Sulla soglia del sentire. Preadolescenti ed emozioni

In cammino con i ragazzi

Alessandra Augelli

«E là – sui volti delle persone,
su migliaia di gesti,
piccole espressioni, vite raccontate –
su tutto ciò ho improvvisamente
cominciato a leggere
questo tempo come un insieme
compiuto, e non solo questo tempo.
Avevo imparato a leggere in me stessa
e così ero in grado di leggere
anche negli altri».
(Etty Hillesum)

Parlare di emozioni oggi va molto di moda. Si è rotto, infatti, il silenzio nel quale sono rimaste, per lunghi anni, le dimensioni affettive nei percorsi esistenziali ed educativi. Sottrarre dall’ombra questi aspetti, restituire espressione alle emozioni e ai sentimenti non equivale, però, a fare di esse autentiche possibilità di crescita. Molto spesso, il semplice parlare – la chiacchiera, a cui fa riferimento Heidegger – nasconde, in realtà, vuoti di senso e profonde contraddizioni.
Ad un apparente libertà emotiva si affianca una sostanziale omologazione nei modi di vivere e di esprimere ciò che si sente; al facile coinvolgimento nelle situazioni emotive altrui si accosta la difficoltà di far scaturire da esso azioni concrete.
Nei momenti di transito esistenziale, nei passaggi cruciali della vita – qual è quello preadolescenziale – tali ambiguità e contraddizioni si acuiscono particolarmente e si fanno più insidiose. I ragazzi, infatti, avendo poche «parole» a disposizione per comprendere e dar forma ai loro stati d’animo, rischiano di affidarsi a espressioni e vocaboli coniati e diffusi socialmente. Se il linguaggio non solo rispecchia la realtà, ma contribuisce a formarla, preoccupa il fatto che dalla ristrettezza e dall’esiguità di voci che dicano la vita interiore possano scaturire mondi emotivi fragili e intorpiditi. Spaventa, inoltre, che l’assoggettamento a logiche sociali di espressione emotiva, porti ad uno smarrimento di sé, della propria «autonomia» affettiva, della capacità di discernere non solo ciò che è o meno consono in un dato momento o contesto sociale, ma ciò che è coerente con il proprio essere personale.
D’altro canto come sostiene Galimberti, «il cuore non è sintonia con il pensiero e il pensiero con il comportamento»,[1] si sono allentati i legami tra il sentire, il pensare e l’agire e così sempre più spesso ci fermiamo sulla soglia della vita, dove le emozioni e i sentimenti ci attraversano continuamente e ne restiamo in balìa. Ci si trattiene dall’entrare troppo nella propria interiorità e allenare la riflessività, o al contrario ci si attarda a portare fuori i propri vissuti emotivi, grazie al proprio corpo, con gesti ed atti tangibili. Se si interrompe questo dinamismo vitale dell’esperienza affettiva, ogni persona sente, vive le emozioni, ma può anche restarne vittima o spettatore passivo. Non di rado si sente dire da insegnanti, genitori ed educatori: «i ragazzi di oggi sono così emotivi», a rimarcare quanto la loro sensibilità si traduca in una perenne insicurezza e fragilità: nella difficoltà di ricondurre il vissuto emotivo alle situazioni ed ai motivi che l’hanno originato, nella fatica di comprendere la direzione verso cui l’emozione – come dice la parola stessa – spinge, muove l’azione, si resta impotenti ed esitanti. In questa ottica si perpetua la convinzione che le emozioni e i sentimenti siano qualcosa di fuggevole e temporaneo, soggetti a sbalzi e mutamenti continui.
Nei percorsi educativi è necessario, allora, che i ragazzi e le ragazze facciano esperienza dei propri vissuti emotivi come apertura sul mondo interiore e sulla realtà esterna, come spiragli che aiutano la persona a conoscersi meglio, più intensamente, ma anche a dirigersi incontro all’altro. Le emozioni e i sentimenti, infatti, non ci fanno conoscere più cose, ma ci dicono come conosciamo, ci svelano con quale lenti guardiamo la realtà che ci circonda, ci aiutano a capire quale significato diamo alle situazioni e agli eventi.
Non è tanto importante, quindi, vivere molte emozioni, sforzandosi di fare esperienze diverse, quanto cercare di accogliere i vissuti emotivi e di vedere le sfumature differenti che contengono e a quali consapevolezze ci conducono. Si tratta di stare sulla soglia per disporsi a tutto ciò che la vita offre, concependo questo «spazio» come premessa per interiorizzare e scegliere, per rielaborare ed agire.

