Né primi né ultimi

Sorella Francesca – Bose

30 agosto 2017

In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli:« 1 Il regno dei cieli è simile a un padrone di casa che uscì all’alba per prendere a giornata lavoratori per la sua vigna. 2 Si accordò con loro per un denaro al giorno e li mandò nella sua vigna. 3 Uscito poi verso le nove del mattino, ne vide altri che stavano in piazza, disoccupati, 4 e disse loro: «Andate anche voi nella vigna; quello che è giusto ve lo darò». 5 Ed essi andarono. Uscì di nuovo verso mezzogiorno, e verso le tre, e fece altrettanto. 6 Uscito ancora verso le cinque, ne vide altri che se ne stavano lì e disse loro: «Perché ve ne state qui tutto il giorno senza far niente?». 7 Gli risposero: «Perché nessuno ci ha presi a giornata». Ed egli disse loro: «Andate anche voi nella vigna».
8 Quando fu sera, il padrone della vigna disse al suo fattore: «Chiama i lavoratori e da’ loro la paga, incominciando dagli ultimi fino ai primi». 9 Venuti quelli delle cinque del pomeriggio, ricevettero ciascuno un denaro. 10 Quando arrivarono i primi, pensarono che avrebbero ricevuto di più. Ma anch’essi ricevettero ciascuno un denaro. 11 Nel ritirarlo, però, mormoravano contro il padrone 12 dicendo: «Questi ultimi hanno lavorato un’ora soltanto e li hai trattati come noi, che abbiamo sopportato il peso della giornata e il caldo». 13 Ma il padrone, rispondendo a uno di loro, disse: «Amico, io non ti faccio torto. Non hai forse concordato con me per un denaro? 14 Prendi il tuo e vattene. Ma io voglio dare anche a quest’ultimo quanto a te: 15 non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono?». 16 Così gli ultimi saranno primi e i primi, ultimi».
Mt 20,1-16

Una situazione molto concreta e attuale ci viene presentata oggi: la pericope ci illustra un datore di lavoro alla ricerca di salariati, ora dopo ora continua a cercare fino a sera fino al momento di dare loro il compenso per il lavoro svolto.
Ma Gesù nel raccontare la parabola riporta l’attenzione su un’altra concretezza: nella logica dell’amore vi è equità e salvezza per tutti, non c’è distinzione tra primi e ultimi. Questo è il regno dei cieli. Il regno dei cieli è luogo in cui la bontà del padrone si esprime come volere di diseguaglianza che crea equità alla presenza del Signore. Il Regno non è che uno scorgere la presenza del Signore nella quotidianità fatta di azioni, gesti, situazioni semplici: un seminatore, un vignaiolo, una donna che impasta, un seme che produce frutto… Una presenza che non giudica come quella dei bambini, la presenza di colui che raccoglie il buono, il sì obbediente a una chiamata, il sì dell’ascolto dell’altro.
In questo testo i protagonisti sono il padrone e una serie di lavoratori a chiamata. Il padrone cerca lavoratori per la sua vigna, il Signore cerca uomini e donne che sappiano far crescere l’amore gli uni per gli altri, che sappiano testimoniare l’amore per la vita. Il Signore chiama e il discepolo ascolta e lo segue. È un padrone che non si stanca di cercare, cerca i piccoli, i malati, i peccatori, gli stanchi e affaticati, gli oppressi, quelli allo sbando senza una guida. Desta l’uomo assopito e lo richiama alla responsabilità di uomo. Tutti questi uomini accettano, accolgono la chiamata. Anche il giovane ricco si rivolge al Signore per seguirlo, ma l’esigenza di sequela è troppo alta per lui e “se ne andò triste perché aveva troppi beni” (Mt 19,22).
Il Signore chiama alla fatica del lavoro della vita e fa una promessa “quello che è giusto ve lo darò” (v. 4). Ma che cosa significa il giusto per il Signore? Il giusto davanti a Dio è il Servo sofferente, il Cristo che come seme caduto a terra muore per dare frutto, è colui che non fa riserve di sé, che si fa pane spezzato per essere dono per gli altri, è un uomo che non si lascia affascinare dall’idolatria del sé ma rinnega se stesso, si decentra da sé e con la sua croce, la sua ferita, la sua fragilità va incontro alla vita.
Qui entra in gioco la pretesa dell’uomo: ricevere più degli altri perché si è lavorato di più, essere considerati primi nel Regno, vivere di questo privilegio visto che si sono fatti sacrifici, rinunce, si è lasciato tutto; “Ecco noi abbiamo lasciato ogni cosa e ti abbiamo seguito, che sarà dunque di noi?” osano dire i discepoli (Mt 19,27).
Il padrone sa come amministrare i suoi beni, anzi si rivolge al suo salariato arrabbiato e contrariato proprio chiamandolo “amico”, e non risparmia il rimprovero “prendi il tuo (denaro) e vattene” (v. 16), quasi a dire “ciò che conta non è la somma pattuita ma l’essere chiamati a lavorare proprio lì”. La vigna è luogo della chiesa in cui il popolo dei credenti è chiamato a lavorare, a sporcarsi le mani a faticare e sudare ciascuno per quello che può, non per ricevere una ricompensa ma per vivere e saper assaporare quell’amore che solo un padrone che è padre può dare. Ogni dono del Padre non è dato per distinguersi dai fratelli ma per servirli e farli partecipi di esso.