che conclude l’esistenza storica con la morte e la risurrezione. Di qui il contributo del kerygma apostolico, cioè del nucleo del messaggio cristiano, che è più nell’ordine del seme che fruttifica, che non del riassunto che sintetizza una realtà complessa e articolata. … Partendo dal kerygma che deve essere continuamente riproclamato, perché la predicazione abbia sempre il suo centro, esprima la sua fonte e testimoni la sua fedeltà, l’annuncio diventa insegnamento (didachè). Il predicatore diventa catechista, si attarda come Gesù a insegnare (Mt 5-7; 10; 13; 18, 24-25) e come Paolo e Giovanni annuncia e interpreta i problemi delle scelte personali e dei rapporti interpersonali alla luce della vita, morte e risurrezione di Gesù” (L. PACOMIO, Annuncio, in Enciclopedia di Pastorale, II, Piemme, Casale Monferrato, 1992, 9 – 11)
[6] “La Chiesa è, nella sua essenza più profonda, “mistero di comunione e di missione” (Christifideles Laici 32): continuazione della Missione di Gesù Cristo, nell’annuncio dell’Amore di Dio per l’edificazione della comunione comunità dei figli e figlie di Dio. L’esperienza di Chiesa è esperienza di comunione con Dio e con gli uomini. È una comunità sostenuta dallo Spirito, dove la fede si vive in comunità (koinonia) si riflette e diventa coerente testimonianza (martyria) si celebra (liturgia) si trasmette nel servizio e nella azione pastorale (diakonia) si traduce in atteggiamenti di vita (spiritualità) La sua comunitarietà si manifesta e si realizza a diversi livelli. Ha la propria meta nel compimento escatologico della Comunione di amore con Dio, e degli uomini tra di loro: la pienezza del Regno di Dio. Strumento privilegiato e luogo di attuazione di tale amore, già qui sulla terra, è la Comunità ecclesiale, comunione di amore che si costruisce ogni giorno e, al tempo stesso, indispensabile servizio ministeriale per la realizzazione del Regno . La Chiesa, chiamata a continuare la missione di Gesù attraverso l’opera di evangelizzazione e di catechesi, la celebrazione dei Sacramenti, l’esperienza dell’amore fraterno nelle comunità, il dialogo ecumenico e interreligioso, la promozione umana che porta al superamento di ogni discriminazione ed emarginazione. Perciò, la Chiesa è essenzialmente missionaria, e porta l’annuncio di Cristo ad ogni popolo e cultura come suo dovere prioritario. La missione ecclesiale dà il tono alla stessa identità della comunità cristiana: il compito ricevuto da Cristo di evangelizzare i popoli non è soltanto una “cosa da fare”, ma fa parte della natura stessa della Chiesa e denota la sua identità”. (DICASTERO PER LA PASTORALE GIOVANILE SALESIANA, La pastorale giovanile salesiana, Grafisur, Roma 2014, 45 – 46)
[7] “ Tutto questo rivela che il principio fondante della nostra presenza a Korogocho è la comunità. Abbiamo dato la priorità ai gruppi di emarginati: la gente della discarica, che vive sui rifiuti, le ragazze prostitute, i giovani delinquenti, le donne più povere che lavorano per fare i cestini, i ragazzi di strada, i malati di AIDS. Sono i nuovi soggetti destinati a creare la grande comunità, il popolo ecumenico di Dio”. ( A. ZANOTELLI I poveri non ci lasceranno dormire, (3 ed) Editrice Monti, Saronno (MI), 2011, 35 – 36)
[8] E. CASTELLUCCI, Chiesa e giovani, parola di vescovo, in Note di Pastorale Giovanile 2(2017), 29 – 30
[9] Cf B. FORTE, Laicità: tesi a confronto, Il regno-Attualità, 16 (1985), 461
[10] Cf Y. CONGAR, Credo nello Spirito Santo. I. Rivelazione ed esperienza dello Spirito, Queriniana, Brescia 1981, 187 – 193; A. M. CHARUE, Lo Spirito Santo nella Lumen Gentium, AVE, Roma 1970, 297 – 314
[11] LG 30. AG 21
[12] AA 3
[13] LG 12
[14] “Tutti gli uomini sono chiamati a formare il popolo di Dio. Perciò questo popolo, pur restando uno e unico, si deve estendere a tutto il mondo e a tutti i secoli, affinché si adempia l’intenzione della volontà di Dio, il quale in principio creò la natura umana una e volle infine radunare insieme i suoi figli dispersi (cfr. Gv 11,52). A questo scopo Dio mandò il Figlio suo, al quale conferì il dominio di tutte le cose (cfr. Eb 1,2), perché fosse maestro, re e sacerdote di tutti, capo del nuovo e universale popolo dei figli di Dio. Per questo infine Dio mandò lo Spirito del Figlio suo, Signore e vivificatore, il quale per tutta la Chiesa e per tutti e singoli i credenti è principio di associazione e di unità, nell’insegnamento degli apostoli e nella comunione fraterna, nella frazione del pane e nelle preghiere (cfr. At 2,42).
