Alessandro Maggiolini

 

 

È possibile pregare oggi?
La domanda non sembri retorica. Dice un’obiezione che abbiamo dentro un po’ tutti. Forse non ce la poniamo neppure più, tanto la vogliamo pensare risolta…
Può darsi: un tempo si era forse un po’ costretti a pregare; vi si era guidati e sospinti quasi inconsapevolmente. Le case più alte erano le chiese, nelle borgate come nelle grandi città. Ai crocicchi delle strade si incontravano le edicole devote che imponevano almeno che ci si levasse il cappello. L’anno era scandito dalle grandi feste religiose. La domenica ci si metteva l’abito bello e ci si avviava tutti alla Messa. Al mattino ci si svegliava al suono dell’avemaria; a mezzogiorno l’angelus, e a sera, ancora al rintocco della campana, si smetteva il lavoro e si passava in chiesa tornando a casa. Poi, la cena, il rosario in famiglia… Si pregava, insomma.
Ma oggi? Oggi, quando la televisione ha assunto il ruolo di un ostensorio laico e vi stiamo sdraiati davanti in adorazione fino a quando l’annunciatrice ci manda a letto perché ci assicura che non c’è più nulla, che i programmi sono conclusi: sciò, via; oggi, quando ci si alza di fretta e si ascolta la radio mentre ci si rade la barba e ci si fa la toilette, e il giornale subito ci prende, e ci si mette in fila per il tram e ci si immerge nel traffico sempre con l’occhio all’orologio e poi si inizia il lavoro e ci si stacca per poco: un boccone e si riprende, e alla sera si è stanchi e non è previsto un momento di calma e di silenzio… Oggi, quando alle campane si sono sostituite le sirene e le edicole non sono quelle della Madonna o dei santi, ma i chioschi dei giornali, e la festa è occasione per il week-end – ci si mette pazientemente in processione sulle autostrade o ci si accalca nelle stazioni ferroviarie in cerca d’un po’ d’aria meno inquinata… Quando le grandi ricorrenze annuali sono le ferie e le partite di calcio… Diciamocelo francamente: oggi è possibile pregare?
Abbiamo tutti fretta e un monte di cose da fare; importanti, assicuriamo: non se ne può togliere proprio una dall’agenda. La preghiera è tempo che non «rende». Siamo imbevuti del senso dell’efficienza: vogliamo concludere – chissà cosa. La preghiera non dà risultati: non ferma l’inflazione, non risolve le vertenze sindacali, non aumenta la produttività. Siamo posseduti dalla paura del silenzio. La preghiera costringe a pensare: riserva la sgradita – e dolcissima – sorpresa d’essere noi stessi e di imbatterci in quell’Infinito a cui pure aspiriamo, ma che non vogliamo incontrare.
La preghiera non è programmata negli schemi della nostra sopravvivenza…
Come è possibile pregare, oggi?
Mah. Forse la domanda sa davvero di letteratura. Il Signore ci ha detto che occorre pregare sempre: anche quest’anno; anche oggi. Che non abbia previsto la babele del nostro tempo e il sussiego dei nostri impegni?
E poi, vi sono persone che pregano. Non si mettono in mostra; non compaiono sulle copertine dei rotocalchi; ma ci sono. E la società attuale non è forse quel caos di miscredenti indaffarati che vuol far credere. Tra i grattacieli si nascondono talvolta degli eremiti, o famiglie radunate per le orazioni dei bambini o per la lettura del Vangelo. E anche oggi si soffre e si muore e si vive cercando un perché…
Rovesciamo la domanda: è possibile non pregare oggi?