Il nostro Dio si rivela attraverso

il povero e lo straniero

Enzo Bianchi

 

Noi cristiani, nella storia che è la storia dell’umanità e del mondo, abbiamo un compito preciso da assolvere, un compito assolutamente necessario per nutrire la nostra fede e adempiere alla vocazione ricevuta: leggere i “segni dei tempi”. Proprio questo compito ci induce a comprendere la sacramentalità della presenza di Cristo nella persona umana del povero, dello straniero e del bisognoso, come afferma il Figlio dell’uomo, Gesù stesso, nella pagina del giudizio finale: «In verità io vi dico: tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me» (Matteo, 25, 40). Dunque per noi cristiani il povero, lo straniero e il bisognoso, prima di essere “categorie sociologiche” sono “categorie teologiche”, luoghi che ci permettono di conoscere il Dio vivente e quindi di entrare in comunione con lui. Il nostro rapporto con il povero, lo straniero, il bisognoso non sta solo nello spazio dell’etica, che ci chiede l’osservanza del comandamento dell’amore del prossimo, ma sta soprattutto nello spazio della rivelazione, perché il nostro Dio si rivela attraverso il povero, lo straniero e il bisognoso e il Signore Gesù Cristo ha voluto identificarsi con questi senza dignità, segnati dalla situazione di bisogno e di sofferenza.
Nella ricerca biblica sul tema dello straniero è consueto sottolineare lo statuto dello straniero nella legislazione di Israele, nella quale indubbiamente sono affermati rispetto e protezione, innanzitutto per ragioni culturali comuni all’ambiente mediorientale, che considerava sacra l’ospitalità. In Israele ciò era dovuto anche a ragioni storiche, essendo stato il popolo di Dio «straniero» in Egitto e «nomade» per molte generazioni, nonché a ragioni teologiche, perché Dio veniva confessato come «amante dello straniero» (cfr. Deuteronomio, 10, 18). Ma mi pare necessario mettere in evidenza soprattutto la dimensione rivelativa della condizione di stranierità, testimoniata a partire dal libro dell’Esodo. La rivelazione di Dio a Mosè, dunque a Israele come popolo, avviene in un contesto preciso, contrassegnato da stranierità, oppressione e povertà. C’è un’etnia, quella dei figli di Israele, che dimora in Egitto come straniera, subisce oppressioni e persecuzioni, perciò fa salire il lamento, eleva il suo grido. In risposta, Dio si rivela come “colui che ascolta il grido e conosce”, cioè penetra il bisogno umano e se ne prende cura nel suo amore. I rabbini sottolineano con finezza che quel gemito non è preghiera, non è rivolto in primo luogo a Dio, ma è un gemito umano di sofferenza. Ebbene, proprio a questo gemito il Signore risponde, perché ascolta il bisogno e la sofferenza, e di conseguenza interviene nella storia con una conoscenza che è una “presa in cura”, che è amore efficace. Per questo, nella rivelazione del roveto ardente a Mosè il Signore ribadisce: «Ho visto la miseria del mio popolo in Egitto, ho ascoltato il suo grido a causa dei suoi aguzzini: conosco le sue sofferenze, sono sceso per liberarlo» (Esodo, 3, 7-8).
La rivelazione, l’alzare il velo che nasconde, è evento legato al gemito, al grido dello straniero. Non nello spazio della natura, non in luoghi epifanici, dove accade il fascinosum e il tremendum, ma nello spazio aperto dal grido del povero e dello straniero: qui Dio appare all’essere umano e l’essere umano incontra Dio. Questa immagine del Dio che si china con compassione e “discende” sulla terra, nella storia, tra gli uomini, resta la prima, indelebile immagine del nostro Dio che viene a generare un popolo e lo chiama, dalla sua condizione di massa di schiavi e stranieri, a fare alleanza con lui. Potremmo osare anche di più: scegliendo di scendere e dimorare in mezzo a stranieri, Dio in certa misura si fa straniero tra stranieri sulla terra, come la tradizione ebraica chassidica ha interpretato un’affermazione del salmo 119 («Io sono uno straniero sulla terra»). Dio come straniero e perciò rifiutato, fino ad andare in esilio con il suo popolo a Babilonia.
