Pedagogia della gioia, pedagogia della santità

Ovvero: «istruzioni per l’uso» verso un cammino di santità senza angosce

Giuseppe Buccellato

«Un’autentica educazione deve essere in grado di parlare al bisogno di significato e di felicità delle persone. Il messaggio cristiano pone l’accento sulla forza e sulla pienezza di gioia (cfr Gv 17,13) donate dalla fede, che sono infinitamente più grandi di ogni desiderio e attesa umani. Il compito dell’educatore cristiano è diffondere la buona notizia che il Vangelo può trasformare il cuore dell’uomo, restituendogli ragioni di vita e di speranza. Siamo nel mondo con la consapevolezza di essere portatori di una visione della persona che, esaltandone la verità, la bontà e la bellezza, è davvero alternativa al sentire comune» (CEI, Educare alla vita buona del Vangelo, n. 8).

«La cosa più importante è che, come educatori, siamo consapevoli che Dio chiama tutti alla santità, cioè ad una risposta gioiosa a lui, e che essa è un cammino possibile da percorrere, sapendo poi che i ragazzi li dovremo accompagnare, a partire dalla situazione in cui li troviamo: «i percorsi della santità sono personali». Per questo è necessaria «una vera e propria pedagogia della santità, che sia capace di adattarsi ai ritmi delle singole persone», sulla quale come salesiani dovremo riflettere, e che dovremo sperimentare nella pratica dell’accompagnamento. Ricordiamo che il primo passo di Don Bosco è stato l’invito ai ragazzi ad andare la domenica in oratorio per divertirsi con molti compagni. Questo era il suo primo appello alla “santità della gioia e alla vita santa”» (P. Chávez, Cari salesiani, siate santi, ACG 379, 2.2).

Già nel 2001 la Conferenza Episcopale Italiana, offrendo alle nostre realtà ecclesiali gli orientamenti pastorali per il decennio passato, aveva ribadito la persuasione profonda che il nostro compito di educatori dei giovani alla fede passa da una «convinzione di felicità». «È importante – si leggeva al n. 57 – che venga annunciato loro il Vangelo della vita buona, bella e beata che i cristiani possono vivere sulle tracce del Signore Gesù».
Gli orientamenti della CEI per il decennio 2010-2020 hanno ribadito questa convinzione. La sfida che attraversa questi nostri tempi di emergenza educativa, deve essere sostenuta dalla convinzione profonda di poter «accompagnare i giovani nella scoperta della loro vocazione con una proposta che sappia presentare e motivare la bellezza dell’insegnamento evangelico».
Vi confesso che allora come adesso, ho sperato che le esortazioni dei Vescovi ci restituissero la consapevolezza della preziosità delle intuizioni di Don Bosco e i tratti di una «pedagogia alla santità» tutta «boschiana» che, in modo straordinariamente efficace, aveva trasformato una faticosa, moraleggiante, rigorosa ricerca di perfezione nella convinzione profonda che scommettere sul Vangelo è il modo migliore per investire le proprie «risorse».
Facendo fede al racconto di Matteo (cf. Mt 13,44-45), abbiamo il diritto di pensare a quell’uomo che va pieno di gioia a vendere tutti i suoi averi per comprare quel tesoro nascosto in un campo, o al mercante di perle preziose, come a gente con la faccia soddisfatta, convinta di aver fatto il migliore affare della propria vita. Ci si ferma a sottolineare, a volte, la fatica di quel «vendere tutto», dimenticando la straordinaria, accattivante bellezza di quella perla «di grande valore».
La fondazione di questa pedagogia della gioia esige alcuni presupposti, mentre la sua attuazione può essere resa più luminosa da alcune considerazioni e da qualche «vecchia fotografia», che ci aiuti a ripercorrere la prassi di quella scuola di santità che ha contribuito alla maturazione di molti buoni frutti. Di questi presupposti e di queste strategie cercheremo di parlare nel nostro piccolo contributo.

Presupposto n. 1: Il «diritto» di essere felici

Una certa spiritualità della rinunzia, del combattimento spirituale, dell’agire contro le proprie inclinazioni e i propri desideri, ha convinto molte generazioni di cristiani di non avere nemmeno il diritto di desiderare la propria felicità. Un uomo molto devoto mi disse un giorno, con aria sconfitta: «Padre, non capisco perché tutto quello che mi piace veramente… o mi fa male oppure è peccato!».
Basterebbe ripercorrere i contenuti della Rivelazione, dell’Antico come del Nuovo Testamento, per rendersi conto che non c’è pagina della Bibbia che non ci riporti, direttamente o indirettamente, a questa nostalgia di felicità che, a pieno diritto, alberga nel cuore degli uomini. «Fece uscire il suo popolo con esultanza, i suoi eletti con canti di gioia» (Sal 100, 54). «Allora si apriranno gli occhi dei ciechi e si schiuderanno gli orecchi dei sordi. Allora lo zoppo salterà come un cervo, griderà di gioia la lingua del muto» (Is 35,5-6). «Questo vi ho detto perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena» (Gv 15,11). «Il frutto dello Spirito invece è amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé» (Gal 5,22). «Rallegratevi nel Signore sempre, ve lo ripeto, rallegratevi!» (Fil 4,4).
Il cristianesimo non è altro, in ultima analisi, che una proposta di felicità. «Non è forse Cristo – leggiamo nella Novo millennio ineunte al n. 9 – il segreto della vera libertà e della gioia profonda del cuore?». Scrive il Catechismo della Chiesa Cattolica al n. 1718:
«Le beatitudini rispondono all’innato desiderio di felicità. Questo desiderio è di origine divina: Dio l’ha messo nel cuore dell’uomo per attirarlo a sé, perché egli solo lo può colmare. Noi tutti certamente bramiamo vivere felici, e tra gli uomini non c’è nessuno che neghi il proprio assenso a questa affermazione, anche prima che venga esposta in tutta la sua portata [Sant’Agostino, De moribus ecclesiae catholicae, 1, 3, 4: PL 32, 1312]. Come ti cerco, dunque, Signore? Cercando te, Dio mio, io cerco la felicità. Ti cercherò perché l’anima mia viva. Il mio corpo vive della mia anima e la mia anima vive di te [Sant’Agostino, Confessiones, 10, 20, 29]. Dio solo sazia [San Tommaso d’Aquino, Expositio in symbolum apostolicum, 1]». Le beatitudini svelano la mèta dell’esistenza umana, il fine ultimo cui tendono le azioni umane».
Non è dunque vero che noi cristiani «non abbiamo il diritto» di amare noi stessi, di prenderci cura della nostra felicità, che abbiamo il dovere di vivere sempre «al di fuori» dei nostri bisogni più profondi. Sull’altare del non si può e del non si deve sono state sacrificate molte esistenze di sinceri credenti e lo stesso senso di appartenenza ecclesiale di molti uomini e donne di oggi.