In virtù di questa cattolicità, le singole parti portano i propri doni alle altre parti e a tutta la Chiesa, in modo che il tutto e le singole parti si accrescono per uno scambio mutuo universale e per uno sforzo comune verso la pienezza nell’unità. … Ne derivano, tra le diverse parti della Chiesa, vincoli di intima comunione circa i tesori spirituali, gli operai apostolici e le risorse materiali. I membri del popolo di Dio sono chiamati infatti a condividere i beni e anche alle singole Chiese si applicano le parole dell’Apostolo: « Da bravi amministratori della multiforme grazia di Dio, ognuno di voi metta a servizio degli altri il dono che ha ricevuto» (1 Pt 4,10).
Tutti gli uomini sono quindi chiamati a questa cattolica unità del popolo di Dio, che prefigura e promuove la pace universale; a questa unità in vario modo appartengono o sono ordinati sia i fedeli cattolici, sia gli altri credenti in Cristo, sia infine tutti gli uomini senza eccezione, che la grazia di Dio chiama alla salvezza” (LG 13).
[15] Cfr. A. RUCCIA, Itinerari di fede per la parrocchia, Edizioni Dehoniane Bologna, Bologna 2005.
[16] “La nuova evangelizzazione chiama tutti e si realizza fondamentalmente in tre ambiti. In primo luogo, menzioniamo l’ambito della pastorale ordinaria, «animata dal fuoco dello Spirito, per incendiare i cuori dei fedeli che regolarmente frequentano la Comunità e che si riuniscono nel giorno del Signore per nutrirsi della sua Parola e del Pane di vita eterna». Vanno inclusi in quest’ambito anche i fedeli che conservano una fede cattolica intensa e sincera, esprimendola in diversi modi, benché non partecipino frequentemente al culto. Questa pastorale si orienta alla crescita dei credenti, in modo che rispondano sempre meglio e con tutta la loro vita all’amore di Dio. In secondo luogo, ricordiamo l’ambito delle «persone battezzate che però non vivono le esigenze del Battesimo», non hanno un’appartenenza cordiale alla Chiesa e non sperimentano più la consolazione della fede. La Chiesa, come madre sempre attenta, si impegna perché essi vivano una conversione che restituisca loro la gioia della fede e il desiderio di impegnarsi con il Vangelo. Infine, rimarchiamo che l’evangelizzazione è essenzialmente connessa con la proclamazione del Vangelo a coloro che non conoscono Gesù Cristo o lo hanno sempre rifiutato. Molti di loro cercano Dio segretamente, mossi dalla nostalgia del suo volto, anche in paesi di antica tradizione cristiana. Tutti hanno il diritto di ricevere il Vangelo. I cristiani hanno il dovere di annunciarlo senza escludere nessuno, non come chi impone un nuovo obbligo, bensì come chi condivide una gioia, segnala un orizzonte bello, offre un banchetto desiderabile. La Chiesa non cresce per proselitismo ma «per attrazione».” (FRANCESCO, Evangelii gaudium, 14)
[17] Cf FRANCESCO, Evangelii gaudium, EG 66 – 67
[18] Cf A. RUCCIA, Annuncio e profezia. La svolta kerygmatica per una parrocchia d’evangelizzazione, Ed. San Paolo, Milano 2017
[19] “Il Regno costituisce la meta, la tappa ultima, il punto definitivo dell’approdo, che dà al cammino di mezzo un carattere di esodo, in riferimento all’identità ma anche alla missione salvifica, che non può essere raggiunta pienamente se non nel mondo futuro (GS 40). Così precisato, il rapporto evita l’equivoco di assolutizzare la Chiesa, facendole perdere il carattere di segno e di servizio e aiuta a recuperare il suo radicamento storico congiungendo alla tensione verso il futuro percezioni come la dinamica del provvisorio, l’urgenza della conversione, l’esigenza della purificazione e della riforma” (G. TANGORRA, La Chiesa secondo il Concilio, Edizioni Dehoniane Bologna, bologna 2007, 109).
