Pastorale dei giovani e sfida antropologica
In dialogo con gli Orientamenti pastorali sull’educazione

Salvatore Currò [1]

La sfida riguarda l’essenziale

La Chiesa ha ancora qualcosa da dire ai giovani del nostro tempo? C’è ancora spazio per un invito a vivere di fede e a valorizzare le risorse ecclesiali? Come si prospetta il futuro della pastorale dei giovani?
Ad un primo sguardo sembrerebbe che per la gran parte dei giovani si stia consumando un distacco definitivo dalla Chiesa, dalla fede e dalla tradizione cristiana. Anche le esperienze pastorali più riuscite, mentre attestano un incontro vero, a volte entusiasta, con la proposta cristiana, sono anche segnate da incertezze, discontinuità, adesione parziale o temporanea, selezione soggettiva delle risorse ecclesiali e tradizionali, interesse solo per qualche aspetto della proposta. Le difficoltà della pastorale dei giovani si intrecciano, d’altra parte, con quelle di tutta la pastorale e con quelle relative al senso stesso dell’esperienza ecclesiale e della fede nel contesto culturale attuale. Perché sarebbe importante essere cristiani? Perché bisognerebbe tenersi in contatto con la Chiesa?
La proposta ecclesiale spesso non intercetta il cuore dell’uomo di oggi. Ma sarebbe sbagliato vedere le cose solo dal punto di vista della poca significatività e delle carenze metodologiche e comunicative della proposta. C’è anche una questione di senso o, più radicalmente, di verità; di verità della fede in rapporto all’umano e di verità dell’umano. In questo senso la sfida attraversa tutte le esperienze pastorali e, ancor più, è sfida per tutti: per il credente e per il non credente, per l’appartenente alla Chiesa e per il non appartenente, per il giovane e per l’adulto. È la sfida scritta nella vita stessa, nella sua povertà e ricchezza, nella sua dignità, nei suoi doni e appelli, che si impongono a tutti e che sono una promessa per tutti, al di là delle fatiche, delle frustrazioni, dei fallimenti, pure questi di tutti. La crisi si esprime come stanchezza e smarrimento radicale, come crisi di fiducia nella vita in quanto tale. La speranza germoglia laddove la vita si manifesta amabile a partire da se stessa; quando un soggetto si autoavverte come dono, per sé e per gli altri, quando attinge ad una sorgente di vita, avvertita come dall’interno.
Ma qual è la verità della vita, della nostra umanità, del nostro essere soggetti? Le risorse ecclesiali e, prima di tutto, la persona di Gesù Cristo, sono capaci di manifestarla? Ma bisogna anche chiedersi: siamo in quelle condizioni umane che ci permettono di accogliere le risorse cristiane come risorse preziose e imprescindibili di vita? Queste domande dicono che la partita della pastorale si gioca sul terreno dell’umano e della sua verità.
Può sorprendere l’accento posto su questi legami: tra la pastorale dei giovani e gli altri ambiti pastorali, tra la pastorale ecclesiale e la crisi di fiducia di tutti, tra la responsabilità di offrire il Vangelo, propria della Chiesa, e il sentirsi in cammino con tutti sulla base delle sfide e dei compiti comuni. Può sorprendere anche il riconducimento delle problematiche pastorali, sempre molto concrete, alle questioni di fondo e di verità, appena evocate. Non si possono certo prendere scorciatoie. Le questioni più propriamente pastorali, ad esempio la verifica dei contenuti, dei linguaggi, delle metodologie, delle strategie, dei luoghi e delle dinamiche di incontro, non si possono sottovalutare né facilmente scavalcare. Eppure forte è la sensazione che la pastorale, a partire da quella dei giovani, sia oggi sfidata sull’essenziale, sui suoi stessi fondamenti. Forte è anche la sensazione che tante iniziative e tanto zelo pastorale siano in fondo poco concludenti o trasmettano addirittura, nella sostanza, l’insignificanza della fede stessa. Più che a valle la crisi è a monte. Più che le mediazioni sono in crisi il senso stesso della proposta cristiana e il terreno stesso del dialogo. E ancora: più che a livello di pratica pastorale, la crisi è a livello di pensiero. Si discute molto di educazione e di pastorale, ma si ha spesso la sensazione che tali discussioni non siano supportate da solide fondamenta di pensiero.[2] Più che rincorrere mode, linguaggi, situazioni che cambiano velocemente, è necessario fermarsi, sostare, riflettere sul senso, umano e di fede, dell’azione ecclesiale. È necessaria un’azione pensata, una pastorale all’altezza, insieme, della verità dell’umano e della verità della Rivelazione.

La misura alta della proposta cristiana e la verità dell’umano

All’inizio del nuovo millennio, Giovanni Paolo II invitava a riproporre a tutti «la «misura alta» della vita cristiana ordinaria».[3] L’invito è stato ripreso spesso negli anni successivi. Ritorna nei documenti recenti della Chiesa italiana, ad esempio nella Nota pastorale che ha fatto seguito al Convegno ecclesiale di Verona [4] e anche negli Orientamenti pastorali per il decennio 2010-2020.[5] A pensarci bene, l’invito evoca il paradosso della vita cristiana. Questa ha una misura alta ma è allo stesso tempo ordinaria; implica, proprio per la sua misura alta, un mettersi radicalmente in gioco, ma è alla portata di tutti; non è per una élite. Forse la pastorale, a cominciare da quella dei giovani, è sfidata da questo paradosso. Si tratta di riesprimere tutta l’altezza, e cioè la forza di Rivelazione, di provocazione, di interpretazione della vita, della proposta cristiana; e si tratta allo stesso tempo di ritrovare la capacità di interagire con tutti.[6]
Ciò è possibile – questa è la mia ipotesi – a condizione che la pastorale abiti il terreno di tutti e allo stesso tempo il terreno della Rivelazione. In realtà è lo stesso terreno, ed è il terreno della verità dell’umano.[7] Le esperienze, le domande, i bisogni, le speranze, le gioie e i fallimenti di ciascuno, sono attraversati come da una traccia o sottotraccia, da una chiamata e da un dono allo stesso tempo; potremmo dire: da una dimensione di rivelazione, di verità che si dona e si impone al soggetto. Questa traccia è il luogo in cui può risonare «vero» il Vangelo di Gesù Cristo; è, insieme, la condizione perché il Vangelo sia colto e accolto nella sua verità.
La sfida è segnata dal paradosso: la proposta cristiana è vera perché sa di Rivelazione e allo stesso tempo perché permette al soggetto di sprigionare la verità di sé e di riconoscere e accogliere, da fuori di sé, ciò che è vero. Non si tratta di pensare e mostrare le connessioni tra il messaggio cristiano e le esperienze, nemmeno di coniugare Rivelazione e vita;[8] si tratta, più radicalmente, di vivere secondo la Rivelazione, ovvero di vivere con sincerità e secondo verità, di porsi sulla traccia della Rivelazione, di un Dio che si rivela mentre si vive in verità, a chi vive in verità e per mezzo di chi vive in verità. Il richiamo alla (e della) verità è proprio di tutti. Intercettando tale richiamo, la pastorale prende la misura più alta e anche la più ordinaria; quella più esigente ma anche la più popolare.

