Aumentano gli atei tra i giovani italiani?

GianPaolo Salvini

Le inchieste sulla religiosità del mondo giovanile in Italia sono ormai numerose, anche in vista della Assemblea ordinaria del Sinodo dei Vescovi, in programma per il 2018 e dedicata a «I giovani, la fede e il discernimento vocazionale» [1].
Uno dei più noti sociologi religiosi italiani, il torinese Franco Garelli, ha affrontato il tema dei giovani nell’ultimo libro, scritto in collaborazione con altri studiosi [2].
Si tratta di una ricerca complessa, formata da un’indagine quantitativa, compiuta nel 2015, su 1.450 giovani di età tra i 18 e i 29 anni (a questa fascia di età ci si riferisce anche nel nostro articolo quando si parla di «giovani»); e da un’altra indagine, di tipo più qualitativo, con interviste a 144 studenti universitari, tra Torino e Roma, effettuate tra il 2014 e il 2015. Il risultato è molto articolato. Una delle conclusioni della ricerca è proprio che la realtà religiosa giovanile è assai più complessa di quanto spesso si sostiene.

Giovani senza Dio: «atei forti» e «atei deboli»

L’affermazione posta all’inizio del volume, certo ad effetto, viene subito ridimensionata dallo stesso autore, che nota come la categoria della «non credenza» sia una categoria «ombrello», che comprende molteplici soggetti eterogenei tra loro, e piena di gradazioni. «Ciò che accomuna nel profondo l’insieme di questi giovani sembra essere una doppia convinzione: l’impossibilità di conoscere ciò che supera l’esperienza umana; e la consapevolezza di non aver bisogno di Dio per condurre una vita sensata, ricercando o ritrovando dunque altrove il senso di un’esistenza degna e compiuta» (pp. 8 s).
Ma accanto agli «atei forti» c’è la classe degli «atei deboli», anch’essa molto variegata: persone lontane dagli interessi e dagli ambienti religiosi, oggi per lo più non ostili nei confronti della fede, ma mai coinvolte in essa, e la cui indifferenza religiosa è legata soprattutto alle vicende della vita.
L’autore sostiene che il fenomeno della non credenza giovanile è in crescita in Italia, senza con questo affermare la marginalità o l’irrilevanza della condizione di «credenti» tra le giovani generazioni. Lo conferma il fatto che molti dei 18-29enni italiani che dichiarano ancora di credere in Dio fanno in qualche modo riferimento alla religione cattolica, nella quale sono stati introdotti da piccoli: oltre il 90% dei giovani ha ricevuto il battesimo e la prima comunione (ma solo il 70% ha ricevuto la cresima).
Nel nostro Paese, infatti, è assai debole la propensione a convertirsi ad altre fedi, anche se alcuni sono attratti dalle religioni orientali o dalla religiosità testimoniata dai coetanei musulmani.
Quanti si definiscono atei o agnostici o indifferenti alla religione non hanno in Italia alcuna difficoltà a presentarsi come tali, in pubblico o in privato, mentre in altre culture, come ad esempio negli Stati Uniti, il distacco dalle convenzioni religiose non è un evento indolore. Il processo di socializzazione religiosa in Italia, secondo l’inchiesta, per varie ragioni sembra interrompersi nell’età dell’adolescenza. In ogni caso, per lo più i giovani (credenti o meno) sono attenti alle buone ragioni degli altri, delineando una possibile convivenza con loro. Vi è cioè il riconoscimento della differenza sulle questioni religiose, e la consapevolezza che la diversità è un prodotto della modernità e, in quanto tale, vale come un principio di realtà da accettare.
Riguardo alla figura di papa Francesco, la grande maggioranza dei giovani è colpita «da un pontefice che sembra informato da uno spirito antisistema, sia nei confronti della sua chiesa sia per come va il mondo globale. Che da un lato vuole una chiesa “in uscita” dalle sue antiche certezze, meno burocratica e più umana, […] e dall’altro promuove una politica ecclesiastica più globale e meno legata all’Occidente; che rivaluta le periferie del mondo, denuncia le ingiustizie del mercato e gli squilibri ambientali del pianeta » (pp. 16 s). Tuttavia «non tutto fila liscio nel rapporto tra i giovani e il papa argentino. Non mancano quanti vedono ombre in questo pontificato, o perché giudicano le aperture più di facciata che di sostanza, o perché ritengono la chiesa cattolica non riformabile» (p. 17).
Interessante è ciò che i giovani affermano dei loro coetanei, cioè che, secondo loro, solo il 23% dei giovani crede in Dio, mentre il 70% non è coinvolto in un percorso di ricerca di tipo religioso; e che in sostanza sono pochi quelli che coltivano la dimensione spirituale dell’esistenza (anche in forme di religiosità alternativa).
Quando invece vengono intervistati sulla propria religiosità, il 72% dei giovani dichiara di credere in Dio (anche se con una fede dubbiosa o intermittente), e oltre il 70% si definisce in qualche modo «cattolico».
Un giovane su quattro afferma di pregare alcune volte alla settimana o più. La maggior parte di loro (oltre il 60%) ammette di avere una propria vita spirituale e di coltivare i valori dello spirito, anche se con modalità spesso non convenzionali, o molto soggettive, in qualche modo à la carte.
Non più di un quarto dei giovani italiani dichiara di essere estraneo alla categoria della spiritualità. I dati sulla partecipazione ai riti sono invece decisamente più bassi: per il 13% dei giovani essa avviene una volta alla settimana, e per un altro 12% una volta al mese.
In ogni caso siamo molto lontani da quanto si registra nei Paesi europei del centro-nord, come Svezia e Germania, o anche nei Paesi di tradizione cattolica, come Belgio e Francia, dove i giovani che affermano di non credere in Dio sono tra il 50 e il 60%. Gli Stati Uniti, invece, si rivelano una nazione di grande vitalità religiosa anche nelle classi giovanili.
I dati quindi non indicano un tracollo religioso negli ultimi anni, come spesso asserito, ma una continuazione della «secolarizzazione dolce», tipica del nostro Paese, e sulla quale concordano tutte le ricerche degli ultimi quarant’anni.