Le emozioni e i sentimenti che «attraversano» i ragazzi

Stupore e disorientamento di fronte alle loro stesse emozioni: è questo ciò che i preadolescenti sperimentano in questo tempo di vita. Ed assieme a loro anche le persone che li accompagnano – genitori, educatori, insegnanti – sono spiazzati da reazioni improvvise, ma anche da situazioni inedite.
L’ampliamento e la complessità relazionale che i ragazzi e le ragazze si trovano ad affrontare fa sì che incontrino sia vissuti emotivi nuovi, sia i sentimenti «di sempre» con una particolare intensità.
«È l’età nella quale il tumulto e la crescita delle emozioni hanno un timbro e un sigillo radicalmente originali: non vi sono solo gioia o speranza, ma anche ansia, tristezza, sconforto e timidezza, dolore e smarrimento».[2]
L’attrazione sessuale, l’avvio dei processi di desatellizzazione, l’estensione dello spazio e del tempo, i cambiamenti del corpo comportano l’apertura di un ventaglio di vissuti emotivi dalle molteplici sfumature, a cui corrisponde però una difficoltà da parte dei ragazzi di decifrarle e «tollerarle».
Guardando il mondo senza filtri, infatti, e andando alla ricerca di autenticità, i preadolescenti fanno fatica ad accettare le «mezze misure» e a discernere tonalità differenti. Rischiano, così, di «estremizzare» alcuni vissuti emotivi pur di evitare la grande fatica di addentrarsi in una interiorità composita e cangiante. Per ripararsi da possibili contraccolpi o evitare il sopraggiungere di una delusione, il preadolescente tende a vedere il mondo emotivo come «bianco o nero», come «tutto o niente»; nel mancato riconoscimento delle diverse sfumature emozionali, a cui non si riesce a dare nome e dignità, si tende a chiuderle in categorie più rigide. Qualsiasi sentimento ed emozione giunge al preadolescente notevolmente amplificato e lo si percepisce come lancinante: si ha molta paura dei tradimenti; si soffre per la fiducia infranta, si teme lo spezzarsi di un legame.
«Le emozioni nell’adolescenza sono contrassegnate dalla loro irrevocabile intensità e dall’esigenza di assoluto che è in esse».[3]
Mai come ora i preadolescenti si confrontano soprattutto con le ambivalenze emotive e con l’intreccio costante di stati d’animo anche molto differenti tra loro. La condizione altalenante, l’oscillare tra sentimenti opposti vorrebbe essere risolta negli sbalzi di umore, dovuti al flusso ormonale che il giovane corpo inizia a produrre.
A volte, però, con tali spiegazioni si recide tutto il carico faticoso che accompagna queste sensazioni, liquidando come «biologico» ciò che solo biologico non è.
«La vita emotiva dell’adolescente è fluida, proprio perché fallisce l’ancoraggio ad una posizione, e la risultante è un moto continuo dall’una all’altra».[4]
Le variazioni improvvise, gli stati disforici rientrano in quei tentativi di riorganizzazione psico-affettiva, di progressivi assestamenti dopo le scosse più o meno forti. Nel quotidiano
«l’umore instabile, la suscettibilità, la critica pungente, le assolutizzazioni ideali e la contraddittorietà dei comportamenti, i mutismi e gli sfoghi impetuosi, i litigi, le contrattazioni fanno sentire il loro peso».[5]
L’alternarsi di percezioni diverse e incomprensibili nell’animo del preadolescente spesso sfocia nell’angoscia e nella malinconia; il ricorrere frequente alla solitudine, il suo soffrire per qualcosa che non sa, l’inquietudine di cui non conosce la causa:
«Malinconie radicali che nessun diario riesce a contenere perché il volume delle sensazioni è troppo al di là delle parole a disposizione».[6]
Accanto ad una malinconia pervasiva e senza volto, si alternano spesso nei ragazzi e nelle ragazze la paura e la nostalgia: la nostalgia per il territorio perduto dell’infanzia, a cui si ritorna spesso con rimpianto; la paura di crescere, che è paura di soffrire, di farsi male, di frammentarsi, di scoprirsi o essere scoperto. L’alto investimento nelle relazioni extra-familiari, ma al contempo la scoperta della fragilità dei rapporti tra pari crea grandi insicurezze e così ogni sentimento pare avere sempre una connotazione di fragilità:
«l’intensità con cui vengono sperimentati i sentimenti è pari alla capacità di viverli in modo altrettanto provvisorio e passeggero».[7]
Il fascino verso ciò che è ancora sconosciuto abita l’animo dei ragazzi e delle ragazze che, non di rado, si lanciano nelle relazioni con entusiasmo ed immediatezza. L’eccitazione, l’ardore, la gioia vengono espressi in modo differente, spesso come attenuati da una sordina, ma, ugualmente persistenti, sostengono i primi passi nel mondo relazionale.
È alle soglie della preadolescenza, tuttavia, che si avverte più che mai il disagio proprio dell’alessitimia, la difficoltà di leggere e dare nome ai sentimenti e di inserire le emozioni in una cornice più ampia di comprensione del senso. Il preadolescente si sente pervadere da un insieme di emozioni, che vorrebbe nominare per diventarne «padrone», al contempo sente anche di non avere i mezzi per farlo; si scopre inadeguato, debole, ma percepisce tutta la bellezza della novità che gli sta accadendo. Ciò che i ragazzi e le ragazze hanno maturato nel tempo rispetto alla capacità di individuare ed accogliere emozioni e sentimenti viene in questo momento messo alla prova ed affinato.
Soltanto attraverso la crescita della consapevolezza emotiva si può mutare una posizione di passività ed accettazione delle emozioni vissute in una condizione attiva di partecipazione responsabile rispetto a ciò che si prova. Sebbene, infatti, i vissuti emotivi rappresentino un «fatto» nella nostra esistenza, «accadano» e non sempre possiamo gestirli, la vigilanza e l’attenzione verso ciò che si «agita» nel proprio intimo permette di scegliere ed orientare i significati che da eventi e situazioni emotive possono scaturire.