LA RICOMPRENSIONE IN ATTO DELLA PASTORALE. EDUCAZIONE E RIVELAZIONE

Le riflessioni fatte invitano in fondo ad una sorta di conversione mentale nella pastorale e forse a una ricomprensione della pastorale stessa. Intercettano un cammino già in atto nella Chiesa, sia pur lento e a volte contraddittorio e ambiguo: dal centramento sulla verità cristiana al decentramento sulla verità dell’umano, interpretata cristianamente e a partire dalla Rivelazione cristiana; dalla logica del «noi verso gli altri» alla logica del «mettersi in gioco insieme» a partire dall’appello e dal dono, che sono per tutti; dalla responsabilità, un po’ unilaterale, dell’evangelizzazione degli altri al situare il dono del Vangelo su un terreno dove anche il cristiano riceve e dove il primato è restituito all’iniziativa di Dio, alla Rivelazione; dalla centralità della Chiesa e delle preoccupazioni ecclesiali alla centralità della persona e della grazia di Dio che opera in ogni persona, assecondando il «sì» di Dio alla persona.

Due «cifre» del cammino ecclesiale

Proprio queste espressioni – la «centralità della persona» e il «sì di Dio all’uomo» – sono due importanti cifre del recente cammino ecclesiale, che hanno avuto ampio approfondimento al Convegno ecclesiale di Verona.[9] La prima esprime il decentramento della pastorale, e quindi una Chiesa estroversa, una conversione missionaria della pastorale; la seconda allude ad una antropologia cristiana di riferimento, e quindi al fatto che la centralità della persona non è certo in concorrenza col primato di Dio, ma va compresa nell’orizzonte dell’iniziativa di Dio. Tali espressioni si ritrovano negli Orientamenti pastorali per il decennio 2010-2020, anzi, possiamo dire, ne costituiscono l’orizzonte e l’ispirazione.[10]
La scelta stessa di mettere a fuoco la questione educativa, che è questione di tutti, non solo dei cristiani, e la scelta di pensare l’educazione non come un ambito ma come una dimensione di tutta la pastorale, dicono la volontà di abitare un terreno umano, un terreno di tutti; dicono la fiducia nella possibilità di interagire con tutti e l’accettazione della sfida a mostrare il «volto umano» della pastorale.[11] Perché ciò non significhi un approccio strumentale all’umano né una sorta di «deriva antropologica» della missione della Chiesa, è necessario pensare l’educazione nell’orizzonte della storia della salvezza, come dimensione della Rivelazione e nell’ispirazione della Scrittura.[12]
Non si tratta propriamente di raccordare educazione e Rivelazione, crescita e «sì» di Dio. Si tratta, più radicalmente, di crescere intercettando il «sì» di Dio, ritmando i propri passi sulle tracce del passare di Dio.
Si tratta quindi di pensare l’uomo «all’altezza» della Rivelazione o, ed è lo stesso, all’altezza della traccia di rivelazione che lo attraversa, nella quale soltanto la Rivelazione cristiana può risuonare vera. E si tratta, ancor più, di pensare la pastorale-educazione «secondo» la Rivelazione e «secondo» un’antropologia all’altezza della rivelazione e della Rivelazione. È decisivo per ogni azione educativo-pastorale rinviare continuamente a quello spazio, che non appartiene alla pastorale ma a cui paradossalmente essa è orientata, in cui Dio parla in verità e in cui il soggetto si fa vero. È lo spazio in cui una traccia di rivelazione si fa eco di una Parola di Rivelazione; è il luogo dell’alleanza tra Dio e l’uomo, il luogo dell’incontro con Gesù Cristo, perché luogo di verità.

Educazione, antropologia e verità

Gli Orientamenti pastorali situano la questione educativa nella più ampia questione antropologica, manifestano una Chiesa che si misura con le sfide e le contraddizioni della cultura attuale e, soprattutto laddove si valorizza il magistero di Benedetto XVI, pongono anche la questione della verità.
Alla radice della questione o dell’emergenza educativa nella cultura attuale c’è la negazione della trascendenza, il misconoscimento della struttura relazionale dell’uomo e della relazione fondante con Dio: l’io si ritiene completo in sé, autonomo; ignora che è fatto per la relazione e che diviene se stesso grazie all’incontro con un tu e con un noi.[13]
Un’altra radice dell’emergenza educativa è da ricercare nel diffondersi dello «scetticismo» e del «relativismo», che si esprimono – e ci si riferisce ancora a Benedetto XVI – come misconoscimento delle due fonti che orientano il cammino umano: la natura e la rivelazione. La natura è considerata in modo meramente meccanico, senza valore normativo, e la rivelazione come un semplice momento dello sviluppo storico. La perdita di queste due fonti impoverisce anche il senso della storia e della tradizione. Per cui si tratta di ritrovare il senso della natura come creazione, il senso della Rivelazione e il senso del loro reciproco dialogo.[14]
Le due radici dell’emergenza educativa, mentre aprono sull’orizzonte antropologico, aprono anche sulla questione della verità. Tale questione ritorna spesso nel documento, in diversi modi, e in particolare nei primi due capitoli.
Il primo capitolo fa un esercizio di «discernimento» del contesto culturale attuale: si coglie una tendenza a «ridurre il bene all’utile, la verità a razionalità empirica, la bellezza a godimento effimero»;[15] si avverte che la libertà, riconosciuta come «segno dei tempi» e come «terreno d’incontro tra l’anelito dell’uomo e il messaggio cristiano» e come «presupposto indispensabile per la crescita della persona», è «un processo continuo verso il fine ultimo dell’uomo, cioè la sua pienezza nella verità dell’amore»; c’è la consapevolezza che la visione cristiana della persona, centrata sulla verità, la bontà e la bellezza è «alternativa al sentire comune»;[16] si sottolinea che la relazione educativa deve favorire l’armonia delle diverse dimensioni della persona (razionale, affettiva, relazionale…) e che la persona va orientata «verso il senso globale di se stessa e della realtà, nonché verso l’esperienza liberante della continua ricerca della verità, dell’adesione al bene e della contemplazione della bellezza».[17]
La questione ritorna al capitolo secondo come questione della verità cristiana dell’educazione. L’educazione è pensata nell’orizzonte della storia della salvezza e in rapporto a Gesù Cristo, via, verità e vita.[18] La riflessione giunge a un punto culminante quando, sullo sfondo di GS 22, si afferma: «Gesù Cristo, manifestandoci il mistero del Padre e del suo amore, ha rivelato anche l’uomo a se stesso, rendendogli nota la sua altissima vocazione, che è essenzialmente chiamata alla santità, ossia alla perfezione dell’amore».[19] Evidentemente si sottolinea anche l’orizzonte ecclesiale dell’educazione (la Chiesa educa in quanto «madre» che genera alla vita dei figli di Dio e in quanto «maestra», «maestra di verità») e il riferimento allo Spirito, che «guida alla verità tutta intera».[20]
C’è da chiedersi comunque se questa consapevolezza di principio dell’intimo legame tra Rivelazione ed educazione, tra fede e crescita umana, si traduca adeguatamente sul piano degli orientamenti per l’azione pastorale. C’è da chiedersi anche se la consapevolezza della questione della verità porti ad un vero decentramento sul terreno dell’umano e della sua verità. Senza entrare in un esame dettagliato del documento, vanno però segnalate, dall’ottica antropologica, alcune problematiche.