Qualche distinzione tra le infinite sfumature

Non potendo illustrare tutte le infinite sfumature – indicate nella ricerca – nelle progressive classificazioni tra i non credenti e i credenti, ci soffermiamo sulle caratteristiche delle due categorie più definite.
Circa il 28% dei giovani tra i 18 e i 29 anni dichiara di non credere in Dio, nel senso attribuito comunemente a tale espressione. Ciò che colpisce è la diffusione di questo orientamento negli ultimi decenni (il 5% in più negli ultimi 8 anni).
I «piccoli atei», richiamati dal titolo del libro, sono presenti, nelle regioni più dinamiche, tra quanti hanno un’istruzione elevata e nelle famiglie di buona condizione socioculturale.
Se questa tendenza fosse confermata, essi rischierebbero di prefigurare l’avanguardia moderna dell’Italia giovane, annunciando il futuro di un’Italia non credente proprio nei settori più significativi.
Ma, con le solite incoerenze ed esitazioni tipiche dei giovani, sono in molti a dichiarare che vi sono credenti che non credono in Dio e non credenti che vi credono.
Coloro che appartengono a religioni diverse dal cattolicesimo, o che aderiscono a forme di spiritualità nuove, come New Age ecc., in Italia non superano il 6,3%, restando una realtà minoritaria.
Ma, sul tema della religiosità dei giovani, oggi si riscontrano due tendenze generali, nettamente distinte e ugualmente diffuse: coloro che ritengono che i giovani di oggi siano «la prima generazione incredula», e quanti invece respingono nettamente tale affermazione, in quanto negano che «presso i giovani sia venuto meno il bisogno di credere e anche la disponibilità a credere» (p. 171).
All’altro estremo delle classificazioni, il mondo cattolico è composto anzitutto dal gruppo dei cattolici convinti e attivi, un gruppo che negli ultimi vent’anni si è ridotto del 30% e oggi rappresenta il 10,5% dell’insieme della popolazione giovanile (cfr p. 31). Invece, si è sorprendentemente allargato il gruppo dei cattolici per tradizione ed educazione, che gli autori dello studio pensavano fosse destinato a ridimensionarsi con l’abbandono, da parte dei giovani, delle posizioni dei genitori. «Ma si tratta di un rapporto religiosamente labile, se non indifferente, tipico della zona grigia della religiosità non esente da ragioni di conformismo sociale» (p. 32). Molti giovani cattolici, infatti, affermano di non credere in Dio, cioè «appartengono [alla Chiesa] senza credere».
In ogni caso, tanti giovani conservano un ricordo positivo delle esperienze religiose della propria fanciullezza e adolescenza. Ma è molto diffusa tra loro un’immagine negativa della Chiesa: fanno eccezione papa Francesco e molti operatori pastorali con i quali sono venuti in contatto e che hanno visto o giudicato particolarmente impegnati (come i «preti di strada» e quanti sono vicini agli ultimi).
Si deve notare che i giovani non conservano il ricordo di una religiosità repressiva, colpevolizzante o punitiva, cosa invece frequente – e spesso ancora operante – nell’esperienza di molti adulti, che menzionano spesso figure di preti o di suore dalla religiosità opprimente.
L’influsso religioso della famiglia sembra invece in netto calo. La madre era «quella che più ci teneva» e che più si preoccupava dell’educazione religiosa dei figli. Ma più di un giovane su sei dichiara che nessun membro della famiglia gli ha trasmesso qualche stimolo a questo livello. Oltre la metà dei giovani dichiara che tra le mura domestiche non si pregava mai o quasi mai. Invece ci si recava insieme ai matrimoni e ai funerali, o ad altri riti comunitari: era più facile che si andasse a Messa insieme che si pregasse in qualche modo insieme in famiglia.
Secondo l’indagine, l’influenza esercitata dai nonni è molto più debole di quanto si pensi. Essi vengono rispettati nelle loro convinzioni religiose, sebbene siano considerati persone che praticano di più, ma credono di meno.
Più della metà delle famiglie i cui genitori sono non credenti hanno figli non credenti. Ma anche tra le famiglie religiosamente impegnate, solo il 22% dei loro figli sono cattolici convinti e attivi.
Sembra quindi più facile che da una generazione all’altra si trasmetta la non credenza, o una credenza debole, che un atteggiamento religioso più impegnato. Per molti giovani la fede è soltanto destinata a essere «un vuoto a perdere».