[20] G. BASADONNA, Spiritualità della strada, Edizioni Scout Agesci / Fiordaliso, Roma 20074, 50-51
[21] “La comunità evangelizzatrice si mette mediante opere e gesti nella vita quotidiana degli altri, accorcia le distanze, si abbassa fino all’umiliazione se è necessario, e assume la vita umana, toccando la carne sofferente di Cristo nel popolo. Gli evangelizzatori hanno così “odore di pecore” e queste ascoltano la loro voce. Quindi, la comunità evangelizzatrice si dispone ad “accompagnare”. Accompagna l’umanità in tutti i suoi processi, per quanto duri e prolungati possano essere. Conosce le lunghe attese e la sopportazione apostolica. L’evangelizzazione usa molta pazienza, ed evita di non tenere conto dei limiti. Fedele al dono del Signore, sa anche “fruttificare”. La comunità evangelizzatrice è sempre attenta ai frutti, perché il Signore la vuole feconda. Si prende cura del grano e non perde la pace a causa della zizzania. Il seminatore, quando vede spuntare la zizzania in mezzo al grano, non ha reazioni lamentose né allarmiste. Trova il modo per far sì che la Parola si incarni in una situazione concreta e dia frutti di vita nuova, benché apparentemente siano imperfetti o incompiuti. Il discepolo sa offrire la vita intera e giocarla fino al martirio come testimonianza di Gesù Cristo, però il suo sogno non è riempirsi di nemici, ma piuttosto che la Parola venga accolta e manifesti la sua potenza liberatrice e rinnovatrice. Infine, la comunità evangelizzatrice gioiosa sa sempre “festeggiare”. Celebra e festeggia ogni piccola vittoria, ogni passo avanti nell’evangelizzazione. L’evangelizzazione gioiosa si fa bellezza nella Liturgia in mezzo all’esigenza quotidiana di far progredire il bene. La Chiesa evangelizza e si evangelizza con la bellezza della Liturgia, la quale è anche celebrazione dell’attività evangelizzatrice e fonte di un rinnovato impulso a donarsi”. (FRANCESCO, Evangelii Gaudium, 24).
[22] FRANCESCO, Evangelii Gaudium, 105
[23] “Anche se non sempre è facile accostare i giovani, si sono fatti progressi in due ambiti: la consapevolezza che tutta la comunità li evangelizza e li educa, e l’urgenza che essi abbiano un maggiore protagonismo. Si deve riconoscere che, nell’attuale contesto di crisi dell’impegno e dei legami comunitari, sono molti i giovani che offrono il loro aiuto solidale di fronte ai mali del mondo e intraprendono varie forme di militanza e di volontariato. Alcuni partecipano alla vita della Chiesa, danno vita a gruppi di servizio e a diverse iniziative missionarie nelle loro diocesi o in altri luoghi. Che bello che i giovani siano “viandanti della fede”, felici di portare Gesù in ogni strada, in ogni piazza, in ogni angolo della terra!” (FRANCESCO, Evangelii Gaudium, 106)
[24] FRANCESCO, Evangelii Gaudium, 28 – 30
[25] Lc 13,24.
[26] “Certo quella di Gesù è una porta stretta, non perché sia una sala di tortura. … Ma perché ci chiede di aprire il nostro cuore a Lui, di riconoscerci peccatori, bisognosi della sua salvezza, del suo perdono, del suo amore, di avere l’umiltà di accogliere la sua misericordia e farci rinnovare da Lui. Gesù nel Vangelo ci dice che l’essere cristiani non è avere un’«etichetta»! … Ma di essere cristiani di verità e di cuore. Essere cristiani è vivere e testimoniare la fede nella preghiera, nelle opere di carità, nel promuovere la giustizia, nel compiere il bene. Per la porta stretta che è Cristo deve passare tutta la nostra vita” (FRANCESCO, Angelus del 25 agosto 2013, in www.vatican.va).
[27] “Cristo è la luce delle genti: questo santo Concilio, adunato nello Spirito Santo, desidera dunque ardentemente, annunciando il Vangelo ad ogni creatura (cfr. Mc 16,15), illuminare tutti gli uomini con la luce del Cristo che risplende sul volto della Chiesa. E siccome la Chiesa è, in Cristo, in qualche modo il sacramento, ossia il segno e lo strumento dell’intima unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano, continuando il tema dei precedenti Concili, intende con maggiore chiarezza illustrare ai suoi fedeli e al mondo intero la propria natura e la propria missione universale.”(LG 1).