L’obiettivo: l’integralità della persona

Quando gli Orientamenti pastorali pensano l’obiettivo fondamentale della «proposta educativa della comunità cristiana», lo indicano come un «promuovere lo sviluppo della persona nella sua totalità, in quanto soggetto in relazione, secondo la grandezza della vocazione dell’uomo e la presenza in lui di un germe divino».[21] L’orizzonte di comprensione dell’obiettivo è dato da una preoccupazione di integralità, a cui fa seguito la preoccupazione educativa «per la crescita integrale della persona».[22] Possiamo tranquillamente dire che l’orizzonte proposto è quello di «un umanesimo integrale e trascendente», che d’altronde è indicato come la prospettiva nella quale si pone la cura ecclesiale per il bene delle person[23]e.
La domanda è: l’umanesimo integrale e trascendente, dello sviluppo totale e integrale della persona, è alla misura della Rivelazione cristiana? La Rivelazione «si gioca», se così si può dire, per una antropologia dell’integrazione, dello sviluppo armonico, dall’apertura alla trascendenza? O non si gioca piuttosto per una antropologia della chiamata, della vocazione, dell’iniziativa «altra», di un soggetto che radicalmente non parte da sé, ma si riceve continuamente in dono e nasce e rinasce continuamente dall’alto? L’umanesimo integrale non cattura la Rivelazione dentro un orizzonte che non è propriamente il suo?
Subito dopo aver compreso la Chiesa come «madre» e «maestra»,[24] il documento indica il compito della comunità ecclesiale di «formare alla vita secondo lo Spirito» e, su questa scia, sottolinea alcune attenzioni educative: l’«accompagnamento personale»; l’aiuto a dare unità all’esistenza; l’importanza, in un tempo in cui l’uomo si sente artefice del suo destino, e quindi «senza vocazione», di avvertire la vita «come vocazione». L’invito è situato nella comunità cristiana, sembra valere per i cristiani o, in ogni caso, presuppone la fede: «È importante che nelle nostre comunità ecclesiali ciascuno impari a riconoscere la vita come dono di Dio e ad accoglierla secondo il suo disegno d’amore». In questo contesto si richiama – come già ricordato – l’«altissima vocazione» dell’uomo, che Cristo ci rivela (con riferimento a GS 22), che è «chiamata alla santità, ossia alla perfezione dell’amore» (con riferimento a LG, cap. V); come anche l’invito – pure questo già ricordato – a proporre la «»misura alta» della vita cristiana ordinaria».[25] C’è una connessione tra vocazione, santità o perfezione dell’amore e misura alta della vita cristiana. E la connessione si situa nell’orizzonte della fede e della comunità cristiana. Il contesto poi – mi sembra – induce a pensare queste nozioni come nozioni «di vertice», più che come possibilità davvero ordinarie: la vocazione è, tutto sommato, una sorta di qualificazione o compimento di un progetto di vita; la santità esprime l’approfondimento di un cammino cristiano. Ma è possibile rovesciare le cose? E cioè: è possibile pensare la vocazione e la santità davvero come l’ordinario e su un orizzonte umano, di verità dell’umano? Non si potrebbe pensare il progetto a partire dalla vocazione, anziché viceversa? Il senso più radicale, e allo stesso tempo più ordinario, non potrebbe essere nella vocazione, che è precisamente la rottura del progetto e forse ciò che dà senso a un progetto? Il dialogo con l’uomo contemporaneo, e in particolare col giovane, in un tempo in cui si fa fatica a progettare e in cui si fanno continuamente i conti con i fallimenti, con le frustrazioni per i progetti falliti, con la fatica di sperare, non va forse cercato incrociando quel punto in cui la vita, più che progetto o prima che progetto, è dono, dono ricevuto e da fare agli altri, è creaturalità, gioia di affidarsi, sentirsi amati, importanti per qualcuno, grazia ricevuta più forte di ogni realizzazione o fallimento di progetto? Non ci sono forse oggi i segni di una crisi radicale di fiducia, come rileva Benedetto XVI e come recepiscono gli stessi Orientamenti pastorali?[26]

LO SPAZIO PIÙ SEGRETO DEL SOGGETTO: L’APPELLO E IL DONO

Il rischio è che la pastorale non incroci lo spazio di umanità più intimo al soggetto e che non raggiunga quella radicale esigenza di sentirsi amati, e perciò chiamati, che è condizione di ogni sforzo progettuale. Gli Orientamenti pastorali, in realtà, intercettano questa esigenza nel capitolo terzo, laddove i tratti della relazione educativa sono espressi a partire dalle relazioni di Gesù, e in particolare quando evidenziano la fatica di Pietro a lasciarsi lavare i piedi: «Pietro fa fatica ad accettare di essere in debito: è arduo lasciarsi amare».[27] Questa sensibilità, questa fatica di lasciarsi amare, di sentirsi prima di tutto in debito nei confronti degli altri e della vita, che, nell’itinerario proposto dagli Orientamenti pastorali (come d’altra parte nell’esperienza di Pietro, raccontata nei Vangeli), presuppone altri passaggi e suppone l’essersi già incamminati verso e con Gesù, potrebbe essere pensata, in realtà, all’inizio. Aiutare a lasciarsi amare, infatti, è la prima mediazione pastorale. È il primo passo del cammino o, più ancora, la pre-condizione di ogni cammino, il fondamento (fondamento di grazia) che contesta alla radice, in modo liberante, la tentazione del soggetto di autofondarsi e che libera radicalmente dalla solitudine. L’antropologia del progetto di vita, le insistenze sull’unità della vita, sulla ricerca di un senso unitario, sull’essere autentici, e tutte le categorie di tipo «attivo», se valorizzate in quanto interpretative del senso o della verità radicale della vita, finiscono per rafforzare la solitudine e per consacrare un io chiuso in se stesso. L’io, in realtà, è già frutto di accoglienza, di dono; è grazie ad altri, viene da altro, si riceve da altro; è in debito, si ritrova rispondendo, perdendosi, per dono non per conquista.
L’identità è radicalmente alterata; è, in fondo, estraneità nel cuore dell’io; è essere stranieri a se stessi; è nel rispondere e accogliersi più che (prima che) in un atto di intelligenza e di progetto; è radicalmente alterata, altro-che-io.[28] È necessario intercettare, in pastorale, il punto della contestazione del progetto e della liberazione radicale dalla solitudine; è necessario ri-focalizzare la pastorale sul «di più» dell’intelligenza e del progetto, che è in fondo la conversione, il metterci (tutti: credenti e non credenti, educatori ed educandi, evangelizzatori ed evangelizzandi) radicalmente in gioco. È necessario che la proposta di fede, più che inserirsi nell’io già costituito, libero e intelligente, che sceglie e progetta, sappia manifestare la sua carica profetica sulla verità dell’identità. Se, al contrario, la proposta di fede arrivasse a cose fatte e si ponesse come qualcosa da integrare nel progetto di vita, dichiarerebbe, senza volerlo, la sua insignificanza in rapporto alla verità dell’umano. Oggi spesso in tante esperienze pastorali si respira, nel fondo, cioè nell’orizzonte, insignificanza, e tante volte proprio in quelle esperienze fortemente segnata dalla preoccupazione di rendere metodologicamente (o sul piano comunicativo o strategico) significativa la proposta. La sfida non è su un piano periferico ma sul piano della verità.[29] E, al di là di ciò che può sembrare, siamo in un tempo in cui, proprio perché si è smarrito il senso della verità, si sa fiutare ciò che è vero.

