Studio e filosofia per una «vita buona»

Mauro Mantovani

Una rinnovata attenzione sugli «habitus»

Negli ambienti accademici ecclesiastici delle Facoltà di Teologia e di Filosofia in questi mesi si sta lavorando per la riforma dei curricula di studio, alla luce del Decreto di riforma degli studi ecclesiastici di filosofia [Decreto] che la Congregazione per l’Educazione Cattolica ha emanato il 28 gennaio 2011,[1] cui è seguita alcuni mesi dopo una relativa Nota esplicativa.[2]
Senza ovviamente addentrarci sugli aspetti più «tecnici» di questi documenti, che si collocano nel più ampio contesto della promozione di una «cultura della qualità»[3] e dell’impegno che la Santa Sede sta attuando per il dialogo con le istituzioni nazionali e internazionali di formazione superiore e con i singoli Stati,[4] ci sembra non indifferente far notare qui in chiave pastorale l’importanza dello studio e della «pratica» della filosofia nel contesto educativo, che rappresenta – com’è noto – la particolare attenzione che l’Episcopato italiano si è dato [5] per il decennio 2010-2020.
Nel Decreto si parla dell’importanza degli studi filosofici come assimilazione di «habitus», con un duplice significato. R. Valdivia Giménez così lo rileva in un suo commento: «come acquisizione di una determinata forma mentis che si oppone ad un relativismo conoscitivo e come assimilazione di determinati contenuti essenziali per la teologia, come sono la capacità di raggiungere una verità oggettiva e universale, l’unità corpo-anima nell’uomo, la dignità della persona umana, le relazioni tra natura, ragione e libertà, e l’esigenza di una conformità tra la legge morale e la legge civile».[6]
Il testo del Decreto così afferma esplicitamente: «Con l’acquisizione di ‘habitus’ intellettuali, scientifici e sapienziali, la ragione impara a conoscere al di là dei dati empirici. In modo particolare il dibattito intellettuale in società pluralistiche, fortemente minacciate dal relativismo e dalle ideologie, o in società dove manca un’autentica libertà, richiede da parte degli studenti, nelle Facoltà ecclesiastiche, l’acquisizione di una solida forma mentis filosofica. Questi ‘habitus’ permettono di pensare, conoscere e ragionare con precisione e anche di dialogare con tutti in modo incisivo e senza paura. La dimensione degli ‘habitus’ è, comunque, collegata con l’assimilazione di contenuti saldamente acquisiti, cioè scaturisce dalla conoscenza e dall’approfondimento delle verità più importanti conquistate dall’impegno filosofico, talvolta con l’influsso della Rivelazione divina».[7] Si potrebbe dire che queste indicazioni vanno senz’altro al di là della sola raccomandazione per gli studi nelle Facoltà ecclesiastiche, ma possono rappresentare degli utili suggerimenti dal punto di vista culturale e pastorale, a partire dalla condizione giovanile.
Si può notare, infatti, che proprio il tema degli habitus è molto presente nelle discussioni attuali anche sull’educazione e la formazione professionale, in cui si prendono in considerazione e si utilizzano categorie come i «work-habits» o gli «study-habits» all’interno del rinnovato interesse per il tema della virtù e dell’etica della «prima persona». Forniamo qui soltanto alcuni cenni su questa «dimensione sapienziale» dello studio e della «pratica filosofica» che può rappresentare, a nostro avviso, una preziosa «chiave» per guardare all’educazione delle future generazioni, in tempi di «emergenza educativa».

