La fortezza

 Paolo Carlotti

La fortezza e la sua vera forza

La fortezza morale ovviamente non è da confondere con la forza fisica, né la presuppone necessariamente. Anzi, sovente la loro non coincidenza rende meno equivoco il riconoscimento preciso delle loro rispettive identità, nel senso che l’assenza di forza, di risorse o di potere non solo fisico, ma anche psicologico e sociale e quant’altro, rende più trasparente il movente morale dell’agire ad opera dell’agente. Il ‘forzuto’ dovrà controllare e plasmare la sua forza, perché la sua motivazione morale non risulti semplicemente un’imposizione, o addirittura una prevaricazione, mentre il ‘deboluccio’ dovrà invece farsi forza e vincere ritrosie e timidezze quando i beni morali personali minacciano di soccombere: in ogni caso è bene ricordare che il bene si fa solo col bene, non si può affermarlo compiendo il male, che è sempre meglio subirlo che farlo. Accettare di compiere il bene in modo buono, con tutte le conseguenze del caso, è tratto che appartiene al profilo della fortezza morale.
Per questo motivo, la limitatezza di forza, risorse o potere – senza incorrere in quella posa disfattista o codarda che per spirito quiescente e rinunciatario rifiuta di cimentarsi con le difficoltà – è talora non solo accettata ma anche ricercata, come occasione propizia all’affermazione morale dell’autenticità e della qualità morale.
È presente in modo convinto e convincente la disponibilità a situarsi in situazioni socialmente deboli, senza che questa determini l’insorgenza di frustrazioni e di risentimenti. In sintesi, il cumulo delle possibilità e delle risorse non determina automaticamente il loro buon uso. Una possibilità ben decisa vale più di mille decise mediocramente o malamente, e questo sia in rapporto al singolo sia in rapporto alla società. Per questo, ancora una volta, è decisivo il soggetto dell’agire, la sua qualità personale, la sua virtù, è decisiva la qualità della persona da cui procede la sua opera.

La fortezza e le sue ardue avversità

Come si è già potuto in parte intuire, la virtù morale della fortezza si manifesta e si costruisce in modo particolare nelle avversità, cioè nelle condizioni, nelle situazioni e soprattutto con le persone che di fatto resistono od ostacolano il bene morale, in quanto tutte queste non solo non indeboliscono la volontà di bene della persona buona, ma addirittura la rafforzano, dando stabilità di orientamento e quindi creando credibilità presso gli altri. Di fronte alle ingiustizie, soprattutto dei poteri forti che non ammettono se non la docile sottomissione e la giocosa omologazione, il forte con costante e perseverante pazienza non solo non si rende mai connivente, non solo non si fa promotore di semplici ritorsioni, ma trova motivazione e forza per una resistenza veramente morale, approntando la riparazione del male commesso e favorendo atteggiamenti personali buoni e assetti sociali e istituzionali giusti.
L’azione del forte è azione inclusiva, non esclude nessuno dalla sua cura, specialmente chi più ne ha bisogno, a cominciare dalle vittime per giungere fino all’aggressore ingiusto, che non intende, abbandonare semplicemente a se stesso ma si prende in carico la sua conversione. Verso di lui non cessa di nutrire sincera fiducia per il suo ravvedimento e non cessa di essergli benevolo, nonostante il male che ha inflitto a sé o ad altri, male che è capace di perdonare con radicalità. A nessuno sfugge che solo un soggetto così può essere un vero operatore in servizio delle persone e della società, ma neanche sfugge che la costruzione di un soggetto di questa statura morale richiede l’impegno continuo e profondo.
Nella nostra società individualista, autoreferenziale e narcisista, è diventato prassi consolidata il limitarsi a prendersi cura di sé e facilmente si trascura l’ingiustizia subita da altri, diventandone così talora in parte o in toto conniventi e sollevando disinvoltamente la coscienza con retoriche liberanti, quale quella che ritiene inevitabile, o addirittura meritata, l’ingiustizia subita, mentre il male è mai inevitabile e nessuno, neanche il colpevole, lo merita. Certo la nostra vita così complessa e così sistemica ci ha reso tutti in permanente connessione; ma questa non può restare solo una possibilità per il male, ma deve diventarlo anche per il bene, senza devolvere al ‘sistema’ la responsabilità di ciò che noi facciamo, perché il posto che ognuno di noi occupa è di nostra pertinenza e responsabilità, dal quale è realmente possibile fare sempre molto di più e meglio.
Il forte è colui che sopporta lo scherno o il maltrattamento dei maligni senza deflettere dalle vie della rettitudine, sa perseverare nel bene pur vedendo e ricevendo il male. In particolare difende la trasparenza della propria motivazione morale di fronte ai ripetuti e insidiosi tentativi di screditarla o minarla, messi in atto da coloro che non la condividono o la avversano. Anzi, sa cogliere l’occasione per autenticarla sempre più radicalmente, purificandola da eventuali venature spurie. Sa che le critiche ricevute portano sempre il segno della qualità della persona che le pone e in particolare manifestano se essa tiene al bene o al male, se essa ha a cuore che la persona criticata diventi buona oppure se interessa che rimanga catturata in connivenze negative, salvo restando che ‘un buon consiglio – come si suol dire – lo si accetta anche dal diavolo’.

