Ho vent’anni e non ho mai visto il mare

Educare a partire dagli ultimi

Mariella Mentasti

Il mare – vide il barone sui disegni
dei geografi – era lontano.
Ma soprattutto – vide nei suoi sogni – era terribile, esageratamente bello, terribilmente forte – disumano e nemico –
meraviglioso. E poi era colori diversi, odori mai sentiti, suoni sconosciuti –
era l’altro mondo.
(A. Baricco, Oceano Mare)

Caro Signore buono,
non ho mai scritto lettere e non so neppure se sia giusto dirti «caro». Forse sarebbe meglio «esimio» ma non so neppure che cosa di preciso voglia dire. «Sua Santità», poi l’ho già sentito dire tante volte in televisione non rivolto a te ma al tuo delegato su questo nostro povero mondo. Caro credo voglia dire che mi sei caro, che ti voglio bene e questa è davvero la verità. Una volta, il giorno della mia prima comunione, una signora gentile mi regalò un’immaginetta, di quelle da tenere sul comodino per pregare prima di addormentarsi; era bella, piena di decorazioni d’oro che luccicavano, nel centro c’era San Francesco con un bastone in una mano e un uccellino appoggiato sull’altra. Sul retro, scritta con caratteri eleganti che da soli, prima ancora di formare le parole, incutevano rispetto, c’era una preghiera che iniziava così: «Altissimo, onnipotente, buon Signore, tue sono le lodi, la gloria e l’onore e ogni benedizione». San Francesco sì che sapeva come pregarti! Di tutte quelle parole, tuttavia, ho sempre preferito la parola «buono»: se uno è alto e potente e non è buono è solo un grande pericolo per tutti noi, ma se uno fa le cose con amore, allora tutti possono essere più felici perché qualche pezzettino, anche minuscolo, di questo amore arriva a tutti. Se poi uno è infinitamente buono, allora i pezzetti d’amore destinati ad ognuno di noi saranno ben più grandi di qualche briciola.
Ecco, allora, caro e buono, vanno bene. Signore non so.
Non che non provi rispetto per te, anzi, ma Signore mi sembra che stoni un po’, vicino a caro e buono. Se a uno si dice Signore, forse si va da lui per chiedere che cosa vuole che si faccia, oppure si va per chiedergli un favore, con un po’ di timore e paura, sperando che non si arrabbi. Ma tu non te la prendi mai, casomai ci rimani male, ne soffri se siamo dei pasticcioni che non capiscono niente. Come un genitore, come un papà. Io non ho mai conosciuto il mio papà, mamma ha fatto tutte e due le parti. Quando la mattina si metteva i pantaloni, tra me e me pensavo: «Ecco, oggi c’è il papà»; quando si metteva la gonna, invece, era se stessa. Sapevo che era un gioco, anche lei lo sapeva ma non mi diceva niente perché serviva a tutte e due pensare che papà fosse presente nella nostra casa.
Allora penso che «papà» vada bene: un padre che sa stare vicino, al quale voglio bene e che mi vuole bene. Un padre anche per la mia mamma, che ne ha bisogno, lei che l’ha visto un giorno partire per l’America con una lettera in tasca: avrebbe cambiato la loro vita, diceva, ma il Grande Paese ha inghiottito lui e la sua lettera. Nella busta la mamma aveva messo una stella alpina, per ricordargli insieme il cielo e la terra delle sue montagne.

Caro nostro papà buono,
tu che sei nel cielo e nella terra perché il tuo amore raggiunge tutte le creature visibili e invisibili, tu che sei infinitamente buono e vuoi per noi solo il bene, leggi, per favore questa mia lettera. Ho vent’anni e non ho mai visto il mare. Non che sia molto distante, due-tre ore di macchina, dicono, ma non ho avuto mai nessuno con cui andare. La mia mamma fa le pulizie in un albergo qui in montagna e io senza di lei non mi muovo. Anche lei non ha mai visto il mare. Quando ero piccolo la mia mamma si sedeva tutti i pomeriggi vicino a me e mi aiutava a fare i compiti; per me erano molto difficili, non capivo proprio tutto, mi confondevo le parole, mi vergognavo a chiedere spiegazioni e poi mi faceva tanto male la testa. Gli altri bambini mi prendevano in giro ma io non mi offendevo, solo avrei voluto avere degli amici veri, quelli con cui fare i patti di eterna amicizia e, da grandi, andarsene insieme a scoprire il mondo, quelle bellezze che tu hai creato. Io ero un campione a biglie, battevo tutti all’arrampicata sugli alberi, sapevo tirare in piedi un capanno nel bosco in un batter d’occhio ma appena vedevo una Play Station mi girava la testa, proprio come a scuola. Sarà, diceva la mia mamma, perché sono strabico. Guercio.