Studiare… per vivere bene

Il Decreto e la Nota della Congregazione per l’Educazione Cattolica, parlando sia dell’acquisizione di habitus intellettuali sia dell’assimilazione matura del patrimonio filosofico, richiamano il posto di rilievo del pensiero di Tommaso d’Aquino, che «ha saputo mettere ‘la fede in una relazione positiva con la forma di ragione dominante nel suo tempo’».[8] Così si legge nella Nota: «Il riferimento alla filosofia di S. Tommaso d’Aquino – che ‘non è esclusivo ma esemplare’ (n. 12) – è finalizzato ad evitare due errori: quello della riduzione storica (secondo la quale questo pensiero appartiene soltanto al passato) e quello di una assolutizzazione astorica (che intende la filosofia di S. Tommaso come punto di arrivo dello sforzo filosofico)».[9]
Al di là dei contenuti «tecnici» e delle discussioni specialistiche su cui qui non ci addentriamo, ciò che ci sembra rilevante sottolineare è che proprio l’Aquinate, in questo senso, può rappresentare un esempio suggestivo ed illuminante di riflessione sulla virtù morale della studiositas,[10] e di una sua concretizzazione metodologica [11] e pratica. La studiositas richiede da un lato l’applicazione metodica per interiorizzare le informazioni; un’assimilazione, come sforzo di riflessione e coinvolgimento personale nei contenuti acquisiti; e un’attualizzazione creativa, come inserimento nel proprio vissuto e nella prassi dell’esperienza informativa/formativa acquisita. Secondo tale prospettiva «l’essenziale sarà l’orientamento che l’uomo dà al suo desiderio di conoscere. Se il suo essere si esprime in gran misura nella sua capacità di conoscere e di amare, questo amore alla verità deve materializzarsi in qualche modo nella vita dell’uomo. Ancor più: tutto quello che l’uomo può giungere a essere, dipenderà da come sviluppa la sua capacità di amare e di conoscere. Così, il suo desiderio di conoscere sará virtuoso o vizioso a seconda del suo orientarsi verso la felicità piena o no».[12]
Questa direzionalità di fondo, questa finalizzazione dell’impegno culturale, rappresenta un elemento fondamentale per l’attività dell’educatore e di colui che è chiamato a orientare alla crescita intellettuale, secondo il principio del «nemo dat quod non habet». Basti pensare anche solo all’importanza della scelta e della qualità delle letture da fare e da consigliare, così come l’educare ad assicurarsi e ad assicurare agli altri il tempo necessario per studiare e per leggere, come adesso ci ricordano alcune pubblicità radiofoniche e televisive. Investire sul futuro dei giovani non può non esprimersi, specie oggi, in una particolare cura della loro formazione intellettuale e culturale, ed anche una conseguente proposta di metodologia e di spiritualità dello studio.[13]
Lì dove ci sono anche delle esplicite prospettive vocazionali, e un’intensa motivazione formativa e spirituale, a maggior ragione – come ricordava Chiara Lubich – «ogni ora di studio è sacra, è un’ora di adorazione alla Verità». La formazione personale che deriva dallo studio conduce, se è veramente tale, «a sostenere l’esistenza degli altri, offrendo motivi per vivere, coraggio nello smarrimento, conforto nella sofferenza, consiglio nell’incertezza, sostegno nella fatica e negli sbandamenti; in una parola oggi diremmo che lo studio potrebbe sostanziare una vera compagnia».[14]
In un suo scritto, come Rettor maggiore dei Salesiani, anche J.E. Vecchi indicava il fatto che «la qualità culturale e pastorale trova uno stimolo, un ambiente e quasi una scuola nello stile di vita della comunità […]. È pertanto determinante [a proposito] l’impostazione della vita e del lavoro nella comunità».[15] Questo aspetto rappresenta a nostro modestissimo avviso un elemento «nodale» oggi: accogliere e rispondere a livello comunitario alle sfide dell’abbassamento della qualità culturale che purtroppo accompagna, almeno in casi non troppo infrequenti, il vissuto e le opere che caratterizzano l’impegno di diverse istituzioni, ed anche congregazioni, impegnate nel campo educativo, comprese quelle che tradizionalmente si sono sviluppate con scuole e centri di formazione superiore. È una priorità «strategica» cui non possiamo mancare: l’investimento sulle persone, e sulla loro crescita intellettuale e culturale.
Ciò a partire dallo stile ordinario di vita di una comunità educativa e pastorale che è chiamata a costruirsi come luogo in cui sono presenti «senso dell’ascolto […]; arguto e stimolante senso del limite […]; lasciarsi stimolare a ‘rientrare’ in sé stessi […]; una dimensione di discernimento, di scavo, di ricerca dei nessi, di oltrepassare le frontiere della ripetititività: lo studio come riferimento alle auctoritates ma anche come disputatio, la dimensione della ricerca scientifica e il dovere di andare sempre oltre, del non appagarsi mai […]; prendere a cuore le domande – espresse e inespresse, consapevoli e inconsapevoli – degli uomini/donne di oggi […]; un clima di ‘attenzione’; una dimensione di attesa».[16]
D. Folscheid e J.J. Wunenberger in un loro testo dal titolo Metodologia filosofica descrivono l’esercizio della dissertazione filosofica come la «migliore opportunità per esercitare il proprio pensiero su un determinato argomento, per analizzare e produrre dei concetti articolandoli in/e mediante un discorso; non vi è altro mezzo per mettersi nella necessità di dover costruire una problematica. In poche parole, la dissertazione, in filosofia, è insostituibile, essenziale: essa rinvia all’essenza dell’atto di fare filosofia».[17] Non si tratta certo di «dissertare» continuamente e oziosamente, ma… come fare per dare più spessore al nostro dialogo, a quello con i giovani, al modo di affrontare i problemi ordinari e straordinari dando loro una prospettiva più ampia e una finalizzazione?