La fortezza e i suoi genuini interessi

La fortezza morale permette un’azione disinteressata che, non andando in cerca di trionfi personali, di ricompense materiali, di gratificazioni affettive, di riconoscimenti pubblici, permette la presenza di una motivazione genuinamente morale. È innato e radicato nel nostro spirito il muoversi ad agire per interesse personale; esso tuttavia altera non poco la qualità e l’autenticità della prassi morale. Per esempio, può capitare che si lascino cadere istanze e invocazioni di giustizia che non abbiano una sufficiente ricaduta remunerativa, oppure che la loro trattazione subisca selezioni e torsioni poco funzionali alla giustizia, ma molto funzionali agli interessi in gioco.
Oggi è molto forte il criterio della visibilità come criterio orientativo le condotte e le prassi operative. Ciò induce al coinvolgimento anche massimo finché sono ‘accesi i riflettori’, ma una volta spenti, una volta cioè che il caso non è più un ‘caso mediatico’, suscettibile di un ritorno positivo di immagine, cessa automaticamente ogni impegno. Questa cessazione improvvisa è segno della profonda differenza che intercorre tra il fare qualcosa per sé, che occasionalmente ritorna utile per gli altri, e il fare veramente qualcosa per gli altri, una differenza che si percepisce non solo nei suoi esiti finali. L’interesse – come si suol dire – può indurre ad usare, ‘due pesi e due misure’, o a fare il cosiddetto «doppio gioco», può indurre ad interpretare la legge per gli amici e di applicarla per i nemici. Il forte sa esigere il giusto anche dagli amici, che sono veramente tali se non scambiano l’amicizia per una connivenza e non si considerano gratificati da favori che in realtà sono solo compromessi. Inoltre l’interesse ha una vita corta, mentre la causa del bene e della giustizia ne richiede una lunga, anzi, richiede l’intera vita.
Il forte, come ogni virtuoso, si pensa in genuino ed effettivo servizio del bene, cerca di attuarlo nella sua genuina autenticità. Ha il controllo del proprio agire e non procede quindi per istinto ma per prudenza. Non ostenta quindi sventata temerarietà, ma sa soppesare le conseguenze, i pro e i contro, i vantaggi e gli svantaggi di ogni percorso operativo, evitando di porre a inutile repentaglio la vita e i beni delle persone e delle società. Il suo proposito non mira a primeggiare, non punta alla propria vittoria, comunque essa sia, non mira ad aver ragione ad ogni costo, a sopprimere e a soverchiare l’altro, gli sta a cuore invece una promozione del bene in modo buono, consapevole che il bene si fa solo col bene. Solo in questa promozione appaga il suo cuore e riacquista forza ed energia. In un mondo in cui la sopraffazione diventa un’ambizione assai diffusa, il forte è soprattutto colui che sa resistere nella sofferenza, più che nell’attacco con baldanza sfrontata. In tal senso il martirio, in cui la persona martirizzata appare sopraffatta ma non spiritualmente vinta, è espressivo della grandezza più sublime della fortezza.

La fortezza e il suo virtuoso corredo

La virtù della fortezza non si mantiene da sola ma si correda di altre virtù, quali soprattutto la magnanimità, la pazienza e la perseveranza.
Il forte è magnanimo, cioè sa guardare con generosità e ottimismo agli altri, perché è interiormente convinto della consistenza del bene e del carattere effimero di quelle vittorie che il male rivendica. Concede credito e fiducia all’altro, perché sa che senza la presenza di qualcuno che crede in noi, noi stessi abbiamo molta difficoltà ad aver fiducia in noi e quindi ad operare conseguentemente. Il suo ottimismo, cioè lo sguardo abitualmente positivo sulle persone e sul mondo, conferma e accresce le possibilità personali, sociali e culturali del bene, sa crearle preventivamente, rifuggendo da quel pessimismo che le tarpa, perché amareggiato e amaro.
Il forte è perseverante, perché è impegnato nella realizzazione del bene non in modo occasionale, ma permanente nel tempo, non in modo periferico, ma centrale rispetto al suo nucleo personale. La pratica occasionale e periferica rispetto al bene comporta un divario insanabile che la manifesta come non convinta, e quindi si propone come inevitabilmente non convincente e affidabile. Questa perseveranza poi dispone di una coerenza del tutto particolare: quella che lega immediatamente la parola detta all’azione compiuta.
Il forte è paziente, cioè sa lasciar morire in sé, senza ricambiarlo, il male che vede e riceve. Sa attendere la pienezza del tempo del bene, senza scoraggiarsi, senza perdersi d’animo, senza inacidirsi. Il credente sa che questa pienezza è nel suo nucleo escatologicamente rimandata e sa attendere il compimento della ‘beata speranza’.