Orizzonte e fondamenti

Alcuni passaggi degli Orientamenti pastorali spingono a ulteriori riflessioni, soprattutto laddove si intercettano l’orizzonte e i fondamenti stessi della pastorale. Con tali approfondimenti ne guadagnano ulteriormente tutte le indicazioni riguardanti la qualità della relazione educativa, la costruzione della comunità cristiana come comunità educante, una pastorale più missionaria e capace di alleanze educative. Infatti, una maggior presa di coscienza della questione della verità non compromette niente, ma dà solidità e orizzonte a tutto. Segnalo alcuni temi che meritano approfondimento.
A partire dal «desiderio di libertà» come «terreno d’incontro favorevole tra l’anelito dell’uomo e il messaggio cristiano», si pensa ad un’educazione che, perché sia autentica, «deve essere in grado di parlare al bisogno di significato e di felicità delle persone».[30] L’orizzonte del bisogno di significato e di felicità, in definitiva dell’orientamento della libertà nella direzione di ricercare un senso e dare unità alla propria vita, è, in fondo, l’orizzonte di un io già attivo, che decide lui, già in posizione di diritto. Bisognerebbe, all’interno del bisogno e della ricerca, far esplodere il senso del lasciarsi raggiungere, dell’essere amati e chiamati a rispondere, l’orizzonte, appunto, della vocazione che precede il progetto. In questo senso, in vista dell’incontro con Dio, è vero che è esigita la libertà,[31] ma è pure vero che, dal punto di vista del soggetto, è quando la libertà si infrange nella responsabilità, nel sentirsi in debito, nel sentirsi legati, che si fa possibile l’incontro con Dio. È propriamente l’esperienza della perdita della libertà, come richiamo di verità della vita, che permette l’esperienza religiosa, almeno quella cristiana, più che (o prima che) l’orientamento della libertà, senza con ciò misconoscere la libertà e l’importanza di orientarla. A ciò si collega l’importanza di avvertire l’esperienza religiosa, più che come «scelta»,[32] come un «essere scelti» o un «lasciarsi raggiungere».

Il contatto, condizione di comprensione

Un ulteriore approfondimento va fatto nel senso di porre più al centro l’incontro in quanto tale, il «contatto», più che il dialogo, l’intelligenza, la comprensione; anche qui, non per svalutare ma per «situare». L’azione educativa si radica in quella di Gesù; più che prenderla come modello, la prolunga. La parola di Gesù maestro ci raggiunge mentre lo Spirito, il Maestro interiore, opera in noi.[33] La chiamata è da fuori e da dentro allo stesso tempo. Si produce un incontro, un contatto, che permette (situa) la comprensione, l’interiorizzazione delle parole, il riconoscimento dell’autorità di Gesù. Questi prima di tutto ha compassione, entra in contatto.[34] Questo è decisivo. Su questa base, alcune espressioni non vanno troppo caricate, ad esempio l’affermazione che «la prima azione di Gesù è l’insegnamento» o l’idea che prima viene il dono della parola che poi «si completa in quello del pane» o, ancora, l’idea che «l’ascolto della parola costituisce la premessa indispensabile della condivisione» o che «l’insegnamento del Maestro trova compimento nel dono della sua esistenza».[35] Probabilmente le cose si possono anche rovesciare: è perché (e mentre) si condivide che si ascolta e accoglie la parola; è il dono dell’esistenza la condizione dell’autorevolezza della parola. La stessa esperienza eucaristica della comunità cristiana, che soggiace al racconto della moltiplicazione dei pani (Mc 6, 30-44), come anche ai nn. 18-19 degli Orientamenti pastorali, non è interpretabile solo nella dinamica: dalla parola al pane spezzato; essa si situa da subito nella dinamica della condivisione e del farsi presente di Dio, e l’esperienza stessa della Parola sa di contatto, prima che di operazione dell’intelligenza (ascolto, comprensione, interiorizzazione).[36] La dinamica relazionale di Gesù, e dello stesso rivelarsi di Dio nella storia della salvezza, se ispira davvero l’educazione, dovrebbe rendere attenti a situare il piano dell’intelligenza sul «contatto». Chi entra in contatto, può comprendere. La realtà attuale, anche e prima di tutto quella giovanile, sfida la pastorale sul piano del contatto prima che della comprensione; potremmo dire, sfida ad una comprensione situata, ad una intelligenza sapiente, ad una intelligenza che prende sapienza dal contatto.
Contatto significa apertura concreta, esposizione ad altro, a ciò che non parte da sé e che pure permette l’emergere del sé più vero, dell’altro nel cuore della propria interiorità. Il contatto non è «comprensione esistenziale», non è dare concretezza a ciò che si va comprendendo; più radicalmente, è prova di uscita da sé, di esodo, rischio di esposizione; è coraggio di mettere tra parentesi la propria comprensione mettendosi nelle condizioni della possibilità di una comprensione «altra». Ogni esperienza può farsi contatto. Non vanno sottovalutate le esperienze occasionali, e il senso delle esperienze non è solo all’interno di un progetto (quello della comunità cristiana o quello del soggetto). Senza con ciò voler favorire la mentalità del consumismo delle esperienze e senza togliere niente all’educazione alla riflessione e all’interiorità, è però possibile che un’esperienza occasionale diventi possibilità di contatto con altro, con un orizzonte altro, con l’Altro. Si aiuta così a fondare su altro e sull’altro i tentativi di dare senso e progetto alla vita. Più che aiutare il progetto, bisogna aiutare a fondarlo. Bisogna riscoprire che si diventa cristiani per contatto, prima che per comprensione e per intelligenza progettuale. In questo senso non va posta eccessiva enfasi sugli itinerari formativi continuati e sistematici; hanno certo grande importanza e vanno curati, ma la sfida è più a monte.