Filosofare… per vivere bene

Non mancano, pur in un orizzonte spesso pragmatista e minimalista, segni di comprensione della necessità intrinseca del sapere filosofico all’interno degli studi universitari. La filosofia è del resto necessaria per progredire nella conoscenza della verità, e per rendere sempre più umana l’esistenza dell’uomo.[18]
Per questo il restituire alla filosofia il suo spessore sapienziale è un compito che l’Enciclica Fides et ratio [19] considera fondamentale per «guardare avanti», cercando i nessi tra le necessità dell’uomo di trovare un senso alla sua esistenza e la Rivelazione proposta come verità e luogo di compimento di questo senso: «in questo modo, la Chiesa fa suo il problema dell’uomo (della filosofia)».[20]
Su questa scia, coltivare l’amore alla sapienza risulta centrale per vivere bene e interconnettere tra loro in forma adeguata le varie espressioni del sapere, speculativo e pratico: «La sapienza – afferma il Decreto – considera i principi primi e fondamentali della realtà, e cerca il senso ultimo e pieno dell’esistenza, permettendo così di essere ‘l’istanza critica decisiva, che indica alle varie parti del sapere scientifico la loro fondatezza e il loro limite’, e di porsi ‘come istanza ultima di unificazione del sapere e dell’agire umano, inducendoli a convergere verso uno scopo e un senso definitivi’».[21]
La «domanda di filosofia» che oggi sembra emergere di nuovo con sempre maggiore insistenza nella società non deve essere dunque letta in forma affrettata e ingenua, ma merita una riflessione attenta perchè spesso intercetta la domanda di significato da parte di chi, non volendo affidarsi soltanto a qualcuna delle «psicoterapie» – pur spesso anche necessarie – che propone il «mercato», riconosce nella filosofia uno strumento di chiarimento e di approfondimento della propria visione del mondo e pensa che una maggiore coscienza cognitiva possa alleviare le difficoltà dell’esistenza o almeno, più semplicemente, aiutare a vivere meglio i momenti personali o sociali di crisi e di cambiamento. Dove trovare una risposta a tali problemi, se non in questa forma di sapere che – nella sua storia, nei suoi testi e nelle sue rigorose argomentazioni – raccoglie il più grandioso patrimonio di ragionamento e di senso che si possa immaginare?[22]
Nella Facoltà di Filosofia dell’Università Pontificia Salesiana di Roma da anni registriamo questo tipo di interesse presente in molte persone, sia giovani che adulti, soprattutto laici, che si avvicinano alla nostra realtà per chiedere di seguire corsi di filosofia, ricevere consigli per letture ed approfondimenti personali, far dialogare le loro competenze spesso di carattere tecnico-professionale con le grandi domande (e risposte) dell’uomo. Nel 2009 è cominciata, proprio per questo, l’esperienza della Scuola Superiore di Formazione Filosofica, con lezioni il sabato. «Perché bisogna fare filosofia? – si domandava il filosofo spagnolo J. Marías – Non ci sono altre cose più urgenti? L’unico modo che rende effettiva la filosofia è l’essere arrivati ad essa; voglio dire non aver avuto altra possibilità che nell’esserci arrivati, l’averla resa necessaria».[23]
La lettura e la frequentazione dei classici della filosofia – Platone e Aristotele, Epicuro e gli Stoici, Agostino e Tommaso d’Aquino, Montaigne, Descartes e Pascal, Kant e Hegel, Kierkegaard e Nietzsche, Husserl e Heidegger, ecc. e, se volessimo allargare il campo, come è necessario, la Bibbia, le Upanishad, il Corano, ecc. – si presenta così come un’autentica «cura dell’anima», una specie di biblioterapia che almeno in alcuni casi è più efficace delle medicine. In questo scenario si situano quelle che sono state denominate «pratiche filosofiche», come per esempio il dialogo socratico, il café filò, i vari rami delle etiche applicate, il counseling, la philosophy of management, la philosophy for children (o, ancor meglio, la philosophy with children), i festival della filosofía.
Queste iniziative si sono riaffermate nella seconda metà del secolo XX, specialmente nel mondo anglosassone, nel quadro della «svolta etica» che ha avuto il merito di rilanciare la responsabilità della filosofia anche sul versante sociale, come cura intellettuale delle persone più che come incremento della conoscenza. Possiamo dire pertanto che è grazie al valore «pratico» che la filosofía, lontana dal tramonto, è tornata all’attualità, come luogo privilegiato della riflessione a proposito delle ragioni dell’azione.[24]
E in questa situazione e di fronte alle sfide che essa pone dobbiamo farci trovare pronti, a partire da proposte adeguate per il mondo giovanile, e dalla cura ordinaria della dimensione «filosofica» della formazione intellettuale. Imparare a «ben pensare», diceva Paolo VI, in un tempo, come anche il nostro, che «soffre per mancanza di pensiero».[25]
«Penso – si interroga D. Bermejo – perché sono uomo o sono uomo perchè penso? In questo chiasmo si condensano due modi distinti di pensare l’uomo e la sua realtà: quella moderna – sono uomo perchè penso – e l’antimoderna – penso perchè sono uomo: pensare il pensiero (Ragione Pura) o pensare all’essere che pensa (ragione impura). Detto in altro modo, il dibattito tra la ragione disumana e la ragione umana, tra la ragione illimitata e la ragione limitata o tra l’uomo incondizionato e la condizione umana».[26]
A nostro avviso l’insegnamento e la pratica della filosofia devono certamente ricorrere ad una via vitale ed esistenziale, nella quale la ricerca della verità assume sempre anche una dimensione etica, ma insieme promuovendo le peculiarità proprie dell’interesse speculativo, dell’andare «là dove osa la ragione», soprattutto per chi ne coglie la pregnanza.