Presupposto n. 2: Il «dovere» di essere felici

Dio soffre per le sorti dell’uomo; il nostro peccato, prima che offenderlo, lo rende infelice. Egli, vivendo in modo soprannaturale l’esperienza di ogni altro padre terreno, ha pronunciato la sua «condanna» quando ci ha fatto dono della nostra libertà. Sulla nostra felicità ha «scommesso» il suo unico Figlio: «Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito» (Gv 3,16).
L’essere consapevoli di questa realtà può permetterci di comprendere che noi possiamo essere causa della sofferenza di Dio. La certezza di essere amati, come diremo, senza alcuna condizione deve trasformarsi nella responsabilità di non sprecare i giorni che ci sono stati affidati, di vivere la buona vita del Vangelo, alla serena ricerca di una felicità che ha il «potere» di far felice anche Dio.
Il filosofo francese Jacques Maritain ha affermato: «Se gli uomini sapessero che Dio soffre con noi e molto più di noi per tutto il male che devasta la terra, molte cose cambierebbero senza dubbio e molte anime sarebbero liberate».[1]
Il tema della sofferenza di Dio ha attraversato la storia della spiritualità cristiana. Padri della Chiesa, filosofi e pensatori cristiani, si sono interrogati sulla possibilità di utilizzare, nell’annuncio della fede, l’affermazione che Dio soffre per le sorti dell’umanità.
Una trentina di anni or sono un altro filosofo francese, Jean Varillon nel suo La souffrance de Dieu, affermava: «Il concetto di un Dio passibile è forse uno scandalo per la ragione, ma la realtà di un Dio impassibile fa rivoltare il cuore, che ha pure le sue ragioni. Si deduce l’impassibilità di Dio dalla perfezione della sua natura, ma è imperfetta ogni natura che debba subire di essere ciò che essa è…. Dio si sceglie: Egli non è ciò che è, Egli è piuttosto ciò che vuole essere».[2]
Anche Padre Raniero Cantalamessa dedica alcune pagine di un suo libro, Un inno di silenzio. Meditazioni sul Padre, allo stesso tema. «Il Dio cristiano non può essere impassibile nel senso che lo intendono i filosofi. Non lo può perché è amore. L’amore, lo sappiamo bene, è la cosa più vulnerabile che esista al mondo. È vulnerabile a causa della libertà che sempre lascia all’amato. Poiché non c’è amore senza libertà, non c’è amore senza dolore».[3]
L’ultimo frammento, in relazione a questo tema, lo catturiamo dagli scritti del teologo-poeta David Maria Turoldo. Commentando la parabola del Padre misericordioso, nel suo Anche Dio è infelice, Turoldo afferma: «È su queste strade che dobbiamo avviarci, e rivivere anche noi il dramma del pastore, cioè il dramma di Dio che non può perdere un solo uomo; che non si da pace finché ogni uomo non sia salvo. Un Dio che va in cerca degli uomini, che impazzisce solo all’idea che qualcuno di noi si sia smarrito; che patisce infinitamente più di noi al solo pensiero della nostra infelicità».[4]
La responsabilità e la gioia che avvertiamo di essere importanti per Dio è all’origine del dovere che abbiamo di spendere bene la nostra esistenza. «Siccome Dio ci ha amati per primo – afferma Benedetto XVI al n. 1 della Deus cartias est –, l’amore adesso non è più solo un “comandamento”, ma è la risposta al dono dell’amore, col quale Dio ci viene incontro».

DA DON BOSCO, A SCUOLA DI «PEDAGOGIA DELLA GIOIA»

Nonostante Don Bosco abbia a volte, personalmente e nella sua azione apostolica, «pagato il prezzo» ad una spiritualità, quella dell’ottocento, spesso più attenta al tema della beatitudine dopo la morte che a quella della felicità su questa terra, è innegabile che il clima nel quale cresce e si sviluppa la proposta di santità che Don Bosco fa ai giovani e a tutto il movimento spirituale che da lui ha avuto origine, è pervaso dalla convinzione che la vita cristiana contiene in sé il segreto dell’autentica gioia.
Qualche vecchia «foto di famiglia» può aiutarci a riconoscere il clima educativo che Don Bosco seppe creare all’Oratorio di San Francesco di Sales.

L’introduzione a Il Giovane Provveduto

La prima «istantanea», in ordine di tempo, è tratta dalla introduzione a Il Giovane Provveduto, il diffuso manuale di preghiera per giovani edito per la prima volta da Don Bosco nel 1847 e che conobbe oltre centoventi tra edizioni e ristampe durante la vita del fondatore.[5] Proprio nella prima pagina di questa prima edizione leggiamo:
«Il primo [inganno con cui il demonio suole allontanare i giovani dalla virtù] é far loro venir in mente che il servire al Signore consista in una vita malinconica e lontana da ogni divertimento e piacere. Non è cosi, giovani cari. Io voglio insegnarvi un metodo di vita cristiano, che sia nel tempo stesso allegro e contento, additandovi quali siano i veri divertimenti e i veri piaceri, talché voi possiate dire col santo profeta Davide: serviamo il Signore in santa allegria: servite Domino in laetitia. Tale appunto è lo scopo di questo libretto, servire al Signore e stare sempre allegri».[6]
Scrive ancora più avanti: «Vi presento un metodo di vivere breve e facile, ma sufficiente perché possiate diventare la consolazione dei vostri parenti, l’onore della patria, buoni cittadini in terra per essere poi un giorno fortunati abitatori del cielo».[7]
La preoccupazione principale di don Bosco è la salvezza di tutti i giovani; ma la sua proposta spirituale va oltre. Lo sguardo e la «spinta educativa» di Don Bosco mirano molto più alto, ad indicare con chiarezza che non solo la salvezza, ma la santità stessa è possibile a tutti e che questo cammino contiene in sé il segreto della vera gioia. A conclusione di questa introduzione scrive: «Vivete felici, e il Signore sia con voi!».