Accanto a questa rivelazione del “Dio dei poveri e degli stranieri”, va necessariamente colta quella del “Dio ospitante”. Dio discende e si pone dalla parte degli stranieri per liberarli e donare loro «una terra dove scorrono latte e miele» (Esodo, 3, 8.17; 13, 5; 33, 3). Israele riceve la terra da Dio e perciò non può possederla ma solo accoglierla come dono, nella consapevolezza di essere ospitato da Dio stesso, senza averla perciò in proprietà, senza farne un luogo di cittadinanza. Questo per Israele è «un modo di stare al mondo» diverso da quello di tutti gli altri popoli, è un modo altro che rende Israele altro, santo-distinto (qadosh), come Dio è santo: «Siate santi perché io, il Signore Dio vostro, sono santo» (Levitico, 19, 2; 1 Pietro, 1, 15-16); santi accogliendo, per esempio, la dinamica del sabato, giorno distinto dagli altri e perciò santo. Al cuore della “legge di santità” ecco allora risuonare il comando: «Quando si troverà a dimorare con te uno straniero nel vostro paese, voi non vi approfitterete di lui: come un nativo del paese sarà per voi lo straniero che dimora con voi; tu l’amerai come te stesso, poiché siete stati stranieri in terra d’Egitto. Io sono il Signore vostro Dio» (Levitico, 19, 33-34).
Se la condizione di povertà e di stranierità è stata un “luogo teologico” nella rivelazione di Dio, tanto più diventa necessaria per la rivelazione del Dio fatto carne in Gesù Cristo. Non è un caso che la nascita di Gesù a Betlemme avvenga proprio nel segno del dramma dell’ospitalità — «non c’era posto per loro nel caravanserraglio» (Luca, 2, 7) — e che egli sia dunque costretto a venire al mondo per strada, in una stalla, deposto poi in una mangiatoia. E come dimenticare che Gesù dovrà ben presto conoscere la condizione di esiliato in terra d’Egitto, a causa della persecuzione da parte di uno dei potenti di questo mondo?
L’immagine più evidente di Gesù quale straniero appare nel vangelo secondo Luca, nel racconto dell’incontro con i due discepoli incamminati verso Emmaus (cfr. Luca, 24, 13-35). Dopo l’uccisione e la sepoltura di Gesù, «profeta potente in opere e in parole», come alla fine di una storia due suoi discepoli abbandonano Gerusalemme e la comunità per dirigersi verso il villaggio di Emmaus. Mentre costoro discutono animatamente, Gesù si accosta, cammina con loro come uno sconosciuto e appare ai due come uno straniero che non conosce nulla di ciò che è avvenuto (cfr. Luca, 24, 18). Poi, improvvisamente, lo sconosciuto-straniero risponde rivelando la necessitas di quella morte, ma anche questa esegesi non svela la sua identità. Giunti a destinazione, egli sembra voler continuare il suo cammino, ma vista la notte ormai vicina i due gli chiedono di restare con loro. E il racconto sfocia in questo celebre quadro: «Quando fu a tavola con loro, prese il pane, pronunciò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro. Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero. Ma egli sparì dalla loro vista» (Luca, 24, 30-31).
È significativo che il riconoscimento del Risorto vivente non avvenga su un piano intellettuale, solo mediante la spiegazione delle Scritture, che peraltro faceva ardere il cuore dei suoi compagni di cammino (cfr. Luca, 24, 32), ma a tavola, nella condivisione del cibo, e soprattutto alla vista del suo gesto dello spezzare il pane, in una vera pratica di ospitalità che i discepoli avevano imparato stando con Gesù. Lo straniero si fa riconoscere come Gesù risorto: ecco una volta di più la stranierità, la paroikía come luogo di rivelazione. Nel volto dello sconosciuto, dello straniero, dell’altro è rintracciabile il volto del Cristo vivente.