Per un carattere sapienziale

Il Decreto in più parti sottolinea a questo proposito l’importanza della metafisica.[27] È giustamente la pratica della metafisica ciò che più mostra che l’uomo è capace di giungere ad una visione unitaria e organica del sapere,[28] ad un orizzonte dalla ragione aperta. «Il carattere sapienziale della filosofia implica la sua ‘portata autenticamente metafisica, capace cioè di trascendere i dati empirici per giungere, nella sua ricerca della verità, a qualcosa di assoluto, di ultimo, di fondante’, sebbene conosciuto progressivamente lungo la storia. Infatti, la metafisica o filosofia prima tratta dell’ente e dei suoi attributi, e in questo modo si innalza alla conoscenza delle realtà spirituali, cercando la Causa prima di tutto. Tuttavia, questa sottolineatura del carattere sapienziale e metafisico non va intesa come una concentrazione esclusiva sulla filosofia dell’essere, poiché tutte le diverse parti della filosofia sono necessarie per la conoscenza della realtà. Anzi, il proprio campo di studio e il metodo specifico di ciascuna vanno rispettati in nome dell’adeguamento alla realtà e della varietà dei modi umani di conoscere».[29]
L’apporto della metafisica all’interdisciplinarità risulta essere un contributo di carattere imprescindibilmente fondativo, come d’altra parte lo intendeva Jacques Maritain quando analogicamente attribuiva alla ricerca filosofica, rispetto alle discipline scientifiche, il ruolo di «giudizio in ultima istanza», «regolazione del sapere scientifico» e «arbitro epistemologico»,[30] non dunque in termini di intromissione o di ingerenze indebite, ma in termini di supporto epistemologico [31] che, nonostante le difficoltà dell’attuale clima culturale, non ha paura di porsi come necessaria ed indispensabile rivitalizzazione della teoretica di fronte ai sempre presenti rischi di assolutizzazione di punti di vista e di metodologie riduzioniste.
La filosofia ha in effetti anche il ruolo importante di analizzare le condizioni che rendono possibile un contatto arricchente tra queste distinte forme del sapere, mediando per esempio la relazione tra scienza e teologia. La filosofia «sapienziale» è dunque uno «spazio» della razionalità umana che si caratterizza per l’«esercizio dell’amore alla sapienza» e che, proprio per questo, può mostrare, nell’attuale frammentazione del sapere, la sua capacità di essere elemento di coesione che può stimolare una ricerca di unità del sapere stesso. La discussione sulla questione dell’identificazione di un ruolo «forte» o di un ruolo «debole» di servizio di questa mediazione filosofica dipende certamente dal modello epistemologico adottato, e quanto è importante formare le future generazioni ad una corretta forma mentis anche su questi temi cruciali. Un giovane deve essere aiutato a far coesistere in lui in forma coerente le varie forme di sapere che via via acquisisce e coltiva, e per questo la filosofia ha un ruolo determinante.
A questo proposito può emergere nuovamente la significatività di Tommaso d’Aquino, che pur in un contesto assai diverso che non si può certo rievocare in termini nostalgici, avvertiva molto profondamente quella stessa urgente necessità «di rinnovare la teologia con l’assimilazione del sapere umano del suo tempo per metterlo a servizio della fede, cercando una più adeguata soluzione al problema del rapporto tra ragione e fede, tra sapere rivelato e verità di ragione, tra teologia e scienze umane».
La filosofia trova così il suo irriducibile spazio in quell’itinerario esistenziale di carattere sapienziale cui oggi fa riferimento spesso anche papa Benedetto XVI: «a livello spirituale tutti noi, in modi diversi, siamo personalmente impegnati in un viaggio che offre una risposta importante alla questione più importante di tutte, quella riguardante il significato ultimo dell’esistenza umana. […] ‘Per quale motivo esiste qualcosa, piuttosto che il niente?’».[32]
Nella sua Lettera alla Diocesi di Roma sul compito urgente dell’educazione, che poi ha ispirato gli Orientamenti pastorali dell’Episcopato italiano, il Santo Padre collegava questo interrogativo esistenziale di fondo proprio con le attuali sfide dell’educazione, a partire da quella alla libertà, alla responsabilità e agli autentici valori: «Non temete! Tutte queste difficoltà, infatti, non sono insormontabili. Sono piuttosto, per così dire, il rovescio della medaglia di quel dono grande e prezioso che è la nostra libertà, con la responsabilità che giustamente l’accompagna. A differenza di quanto avviene in campo tecnico o economico, dove i progressi di oggi possono sommarsi a quelli del passato, nell’ambito della formazione e della crescita morale delle persone non esiste una simile possibilità di accumulazione, perché la libertà dell’uomo è sempre nuova e quindi ciascuna persona e ciascuna generazione deve prendere di nuovo, e in proprio, le sue decisioni. Anche i più grandi valori del passato non possono semplicemente essere ereditati, vanno fatti nostri e rinnovati attraverso una, spesso sofferta, scelta personale».[33]
L’investire per l’acquisizione, la trasmissione e la testimonianza di habitus intellettuali, scientifici e sapienziali, può essere uno dei modi più lungimiranti di accompagnare i giovani nella costruzione del proprio futuro, nel tempo e nell’eternità.

