Alla scuola dei santi. Quella vocazione universale che nutre sempre la Chiesa

Elio Guerriero mercoledì 30 agosto 2017

Figure esemplari delle comunità di credenti d’America, d’Africa e d’Asia – da Toribio di Mogrovejo a Romero a Tansi – esprimono la giovinezza dell’Annuncio, che trasmette entusiasmo anche all’Europa

 

Il cardinale Bernardin Gantin

A partire dal secolo scorso la Chiesa sta cercando di dare espressione visibile alla sua cattolicità presente in tutte le comunità del mondo vicine e lontane. È questo il senso della recente nomina da parte di papa Francesco di due cardinali dal Mali e dal Laos. Insieme alla cattolicità della gerarchia vi è poi una cattolicità dei santi che contribuiscono a rendere la Chiesa bella ed attraente, sinfonica nell’annuncio del Vangelo. San Toribio Alfonso de Mogrovejo (1538-1606) fu un vescovo spagnolo che, come Bartolomeo de Las Casas, sposò pienamente la causa degli indios. Verso la metà del 1500, dopo la celebrazione del Concilio di Trento, divenne viva la coscienza che bisognava mettere un freno alla condotta dei coloni che opprimevano senza pietà gli indios americani. Il re Filippo II decise allora di nominare arcivescovo di Lima in Perù proprio Toribio che al tempo della nomina era solo un buon credente, onesto e rispettoso. Dopo le iniziali resistenze, Toribio si preparò, venne consacrato vescovo e partì per Lima. Qui egli affrontò viaggi lunghi e disagiati, operò con avvedutezza, soprattutto fece sentire ai fedeli la vicinanza di Gesù e della Chiesa universale. Nei 25 anni in cui fu arcivescovo di Lima visitò per ben 4 volte l’intero Paese. Cavalcava un mulo e se le condizioni del terreno non lo consentivano prendeva il bastone e proseguiva a piedi per le comunità più impervie e lontane. Nel 1594, scrivendo a Filippo II, affermò di aver percorso 15.000 chilometri, cresimando oltre 60.000 fedeli. Come san Carlo Borromeo cui è stato più volte paragonato, teneva una sorta di diario dei suoi viaggi chiamato Libro de las Visitas. L’opera, piena di preziose annotazioni, testimonia l’amore ardente del padre buono verso i propri figli. Alla sua morte avvenuta nei primi anni del 1600 lasciava una Chiesa completamente riformata nella quale gli Indios si sentivano pienamente a casa.

A distanza di 400 anni, divenne arcivescovo di san Salvador, capitale dell’omonimo Stato dell’America centrale, Oscar Arnulfo Romero (1917-1980). Di umili origini, Romero aveva ricevuto una buona formazione a Roma dove aveva studiato presso l’università gregoriana. Ritornato in patria, era stato dapprima parroco poi svolse un lavoro paziente come segretario del Sedac, la conferenza dei vescovi del Centro America. In questo incarico ebbe modo di conoscere ed assimilare lo spirito del Vaticano II, la vicinanza della Chiesa ai poveri, lo sforzo di Paolo VI di favorire l’evangelizzazione e la promozione umana. Nominato arcivescovo di san Salvador in un periodo di grande turbolenza che portò il Paese alla guerra civile, reagì con dignità e rettitudine. Ricordò alle autorità politiche l’impegno per la giustizia, il dovere di difendere i poveri e i perseguitati dall’arroganza degli oppressori. Divenne così un simbolo scomodo, una voce da far tacere. Per la sua testimonianza il vescovo Romero venne ucciso durante la celebrazione della Messa il 24 marzo 1980. Scrisse papa Francesco il 23 maggio 2015 dichiarandolo beato: «La voce del nuovo Beato continua a risuonare oggi per ricordarci che la Chiesa, convocazione di fratelli attorno al loro Signore, è famiglia di Dio, dove non ci può essere alcuna divisione».

Dall’America centrale all’Africa Nera la Chiesa fa sue le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei poveri e di tutti coloro che soffrono. Iwene Michele Cipriano Tansi è il primo beato moderno della Nigeria. È conosciuto con tre nomi che indicano altrettante tappe significative della sua vita. Nacque nel 1903 ai margini della foresta della Nigeria meridionale da genitori pagani che gli diedero il nome di Iwene. Lo inviarono, tuttavia, alla scuola cattolica dove insieme con l’istruzione ricevette l’insegnamento del catechismo. A 9 anni Iwene chiese e ottenne il battesimo con il nuovo nome di Michele. Successivamente, entrò in seminario e venne ordinato sacerdote nel 1925. Parroco di una vastissima zona, favorì sia l’evangelizzazione che la promozione umana. In particolare, si adoperò a favore della dignità della donna. Alla fine degli anni 40 il suo vescovo espresse il desiderio che uno dei suoi sacerdoti facesse esperienza monastica per introdurre nella diocesi questa forma di vita. Uomo di preghiera, padre Michele si offrì volontario e prese contatto con l’abbazia di mount saint Bernard nella contea di Leichester in Inghilterra. Nel 1950 padre Michele Tansi entrò dunque nell’abbazia trappista e, dopo il noviziato, ricevette il nome di Cipriano. Dopo 14 anni di severa vita monastica padre Cipriano si accingeva a ritornare in Africa, quando morì improvvisamente nella solitudine dell’ospedale di Leichester. Di lui ha lasciato una viva testimonianza il cardinale Arinze, che proprio dal beato Tansi ricevette il battesimo e venne avviato alla vita sacerdotale. Disse, dunque, il cardinale nigeriano: mi colpiva «la maniera sobria con cui celebrava la Messa. Si vedeva che era un uomo di Dio, che non faceva del teatro, che non celebrava qualcosa che dipendeva da lui. È anche per questo suo modo di celebrare che la sua fede era contagiosa per noi giovani che partecipavamo a queste liturgie».