[28] “Una pastorale parrocchiale comunionale ha bisogno di un progetto pastorale inteso non come un’arma per appiattire e controllare tutti, ma come uno strumento necessario per condividere insieme obiettivi, strade, mezzi, metodi e tempi dell’unica missione pastorale della parrocchia. Ogni progetto deve avere la capacità di cogliere la complessità della realtà parrocchiale, della sua natura ecclesiale, dei suoi ritmi, dei suoi mezzi, delle sue dinamiche fondamentali, delle sue aspirazioni”. (F. LUVARÀ, Esperienze di gruppi ecclesiali come mediazione tra istanze individuali e dimensione comunitaria, in Servizio della Parola 490 (2017), 116).
[29] FRANCESCO, Evangelii Gaudium, 49.
[30] “Siccome il regno di Cristo non è di questo mondo (cfr. Gv 18,36), la Chiesa, cioè il popolo di Dio, introducendo questo regno nulla sottrae al bene temporale di qualsiasi popolo, ma al contrario favorisce e accoglie tutte le ricchezze, le risorse e le forme di vita dei popoli in ciò che esse hanno di buono e accogliendole le purifica, le consolida ed eleva. Essa si ricorda infatti di dover far opera di raccolta con quel Re, al quale sono state date in eredità le genti (cfr. Sal 2,8), e nella cui città queste portano i loro doni e offerte (cfr. Sal 71 (72),10; Is 60,4-7). Questo carattere di universalità, che adorna e distingue il popolo di Dio è dono dello stesso Signore, e con esso la Chiesa cattolica efficacemente e senza soste tende a ricapitolare tutta l’umanità, con tutti i suoi beni, in Cristo capo, nell’unità dello Spirito di lui” (LG 13).
[31] FRANCESCO, Lettera al card Oullet sul ruolo del laici, in Osservatore Romano del 26. 04.2016.
[32] SINODO DEI VESCOVI, I giovani, la fede, e il discernimento vocazionale. Documento preparatorio. L’azione pastorale, LEV, Città del vaticano 2017,
[33] “ Un cristiano non è un’isola! Noi non diventiamo cristiani in laboratorio, noi non diventiamo cristiani da soli e con le nostre forze, ma la fede è un regalo, è un dono di Dio che ci viene dato nella Chiesa e attraverso la Chiesa. Appartenere alla Chiesa significa camminare con la Chiesa, assumere un’anima comunitaria, vivere nella prospettiva del “noi”, uscendo dal circolo chiuso dell’“io” e del “tu”. È molto difficile comprenderlo nell’epoca del narcisismo e dell’individualismo, dove l’appartenenza alla Chiesa non è percepita come “sostanziale” alla salvezza, ma semplicemente “funzionale” ad essa. In questo modo la Chiesa stessa diventa un semplice mezzo più o meno necessario per qualcosa che non avrebbe nulla a che fare con essa. Come se la salvezza fosse una questione personale piuttosto che comunitaria e relazionale”. (R. SALA – C. BELFIORE – A. RAZIONALE, Casa per molti, Madre per tutti, in Note di Pastorale Giovanile, 7(2017), 3)
[34] E. BIANCHI, Trasmettere la fede è trasmettere le Scritture, in Vita pastorale, ….
[35] L. PACOMIO, Teologia pastorale e azione pastorale, Piemme, casale Monferrato 1992, 67
[36] Cf A. BELLO, Togliete via il lievito vecchio per essere pasta nuova. A chi ha il coraggio di cambiare, in Omelie e scritti quaresimali, Mezzina, Molfetta 1994, 382 – 385.
[37] “La prima certezza teologica che occorre richiamare è che la salvezza dell’uomo, non è il risultato dell’opera umana, e tanto meno dell’opera collettiva del progresso. Quest’opera umana come ogni altra dev’essere posta sotto il segno della fede e dell’obbedienza: obbedienza al comandamento fondamentale in cui si risolve ogni norma etica per il cristiano, e cioè al comandamento dell’amore di ogni uomo come prossimo” (G. ANGELINI, Progresso, in Nuovo dizionario di Teologia, (a cura ) di G. BARBAGLIO – S. DIANICH, Edizioni Paoline, Cinisello Balsamo (MI) 1995, 1232)
[38] Cf P. RICHOEUR, Le christianisme et le sens de l’historie, in Historie et vérité, Seuil, Parigi 1964, 81 – 98).