NOTE

[1] Cf Congregazione per l’Educazione Cattolica, Decreto di riforma degli studi ecclesiastici di filosofia, LEV, Città del Vaticano 2011.
[2] Cf Congregazione per l’Educazione Cattolica, Nota sull’attuazione del Decreto di riforma degli studi ecclesiastici di filosofia, LEV, Città del Vaticano 2011.
[3] Cf Congregazione per l’Educazione Cattolica, La cultura della qualità. Guida per la Facoltà Ecclesiastiche, LEV, Città del Vaticano 2011.
[4] Cf, per esempio, V. Zani, Le Università in Europa: il «Processo di Bologna» e lo spazio comune europeo, in Seminarium (2005/4), pp. 999-1032.
[5] Cf Conferenza Episcopale Italiana, Educare alla vita buona del Vangelo. Orientamenti pastorali dell’Episcopato Italiano per il decennio 2010-2020, ElleDiCi, Leumann 2010, in modo particolare i nn. 7-15.
[6] Cf R. Valdivia Giménez, Koinonia veritatis. El estudio de la filosofía en los Centros de estudios Teológicos, in Isidorianum 39 (2011), p. 31.
[7] Decreto, n. 11.
[8] Decreto, n. 12.
[9] Nota, 1, a.
[10] Cf Tommaso d’Aquino, Summa Theologiae, II-II, qq. 166-167.
[11] Cf O. De Bertolis, L’atteggiamento corretto per la ricerca, in La Civiltà Cattolica, 156 (2005) I, pp. 374-386.
[12] Cf D. Vásquez Ramos, La virtud de la studiositas y el conocimiento. Un estudio desde Santo Tomás de Aquino, in Cuadernos doctorales de la Facultad Eclesiástica de Filosofía de la Universidad de Navarra 21 (2011), p. 111.
[13] Cf, per esempio, G. Pani, Studio e sapienza. La passione per la ricerca della verità, Pietro Vittorietti Edizioni, Palermo 2008; M. Mantovani – M. Panero, Studio, ricerca, metodo. Elementi di metodologia dello studio e avviamento al lavoro scientifico (Dispensa UPS), Roma 2011.
[14] C. Roverselli, Uno studio utile per la vita, in Aa. Vv., Crescere in Sapienza, Rogate, Roma 1996, p. 154.
[15] J.E. Vecchi, «Io per voi studio» (C 14). La preparazione adeguata dei confratelli e la qualità del nostro lavoro educativo, in Atti del Consiglio Generale 78 (1997) n. 361, p. 30.
[16] Cf M.G. Bianco, Lo studio come dimensione formativa permanente, in Aa. Vv., Crescere in Sapienza, Rogate, Roma 1996, pp. 53-55.
[17] Cf D. Folscheid – J.J. Wunenberger, Metodologia filosofica, La Scuola, Brescia 1996, p. 175.
[18] Cf, tra l’altro, G. Chimirri, Siamo tutti filosofi (basta volerlo), Mimesis, Milano 2010; A. Meli, Le grandi questioni della filosofia, Akea Edizioni, Ravenna 2010.
[19] Cf Giovanni Paolo II, Lettera enciclica Fides et ratio, LEV, Città del Vaticano 1998.
[20] R. Valdivia Giménez, Koinonia veritatis, cit., p. 22.
