Una generazione alla ricerca di senso

Domenico Cravero

Generazione incredula? La definizione dell’atteggiamento religioso dei giovani non ammette risposte semplici e definitive. La nuova ricerca coordinata dal prof. Franco Garelli (Religione all’italiana, Il Mulino, 2011) offre spunti interessanti per riconsiderare in senso complessivo la religiosità giovanile e ripensare in modo efficace l’annuncio cristiano alle nuove generazioni. La domanda religiosa, negata o snaturata dalla società dell’utile, data per scomparsa nella diffusione della secolarizzazione, continua a inquietare la quotidianità, a suscitare nuove sensibilità, a dare vita a nuove esperienze. Se la verità di Dio sembra eclissarsi, scomparendo dall’orizzonte della cultura, il bisogno di trascendenza rimane, l’interrogativo di senso religioso della vita persiste.
I giovani, inaspettatamente, continuano in maggioranza a dirsi cattolici. In posizione esplicitamente atea o agnostica si esprime solo il 22% dei giovani del campione. La maggior parte di loro si sente interpellata dal mistero di Dio, anche se in una prospettiva prevalentemente individualista ed emozionale. Dio è considerato per la maggioranza una riserva di senso indispensabile, sia perché la fede può dare una risposta alla domanda di speranza ultramondana, sia perché l’esperienza religiosa viene incontro agli interrogativi più importanti che sorgono nella riflessione sugli eventi della vita. Una della novità rilevanti segnalate dall’inchiesta è rappresentata da una maggiore disponibilità, da parte dei giovani, al senso del mistero e del sacro, alla ricerca di un’esperienza diretta del trascendente. Diminuisce, forse, l’attenzione ai contenuti veritativi della fede ma persiste la percezione del bisogno di Dio. I giovani sembrano, è vero, in difficoltà ad aderire alle credenze relative all’aldilà, o a pensare che «la Chiesa sia assistita da Dio». La maggioranza di essi continua, tuttavia, a riconoscere Gesù come Figlio di Dio e a fare riferimento alla fede cattolica.
L’inchiesta documenta il rapporto problematico dei giovani con la ritualità liturgica, raccogliendo la loro difficoltà a partecipare con regolarità alla messa domenicale o ad assistervi in modo attivo. La scarsa frequenza religiosa sembra in parte compensata dal ricorso alla preghiera personale, di cui dicono di percepirne del sostegno individuale e di viverne le gratificazioni emotive. Quanti si dichiarano credenti non si dimostrano, generalmente, insensibili alla dimensione etica della fede, anche quando tendono ad interpretarla più come adesione a valori comuni che come pratica di stili di vita coerenti con i contenuti della fede professata. Appaiono critici e indifferenti verso l’organizzazione parrocchiale ma anche capaci di apprezzarla quando è vivace al suo interno (nell’animazione dei giovani, per esempio) e costruttiva sul territorio (nell’impegno per gli ultimi).
I dati statistici sulla religiosità sono sempre di difficile interpretazione, perché risulta arduo definire un vissuto così personale e fluttuante. Possono però essere esaminati come stimoli interessanti per riconsiderare il rapporto dei giovani con l’esperienza del divino. Anche nell’attuale società ci sono condizioni nuove e favorevoli per la proposta di fede e, quindi, per la pastorale giovanile. La grande sfida non è l’ateismo, ma la rinuncia a cercare. L’indifferenza non sembra infatti la condizione di base o di partenza. La realtà continua a porre domande di senso, il divino continua ad affascinare. L’abbandono della fede sembra subentrare all’esperienza della delusione o della mancata risposta.
Il motivo, infatti, meno riconosciuto come causa dell’indifferenza religiosa, è il «venir meno del bisogno di Dio» (appena il 6%). Sono invece «le esperienze e i problemi personali» e «la maturazione di nuove posizioni e il cambio di idee» all’origine della crisi di fede.
Questi fattori sembrano avere un’incidenza maggiore delle stesse immagini negative ricavate dalla socializzazione religiosa o scaturite dalle critiche alla Chiesa.
L’allontanamento dalla fede per i giovani è riportato prevalentemente al venir meno delle convinzioni. Le crisi di fede sembrano dovute anzitutto alla difficoltà a vivere l’esperienza religiosa e le verità professate in condizioni di vita precarie, in una sensibilità umana e culturale in continua evoluzione. Esiste quindi un certo numero di giovani disponibili alla ricerca religiosa, anche fuori dai luoghi tradizionali della socializzazione parrocchiale, anche là dove più attivo è stato il processo di secolarizzazione. Occorre, quindi, prestare molta attenzione alla pastorale dell’aggancio e dell’accompagnamento. L’evangelizzazione va tradotta in termini di conversazione e di dialogo. È il passaggio dalla proclamazione alla conversazione e all’offerta dell’amicizia, attraverso proposte concrete di vita. È necessario un risveglio progressivo dell’interiorità al quale corrisponderà gradualmente la parola della fede. Serve una pedagogia del risveglio spirituale attraverso la musica, lo spettacolo, l’animazione, il fascino e l’incanto della liturgia, l’esperienza di comunità, la ricerca sincera del vero: esperienze concrete e condivise di ricerca delle ragioni più profonde del vivere e del credere.