Restando in Africa non si può non ricordare un altro grande pastore, il cardinale Bernardin Gantin. Nacque nel 1922 a Toffo nel Benin. Ordinato sacerdote nel 1951, dopo soli 5 anni venne consacrato vescovo ausiliare e nel 1960 venne nominato arcivescovo di Cotonou, la capitale del Paese. Come tale partecipò a tutte le sessioni del Vaticano II destando l’ammirazione di molti padri conciliari per la sua prudenza e sapienza. Fu inoltre il primo vescovo africano a ricoprire incarichi di rilievo nella curia romana. Da ultimo venne nominato decano del collegio dei cardinali da cui si dimise nel 2001 per poter tornare nell’amato Benin. Morì nel 2008 compianto dai cristiani e dall’intero continente africano. Alla sua morte il presidente del Benin proclamò il lutto nazionale per tre giorni mentre l’aeroporto della capitale del suo Paese da allora porta il suo nome. Di lui ha detto ancora il cardinale Arinze: «Una cosa è importante e ci tengo a dirla: anche se era pieno di virtù, dobbiamo continuare a pregare per lui, come ci insegna la nostra fede cattolica». Pregare fino a quando verrà a sua volta canonizzato e allora lo si potrà invocare come intercessore.

Il viaggio nella cattolicità della Chiesa nei tempi moderni prosegue con la figura di un grande vescovo asiatico che è stato contemporaneamente un dono anche per la Chiesa universale. Il venerabile François-Xavier Nguyen van Thuan (1928-2002) è un uomo simbolo della svolta del millennio. Nato da un’antica famiglia vietnamita convertita al cristianesimo, ha davanti a sé la storia di tanti parenti morti martiri della fede. Dopo un’accurata formazione cristiana e la scelta della vita sacerdotale, la sua straordinaria testimonianza ha inizio nel 1975, quando viene nominato vescovo ausiliare di Saigon, la capitale del Vietnam del Sud. Quasi contemporaneamente i vietnamiti del nord, comunisti, conquistano Saigon e il vescovo Thuan viene arrestato senza spiegazioni e senza processo alcuno. Gli viene consentito solo di scrivere una lettera a casa per chiedere l’essenziale. Thuan ne approfitta per domandare un po’ di biancheria e la medicina per lo stomaco. I familiari comprendono. Thuan vuole un po’ di vino per celebrare l’Eucarestia. «Negli anni che seguirono potei celebrare la Messa ogni giorno, rinnovare il sacrificio di Gesù: tenevo tre gocce di vino nel palmo della mano sinistra, un frammento di pane nella destra… Erano le più belle eucarestie della vita». Inoltre, Thuan riesce a scrivere su delle foglie ben distese alcune frasi che un bambino sveglio porta a casa. Trascritti a più mani quei messaggi sono di consolazione e sostegno per la comunità cristiana. Dopo 13 anni di prigionia i governanti vietnamiti liberarono finalmente van Thuan nel 1988. Dopo un periodo di convalescenza in famiglia, Giovanni Paolo II lo ricevette a Roma, lo nominò cardinale, volle che raccontasse la sua storia ai giovani in occasione della giornata mondiale della gioventù a Parigi nel 1997. Obbediente, il cardinale raccontò con parole semplici la sua vicenda e fu subito un successo. Vennero ripresi i suoi interventi, tradotti i suoi testi, pubblicate varie biografie. Il cardinale accettava tutto con semplicità. Sapeva di essere una testimonianza di amore nel mondo attraversato dalla violenza. Morto a Roma nel 2002 è stato dichiarato venerabile da papa Francesco il 4 maggio di quest’anno.

Attraverso i loro rappresentanti nella gerarchia e nella santità le chiese d’America, d’Africa e d’Asia sono diventate una componente essenziale della cattolicità della Chiesa, ciascuna con un suo volto specifico. È la giovinezza della Chiesa che trasmette entusiasmo e fiducia anche all’antica cristianità d’Europa.