La relazione educativa

Ciò ha delle implicazioni per la relazione educativa. Gli Orientamenti pastorali, al n. 25, la descrivono come una progressione, un itinerario, che attinge alla progressione della relazione di Gesù con i suoi discepoli: dal «Che cosa cercate?» (Gv 1,38) al «Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri» (Gv 13,34); dal «suscitare e riconoscere un desiderio» al «vivere la relazione nell’amore». Ma si tratta davvero di una progressione lineare? In realtà, dal punto di vista della persona, si procede molto per alti e bassi, per rischi, per perdite e allontanamenti; ci si accorge dopo, a cose fatte, quando ci si ripensa, che c’era un itinerario. Ciò che è decisivo – l’incontro con Gesù Cristo, l’accoglienza di un orizzonte altro – avviene talvolta in un momento, per un soffio di grazia legato imprevedibilmente a qualche istante, talvolta fortuito e occasionale. Non si tratta – va ripetuto – di svalutare gli itinerari, si tratta solo di non enfatizzarli, di situarli e di non perdere di vista l’essenziale. Non si tratta nemmeno di sminuire l’importanza di una relazione duratura nel tempo. Si afferma al n. 26:
«Educare richiede un impegno nel tempo, che non può ridursi a interventi puramente funzionali e frammentari; esige un rapporto personale di fedeltà tra soggetti attivi, che sono protagonisti della relazione educativa, prendono posizione e mettono in gioco la propria libertà».
Tale fedeltà nel tempo, oggi per niente facile, ha bisogno continuamente di nutrirsi di quel richiamo di verità, iscritto nel soggetto stesso, per cui si è come «inchiodati» (e ciò vale per l’educatore e per l’educando) a sé, che significa anche all’altro e all’altro in sé, o – per dirla col titolo di un libro di P. Ricoeur – al «sé come un altro».[37]
Se il patto educativo fosse centrato esclusivamente sulla libera e consapevole scelta, e sull’impegno convinto dei soggetti, non sarebbe fondato sulla verità e ne scaturirebbe un’educazione di élite, troppo centrata sulle nostre forze, e che, in ottica cristiana, si approprierebbe troppo dell’iniziativa di Dio. Se l’educazione è, in certo modo, generazione («s’innesta nell’atto generativo e nell’esperienza di essere figlio»),[38] è comunque Dio che dona la vita, e la crescita è, in fondo, continua rinascita dall’alto (cfr. Gv 3,3). La crescita, in quanto nascita e rinascita dall’alto, e da altro, non controllabile in fondo né dall’educatore né dalla comunità, e che ha la sua origine nel soggetto ma in quanto si espone ed entra in contatto (e quindi ha origine nell’altro-che-soggetto), si esprime certo come cammino,[39] ma è «più» che cammino. I momenti di grazia e di verità sono più propriamente «interruzione» del cammino, e insieme ciò che dà senso al cammino. Se il senso del cammino, della perseveranza, della rielaborazione dei fallimenti, dei tempi lunghi, va recuperato in una situazione, quale quella odierna, segnata dalla ricerca dell’immediato, dell’efficienza, dei risultati rapidi, è pure vero che si è capaci di tempi lunghi solo se si è capaci di verità. Sapore di verità dovranno avere i percorsi educativi che giustamente vanno centrati sulla persona, sulle dimensioni della vita ordinaria,[40] sulla persona considerata e accostata nella sua unità e unicità, ma – come si è già detto – sulla persona intercettata in quello spazio di verità in cui si rischia dell’altro e perciò ci si apre all’azione di Dio. Il cammino pastorale recente e quello che ci attende potrebbero, sinteticamente e quasi per slogan, essere così evocati: dall’unità dell’azione pastorale (o della proposta) alla centralità della persona, dall’unità e unicità dei soggetti alla verità dell’essere soggetti.

L’alleanza sul terreno dell’umano

L’impegno educativo e la pastorale della centralità della persona implicano un’azione armonica e una mentalità aperta alle collaborazioni e all’«alleanza educativa».[41] L’impressione però è che le alleanze siano cercate troppo a partire dai già credenti e dalla comunità ecclesiale. L’orizzonte è quello della «Chiesa, comunità educante» (è il titolo del capitolo quarto).
La domanda è se, al di là di una pastorale missionaria che raggiunge e coinvolge, anche come soggetti di educazione, i poco o per nulla credenti, i lontani dall’esperienza ecclesiale, non sia possibile costruire rapporti e alleanze su terreni «laici», o più esattamente su terreni dove ci si apre alla verità dell’umano. Le varie collaborazioni, tra famiglia, scuola, parrocchia, possono essere pensate, al di là dell’orizzonte della Chiesa locale, a partire dal territorio in cui i cristiani vivono insieme agli altri? Le iniziative di formazione e le strutture stesse di formazione vanno pensate prima di tutto in rapporto alla Parrocchia e alla Chiesa locale? Così fa il documento anche quando si riferisce ad iniziative tradizionalmente «di confine», per così dire, cioè che si collocano tra la comunità ecclesiale e il territorio, ad esempio l’oratorio, la scuola cattolica, l’insegnamento della religione cattolica nella scuola, l’impegno pastorale nell’università.[42] È davvero la parrocchia il «crocevia delle istanze educative»?[43] L’impegno educativo dei docenti cristiani, dei laici impegnati in vari ambiti, va pensato solo come espressione della pastorale della Chiesa e dall’ottica dell’evangelizzazione, o non, prima di tutto, a partire dai richiami di verità che le cose umane si portano dentro? Non c’è una verità dell’educazione? E non c’è un terreno di tutti in cui i cristiani collaborano con gli altri, donano le loro risorse, ma anche ricevono, e dove si risponde insieme alle sfide di tutti? Se è vero che la comunità cristiana «offre il suo contributo e sollecita quello di tutti perché la «società» diventi sempre più terreno favorevole all’educazione»,[44] non è pure vero che la stessa comunità cristiana si arricchisce del contributo della società e impara dagli apporti migliori di tutti?