Caro nostro papà buono,
tu che ci dai il pane tutti i giorni e forse noi non ti ringraziamo mai abbastanza – anzi, qualche volta, ho sentito la mamma brontolare perché il mese è più lungo dei soldi che le danno – dimentica, per favore, i nostri bronci, dimentica l’invidia che provo quando vedo le signore eleganti nei caffè della piazza del paese, con le mani liscie e le unghie colorate, con le scarpe con i tacchi alti e sottili che, quando camminano, sembrano tanti picchi che si sono messi insieme per tenere un concerto nel bosco. Mi piacerebbe un giorno vedere la mia mamma vestita come loro. È bella la mia mamma, le sono solo mancati i papà, il suo, partito quando era piccola, e il mio, caduto dalle rocce in un giorno di tempesta. È bella la mia mamma ma il sorriso è spento, come un fuoco bombardato dai sassi, e, quando mi guarda, sorride con la bocca ma gli occhi rimangono tristi.

Caro nostro papà buono,
liberaci dalla tristezza, vorrei tanto vedere gli occhi della mia mamma sorridere, vorrei essere il figlio che la riempie di soddisfazioni e di regali, che la ripaga di tutti i sacrifici. Forse, se vedessimo insieme il mare, se i suoi occhi potessero specchiarsi in quella meraviglia che hai creato per tutti noi, troverebbero il sorriso.
Abbiamo sessant’anni in due e non abbiamo mai visto il mare.
Caro nostro papà buono, portaci a vederlo, insieme, un giorno, con te.
Come tutti i bravi papà. Grazie.
Tuo Tony

Se non diventerete come bambini

In quel momento i discepoli si avvicinarono a Gesù dicendo: «Chi dunque è il più grande nel regno dei cieli?». Allora Gesù chiamò a sé un bambino, lo pose in mezzo a loro e disse: «In verità vi dico: se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli. Perciò chiunque diventerà piccolo come questo bambino, sarà il più grande nel regno dei cieli» (Matteo 18, 1-4)

Tony ha vent’anni ma, come si dice nei certificati, «ha un livello intellettivo ai limiti inferiori della media», come un bambino di undici anni. A lui la porta dei cieli sarà spalancata.
Tony porta con sé esperienze crudeli ma le esprime e le vive con semplicità. Semplicità non è semplificazione. Noi adulti tendiamo a semplificare togliendo fette di sapere e di esperienza fino ad aggiustare, forse anche a manipolare la realtà: nella complessità che domina e ci domina a tutti i livelli, dai saperi alle relazioni, dall’economia globale al vivere quotidiano, semplificare è spesso togliere. Con la pretesa di alleggerire si banalizza, si risponde con superficialità, si nega validità ai particolari, si frammenta, si spoglia. Tutto diventa micronarrazione e ogni micronarrazione ha lo stesso valore, così come ogni esperienza viene inserita in cornici di senso prestabilite e derubata della possibilità di produrre cambiamenti, con-versioni di vita.
La semplicità è apertura, è stupore e meraviglia, è disponibilità ad aprirsi al nuovo non tanto in senso cronologico quanto alla novità esistenziale. «La semplicità è un modo di essere, e le cose grandi sono semplici. Dio è semplice, il mistero della Trinità sarebbe semplice se noi non lo complicassimo. Dio Padre per i bambini è semplice, la trinità è semplice» [1]. Tony non conosce suo padre ma conosce la paternità di Dio perché ne sperimenta quotidianamente il desiderio e la bellezza. Non riduce Dio a un fatto culturale o a un bisogno spirituale, Dio è esperienza quotidiana, sentita con tutti i sensi, amata come solo le anime semplici sanno amare: con un amore totale, coinvolgente, senza filtri, come quello di Francesco, nel suo Cantico delle creature. Tutti gli elementi, tutte le esperienze quotidiane diventano in Lui armonia, sono risposte senza domande, segni di un disegno perfetto. Tony è un piccolo uomo, ultimo secondo le logiche umane. Tony ci insegna una strada: quella dell’ascolto interiore che conduce a scoprire e sentire Dio dentro di sé e a farne esperienza. Tony è grande davanti al Padre perché solo un cuore semplice può vedere dentro e fuori, in quella trasparenza luminosa che appartiene solo alle anime pure.

NOTE

1 Dalla «Catechesi del Buon Pastore» di Sofia Cavalletti – Roma