[39] cf LG 64 – 65
[40] Cf A. RUCCIA; La laicità di Maria per una conversione pastorale, in Rivista di Vita Spirituale, 4/5 (2013), 495 – 556
[41] “Sarebbe non entrare nello spirito del Magnificat se si pensasse che la salvezza portata da Gesù di Nazareth fosse un bene esclusivo, un privilegio delle persone pie, o ancora che la salvezza fosse riservata agli emarginati. Ben presto Luca dimostrerà che la sollecitudine di Dio si estende ai lontani, ai quali non chiede che ritornare a lui: il Dio esaltato nel cantico è il Dio d’Israele, che rompe le frontiere della razza per estendere i benefici della salvezza a tutti gli uomini. Questa non è qualche cosa di astratto: calata nella realtà storiche concrete, privilegia gli oppressi, gli umiliati, rovescia le situazioni ingiuste create da coloro che piegano la legge al loro volere. In questo spettro, al cui centro è l’annientamento del male teologico (peccato), sociale (ingiustizie) ed etnico (razzismo), è significativo che Maria sia appartenuta alla stirpe di Abramo della quale doveva essere fiera, quantunque per i cristiani la fede non sia un problema di razza; che spiritualmente appartenesse agli anali, quantunque l’annuncio del vangelo sia fatto per i peccatori che per i giusti; che sia stata scelta nella scala sociale più umile, quantunque la salvezza portata da Cristo sia destinata a tutti gli uomini di buona volontà”. ( E. PERRETTO, Magnificat, in Nuovo Dizionario di Mariologia (a cura) di S. DE FIORES – S. MEO, Edizioni Paoline, Cinisello Balsamo 1986, 864)
[42] “Stare con gli ultimi significa, prima di tutto, prendere coscienza che i poveri esistono ancora e sono più numerosi di quel che si pensa. Significa lasciarsi coinvolgere dalla loro vita. Prendere la polvere sollevata dai loro passi. Guardare le cose dalla loro parte. Significa mettersi in corpo l’occhio del povero. … La scelta degli ultimi esige alla lunga un grande coraggio. Il coraggio di collaborare con le istituzioni pubbliche e con i servizi sociali, stimolarli alla tenacia, e precederli sulla battuta intuendo risposte nuove e bisogni nuovi. Il coraggio di quella violenza ermeneutica della Parola di Dio che, senza darci smanie del guerriero, ci abilità a non aver paura dei potenti della terra. Il coraggio di conficcare continuamente spine nel fianco della buona coscienza pubblica, rivelando con caparbietà i bisogni scoperti e quelli emergenti. È la Madonna, povera di Jahvè, che ha cantato il riscatto degli umili, a poterci dare la forza di confidare negli ultimi” (A. BELLO, Chiesa di parte, Edizioni Insieme, Terlizzi (BA) 1996, 19 – 20)
[43] “Il motivo ultimo dell’impegno verso i poveri e gli oppressi non sta nell’analisi sociale di cui facciamo uso, nella nostra compassione umana o nell’esperienza diretta che possiamo avere della povertà. Sono tutte ragioni valide che svolgono sena dubbio un ruolo importante nel nostro impegno; esso si basa però fondamentalmente, in quanto cristiani, sul Dio della nostra fede. È un’opzione teocentrica e profetica che affonda le sue radici nella gratuità dell’amore di Dio, ed è da essa richiesta” (G: GUTIERREZ, Teologia della liberazione con una nuova introduzione: guardare lontano, Queriniana, Brescia 2012, 5^ ed, 23)
[44] Cfr. M. MIDALI, Teologia pratica. Attuali modelli e percorsi contestuali di evangelizzazione, LAS, Roma 2000, 219 – 236
[45] “La nostra Messa è, quindi, un segno. Gesù ha voluto che l’Eucarestia fosse un assaggio, una primizia, una prefigurazione, un anticipo del banchetto del cielo, banchetto carico di gioia! … Voi tutti, ragazzi, vivete l’esperienza dell’amore, la tenerezza dell’abbraccio, la gioia dell’incontro, l’estasi dell’amicizia. Estasi è un sentimento che ti porta fuori dal tuo stallo, che ti fa puntare tutto sull’altro: si esce da se stessi e si fa cadere il baricentro fuori di sé. …. Ragazzi amate la vita! Con tutte le espressioni di visibilità, di carnalità, di toccabilità, di sperimentabilità e di abbandono della tristezza”. (A. BELLO, Laudate et benedicete. L’Eucarestia gioia della vita, Edizioni Insieme, Terlizzi (Ba) 1998, 33 – 34)
[46] “Il kerygma possiede un contenuto ineludibilmente sociale: nel cuore stesso del Vangelo vi sono la vita comunitaria e l’impegno con gli altri. Il contenuto del primo annuncio ha un’immediata ripercussione morale il cui centro è la carità”. (FRANCESCO, EG 177).