Il decentramento sulla verità della vita

Se questo decentramento sulla persona, sul territorio e in definitiva – come si è cercato di mostrare – sulla verità della vita, vale per tutta la pastorale, vale in modo particolare per la pastorale dei giovani. I giovani, più di tutti, vanno incontrati sul loro terreno che è, poi, il terreno di tutti. Sono sempre di meno peraltro i giovani che possono essere incontrati sul terreno di un già sperimentato contatto ecclesiale e di una previa disponibilità nei confronti della proposta di fede. Il costruirsi a prescindere dalla Chiesa e dalla fede, è un dato diffuso; l’incredulità, secondo qualcuno, caratterizza ormai l’intera generazione attuale.[45] E venuta l’ora, per noi cristiani, di incontrare i giovani in quanto appartenenti alla società prima che in quanto appartenenti o non appartenenti alla Chiesa; di proporre il fascino del Vangelo e l’appartenenza ecclesiale, prima che a partire dall’interesse esplicito per il Vangelo, a partire dai richiami di verità della vita, che soprattutto nella fase giovanile si avvertono forti. L’interazione con i giovani è per la crescita umana, e sul fondamento della verità della crescita. E i cristiani, a partire dalla fede, sono sfidati a mostrare la misura alta e vera dell’umanità e, in quanto educatori, a mostrarsi esperti di umanità. Se il Vangelo e la Chiesa possono avere un senso è in quanto sono «risorse» di umanità. Sono risorse vere in quanto producono vera umanità. La preoccupazione pastorale di far incontrare i giovani col Vangelo e con la Chiesa va situata, dunque, nella preoccupazione di produrre segni, contesti, esperienze, relazioni dalla misura umana «alta» e «vera».
Alcune conversioni mentali sono già in atto. La pastorale dell’andare «verso» i giovani si fa pastorale «coi» giovani. La pastorale che parte dalla comunità ecclesiale fa spazio alla pastorale che muove dai luoghi di vita dei giovani. La pastorale in quanto «attività» cede lo spazio alla pastorale che si gioca sulla qualità delle «relazioni» e sulla qualità di testimonianza e di credibilità degli adulti. La pastorale dei giovani si intreccia con tutti gli altri ambiti pastorali (degli adulti, della famiglia, della scuola, ecc.); e la pastorale segnata da attenzione educativa si connette con l’impegno di un’educazione cristianamente ispirata e che si misura sulla verità dell’umano. Questi intrecci caratterizzano l’esperienza ecclesiale attuale e sono anche tipici del nostro tempo che sopporta sempre meno percorsi settoriali, troppo specializzati e paralleli, e che richiede capacità di pensare con il senso dell’insieme e della complessità.[46] Gli Orientamenti pastorali sono segnati da questo senso dell’insieme e attestano l’intreccio dei diversi ambiti pastorali, della pastorale con le problematiche socioculturali e lo spostamento di centro, sia pure con le fatiche segnalate, sulla persona e sulle problematiche di vita di tutti.

UNA NUOVA COMPRENSIONE DELLA PASTORALE DEI GIOVANI?

In questo orizzonte si scioglie un po’ la specificità, almeno come ambito, della pastorale dei giovani. A dire il vero non si incontra mai nel documento l’espressione «pastorale dei giovani», né «pastorale giovanile». Ciò non significa che ci sia poco interesse per i giovani o che si voglia sminuire l’impegno pastorale coi giovani. Tutt’altro. Ai giovani anzi si dedica «un’attenzione particolare»: si tenta di cogliere lo loro fatiche, speranze, i loro desideri di vita vera; ci si pone il problema di come attirare l’attenzione su Dio, su Gesù Cristo, sulle risorse della vita ecclesiale; si insiste sulle esperienze che aiutano l’orientamento vocazionale della vita; si segnalano alcuni «nodi esistenziali propri dell’età giovanile» da tenere presenti nell’educazione; si avverte quanto sia decisiva la testimonianza, la qualità delle relazioni degli educatori e di tutta la comunità cristiana; si insiste sulla considerazione dei giovani come «risorsa preziosa per il rinnovamento della Chiesa e della società».[47] Tra le esperienze pastorali particolarmente dirette ai giovani, si dà importanza all’oratorio; si dà rilievo e significato pastorale a tutti gli ambiti educativi particolarmente legati ai giovani: l’università, la scuola, l’insegnamento della religione cattolica.[48] E, anche quando si pone l’attenzione su altri ambiti, i giovani sono esplicitamente o implicitamente tenuti presenti; così pure, evidentemente, quando si riflette sulla «responsabilità educativa della società»[49] o sulla «comunicazione nella cultura digitale».[50] In realtà tutto il documento è attraversato dall’attenzione ai giovani, e prima di tutto per il fatto che pone al centro la questione educativa e propone una pastorale tutta attraversata dalla dimensione educativa. Possiamo anzi dire che, in tal modo, la problematica educativo-pastorale dei giovani si situa all’interno di una problematica più ampia e si evidenziano le responsabilità della comunità cristiana, della società, degli adulti. Siamo lontani dai settorialismi, dalla mentalità della delega o dal vedere i problemi educativi come problemi dei giovani. La questione educativa interpella prima di tutto gli adulti, anzi è rivelatrice della crisi del mondo degli adulti;[51] rinvia a responsabilità di tutti, di tutta la Chiesa e di tutta la società, responsabilità che i cristiani condividono con tutti.[52]

L’educazione integrale

La prospettiva educativa, con cui nel documento è pensata la pastorale, porta spontaneamente a pensare l’impegno ecclesiale per i giovani in termini più di educazione che di pastorale; più precisamente, in termini di educazione cristiana dei giovani, di educazione integrale, di educazione che si ispira alla fede e che vuol condurre all’incontro con Cristo, all’appartenenza ecclesiale, a vivere da cristiani nella società. Conviene privilegiare il vocabolario dell’«educazione» piuttosto che quello della «pastorale»? «Pastorale dei giovani» o «educazione cristiana dei giovani»? L’espressione «pastorale dei giovani» o «giovanile» evoca di più, nell’attuale contesto ecclesiale, le iniziative che nascono e si sviluppano dalla prospettiva della comunità cristiana e della preoccupazione di promuovere l’esperienza di fede; dice anche la preoccupazione di una proposta articolata e globale, dove l’annuncio di Gesù Cristo e la dimensione catechistica si integrano con le altre dimensioni della proposta (liturgica, etica, di introduzione alla vita ecclesiale, di accompagnamento nell’esprimere i valori cristiani nella vita, ecc.); dice anche, quindi, la preoccupazione di coinvolgere il giovane in tutta la sua esperienza. Negli ultimi tempi si tende a dire pastorale «dei giovani», più che «giovanile»; in tal modo si esprime di più l’unità di tutta la pastorale e l’integrazione di questa pastorale con le altre, si attenua l’idea di una pastorale al ribasso (giovanilistica), si allude al fatto che i giovani sono destinatari e soggetti allo stesso tempo. L’espressione «educazione cristiana dei giovani», e quelle imparentate («educazione alla maturità umana e cristiana», ecc.), o anche quelle che valorizzano la parola «formazione», evocano più immediatamente la prospettiva della persona e della sua maturazione; di fatto, nella prassi, vengono utilizzate prevalentemente per quelle esperienze che si situano nel territorio più che nella parrocchia.
È evidente che le due prospettive sono profondamente connesse, e oggi si avverte la necessità di questa connessione. Per fare un esempio: è evidente che la catechesi parrocchiale deve caratterizzarsi in termini fortemente educativi, come è sempre più evidente che l’educazione in una scuola cattolica o l’insegnamento della religione cattolica in una scuola statale debbono avere un grande significato pastorale, senza che ciò comprometta la diversità delle metodologie e della formulazione degli obiettivi.[53] Non è il caso di enfatizzare le questioni della terminologia ed è bene continuare a utilizzare nella prassi le diverse espressioni. Ciò che più importa è creare un’interazione tra il movimento dalla comunità cristiana verso il territorio (e dalla preoccupazione di fede a un interesse per tutto l’uomo) e il movimento dal territorio alla comunità cristiana (e dalle esigenze di maturazione umana alla proposta di fede). Insomma: dalla pastorale all’educazione, e viceversa.[54]