Il dialogo tra Don Bosco e Domenico Savio

La seconda «foto di famiglia» è tratta dalla Vita del giovanetto Savio Domenico allievo dell’Oratorio di S. Francesco di Sales, che rappresenta uno degli scritti più immediati e personali di Don Bosco e un importante documento che ci permette di mettere a fuoco le caratteristiche della sua pedagogia spirituale.
Si tratta della descrizione del noto dialogo tra il Savio e lo stesso Don Bosco:
«Erano sei mesi da che il Savio dimorava all’Oratorio, quando fu ivi fatta una predica sul modo facile di farsi santo. Il predicatore si fermò specialmente a sviluppare tre pensieri che fecero profonda impressione sull’animo di Domenico, vale a dire: è volontà di Dio che ci facciamo tutti santi; è assai facile di riuscirvi; è un gran premio preparato in cielo a chi si fa santo. Quella predica per Domenico fu come una scintilla che gl’infiammò tutto il cuore d’amor di Dio. Per qualche giorno disse nulla, ma era meno allegro del solito, sicché se ne accorsero i compagni e me ne accorsi anch’io. Giudicando che ciò provenisse da novello incomodo di sanità, gli chiesi se pativa qualche male. – Anzi, mi rispose, patisco qualche bene. – Che vorresti dire? Voglio dire che mi sento un desiderio ed un bisogno di farmi santo: io non pensava di potermi far santo con tanta facilità; ma ora che ho capito potersi ciò effettuare anche stando allegro, io voglio assolutamente, ed ho assolutamente bisogno di farmi santo. Mi dica adunque come debbo regolarmi per incominciare tale impresa. Io lodai il proposito, ma lo esortai a non inquietarsi, perché nelle commozioni dell’animo non si conosce la voce del Signore; che anzi io voleva per prima cosa una costante e moderata allegria: e consigliandolo ad essere perseverante nell’adempimento dei suoi doveri di pietà e di studio, gli raccomandai che non mancasse di prendere sempre parte alla ricreazione coi suoi compagni. Un giorno gli dissi di volergli fare un regalo di suo gusto; ma esser mio volere che la scelta fosse fatta da lui. Il regalo che dimando, prontamente egli soggiunse, è che mi faccia santo. Io mi sento un bisogno di farmi santo, e se non mi fo santo io fo niente. Iddio mi vuole santo ed io debbo farmi tale».[8]
Questo desiderio di santità, questa voglia di «prendere sul serio» e «senza sconti» il Vangelo, dunque, è il «dono» più grande che un educatore possa fare ai giovani.

L’incontro tra Domenico Savio e Camillo Gavio

La terza «istantanea» è tratta ancora dalla Vita del giovanetto Savio Domenico. Così Don Bosco racconta il dialogo tra il Savio e il giovane Gavio Camillo:

«– Come ti chiami?
– Gavio Camillo di Tortona.
– Quanti anni hai ?
– Ne ho quindici compiuti.
– Da che deriva quella malinconia che ti trasparisce in volto; sei forse stato ammalato?
– Sì, sono stato veramente ammalato; ho fatto una malattia di palpitazione, che mi portò sull’orlo della tomba, ed ora non ne sono ancora ben guarito.
– Desideri di guarire, non è vero?
– Non tanto, desidero di far la volontà di Dio.
Queste ultime parole fecero conoscere il Gavio per un giovane di non ordinaria pietà e cagionarono nel cuor del Savio una vera consolazione: sicché con tutta confidenza continuò:
– chi desidera di fare la volontà di Dio, desidera di santificare se stesso; hai dunque volontà di farti santo?
– Questa volontà in me è grande.
– Bene: accresceremo il numero dei nostri amici, tu sarai uno di quelli che prenderanno parte a quanto facciamo noi per farci santi.
– È bello quanto mi dici; ma io non so che cosa debba fare!
– Te lo dirò io in poche parole; sappi che noi qui facciamo consistere la santità nello star molto allegri. Noi procureremo soltanto di evitar il peccato, come un gran nemico che ci ruba la grazia di Dio e la pace del cuore, procureremo di adempiere esattamente i nostri doveri, e frequentare le cose di pietà. Comincia fin d’oggi a scriverti per ricordo: Servite Domino in laetitia, serviamo il Signore in santa allegria».[9]

Noi facciamo consistere la santità nello stare molto allegri… Questo è certamente uno degli slogan più conosciuti della tradizione salesiana; ma si dimentica, a volte, che questa gioia non va confusa, come diremo, con una superficiale spensieratezza, con una disimpegnata «pedagogia della festa», ma scaturisce dalla capacità di «evitare il peccato», che è «il gran nemico che ci ruba la grazia di Dio e la pace del cuore».