Dare parola, per oltrepassare la soglia

I ragazzi e le ragazze avvertono di dover curare autonomamente un universo di stimoli, sensazioni, umori che spingono in direzioni opposte. Spesso si avventurano in uno sforzo tutto personale volto a «metabolizzare» e comprendere ciò che sentono e vivono, con fatica chiedono aiuto, ma è proprio questa intenzionalità che rafforza e allena la loro interiorità. Offrire loro delle direzioni significative per rafforzare la propria consapevolezza emotiva risulta indispensabile perché non perdano le loro energie nei meccanismi di prova ed errore.
«Per diventare vivi occorre il nostro consenso. (…) Per e-sistere occorre uscire dall’ombra».[8] La principale direzione di senso da affidare, quindi, ai ragazzi è di muoversi cercando di sottrarre dall’indistinto i propri vissuti, dandogli nome, individuando parole che si avvicinino il più possibile al proprio sentire, senza appiattire in un linguaggio consolidato e socialmente approvato le sfumature e le mescolanze emotive. Aiutare i preadolescenti ad ampliare il proprio vocabolario esperienziale [9] significa rimettere nelle loro mani la possibilità di far proprio, accogliere e rispondere di quanto pronunciato. Dice Freire:
«Non esiste parola autentica che non sia prassi. Pronunciare la parola autentica significa trasformare il mondo. (…) Se alla parola autentica manca il momento dell’azione ne viene sacrificata automaticamente anche la riflessione, e ne risulta un’inflazione di suoni che è verbosità».[10]
Operare questa distinzione – tra false e autentiche parole del mondo emotivo – nella vita quotidiana, sotto l’influenza di linguaggi da reality e talk-show, non è facile: i ragazzi e le ragazze confondono sempre di più la spudoratezza con la sincerità e il riserbo con l’inettitudine.
L’espressione del loro mondo interiore rischia di essere totalmente affidata alle frasi standard di Facebook o ai modi di dire dei propri miti: la sensazione di uscir fuori, di venire alla luce, senza farlo realmente impedisce loro di crescere e aumenta possibili disagi.
Risultano altrettanto incisivi anche i condizionamenti dei coetanei che non solo pongono un filtro sociale a certe emozioni, legittimandone alcune e tenendone in ombra altre, ma orientano anche precise modalità espressive da tenere in gruppo e con gli altri.
Quanto più, infatti, ci si riappropria delle parole e si affina la familiarità con la personale realtà interiore, quanto più si prende la misura del proprio agire in relazione al sentire, tanto più si è capaci anche di stare sulla soglia, accettando i normali chiaroscuri che continueranno sempre ad abitare il mondo emotivo e allentando l’influenza esterna.
Come dice Ricoeur, il testo si fa azione, la parola diventa gesto quando, allo stesso tempo, si è capaci di leggere gli stessi atti e comportamenti come testi, come opere dense di significato.[11]
Per i ragazzi l’esercizio della riflessività – che non è da confondersi con quello della ragione calcolante – permette di comprendere la propria interiorità non solo risalendo dai comportamenti alle emozioni, ma anche cercando le parole e i gesti più consoni per tirar fuori ciò che si prova.
Sapere che la consapevolezza emotiva è un lavoro in itinere, è un processo che non si estingue mai richiama tutte le figure educative a nutrire e vigilare su di sé, per poter accompagnare i più giovani. Il confronto con l’opacità delle risposte del mondo adulto, con una leggerezza ed una neutralità affettiva non aiuta i preadolescenti a coltivare i sentimenti e a prendere posizione rispetto ad essi: non sminuire il loro desiderio di scoperta relazionale e prendere sul serio la vita emotiva dei ragazzi può costituire uno sprone per gli educatori per ritornare ad attraversare anche le proprie soglie interiori.