Una ricomprensione dei fondamenti

Al di là dei due movimenti ricordati, che si riferiscono al piano dell’azione educativa e pastorale, ci sono comunque le questioni di «orizzonte», che riguardano – come si è detto – i fondamenti stessi dell’educazione e della pastorale e che conducono alla ricomprensione del senso e della verità della Rivelazione e, in definitiva, del senso e della verità dell’umano, quindi a una «questione antropologica», nel senso più forte dell’espressione.
L’impegno educativo e pastorale ha a che fare con l’azione divina (l’azione di Dio educatore e pastore) non prima di tutto perché la oggettivizza o la media all’intelligenza o ai bisogni degli interlocutori, ma perché si iscrive in quell’azione stessa, se ne fa eco, contrappunto, perché si intreccia con essa; mentre ne fa memoria, ma anche quando non ci pensa. Questa fedeltà radicale alla Rivelazione, fedeltà di ispirazione più che di oggettivazione, continua sfida per il cristiano (per l’educatore cristiano, per il pastore), rende mirabilmente aperti a riconoscere e, prima di tutto, ad abitare ogni traccia di umanità vera. D’altra parte, l’interlocutore della proposta pastorale ed educativa, soprattutto se non possiede una precomprensione di fede, può intercettare, tra le parole e le azioni che dice e che fa, una parola e una presenza che sappia di Rivelazione solo nel coraggio di abitare una traccia di vera umanità. Tale traccia non è in continuità con le sue aspirazioni, i suoi desideri, la sua ricerca, ma è il «di più» o il richiamo di alterità e di esodo. È per questa traccia che Dio passa. E Dio passa laddove è già passato.
Tale traccia è anche il legame con l’umanità di Cristo, è il segno che siamo già redenti e, insieme, condizione di redenzione. È la traccia di verità dell’umano, dove acquista senso la verità della Rivelazione.