La vestizione chiericale di Don Bosco

Nelle Memorie dell’Oratorio di S. Francesco di Sales Don Bosco racconta il giorno della sua vestizione chiericale, avvenuta nel 1834. A questa memoria di futuro Don Bosco, ormai adulto, affida i suoi personali ricordi perché «possono servire di lume o tornar di utilità a quella istituzione che la divina Provvidenza si degnò affidare alla Società di S. Francesco di Sales».[10]
«Il Teologo Cinzano Prevosto e Vicario Foraneo di mia patria, mi benedisse l’abito e mi vestì da chierico prima della messa solenne. Quando mi comandò di levarmi gli abiti secolareschi con quelle parole: Exuat te Dominus veterem hominem cum actibus suis, dissi in cuor mio: Oh quanta roba vecchia c’è da togliere! Mio Dio, distruggete in me tutte le mie cattive abitudini. Quando poi nel darmi il collare aggiunse: Induat te Dominus novum hominem, qui secundum Deum creatus est in iustitia et sanctitate veritatis! mi sentii tutto commosso e aggiunsi tra me: Sì, o mio Dio, fate che in questo momento io vesta un uomo nuovo, cioè che da questo momento io incominci una vita nuova, tutta secondo i divini voleri, e che la giustizia e la santità siano l’oggetto costante de’ miei pensieri, delle mie parole e delle mie opere».[11]
«Il regno dei cieli è simile a un tesoro nascosto in un campo; un uomo lo trova e lo nasconde di nuovo, poi va, pieno di gioia, e vende tutti i suoi averi e compra quel campo» (Mt 13,44). Lo sguardo di Don Bosco è fisso sulla vita nuova che lo attende; nessun rimpianto per quanto si lascia alle spalle.

Il Sistema preventivo nell’educazione della gioventù

La pedagogia spirituale del fondatore dei salesiani emerge anche, in modo evidente, dalle pagine del noto Trattatello. Scrive Don Bosco nel 1877:
«La frequente confessione, la frequente comunione, la messa quotidiana sono le colonne che devono reggere un edifizio educativo, da cui si vuole tener lontano la minaccia e la sferza. Non mai annoiare né obbligare i giovanetti alla frequenza de’ santi Sacramenti, ma porgere loro la comodità di approfittarne. Nei casi poi di esercizi spirituali, tridui, novene, predicazioni, catechismi si faccia rilevare la bellezza, la grandezza, la santità di quella Religione che propone dei mezzi così facili, così utili alla civile società, alla tranquillità del cuore, alla salvezza dell’anima come appunto sono i santi Sacramenti. In questa guisa i fanciulli restano spontaneamente invogliati a queste pratiche di pietà, vi si accosteranno volentieri».[12]
È appena il caso di sottolineare quanto una simile prospettiva porti a valorizzare la bellezza e la grandezza del progetto di Dio su di noi. È una visione positiva e ottimista, più portata a mettere in risalto la bellezza del bene che a prospettare le conseguenze negative del peccato: Si faccia rilevare la bellezza, la grandezza, la santità di quella Religione che propone dei mezzi così facili, così utili alla civile società, alla tranquillità del cuore…
Ogni educatore si trova quotidianamente dinanzi a questa sfida: non si possono minacciare castighi per convincere i giovani a restare lontani dal male, non si devono invocare categorie moralistiche e, peraltro, incomprensibili nella prospettiva di quel soggettivismo radicale che è una delle principali caratteristiche dell’epoca postmoderna; occorre, invece, trovare argomenti per arricchire di convincenti motivazioni la scelta del bene. Si tratta, in buona sostanza, di dimostrare che il «contrario» del peccato vale di più…

RUOLO DELLA CONFESSIONE NELLA PEDAGOGIA DI D. BOSCO ALLA GIOIA

Lo strumento privilegiato di questa pedagogia alla santità è in sacramento della riconciliazione, che ai tempi di Don Bosco si chiamava, più semplicemente, confessione. Come sappiamo, insieme alla frequente comunione, è una delle due colonne portanti del sistema preventivo. «Dicasi pure quanto si vuole intorno ai vari sistemi di educazione – scrive nella biografia del giovane Francesco Besucco –, ma io non trovo alcuna base sicura, se non nella frequenza della confessione e comunione; e credo di non dir troppo asserendo che omessi questi due elementi la moralità resta bandita».[13]
Al sacramento della Penitenza Don Bosco attribuisce una forte carica pedagogica; per questo insiste molto perché i suoi ragazzi scelgano un confessore «stabile». Questo oltre ad aiutare la sincerità e l’integrità della confessione, date dalla confidenza, aiuta nel «tener fermi i propositi» e permette di essere conosciuti e guidati più efficacemente nel cammino personale.
Scrive Don Bosco nelle Memorie dell’Oratorio, a proposito del suo primo direttore spirituale, Don Giovanni Calosso, cappellano di Murialdo: «Io mi sono tosto messo nelle mani di D. Calosso, che soltanto da alcuni mesi era venuto a quella cappellania. Gli feci conoscere tutto me stesso. Ogni parola, ogni pensiero, ogni azione eragli prontamente manifestata. Ciò gli piacque assai, perché in simile guisa con fondamento potevami regolare nello spirituale e nel temporale. Conobbi allora che voglia dire avere una guida stabile, di un fedele amico dell’anima, di cui fino a quel tempo era stato privo».[14]
A partire dal 1841 e fino al 1860 il confessore stabile (ebdomadario) di Don Bosco sarà Don Cafasso; dopo la morte del Cafasso il suo posto sarà preso dal suo successore, il teologo Felice Golzio. Alla morte di questi, divenne confessore di Don Bosco un suo vecchio amico e compagno di seminario, Don Giovanni Francesco Giacomelli. Egli stesso così testimonierà durante la prima fase della causa di beatificazione di Don Bosco: «Posso dire d’essere stato sempre in molta intimità con Don Bosco. Mi confessavo da lui, e dal 1872 fino alla sua morte fui suo confessore».
L’invito ad avere un «amico dell’anima», a cercare un accompagnamento spirituale, è ricorrente, e le indicazioni date agli educatori e ai chierici di «usare amorevolezza», accoglienza, «bontà nel correggere», sono tutte rivolte a lavorare il proprio carattere e atteggiamento per rendere più facile la confidenza dei giovani.
Questa particolare benignità, indirizzata alla prassi del sacramento della penitenza, è certamente frutto della formazione ricevuta da Don Bosco al Convitto Ecclesiastico di Torino, durante i tre anni che seguirono la sua ordinazione presbiterale. Al rigorismo del seminario maggiore di Torino si contrapponeva l’impostazione del Convitto, che tendeva a formare un pastore di anime «benigno nella dottrina e amorevole nel tratto».[15]
Alla scuola del Cafasso, Don Bosco imparerà a conoscere in profondità la dottrina spirituale di Sant’Alfonso, il patrono dei confessori e moralisti, che aveva realizzato in questo campo una vera e propria rivoluzione copernicana, collocando nel sacramento della penitenza «la pastorale in rapporto con la fragilità umana»,[16] incoraggiando a far «dipendere il perdono più dalla misericordia che dalla legge»[17] e ridando «alla confessione e al confessore il ruolo di un atto di amore».[18] Alfonso ha intuito l’importanza della confessione come mezzo privilegiato per mostrare la benignità misericordiosa di Gesù redentore e non per incutere la paura di Dio giudice e punitore. Dalle pagine, ricche di concretezza delle sue opere, emerge una ministerialità, in cui la fedeltà alla misericordia di Dio rende il confessore prima di tutto un padre e medico e poi dottore e giudice.[19]
Scriverà Don Bosco nella famosa Lettera da Roma del 1884, ricordando i tempi felici dell’Oratorio: «Si cantava, si rideva da tutte le parti e dovunque chierici e preti, e intorno ad essi i giovani che schiamazzavano allegramente. Si vedeva che fra i giovani e i superiori regnava la più grande cordialità e confidenza. Io ero incantato a questo spettacolo, e Valfré mi disse: – Veda, la familiarità porta affetto e l’affetto porta confidenza. È questo che apre i cuori, e i giovani manifestano tutto senza timore ai maestri, agli assistenti e ai superiori. Diventano schietti in confessione e fuori di confessione e si prestano docili a tutto ciò che vuol comandare colui dal quale sono certi di essere amati».