RAGAZZI ED EDUCATORI IN AZIONE

Educatori in ricerca
«Colori e parole della vita emotiva»

Visione del film «Pleasentville» – Regia di Gary Ross, USA, 1999.
David e sua sorella, due adolescenti di una tipica famiglia anni 90, in seguito ad una serie di misteriosi avvenimenti, si trovano catapultati in una sit-com che seguono in Tv quotidianamente. Pleasentville è una città artificiale, in bianco e nero, in cui gli abitanti non conoscono l’arte, la pioggia, la libertà, il sesso e dove la palla fa sempre canestro e il termometro segna sempre 23°. I due ragazzi portano l’imprevisto, il colore e aprono agli abitanti del posto una miriade di possibilità. Si perde la condizione rassicurante precedente, ma si attinge anche ad un nuovo senso della vita.

Riflettiamo insieme
– Quanto la comunicazione mediatica appiattisce e conforma la realtà emotiva, sottraendogli colore e parole?
– Nel film c’è un legame stretto tra la sessualità e la scoperta delle emozioni: sono soltanto le relazioni sessuali che ci aprono al mondo emotivo? Quali altre esperienze esistenziali ci danno accesso alla dimensione interiore?
– Vivere una vita in bianco e nero non significa soltanto precludersi alcune esperienze emotive, ma anche essere incapaci di nominarle ed esprimerle. In quali scene del film hai ritrovato questo aspetto?
– Il mio compito di educatore potrebbe essere paragonato a quello di David e di sua sorella? Perché?
– In che modo posso accrescere la competenza emotiva dei ragazzi e delle ragazze?

I preadolescenti si interrogano
«Dare forma al sentire» (proposta operativa)

Viene consegnato ad ogni ragazzo un sasso di fiume e un pezzo di pongo e si accompagna i ragazzi in un esercizio guidato:
«Scrivete sul sasso una emozione difficile con cui vi confronta spesso e che vi ‘pesa’ particolarmente.
Provate ora a pensare che il sasso sia malleabile come il pongo: quale forma vorreste dargli? In che cosa vorresti trasformarla? Perché?
Scrivi su un foglio pensieri e riflessioni che ti sono scaturiti da questo esercizio.
Il sasso può essere anche utile per segnare un pezzo di strada: quale azioni o gesti vorresti provare a compiere per rendere quella emozione o quel sentimento ben vissuto per te stesso e per gli altri?».
L’esercizio può essere ripetuto anche nominando più emozioni e sentimenti.

I preadolescenti si interrogano
«Il corpo, terreno emotivo»

Lettura di alcuni stralci de «Il libro della grammatica interiore» di David Grossman. 
«Zachi si mise seduto con un sospiro profondo e gutturale,ora comincerà a scrocchiarsi le dita, e Aharon canticchiò nella testa, per far tacere i colpi sordi,aveva una nota speciale,elevata e interiore, per queste cose, e Ghideon emise all’improvviso uno sbadiglio largo, e si alzò sospirando e stiracchiandosi fino alla punta delle dita. Aharon lo guardò di sottecchi, ma chi vorrà impressionare con questi suoi suoni e stiracchiamenti. Sul viso infantile e sincero di Ghideon aveva cominciato a far da schermo nelle ultime settimane una specie di scura austerità. Aharon nemmeno sapeva perché il suo cuore si stesse inacidendo. Di nuovo lanciò uno sguardo fugace, rapido, indagatore: ancora nessuna peluria. Ma di certo un qualche ingrezzimento interiore, una solidificazione che sembrava far ombra sulla luce della candela accesa dell’anima;e la sua mascella, era come se nuove linee fossero tracciate sulla sua mascella, che ora si protendeva in avanti con determinazione, con vigore, ed era già quasi il mento di Meni, e gli zigomi anche loro era come se avessero cominciato a muoversi sotto la pelle, ma se siamo sempre stati insieme. Aharon si sedette e all’improvviso emise un gemito leggero, che gli era scappato così, e lo soppresse spaventato, e si tirò su le calze per non scoprire un tratto della gamba secca e imberbe fra la fine della calza e il pantalone».