NOTE

[1] Questo testo (pubblicato in «Itinerarium» 19 (2011) 48, 61-76) riprende, con alcune modifiche, l’introduzione al mio libro Il senso umano del credere. Pastorale dei giovani e sfida antropologica, Elledici, Leumann (TO) 2011. Ringrazio NPG per averlo ripreso e rilanciato ai suoi lettori.
[2] Cf G. Angelini, L’educazione cristiana. Congiuntura storica e riflessione teorica, in «La Rivista del Clero Italiano» XC(2009)7-8, pp. 516-517.
[3] Giovanni Paolo II, Novo Millennio Ineunte, Lettera apostolica all’Episcopato, al Clero e ai Fedeli al termine del grande Giubileo dell’anno 2000, 6 gennaio 2001, n. 31.
[4] CEI, «Rigenerati per una speranza viva» (1 Pt 1,3): Testimoni del grande «sì» di Dio all’uomo, Nota pastorale dell’Episcopato italiano dopo il 4° Convegno Ecclesiale Nazionale, 29 giugno 2007, n. 4.
[5] Idem, Educare alla vita buona del Vangelo, Orientamenti pastorali dell’Episcopato italiano per il decennio 2010-2020, 4 ottobre 2010, n. 23.
[6] Bisogna riconoscere che spesso il raccordo tra proposta di fede e mentalità contemporanea è stato praticato, in ambito educativo-pastorale, in modo un po’ ingenuo, creando subito una continuità tra dati biblici e fenomeni culturali, senza un’adeguata mediazione di pensiero (soprattutto di pensiero antropologico) e deprivando quindi il Vangelo della sua forza critica (cfr. G. Angelini, L’educazione cristiana. Congiuntura storica, pp. 530-532).
[7] Sulla centralità che ha via via assunto la questione antropologica nella pastorale della Chiesa italiana, soprattutto dal Convegno Ecclesiale di Verona in poi, si veda G. Ambrosio, Questione antropologica e pastorale, in «La Rivista del Clero Italiano» LXXXVIII (2007)3, pp. 217-229.
[8] Può capitare che il pensiero cristiano pensi i contenuti cristiani ma che non li pensi «cristianamente». Il pensare in quanto tale è chiamato in discussione (cfr. R. Guardini, Sul senso cristiano della conoscenza, in Idem, Natura Cultura Cristianesimo, Morcelliana, Brescia 1983, pp. 227-228).
[9] Cf CEI, «Rigenerati per una speranza viva», in particolare i nn. 4, 10, 21, 22; si veda anche Benedetto XVI, Discorso ai partecipanti al IV Convegno nazionale della Chiesa italiana, Verona, 19 ottobre 2006.
[10] Si veda l’Introduzione in CEI, Educare alla vita buona del Vangelo, nn. 1-6, e anche la Presentazione di A. Bagnasco.
[11] La scelta di mettere a tema l’educazione ha sollecitato iniziative, dibattiti, interazione tra la riflessione ecclesiale e la riflessione pedagogica in quanto tale; ha fatto riscoprire anche alcuni apporti sull’educazione e sul rapporto educazione-pastorale degli anni precedenti. Tra i testi più espressivi di questo dibattito, segnalo: Comitato per il Progetto Culturale della CEI (ed.), La sfida educativa. Rapporto-proposta sull’educazione, Laterza, Roma-Bari 2009; Servizio Nazionale per il Progetto Culturale della CEI, L’«emergenza educativa». Persona, intelligenza, libertà, amore, IX Forum del Progetto Culturale, EDB, Bologna 2010; G. Angelini, Educare si deve, ma si può?, Vita e Pensiero, Milano,2002; G. Chiosso (ed.) Sperare nell’uomo. Giussani, Morin, Mac Intyre e la questione educativa, SEI, Torino 2009; D. Demetrio, L’educazione non è finita. Idee per difenderla, Cortina, Milano 2009; P. Bignardi, Educazione. Un’emergenza? Paola Bignardi a colloquio con 13 protagonisti, La Scuola, Brescia 2008; C. Nanni, Educare cristianamente. Lettere spirituali a educatori, insegnanti e formatori, Elledici, Leumann (TO) 2008; G. Savagnone – A. Briguglia, Il coraggio di educare. Costruire il dialogo educativo con le nuove generazioni, Elledici, Leumann (TO) 2009; il numero monografico su La grande emergenza educativa di «Pedagogia e Vita» 67(2009)2. Naturalmente sono stati valorizzati nel dibattito gli interventi di Benedetto XVI, a cominciare dalla Lettera alla Diocesi e alla città di Roma sul compito urgente dell’educazione del 21 gennaio 2008. Per gli altri più significativi interventi del Papa, si veda Benedetto XVI, Servitori della verità. Riflessioni sull’educazione, La Scuola, Brescia 2009; e anche P. Dal Toso., L’«emergenza educativa» nelle parole di Papa Benedetto XVI, in «Orientamenti Pedagogici» 56(2009)5, pp. 829-845; C. Bissoli, Il pensiero educativo di Benedetto XVI, in «Note di pastorale giovanile» XLIV(2010)7, pp. 28-42.
[12] È quanto fa il documento della CEI, soprattutto al capitolo II (Educare alla vita buona del Vangelo, nn. 16-24).
[13] 13 Ibidem., n. 9. Si cita, in questo contesto, Benedetto XVI, Caritas in Veritate, Lettera enciclica sullo sviluppo umano integrale nella carità e nella verità, 29 giugno 2009, n. 78 («Senza Dio l’uomo non sa dove andare e non riesce nemmeno a comprendere chi egli sia») e, dello stesso Pontefice, un passaggio del Discorso alla 61ª Assemblea Generale della CEI, 27 maggio 2010, dove si parla di «un falso concetto di autonomia dell’uomo», per cui «l’uomo dovrebbe svilupparsi solo da se stesso, senza imposizioni da parte di altri, i quali potrebbero assistere il suo autosviluppo, ma non entrare in questo sviluppo. In realtà – aggiunge Benedetto XVI – è essenziale per la persona umana il fatto che diventa se stessa solo dall’altro, l’»io» diventa se stesso solo dal «tu» e dal «noi», è creato per il dialogo, per la comunione sincronica e diacronica. E solo l’incontro con il «tu» e con il «noi» apre l’»io» a se stesso».
[14] CEI, Educare alla vita buona del Vangelo, n. 11. Si cita Benedetto XVI, Discorso alla 61ª Assemblea Generale: «Fondamentale è quindi ritrovare un concetto vero della natura come creazione di Dio che parla a noi; il Creatore, tramite il libro della creazione, parla a noi e ci mostra i valori veri. E poi così anche ritrovare la Rivelazione: riconoscere che il libro della creazione, nel quale Dio ci dà gli orientamenti fondamentali, è decifrato nella Rivelazione, è applicato e fatto proprio nella storia culturale e religiosa, non senza errori, ma in una maniera sostanzialmente valida, sempre di nuovo da sviluppare e da purificare. Così, in questo «concerto» – per così dire – tra creazione decifrata nella Rivelazione, concretizzata nella storia culturale che sempre va avanti e nella quale noi ritroviamo sempre più il linguaggio di Dio, si aprono anche le indicazioni per un’educazione che non è imposizione, ma realmente apertura dell’«io» al «tu», al «noi» e al «Tu» di Dio».
[15] CEI, Educare alla vita buona del Vangelo, n. 7.
[16] Ibidem, n. 8.
[17] Ibidem, n. 13.
[18] Ibidem, n. 19.
[19] Ibidem, n. 23.
[20] Ibidem, nn. 21-22.
[21] Ibidem, n. 15.
[22] È il titolo del n. 15.
[23] Ibidem, n. 5.
[24] Ibidem, n. 21.
[25] Ibidem, nn. 22-24.
[26] Benedetto XVI nella Lettera alla Diocesi e alla città di Roma, sottolinea che «alla radice della crisi dell’educazione» c’è «una crisi di fiducia nella vita». Gli Orientamenti pastorali recepiscono questo testo al n. 5.
[27] CEI, Educare alla vita buona del Vangelo, n. 25.
[28] Per una riflessione, fenomenologicamente e antropologicamente fondata, sull’identità come alterità e nell’ottica del dono, rinvio ai miei: Il dono e l’altro. In dialogo con Derrida, Levinas e Marion, LAS, Roma 2005; Il soggetto perduto e ritrovato. La fenomenologia paradossale di Levinas, Aracne, Roma 2010.
[29] Cf l’interpretazione di L. Goriup, Il rischio è bello. La sfida educativa tra ragione, fede e testimonianza della verità, Edizioni Studio Domenicano, Bologna 2010, p. 213.
[30] CEI, Educare alla vita buona del Vangelo, n. 8.
[31] Ibidem, n. 10.
[32] Ibidem.
[33] Ibidem, n. 16.
[34] Ibidem, nn. 17-18.
[35] Ibidem, n. 18.
[36] Una forte spinta a mettere al centro il contatto con la Parola, più che la comprensione della Parola, viene dalla riflessione sulla «sacramentalità della Parola» proposta in Benedetto XVI, Verbum Domini, Esortazione apostolica postsinodale sulla Parola di Dio nella vita e nella missione della Chiesa, 30 settembre 2010, n. 56.
[37] D. Iannotta (ed.), Sé come un altro, Jaca Book, Milano 1993.
[38] CEI, Educare alla vita buona del Vangelo, n. 27.
[39] Ibidem, n. 28.
[40] Ibidem, n. 33.
[41] Ibidem, n. 35.
[42] Ibidem, n. 42, nn. 46-49.
[43] Ibidem, n. 41.
[44] Ibidem, n. 50.
[45] È l’interpretazione di fondo di A. Matteo, La prima generazione incredula. Il difficile rapporto tra i giovani e la fede, Rubbettino, Soveria Mannelli 2010. L’Autore sostiene che la fede è diventata opaca nella sua capacità di umanizzare e che la crisi di essa non si riferisce solo ai linguaggi, alle regole morali, ai riti, ma al suo stesso senso in rapporto all’umano. In questo senso abbiamo oggi, in Occidente, «la prima generazione incredula» (14-15).
[46] Cf E. Morin, I sette saperi necessari all’educazione del futuro, Cortina, Milano 2001, p. 46.
[47] CEI, Educare alla vita buona del Vangelo, n. 32.
[48] Ibidem, nn. 46-49.
[49] Ibidem, n. 50.
[50] Ibidem, n. 51.
[51] Cf C. Nosiglia, L’educazione e l’educazione alla fede nei nuovi “Orientamenti pastorali” della CEI, in CEI, Educare alla vita buona del Vangelo, Orientamenti pastorali dell’Episcopato italiano per il decennio 2010-2020, Elledici, Leumann (TO) 2010, p. 23; cfr. anche P. Bignardi, Educare e crescere nel contesto di oggi, in P. Triani (ed.), Educare, impegno di tutti. Per rileggere insieme gli “Orientamenti pastorali” della Chiesa italiana 2010-2020, Ave, Roma 2010, p. 44.
[52] Cf M. Crociata, Prefazione, in P. Triani (ed.), Educare, impegno di tutti, p. 8.
[53] Entrambe le esperienze possono essere pensate come «educazione cristiana», ma in un senso differente: l’una perché orientata ad alimentare l’esperienza di fede; l’altra, orientata su obiettivi di maturazione umana, perché si attua negli orizzonti dischiusi dalla fede. I due sensi sono evidentemente strettamente connessi (cfr. G. Angelini, L’educazione cristiana. I nodi teorici fondamentali, in «La Rivista del Clero Italiano» XCI(2010)1, 43-44; cfr. anche Idem, Educare si deve, pp. 217-218 ).
[54] Nel mio libro Il senso umano del credere. Pastorale dei giovani e sfida antropologica, Elledici, Leumann (TO) 2011 saranno utilizzate tutte le espressioni sopra richiamate. Se si privilegia l’espressione «pastorale dei giovani», non è in senso limitante. Con questa espressione si intenderà tutto ciò che i cristiani fanno per e con i giovani e si vuol comunque sottolineare il significato pastorale, di evangelizzazione, di ispirazione evangelica, che deve avere ogni impegno educativo in cui sono coinvolti i cristiani. Questo è un punto decisivo e il documento della Conferenza Episcopale Italiana ha il merito di evidenziarlo.