«Le ragioni per credere» nella società contemporanea

Contrariamente a molti luoghi comuni, quasi il 70% dei giovani ritiene che credere in Dio e avere una fede religiosa siano atteggiamenti plausibili anche nella società contemporanea e in un contesto di secolarizzazione. Uno dei giovani intervistati dichiara: «Credere è una scelta e come tale non può essere scalfita da ciò che circonda l’individuo » (p. 56). Per alcuni, il bisogno religioso rimane costante, anche se talvolta è meno evidente. Per molti, la religione è capace di offrire una risposta alle domande sul senso ultimo e penultimo della vita. Credere, afferma un giovane, rende l’uomo più libero di accettare non soltanto la vita, ma anche la morte.
Molti sottolineano che le opzioni religiose vanno rispettate, soprattutto perché oggi le persone hanno la possibilità di scegliere liberamente in questo campo. Altri sostengono che la fede religiosa è resa plausibile dalla crisi che coinvolge a vari livelli la società contemporanea. Il mondo viene descritto come pieno di incertezze per il futuro: un mondo che alimenta insicurezze e paure, e non offre più punti di riferimento, mentre i legami sociali diventano fragili.
Ciò che, secondo i giovani, può garantire la tenuta della fede oggi – e che la può rendere compatibile con la coscienza moderna – è il fatto che essa sia abitata da spirito critico, convinta, ma rispettosa delle altrui convinzioni, non necessariamente osservante, ma non cieca. Una fede aperta al dubbio, radicata nel profondo, ma senza la pretesa di possedere la verità in modo esclusivo, senza giudicare gli altri in rapporto alle proprie scelte.
È curioso notare quanto sia diffusa l’idea di vivere in un mondo ricco di fanatismo e d’intolleranza religiosa. Tale è l’immagine che purtroppo i media comunicano quotidianamente, mettendo in risalto ogni episodio di fondamentalismo, ma è una percezione dovuta anche a incontri o ad esperienze personali.
Naturalmente ritenere plausibile il credere, anche in una modernità avanzata, non significa affatto che uno se ne lasci effettivamente coinvolgere.
La fede non dipende solo da una disposizione psicologica, ma anche dal contesto in cui le persone crescono e vivono, in quanto «ognuno di noi ha sempre bisogno di essere confermato socialmente nelle sue credenze sulla realtà, anche in quelle di natura religiosa» (p. 61).
Molti però rilevano anche le difficoltà di credere oggi. La complessità esistenziale della nostra epoca genera aspettative, tensioni e tanti interrogativi che possono far perdere il senso delle cose che contano. Lo sviluppo della scienza e della tecnica rappresenta un altro grosso ostacolo ad accettare la visione della realtà offerta dalle fedi; e molti richiamano il pesante condizionamento esercitato storicamente dalle religioni nei confronti dello sviluppo scientifico.
La nostra società poi sembra sempre più orientata a una spiegazione immanente e scientifica dei processi della natura e della storia, nei quali non c’è posto per Dio. La stessa cultura dominante non appare favorevole al discorso religioso, in quanto è libertaria nei costumi, legittima tutte le scelte di vita e spinge le persone verso obiettivi concreti e di realizzazione, distogliendole da preoccupazioni di tipo spirituale.
Se la maggioranza dei giovani ritiene plausibile la convivenza tra religione e modernità avanzata, ciò non significa che si attribuisca valore a tutte le espressioni religiose che si incontrano nella società. Il desiderio di credere che molti giovani hanno si infrange contro una serie di ostacoli dottrinali, culturali, morali o ecclesiali. Ci riferiamo alla difficoltà ad accettare le norme delle Chiese in campo etico e religioso, ai cattivi esempi forniti dagli «uomini del sacro » (tema che ricorre di continuo), agli intrecci tra religione e politica, all’idea che vi sia una verità esclusiva e così via. Con una generalizzazione, che diviene anche slogan, molti affermano che «anacronistica non è la fede, ma la Chiesa» (p. 69).
Altri sottolineano la difficoltà di testimoniare o di rendere pubblica la propria fede. Un giovane dichiara: «Ciò che più spiace è rendersi conto di non poterlo manifestare pubblicamente, come una fede calcistica, per intenderci, per “paura” di essere marginalizzato.
Mi sembra si avvicini molto alla scelta di molti di non fare outing in ambito sessuale» (p. 66)3.

