La preghiera, tempo sciupato?

Alessandro Maggiolini

 

Che senso può avere la preghiera nella nostra vita di oggi?
Non è tempo sciupato? Non è un sottrarci alle nostre responsabilità umane per dedicarci ad un esercizio inconcludente? Non è un faticoso e vano raccoglierci, mentre già siamo oberati di incombenze e siamo stanchi del nostro lavoro, mentre abbiamo bisogno più di qualche evasione poiché la catena di montaggio e la routine dell’ufficio o della casa ci tengono legati per interminabili ore?
Gli interrogativi potrebbero continuare. Affrontano un problema enorme anche se apparentemente irrisorio – e scomodo. Ad esempio: dedichiamo noi otto minuti di preghiera al giorno? Ci son persone nascoste nei monasteri che vi dedicano otto ore e più. Non è questo uno scialo di tempo e di energie? Non siamo di fronte a vite sciupate? E non aveva forse ragione quel religioso (oggi càpita di tutto) che disse – ripeto la frase, non la condivido, ovviamente – di non poter perdere tempo a dire la Messa o a recitare il breviario finché anche un solo fratello soffriva nella miseria o moriva di fame?
L’argomento s’allarga, come si vede. E può assumere toni risoluti, quasi drammatici.
Stiamo al tema: la preghiera non è tempo sciupato?
Potremmo presentare qui tutto l’inventario delle esigenze dell’umanità: la guerra, la violenza, il sottosviluppo, la giustizia da attuare, la scienza da sviluppare, la tecnica da far progredire… Tutte voci che ci inquietano, che ci provocano ad un impegno indilazionabile e perentorio.
O – per non giocare con realtà più grandi di noi e per esprimere la nostra problematica di placide persone della società del benessere – forse potremmo semplicemente ammettere che abbiamo altro da fare: che lavorare stanca e vogliamo qualche momento di quiete in cui non pensare a nulla; che siamo costretti a vivere continuamente nello schema d’un orario strettissimo, tra telefoni che squillano, scadenze che incombono, pignatte e pannolini… e non troviamo un istante per questo lusso che è la preghiera. Sono operaio: come posso pregare? Sono studente: come posso pregare? Sono casalinga: come posso pregare?
Mah. Verrebbe voglia di chiedere, così a bruciapelo, di tentare la somma dei vari momenti sciupati. Talvolta ci diam l’aria importante di persone che vivono assillate da chissà quali affari ad orizzonte mondiale, e poi ci scopriamo coi piedi sul tavolo di lavoro a leggerci beatamente il giornale nelle pagine più frivole, o pigramente affondati in una poltrona a sorbirci la lezione televisiva da capo a fondo.
Forse l’osservazione è cattiva. Mettiamo pure. Non vale negare né le istanze della storia né i piccoli compiti della vita d’ogni giorno. E va detto che il riposo è un dovere: stiamo diventando un po’ tutti psicopatici.
Eppure la risposta non è data.
C’è ancora da chiedersi se riusciamo a dare un senso a tutto ciò che facciamo, quando manca qualche momento di silenzio e di dialogo raccolto con Dio. C’è da chiedersi se riusciamo a continuare ad impegnarci per la storia o per il fratello, o più semplicemente se riusciamo a vivere senza sapere il perché, il verso dove… Dico vivere: non trascinare stancamente l’esistenza.
La preghiera, tempo sciupato?
In un certo senso, sì. Splendidamente sciupato per capire chi siamo, che cosa ci attende, quali desideri abbiamo dentro, e – ancora – perché viviamo. Tempo sciupato che riscatta il tempo impegnato: il nostro tempo che è vuoto senza Dio. Occorre un’altra logica: quella della gratuità, dell’Infinito presente e amato…
Chiedo scusa di dire queste cose con l’aria di aggredire, mentre sto parlando a me stesso e invitando qualche amico che vuole a una lealtà tanto difficile.