Voce di chi non ha voce

Sorella Elisabetta – Bose

26 agosto 2017

In quel tempo furono portati a Gesù dei bambini perché imponesse loro le mani e pregasse; ma i discepoli li rimproverarono. 14 Gesù però disse: «Lasciateli, non impedite che i bambini vengano a me; a chi è come loro, infatti, appartiene il regno dei cieli». 15 E, dopo avere imposto loro le mani, andò via di là.
Mt 19,13-15

Dopo che Gesù ha parlato del celibato per il Regno e ha espresso con fermezza quanto sia esigente la sequela che lui propone, la folla che lo aveva seguito e che lui aveva guarito, gli porta dei bambini perché imponga le mani su di loro e preghi per loro. Niente di strano in tutto questo, ma i discepoli sono contrari, i bambini danno fastidio, portano via tempo e attenzione dalle cose veramente importanti, richiedono delle modalità di relazione differenti, che ci sia un linguaggio adatto a loro. Se i bambini si mettono in mezzo si rischia di perdere lo spessore di quanto Gesù sta dicendo… possiamo immaginare che questi e altri simili siano i loro pensieri .
Gesù interviene a spezzare queste idee e li spiazza: “ Lasciateli, non impedite che i bambini vengano a me; a chi è come loro, infatti, appartiene il regno dei cieli”, leggiamo nel versetto 14. Non è questo un invito a essere infantili, a rinunciare alle responsabilità che una fede adulta richiede, ma a ritrovare quella povertà di spirito (cf. Mt 5,3), quella semplicità priva di malizia e secondi fini che caratterizza l’infanzia.
I bambini al tempo di Gesù non contavano nulla. Ci viene difficile pensarlo a partire dallo sguardo di una società del benessere dove i bambini sono pochi, spesso idolatrati e veri padroni dell’interazione familiare. I bambini di oggi, come quelli di allora, rischiano di avere un’infanzia negata, assorbiti dal compito di rendere lucente l’immagine riflessa delle aspettative dei genitori, a cui loro malgrado prestano il volto. Ed è per questo non contare nulla che vengono assimilati ai poveri cui sono rivolte le beatitudini. Sempre, in ogni occasione, Gesù non si stanca di ricordare che non è venuto per i giusti, ma per i peccatori, che il suo messaggio è rivolto agli ultimi, è la voce di chi non ha voce, non di chi parla fin troppo dall’altezza delle sue, spesso immaginarie, certezze.
Ci deve far riflettere questo fastidio dei discepoli, è lo sguardo dei privilegiati, di chi si arroga il diritto di decidere a chi si può rivolgere la Parola del Signore, chi merita la salvezza. È sguardo dei farisei, di chi è infastidito dalla presenza dei poveri, degli ultimi perché lontano dal riconoscere la sua propria povertà, la sua lontananza dall’insegnamento che crede essere rivolto principalmente alle sue tante virtù, a lui, il giusto.
Ma Gesù sempre ci spiazza, sempre ci invita alla conversione, che è un cambiare strada, un cambiare pensiero. Ci invita qui a riconsiderare le categorie in cui dividiamo le persone, ai criteri con cui pensiamo che qualcuno sia degno o meno dell’amore del Signore, della sua Parola. In tanti modi sottili possiamo porci quella domanda che fecero i discepoli su chi è il è più grande (cf. Mt 18,1-4), per sentirci rispondere che non è la logica di questo mondo a vincere, ma che la vera grandezza sta nel sapersi fare prossimo, accanto a chi cammina con noi, povero come noi, perché consapevole della sua miseria e aperto alla possibilità di rialzarsi dopo una caduta e di tendere una mano a chi, come lui sbaglia e come lui ha diritto di ricominciare, ogni giorno, un cammino di sequela fatto di autenticità e non di presunzione e arroganza.