Proprio per aver vissuto questa condizione di stranierità e di spogliazione, secondo la testimonianza concorde e polifonica dei vangeli, Gesù sa vedere anche al di là delle barriere costruite in nome della purità e regolate dalla Torah. Per questo, incontrando uno straniero come il centurione romano, può discernere in lui una fede trovata presso nessuno in Israele (cfr. Matteo, 8, 10; Luca, 7, 9) e dedurre che al banchetto messianico prenderanno parte anche stranieri venuti dall’oriente e dall’occidente, mentre alcuni eredi del Regno di diritto resteranno nelle tenebre, fuori (cfr. Matteo, 8, 1-12; Luca, 13, 28-29). In questo incontro di Gesù con il centurione vi è la rivelazione che non è l’appartenenza religiosa a introdurre nel Regno, ma l’autenticità, la sincerità della fiducia personale.
Anche l’incontro di Gesù con una donna cananea, siro-fenicia, avvenuto in terra straniera, è molto significativo (cfr. Marco, 7, 24-30; Matteo, 15, 21-28). Egli sa che la sua missione è rivolta alle «pecore perdute della casa d’Israele» (Matteo, 15, 24), che deve adempiere la promessa di Dio fatta ai padri, ma l’ascolto di quella straniera, che testardamente chiede la guarigione della figlia e mostra fiducia nella misericordia di Dio, suscita in lui il grido: «Donna, la tua fede è grande!» (Matteo, 15, 28). In tal modo, Gesù comprende e annuncia una volta di più che la grandezza della fede non dipende da confini confessionali, dalle frontiere tracciate dalle dottrine. La cananea è veramente straniera, non avrebbe nessun diritto di ricevere il dono del pane del Regno, ma di fatto costringe Gesù a mutare atteggiamento e a donare gratuitamente ciò che era venuto a portare come salvezza.
Alla luce dell’itinerario percorso, comprendiamo bene l’affresco del giudizio finale, del giorno del Signore (cfr. Matteo, 25, 31-46). Quando il Figlio dell’uomo verrà nella gloria, la rivelazione finale e definitiva mostrerà che lui stesso nella storia è stato l’affamato, l’assetato, lo straniero, il malato, il prigioniero che ogni uomo ha incontrato, restandogli indifferente oppure esercitando nei suoi confronti misericordia. Su questa scelta ognuno di noi sarà giudicato, questo l’ultimo esame della vita cristiana. C’è una sacramentalità esistenziale del Signore Gesù Cristo che purtroppo noi dimentichiamo, mentre affermiamo con forza e fede la sua sacramentalità liturgica. Ma questa è schizofrenia spirituale che può essere causata solo da un cuore malato di sclerocardia e diventato purtroppo insensibile alla parola di Dio e all’immagine di Dio presente nell’essere umano.
Come ricorda l’autore della Lettera agli Ebrei, «alcuni, praticando l’ospitalità, senza saperlo hanno accolto degli angeli» (13, 2), hanno accolto Dio stesso (cfr. Genesi, 18, 1-16). L’orizzonte escatologico che Gesù ha tracciato, l’orizzonte del giorno del Signore, deve essere costantemente ricordato, perché l’incontro con Dio e la comunione con lui qui sulla terra sono la nostra vita e la nostra salvezza eterne. L’accoglienza, l’ospitalità verso gli stranieri è uno dei parametri del giudizio finale. L’altro, il radicalmente altro da me, che era lontano e ora mi è vicino, prossimo, è rivelazione del Dio vivente, è sacramento di Cristo.

XXV Convegno Ecumenico Internazionale di spiritualità ortodossa «Dono dell’ospitalità».

(Ampia sintesi da L’Osservatore Romano)