Dal senso di colpa al sano amore di sé

La convinzione profonda di Don Bosco, dunque, è che una vita cristiana autentica contiene in sé il segreto della vera felicità. Questo dovette apparire ancora più sorprendente in un tempo in cui si avvertivano ancora le conseguenze di una prospettiva rigorista ed intransigente, che faceva leva più sul timore del castigo di Dio che sulla bellezza della vita cristiana. Leggiamo nella prima lettera di Giovanni: «Per questo l’amore ha raggiunto in noi la sua perfezione, perché abbiamo fiducia nel giorno del giudizio; perché come è lui, così siamo anche noi, in questo mondo. Nell’amore non c’è timore, al contrario l’amore perfetto scaccia il timore, perché il timore suppone un castigo e chi teme non è perfetto nell’amore. Noi amiamo, perché egli ci ha amati per primo» (1Gv 4,17-19).
Qualche considerazione sul significato profondo del sacramento della confessione ci apre ad una migliore comprensione della prospettiva «boschiana».
Scriveva il sociologo francese Antoine Vergote parecchi anni or sono: «È paradossale che il cristianesimo, mentre propone la liberazione dal peccato e l’affrancamento dalla legge, richiami le esigenze della legge, risvegli e acuisca il senso del peccato… Il cristianesimo, così, espone l’uomo ad un senso di colpa morboso: in termini clinici, alla nevrosi ossessiva».
Il confine tra il senso di colpa e il senso del peccato non è sempre facile da stabilire; molte volte l’orizzonte delle nostre aperture alla Grazia di guarigione, rimane avvolto da una leggera nebbia che rende più difficile intravedere i contorni che distinguono il rammarico di non essere riusciti ad essere quello che avevamo deciso di essere, dal dispiacere… di aver fatto soffrire qualcuno che amiamo. Prevale, in genere, anziché la nostra gioiosa apertura alla grazia e la certezza di essere amati e accettati per quello che siamo, la paura di non essere «adeguati» alle nostre stesse attese o a quelle del nostro «Grande Genitore». Alla fine il rischio è quello di continuare a restare chiusi in noi stessi. I nostri sforzi si concentrano sul bisogno di amore e di approvazione, amore che pensiamo di dover «meritare» con il nostro comportamento morale. Accade così che il continuo confronto con una «legge» che percepiamo esigente, finisce col toglierci la gioia di essere sotto lo sguardo di Dio. Finiamo col nasconderci anche noi, come Adamo nel paradiso terreste, per la paura di essere «visti» senza vestiti addosso…
La logica del Vangelo è davvero diversa. Molte volte, secondo il racconto degli evangelisti, Gesù si è trovato di fronte a peccatori pubblici, a prostitute ed esattori, che avevano un grosso conto da saldare con Dio, con la società e con la propria coscienza, ma in nessun caso ha cercato di insinuare in loro angosce e «sensi di colpa».
La sua strategia è diversa; egli sa di essere una «lieta novella», un ospite gradito, l’atteso sposo. In fretta Zaccheo scese e lo accolse pieno di gioia… «Perché ci ostiniamo – si domanda Don Claudio Doglio – a chiuderci in questa mentalità del merito, di un rapporto di causa e di effetto? Dice san Tommaso che si chiama «grazia» «quia gratis data», si chiama grazia perché è data gratis, se è data a pagamento non è più gratis e allora non si chiama più grazia».[20]
Volendo adoperare un paradosso, fondato su quanto la Scrittura ci rivela dell’amore particolare di Dio per i «malati» e i lontani, potremmo dire che la strategia migliore per farsi amare di più da Dio sarebbe quella… di interpretare con convinzione il ruolo della pecorella smarrita. Uscendo di metafora e, soprattutto, cercando di superare ogni residuo moralismo, dobbiamo riconoscere che l’amore di Dio ci raggiunge nella nostra finitezza, non per giudicarci, bensì per darci le motivazioni e la gioia di essere migliori; nei racconti evangelici la conversione viene dopo il perdono, e non prima…
«I sacramenti, tutti gli altri conforti spirituali – scrive Don Bosco nel Esercizio di divozione alla misericordia di Dio del 1846 – fanno vieppiù palese questa Misericordia divina a beneficio degli uomini. Eppure il Signore ci assicura che questi benefizi compartisce indistintamente a’ giusti ed a’ peccatori. Egli fa risplendere il suo sole sopra i buoni e sopra i malvagi e fa cadere la rugiada del cielo tanto sopra i giusti, come sopra i peccatori. Siccome poi il peccatore peccando perde molti di questi doni, così pare che il Signore vada in cerca di lui onde beneficarlo e restituire quanto ha perduto col peccato».[21]
Questa consapevolezza può aprire in noi un nuovo cammino spirituale, che passa da una fondamentale consapevolezza: noi siamo accettati e amati da Dio «indipendentemente» dalla nostra vita morale. L’unico vero motivo per scegliere una vita morale buona è contenuto in una semplice espressione, solo apparentemente scontata: il bene fa bene, ed il male fa male…
Accogliere in noi la forza rigeneratrice della Grazia, vuol dire permettere a Dio di… farci una carezza, vuol dire accettare con convinzione la gratuità del suo amore e, nel medesimo tempo, imparare ad amare noi stessi al punto da desiderare per noi quella felicità che scaturisce dalla vita buona del Vangelo; senza paralizzanti sensi di colpa e con la convinzione profonda, come dicevamo all’inizio, del «dovere» che abbiamo di essere felici, di dare compimento in noi a quella preziosa offerta di un Amore crocifisso che ci insegna a fare di noi stessi un dono.
È appena il caso di sottolineare, infatti, che questo desiderio di felicità non è fine a sé stesso, ma acquista la sua luce in un orizzonte di auto- trascendenza, nella capacità di uscire da sé stessi per diventare un buon regalo per i nostri compagni di viaggio. «La maturazione – ha sottolineato molto opportunamente Anselm Grün – è un processo di crescita. Un frutto è maturo quando è diventato ciò che deve essere per sua natura, quando può essere gustato dagli altri. Una persona è matura quando ha sviluppato il suo essere ed è diventata benedizione per gli altri».[22]