La fortezza e la sua autentica educazione

È ricorrente e insistente la domanda circa l’educazione alle virtù morali, cioè circa il modo con cui possono essere apprese e fatte proprie. Talora sotto questa domanda, in sé non solo possibile ma direi obbligatoria, ne soggiace un’altra, quella che chiederebbe di svelare il segreto di questa apprensione.
Nell’apprendere le virtù non si dà alcun segreto, tanto meno nessuna scorciatoia. È un compito – non un peso – che si estende a tutta la vita e per il cui adempimento la vita non basta. Non è pensabile per esso un termine: l’educazione alle virtù è veramente un’educazione permanente e globale, richiede e riguarda tutta la vita e ogni suo momento. Esattamente nella progressiva comprensione e nella graduale realizzazione di questo consiste il cammino educativo virtuoso.
In particolare consiste nel rendersi conto, per la persona che siamo ciascuno di noi, di che cosa personalmente significhi questo coinvolgimento globale e permanente a fronte delle nostre continue riserve e ripetute resistenze a comprendere e ad attuare in modo conseguente. L’educazione al bene e alla virtù richiede non un po’ della nostra persona, ma tutta; non un po’ della nostra vita, ma proprio tutta; non un po’ del nostro tempo, ma esattamente tutto. Il più delle volte molti di noi pensano di aver dato tutta la propria persona e tutta la propria vita, ma non è così e sarà la vita stessa a richiederci il resto che teniamo ancora per noi: il forte lo dà, il debole lo trattiene ancora per sé. È questo un primo e ineludibile punto di ogni educazione virtuosa.
Un secondo punto dell’educazione virtuosa è che occorre accettare il cammino verso il bene accettando il dato di fatto delle proprie e altrui precarietà e criticità. Il virtuoso non è un idealista, né un perfezionista, né un puritano, e sa di non potersi pensare né presentare come un ‘puro’, inattaccabile e invincibile. Non ha e non può avere questa prospettiva la virtù possibile agli umani. Il forte è colui che pur avendo quotidianamente sotto il naso le proprie colpe, i propri limiti e i propri difetti, le proprie involuzioni, le proprie contraddizioni, le proprie delusioni, tuttavia non demorde dall’impegno morale e spirituale. Pur essendo stata la sua vita quello che è stata, si concentra sulle reali possibilità che ha di fronte per deciderle, in modo buono, per il bene, rifiutando il ripiegamento su si sé, la rassegnazione, il disfattismo. L’uomo adulto e maturo che ha ormai visto e vissuto molto della vita e veramente sa quanto sia difficile vincere le proprie e le altrui resistenze al bene, può incorrere in questa tentazione, che non gli fa onore, come invece glielo fa la paziente valorizzazione morale del possibile quotidiano.
Quest’ultimo cenno ci permette di gettare un po’ di luce sulle numerose variabili degli itinerari virtuosi che sono così originali e così numerosi come sono le persone, per cui è impossibile ripetersi. All’interno di questa ricchezza si possono individuare alcune costanti che fanno riferimento, per esempio, proprio all’età della vita. Così R. Guardini:
«Le forme di vita, inoltre, costituiscono figure di valore… Nelle figure emergono determinati valori che, contrassegnati da precise note dominanti, costituiscono gruppi caratteristici. Esse segnano le possibilità e i compiti morali di una determinata fase della vita». [1]
Ogni età costituisce una figura originale del modo con cui si persegue il bene e la sua radicalizzazione, cioè la virtù. Non c’è un unico modo di essere buoni, valido per tutte le età: c’è invece una bontà, come pure una cattiveria, infantile, adulta, senile, ecc. che è uguale e diversa per ogni età. Proprio la storia della Chiesa, ma anche quella dell’umanità, conosce non solo adulti e anziani, ma adolescenti e giovani che hanno saputo testimoniare con eroica fortezza la coerenza morale, talora fino alla morte.
Il cammino educativo alla virtù non potrà non tenere conto di queste variabili, che non sono finite con la considerazione dell’età, ma continuano nella differenza di genere per un bene che è al maschile o al femminile, nella differenza culturale, per un bene legato alla cultura, nella differenza fisica per un bene da perseguire nella salute o nella malattia cronica invalidante, nella differenza sociale per un bene da compiere in povertà endemica o nella disponibilità abituale di risorse. Il virtuoso forte sa plasmare.

NOTA

1 R. Guardini, Le età della vita. Loro significato educativo e morale, Vita e Pensiero, Milano 19222, 34.