[21] Decreto, n. 4. Cf anche Fides et ratio, n. 81; B. Bordignon, Dialogo tra fede e cultura nell’insegnamento, Rubbettino, Soveria Mannelli 2011.
[22] Cf W. Bernardi – D. Massaro, Introduzione, in Id. (ed.), La cura degli altri. La filosofia come terapia dell’anima, Università degli Studi di Siena – Facoltà di Lettere e Filosofia di Arezzo, Arezzo 2005, p. 7.
[23] Cf J. Marías, Introducción a la Filosofía. Prólogo a las ediciones americana e inglesa, Revista de Occidente, Madrid 1954.
[24] Cf W. Bernardi – D. Massaro, Introduzione, cit., pp. 7-8.
[25] Benedetto XVI, Lettera enciclica Caritas in veritate, LEV, Città del Vaticano 2009, n. 53. Cf Paolo VI, Lettera enciclica Populorum Progressio, LEV, Città del Vaticano 1967, n. 85.
[26] Cf D. Bermejo, Prólogo, in Id., Homo sum. El ser humano en la filosofía española contemporánea, Perla Ediciones, Logroño 2010, p. 9.
[27] Cf Decreto, nn. 3-4 e art. 60 a delle Ordinationes.
[28] «Di fronte ad una ‘settorialità del sapere’ che ‘in quanto comporta un approccio parziale alla verità, con la conseguente frammentazione del senso, impedisce l’unità interiore dell’uomo contemporaneo’, risuonano fortemente queste parole di Giovanni Paolo II: ‘Facendo mio ciò che i Sommi Pontefici da qualche generazione non cessano di insegnare e che lo stesso Concilio Vaticano II ha ribadito, voglio esprimere con forza la convinzione che l’uomo è capace di giungere a una visione unitaria e organica del sapere. Questo è uno dei compiti di cui il pensiero cristiano dovrà farsi carico nel corso del prossimo millennio dell’era cristiana’». Decreto, n. 5. Cf Fides et ratio, n. 85.
[29] Decreto, n. 4. Cf Fides et ratio, nn. 81 e 83; Tommaso d’Aquino, Commento alla Metafisica di Aristotele, Proemio; Benedetto XVI, Lettera enciclica Deus caritas est, LEV, Città del Vaticano 2006, n. 9.
[30] Cf J. Maritain, Distinguere per unire. I gradi del sapere, Morcelliana, Brescia 1981.
[31] Cf anche, su questi temi, M. Mantovani, Discipline in dialogo: un esercizio di «razionalità allargata», in M. Mantovani – M. Amerise (ed.), Fede, cultura e scienza. Discipline in dialogo, LEV, Città del Vaticano 2008, pp. 29-79; M. Bay – M. Toso (ed.), Questioni di metodologia della ricerca nelle scienze umane. Paradigmi, esperienze, prospettive, Las, Roma 2009. Cf A. Livi, Tommaso d’Aquino. Il futuro del pensiero cristiano, Mondadori, Milano 1997, p. 81.
[32] Benedetto XVI, Incontro con i rappresentanti del clero e i fedeli di altre religioni (Viaggio apostolico nel Regno Unito, 17 settembre 2010).
[33] Benedetto XVI, gennaio 2008.