Punto di partenza per una vita più «sana»: una attenta «diagnosi»

La pedagogia alla santità di Don Bosco, come dicevamo, fa continuamente leva sulla convinzione profonda che il bene fa bene e che percorrere la distanza che ci separa dalla felicità vuol dire riconoscere i piccoli o i grandi malanni che ci impediscono di avere una buona salute.
Un piccolo frammento di sapienza buddista ci conferma in questa convinzione:
«È impossibile commettere un’azione cattiva senza che ciò generi grande agitazione mentale, bramosia, avversione. Queste manifestazioni momentanee di bramosia e di avversione sono causa di infelicità ora e più ancora in futuro. Il Buddha ha detto: Bruciare ora, bruciare in futuro, chi fa male soffre doppiamente. Essere felice ora, essere felice in futuro, la persona virtuosa gioisce doppiamente. Non dobbiamo aspettare fin dopo la morte per sperimentare il paradiso e l’inferno; possiamo sperimentarli in questa vita, dentro di noi. Quando commettiamo un’azione negativa sperimentiamo il fuoco dell’inferno, della bramosia e dell’avversione. Quando commettiamo un’azione positiva sperimentiamo il paradiso della pace interiore. Quindi non è solo per il bene degli altri che ci asteniamo da parole e gesti nocivi, ma a nostro stesso beneficio, per evitare di danneggiare noi stessi».[23]
Quando la cristianità ha abbandonato l’abitudine di interrogarsi con costanza sulla autenticità della propria esperienza spirituale (pensiamo alla quantità di esami particolari e generali che intessevano la spiritualità dei secoli passati), ha rinunziato ad una delle risorse più efficaci per conquistare una vita più felice; e cioè una vita senza il peccato.
Nell’ambito della vita fisica un’attenta diagnosi rappresenta il vero punto di partenza se non di una definitiva guarigione, almeno di una serena convivenza con la malattia, nei limiti, per quanto possibile con le conseguenze negative. «Siccome il medico quando scopre tutta la gravezza del male dell’ammalato – scrive Don Bosco – gode in cuor suo perché può applicarvi l’opportuno rimedio, cosi fa il confessore che è medico dell’anima nostra, e a nome di Dio coll’assoluzione guarisce tutte le piaghe dell’anima. Io sono persuaso che se queste cose saranno raccomandate e a dovere spiegate si otterranno grandi risultati morali fra i giovanetti, e si conoscerà coi fatti qual maraviglioso elemento di moralità abbia la cattolica religione nel sacramento della penitenza».[24]
Ha detto Don Chávez, a questo proposito, commentando proprio all’inizio del suo rettorato, un testo del gesuita Silvano Fausti:
«Il primo capitolo del libro Occasione o tentazione di Silvano Fausti riguarda semplicemente l’esame di coscienza. Sant’Ignazio di Loyola ha imparato a crescere spiritualmente prendendo seriamente l’esame di coscienza. A volte, per noi, questo è soltanto un elemento formale della preghiera della sera, invece di aiutarci a mettere la nostra vita sempre dinanzi al Signore con un programma spirituale molto serio. Io penso: come mai noi che siamo specialisti nella pedagogia, perché siamo educatori per vocazione, non sempre riusciamo a insegnare ai nostri confratelli? Come mai non riusciamo a fare progetti di vita che ci aiutino a crescere veramente nel cammino spirituale? A prender sul serio il fatto che la nostra vocazione è vocazione alla santità perché altrimenti non ha senso…» [25].
Insegnare ai giovani ad utilizzare «strumenti diagnostici» sempre più raffinati vuol dire aumentare la loro speranza di felicità; non a partire da un ego-centrato bisogno di perfezione, ma dalla certezza che concepire la propria vita come un dono è una sicura strategia di riuscita.
Forse il modo più semplice ed efficace di parlare ai giovani del peccato è quello di utilizzare il significato ordinario che nel linguaggio corrente ha l’esclamazione: «Peccato!». È un’espressione di rammarico, che sostanzialmente significa: «Ho perso un’occasione, un’opportunità per stare meglio! Il contrario di ciò che ho fatto valeva di più…!».
Mosè sul monte Sinai diede al suo popolo una legge fatta di prescrizioni e di decreti. È una legge del «non»: non uccidere, non dire falsa testimonianza, non desiderare la roba d’altri… Gesù, il nuovo Mosè, dal monte delle Beatitudini consegna ai suoi discepoli una proposta di felicità. È a partire da questa proposta che possiamo provare a interrogarci su tutti i piccoli e grandi frammenti di gioia che abbiamo trascurato, sulle piccole e grandi malattie che ci impediscono di vivere nella vera gioia.