Qualche osservazione conclusiva

Dalla lettura di un’indagine così complessa e desiderosa di mostrare luci e ombre di una situazione religiosa giovanile che è in continua evoluzione ci sembra difficile trarre delle vere e proprie conclusioni.
In definitiva, possiamo affermare che la maggioranza dei giovani non ha ereditato l’ateismo o l’indifferenza dal proprio nucleo familiare.
Si tratta infatti per lo più di figli di genitori di cultura cattolica, che hanno alle spalle periodi più o meno intensi di presenza negli ambienti ecclesiali. Prevale quindi una negazione di Dio dovuta più alla rottura di una tradizione che a «ragioni di nascita»; più all’uscita da un iter di formazione religiosa che alla sua assenza.
I giovani sembrano staccarsi da un sentire religioso ancora diffuso nell’insieme della società italiana.
L’identità cattolica non è più un tratto che accomuna le nuove generazioni, che trovano naturale vivere in una società pluralistica anche dal punto di vista religioso.
Se, da una parte, ci sono più giovani che si ritengono senza Dio o senza religione, dall’altra la maggioranza dei giovani mantiene un legame, anche se esile, con la religione tradizionale, più per motivi culturali che spirituali. Comunque l’indagine conferma che questo tipo di trasformazioni culturali e religiose avviene gradualmente.
La ricerca – un po’ a tentoni e in ordine sparso – di spiritualità alternative, che si confonde con la ricerca di armonia personale e sociale, non coinvolge molti giovani, bisognosi di concretezza nel vissuto quotidiano. Altri valorizzano la spiritualità, ma intesa in un senso molto variegato. In ogni caso, il linguaggio della spiritualità ha fatto il suo ingresso in Italia, e sempre più vengono proposti percorsi spirituali che si intersecano con quelli medici, come nelle medicine alternative.
La spiritualità sembra essere una specie di zona intermedia tra quanti negano Dio e quanti invece si riconoscono in una realtà trascendente che può costituire l’invito a vivere una fede feconda.

NOTE

  1. Cfr G. Cucci, «Verso il XV Sinodo dei vescovi. Giovani, fede e discernimento vocazionale», in Civ. Catt. 2017 II 380-389.
    2. F. Garelli, Piccoli atei crescono. Davvero una generazione senza Dio?, Bologna, il Mulino, 2016, 232. Le pagine citate nel testo si riferiscono al volume. I sette capitoli in cui il libro si articola sono firmati da cinque autori diversi, il che può rendere ragione di alcune ripetizioni e degli approcci differenti.
    3. Garelli nota che l’intervistato avrebbe dovuto usare non tanto il termine outing, che richiama un «buttare fuori» in qualche modo «subìto», quanto l’espressione coming out, che indica un venir fuori spontaneo.

© La Civiltà Cattolica 2017 III 417-423 | 4013 (2/16 settembre 2017)