[47] “I tre radicali fenomeni che stanno cambiando il quadro quotidiano della nostra convivenza, del nostro stare in relazione con noi stessi, con gli altri e con il mondo sono: gli assetti demografici, i flussi migratori, la tecnocrazia. Questi tre fenomeni hanno tra loro un evidente intreccio, nel loro procedere nel tempo e nello spazio, che crea ulteriori situazioni e sottofenomeni rilevanti. Negli ultimi trent’anni abbiamo assistito ad una massiccia entrata delle ‘professioni sociali’ nei nostri contesti di vita. Sulla scia delle diverse specializzazioni derivate dalla disciplina medica sono entrate sulla scena moltissime figure professionali sul versante socio-educativoassistenziale. Se contiamo ‘l’esercito’ delle badanti (all’ultimo gradino gerarchico della scala di riconoscimento sociale) possiamo tranquillamente affermare che si sono creati più di due milioni di posti di lavoro. Abbiamo assistito inoltre all’emersione di forme organizzative ed economiche nuove che oggi trovano anche la loro complessiva legittimità all’interno della legge quadro sul Terzo settore.
C’è da aggiungere inoltre che in particolare sul versante ‘privato’ si va allargando l’area di intervento e quindi di mercato e di investimento su tutto ciò che attiene ai servizi alla persona. In questo caso è la tecnologia digitale che costituisce lo strumento di penetrazione (si pensi ad esempio alle diverse piattaforme di welfare aziendale che stanno prendendo piede a valle dei diversi contratti). Il paradigma si è retto sino ad ora su un’idea prestazionale e specialistica, erogativa ed individualizzata. Da una parte gli utenti dall’altra gli esperti. Insomma anche i servizi alla persona hanno seguito (al di là delle retoriche politiche di ogni colore) il potente destino della società dei consumi. A bisogno individuale risposta specializzata di un esperto professionista (singolare o plurale) con il suo apparato specifico di tecniche e strumenti. Pubblico, privato e terzo settore hanno prevalentemente seguito questa strada, con poche eccezioni”. (J. DOTTI, in Avvenire 10/08/2017)
[48] “Strada vuol dire: mondo, territorio, spazio su cui muoversi e incontrarsi, geografia della vita e della cultura dei popoli e singoli. […] Strada vuol dire ferialità e secolarità, storia di un popolo, con tutta la provvisorietà e il dinamismo vitale che consente di credere al futuro, nonostante le lezioni del passato e i drammi del presente. Strada che rende nomadi, pellegrini dell’eterno nel tempo. Nomadi, affascinati dalla terra, dalla sua ospitalità, ma attratti sempre dal nuovo e dall’oltre”. (A. NAPOLIONI, La strada dei giovani. Prospettive di Pastorale Giovanile, Edizioni San Paolo, Cinisello Balsamo (MI) 1994, 24).
[49] P. CHAVEZ, I cammini della fede per i giovani di oggi, in Note di Pastorale Giovanile, 1 (2010), ….
[50] Cf. A. MATTEO, La prima generazione incredula. Il difficile rapporto tra i giovani e la fede, Rubbetino Editore, Soveria Manelli (CZ), 2017
[51] A. SORCINO, Per camminare, uscire di casa e di Chiesa, in Vita pastorale 7 (2017), 3
[52] P. MAZZOLARI, La più bella avventura, Edizioni Dehoniane Bologna, Bologna 2008
[53] Cf. A. RUCCIA, Itinerari di fede per la parrocchia, Edizioni Dehoniane Bologna, Bologna 2005
[54] B. BORSATO, Vivere la comunità con relazioni di amicizia e di collaborazione, in Servizio della Parola 480 (2016), 61

* Parroco della Parrocchia San Giovanni Battista in Bari
Vicario zonale del IV Vicariato della Arcidiocesi di Bari-Bitonto
Docente di Teologia di Teologia Pastorale c/o la Facoltà Teologica Pugliese
Tel 0805613445 – 3394909894
e-mail: anruccia@virgilio.it