Una parola sulla gioia

Vi confesso la fatica che faccio a prendere sul serio alcuni nostri discorsi sulla gioia; si tratta, a volte, di considerazioni e linguaggi che non sono senza conseguenze nella nostra vita spirituale. Espressioni come «spiritualità della festa» e «coraggio e sempre grande allegria» vanno coniugate con parole come responsabilità, impegno, problemi del mondo, sofferenza… Lo stesso slogan «per noi la santità consiste nello stare molto allegri» esige una contestualizzazione e non è certamente un invito alla superficialità e al disimpegno.
La vera gioia è sorella al dolore, alla sofferenza, alla responsabilità solidale. Direbbe il protagonista de Il profeta di Khalil Gibran: «Alcuni di voi dicono: “La gioia è più grande del dolore”, e altri dicono: “No, è più grande il dolore”. Ma io vi dico che essi sono inseparabili. Giungono insieme, e se l’una siede con voi alla vostra mensa, ricordate che l’altro è addormentato nel vostro letto».
Gli educatori devono essere oggi molto attenti a questo, soprattutto per la fatica che i nostri giovani fanno nel distinguere la gioia, la felicità, dal piacere o dal divertimento. Scrive San Francesco di Sales in una sua lettera alla Madre Angelica Arnaud, dopo aver citato l’invito di Paolo ai Filippesi: Rallegratevi nel Signore sempre, ve lo ripeto rallegratevi (Fil 4,4) e averle, apparentemente in modo contrastante, consigliato un austero volume di massime eterne: «Se le parrà che (questo volume) la porta fuori dalla santa allegrezza che vi consiglio caldamente, creda che non è questa la mia intenzione, ma solamente quella di rendere seria e grave questa gioia, come occorre che sia. E quando dico grave non dico pensierosa, né cupa, né disdegnosa, né altera, ma intendo dire santa e caritatevole».[26]
Scriveva Don Egidio Viganò nella lettera Spiritualità salesiana per la nuova evangelizzazione: «Questo clima di gioia e di ottimismo non è ingenuità o superficialità, ma frutto di vera speranza teologale e di meditata sintonia pedagogica con tanti valori positivi posti dal Creatore nel cuore dei giovani. E appunto perché frutto della speranza, è una gioia vissuta in una intensa operosità».[27]
La vera gioia, dunque, ha le sue radici nella virtù teologale della speranza, ma va coniugata con la capacità di ascoltare, di contemplare quella sofferenza di Dio di cui parlavamo all’inizio; non possiamo mai, in nome di una falsa concezione della gioia cristiana, smettere di udire la voce di Dio che ci «racconta» la sua sofferenza, che è quella delle tante croci di oggi, dei giovani uccisi da una società che li mantiene ai margini, distrutti dalla droga e dal vizio o inchiodati sulle lamiere delle loro auto, dei ragazzi e delle ragazze crocifissi dalle passioni irragionevoli di adulti, di adolescenti che gridano, senza poter nemmeno riconoscere le proprie voci, l’abbandono dei loro padri e delle loro madri. Proprio da questo ascolto scaturisce quella carità pastorale che sa inventarsi, con la creatività che solo un grande amore può infondere, soluzioni nuove per nuovi disagi e ferite.