Riflettiamo insieme
– Aharon si accorge che i suoi amici vivono le trasformazioni dell’adolescenza, mentre il suo corpo, invece, pare si sia fermato, non trova parole per descrivere ciò che sta succedendo in lui e attorno a lui. Ti è mai capitato di non riuscire a comprendere qualcosa di te e degli altri? Di restare «senza parole» per dire esprimere ciò che provi? Cosa hai fatto?
– Ahron si rifugia in se stesso dove tutto gli sembra puro e privo di quelle contraddizioni che trova nel mondo adulto: pensi sia giusto questo atteggiamento? Perché?
– Quali connessioni esistono, secondo te, tra il corpo e le emozioni?

I preadolescenti si interrogano
«Sentire la realtà, sentire con l’altro»

Ascolto della canzone «Fango» di Jovanotti, dall’album Safari, 2008.

Riflettiamo insieme
– «Io lo so che non sono solo anche quando sono solo»: ogni emozione e sentimento scaturisce sempre da un «sentire-con» l’altro. I vissuti emotivi ci mettono in contatto con gli altri e il mondo;
– «ora la città è un film straniero senza sottotitoli/ le scale da salire sono scivoli, scivoli, scivoli/ il ghiaccio sulle cose/la tele dice che le strade son pericolose»: le situazioni che viviamo, le realtà che ci circondano spesso non sono facilmente comprensibili, le emozioni sembrano farci scivolare senza approdare a nulla e, spesso, il nostro sentire, le paure e le insicurezze sono condizionate dagli altri, dalla società;
– «ma l’unico pericolo che sento veramente/è quello di non riuscire più a sentire niente/ il profumo dei fiori/l’odore della città/il suono dei motorini/il sapore della pizza/le lacrime di una mamma/le idee di uno studente/gli incroci possibili in una piazza/di stare con le antenne alzate verso il cielo»: il più grande rischio da contrastare è che restiamo «anestetizzati» al sentire, che ci venga sottratta la possibilità di essere in relazione, di vivere l’empatia, di sintonizzarci con gli altri;
– «una pentola che cuoce pezzi di dialoghi/come stai quanto costa che ore sono
che succede/che si dice chi ci crede e allora ci si vede»: la mancanza di parole per dire la vita emotiva, spesso, riduce i nostri confronti a domande standardizzate e anche il dialogo finisce con l’impoverirsi;
– «un mondo vecchio che sta insieme solo grazie a quelli che/hanno ancora il coraggio di innamorarsi»: l’energia e la forza dell’amore, inteso come desiderio di sentire, di appassionarsi alla vita, riescono a cambiar volto anche a ciò che appare vecchio.

NOTE

[1] U. Galimberti, L’ospite inquietante. Il nichilismo e i giovani, Feltrinelli, Milano, 2007, pp. 51-53.
[2] Cf E. Borgna, L’arcipelago delle emozioni, Feltrinelli, Milano, 2001, p. 26.
[3] Ibidem, p. 29.
[4] R. Bresciani, E. Rossi, M. De Felice, I sentieri dell’adolescenza, op. cit., p. 177.
[5] D. Orlando Cian (a cura di), Preadolescenze, op. cit., p. 579.
[6] C. Lazzarini (a cura di), Dare nomi alle nuvole, op. cit., p. 98.
[7] R. Bresciani, E. Rossi, M. De Felice, I sentieri dell’adolescenza, op. cit., p. 175.
[8] C. Singer, Del buon uso delle crisi, Servitium, Troina, 2006, p. 13
[9] Cf A. Augelli, Emozioni e sentimenti: coltivare la consapevolezza in V. Iori (a cura di), Quaderno della vita emotiva. Strumenti per il lavoro di cura, Franco Angeli, Milano, 2009.
[10] P. Freire, La pedagogia degli oppressi, Ega, Torino, 2002, pp. 77-78.
[11] Cf P. Ricoeur, Dal testo all’azione. Saggi di ermeneutica, Milano, Jaca Book, Milano, 1989.