Humanae vitae. «Non c’è piena concordanza». Ecco perché il Papa indagò ancora

Luciano Moia

Perché Paolo VI ha sentito il bisogno di scrivere Humanae vitae? E perché dopo il lavoro della commissione di esperti ha avvertito la necessità di approfondire ulteriormente la questione?

Perché Paolo VI ha sentito il bisogno di scrivere Humanae vitae? E perché dopo il lavoro della commissione di esperti ha avvertito la necessità di approfondire ulteriormente la questione? Lo spiega lui stesso all’inizio del documento.

Al n.5 ricorda la decisione di Giovanni XXIII di costituire nel marzo ’63 la commissione che «comprendeva, oltre a parecchi studiosi delle varie discipline pertinenti, anche coppie di sposi», e non solo aveva per scopo «di raccogliere pareri sulle nuove questioni riguardanti la vita coniugale, e in particolare una retta regolazione della natalità, ma anche di fornire gli elementi di informazione opportuni, perché il magistero della chiesa potesse dare una risposta adeguata all’attesa non soltanto dei fedeli, ma dell’opinione pubblica mondiale».

Poi al n.6 spiega che «le conclusioni alle quali era pervenuta la commissione non potevano tuttavia essere da noi considerate come certe e definitive, né dispensarci da un personale esame di tanto grave questione; anche perché non si era giunti, in seno alla commissione, alla piena concordanza di giudizi circa le norme morali da proporre, e soprattutto – si legge ancora nell’enciclica – perché erano emersi alcuni criteri di soluzioni, che si distaccavano dalla dottrina morale sul matrimonio proposta con costante fermezza dal magistero della Chiesa».

Da qui la necessità di quel riesame condotto dalla Congregazione per la dottrina della fede e dalla segreteria di Stato di cui non si sa quasi nulla e su cui oggi, a 50 anni di distanza, si è avvertita la necessità di fare piena chiarezza, proprio per documentare, in vista di un anniversario così ricco di significati, l’impegno di Montini sui temi della vita. (Avvenire)