CONCLUSIONE

Avvertiamo l’evangelizzazione come l’urgenza principale della nostra missione, consapevoli che i giovani hanno diritto a sentirsi annunciare la persona di Gesù come fonte di vita e promessa di felicità nel tempo e nell’eternità. Nostro «compito fondamentale risulta dunque quello di proporre a tutti di vivere l’esistenza umana come l’ha vissuta Gesù. Centrale deve essere l’annuncio di Gesù Cristo e del suo Vangelo, insieme con l’appello alla conversione, all’accoglienza della fede e all’inserimento nella Chiesa; da qui poi nascono i cammini di fede e di catechesi, la vita liturgica, la testimonianza della carità operosa» (Lettera di Benedetto XVI al CG26).[28]
La preoccupazione fondamentale di Don Bosco è che tutti i giovani siano salvi; la convinzione che questo obiettivo è possibile, e quasi… a portata di mano, sostiene tutto il suo apostolato. La sua proposta spirituale, però, non si «accontenta» di questo minimum, ma spinge giovani e collaboratori verso un progetto di vita radicale e unificante.
Il primato della evangelizzazione o, per usare il linguaggio delle origini, della religione nel suo sistema preventivo è indiscutibile. Scrive Don Giulio Barberis, primo maestro dei novizi della congregazione salesiana, nella Cronichetta autografa del 1878, riportando un giudizio del Vescovo di Casale:
«Egli imbeve talmente i giovani delle pratiche di pietà che, quasi direi, li ubriaca. L’atmosfera stessa che respirano è impregnata delle pratiche della nostra santa religione. I giovani così impressionati, anche volendo, quasi non osano più fare il male, non hanno i mezzi per farlo; bisogna assolutamente correre contro corrente: senza le pratiche di pietà si troverebbero come un pesce senz’acqua».[29]
Nel commento alla Strenna del 2012 Don Pascual Chávez ha affermato: «Siamo invitati a studiare Don Bosco e, attraverso le vicende della sua vita, a conoscerlo come educatore e pastore, fondatore, guida e legislatore. Si tratta di una conoscenza che conduce all’amore, all’imitazione e all’invocazione. Per noi membri della Famiglia Salesiana, la sua figura deve essere ciò che San Francesco d’Assisi è stato e continua ad essere per i Francescani o Sant’Ignazio di Loyola per i Gesuiti, vale a dire il fondatore, il maestro di spirito, il modello di educazione ed evangelizzazione».
È necessario tornare a leggere le nostre fonti, per evitare di confondere i mezzi con il fine del nostro lavoro apostolico, fine che nel pensiero e nella prassi di Don Bosco è certamente quello di condurre i giovani a questa santità felice di cui abbiamo cercato di parlare in queste pagine.
La sua proposta educativa rimarrà sempre «a chiara identità». La «qualità» spirituale dei primi raduni festivi e la centralità della proposta religiosa lo dimostra chiaramente. Così egli stesso descrive l’orario della giornata del primo oratorio di Valdocco, in un documento del 1854:
«Le funzioni religiose ne’ giorni festivi sono come segue: al mattino comodità per chi vuole confessarsi; messa cui segue un racconto di storia sacra o ecclesiastica o l’esposizione del vangelo della giornata; quindi ricreazione. Dopo mezzodì catechismo in classe, vespri, breve istruzione dal pulpito, benedizione col venerabile, cui tiene dietro la solita ricreazione. Terminate le funzioni religiose ognuno è libero di rimanere per trastullarsi o di recarsi a casa. Sul fare della notte si mandano tutti a casa loro e si chiude l’Oratorio».[30]
Sarebbe semplicistico affermare che i tempi di Don Bosco erano diversi e che oggi tutto questo ci appare improponibile; non dobbiamo dimenticare che i destinatari della sua opera educativa erano, proprio in quegli anni, giovani immigrati stagionali o abitanti dei quartieri popolari o del suburbio, a volte del tutto privi di cultura religiosa, di istruzione, dei più elementari principi morali.
La sfida che ci aspetta come educatori, in questa epoca del pensiero debole, è quella di continuare a proporre, «senza sconti», le esigenze del Vangelo, mettendo però a disposizione di tutti la buona notizia dell’amore paterno di Dio, e la bellezza del dono della vita che abbiamo ricevuto.
«La nostra scienza più eminente – affermano le costituzioni dei salesiani al n. 34 – è conoscere Gesù Cristo, e la gioia più profonda è rivelare a tutti le insondabili ricchezze del suo mistero».
È di questa scienza che dobbiamo ritornare ad essere maestri competenti e testimoni credibili.

NOTE

[1] Il brano è riportato in A. Socci, Il segreto di Padre Pio, Milano 2007, 364.
[2] F. Varillon, La souffrance de Dieu, Paris 1975, 123.
[3] R. Cantalamessa, Un inno di silenzio, Messaggero, Padova 1999, 150.
[4] D. M. Turoldo, Anche Dio è infelice, Casale Monferrato 1991, 224-225.
[5] Cf. S. Gianotti, Bibliografia Generale di Don Bosco, Roma 1995, 12-13.
[6] G. Bosco, Il Giovane Provveduto per la pratica de’ suoi doveri degli esercizi di cristiana pietà, per la recita dell’Uffizio della Beata Vergine e de’ principali Vespri dell’anno coll’aggiunta di laudi sacre ecc., Torino 1847, 5-6.
[7] Ibidem, 7.
[8] G. Bosco, Vita del giovanetto Savio Domenico allievo dell’Oratorio di San Francesco di Sales, Torino 1859, 50-51.
[9] Ibidem 85-86.
[10] G. Bosco, Memorie dell’Oratorio di S.Francesco di Sales dal 1815 al 1855, Introduzione, note e testo critico a cura di Da Silva Ferreira A., Roma 1991, 29. Da adesso in poi indicheremo questo volume con la sigla MO.
[11] MO 87.
[12] P. Braido, Il sistema preventivo nella educazione della gioventù, Roma 1985, 294.
[13] G. Bosco, Il pastorello delle Alpi. Ovvero vita del giovane Besucco Francesco d’Argentera, Torino 1864, 100.
[14] MO 47.
[15] P. Braido, Don Bosco prete dei giovani nel secolo delle libertà, I, Roma 2003, 163. Il Gioberti nel Gesuita moderno accuserà il Convitto di lassismo oltre che di gesuitismo (cf. V. Gioberti, Il gesuita moderno, IV, Napoli 1848, 279-281).
[16] M. Vidal, Nuova morale fondamentale. La dimensione teologica dell’etica, Bologna 2004, 416.
[17] Ibidem.
[18] Ibidem.
[19] Cf. S. Majorano, Il confessore, pastore ideale nelle opere di sant’Alfonso, in SM 38 (2000) 329.
[20] L’articolo è reperibile in http://www.symbolon.net.
[21] G. Bosco, Esercizio di divozione alla misericordia di Dio, Torino 1846, 31-32.
[22] A. Grün, Essere persona umana completa. La forza di una fede matura, Brescia 2008, 7-8.
[23] W. Hart, L’arte di vivere, Milano 1990, 80-81.
[24] G. Bosco, Il pastorello delle Alpi, cit., 104-105.
[25] Incontro del Rettor Maggiore Don Pascual Chavez Villanueva con le FMA, Torino 24 maggio 2002. Il testo di questa conferenza, fatta da Don Chavez subito dopo la sua elezione a Rettor Maggiore dei Salesiani, è stato registrato e trascritto dalle Figlie di Maria Ausiliatrice.
[26] Fr. Di Sales, Lettre à Madame Angélique Arnauld, in Oeuvres XVIII, 389-390.
[27] Lettere circolari di don Egidio Viganò ai salesiani, Roma 1996, 1069: cfr. ACG n. 334.
[28] Benedetto XVI, Lettera a don Pascual Chávez Villanueva, Rettor Maggiore dei Salesiani, 1 marzo 2008, n. 4.
[29] ACS A 000.02.06. La citazione è tratta dalla cronaca del 27 novembre di quell’anno.
[30] G. Bosco, Cenni storici all’Oratorio di S. Francesco di Sales, in P. Braido, Don Bosco per i giovani: l’«Oratorio». Una «Congregazione degli Oratori». Documenti, Roma 1988, 64.