Riconoscere, interpretare e scegliere.Le tappe del discernimento

Loris Piorar

Nel recente Documento preparatorio al Sinodo [1] sui giovani e nel magistero stesso di papa Francesco [2] il discernimento costituisce una categoria-chiave, che guida e guiderà il cammino ecclesiale in questi anni. Tratteggiare, nella misura del possibile, questo ambito potrà aiutare le comunità cristiane, in particolare i pastori, ad accompagnare le fasce più giovani nel cammino della vita, determinata da continue scelte. Il giovane, proprio perché è inserito in un mondo che dona una vasta gamma di possibilità di scelta, vive paradossalmente nella difficoltà di assumersi personalmente e responsabilmente l’assunzione della propria scelta, davanti a mille possibilità fa molta fatica a scegliere la sua [3].

Il discernimento

Come integrare i vari aspetti della propria esistenza? Come giungere a una sintesi del cammino in Dio, di modo che si possa rileggere la propria vicenda personale come storia di salvezza, benedetta e accompagnata da Dio? [4]
Davanti a queste domande presenti nell’uomo odierno e in particolare nei giovani, si avverte forte la necessità di attingere alla Scrittura e alla Tradizione ecclesiale per poter operare, nella libertà, scelte personali e concrete che siano la risposta alla chiamata di Dio, realizzando così il significato ultimo dell’esistenza, riscoprendosi sempre più figli di Dio e vivendo da fratelli.
Entrare in questo cammino significa immettersi in un processo di discernimento spirituale, cioè il discernimento vissuto nello Spirito, «ascolto di una parola di Dio non scritta che risuona ancora oggi nella Chiesa e che non si trova in nessun altro se non in me. (…) Quella parte del piano di Dio per l’umanità, che si manifesta in me» [5].
Di questo percorso fanno parte il discernimento sociologico, psicologico e morale. Il loro valore va sempre affermato con chiarezza da chiunque non voglia cadere in uno spiritualismo disincarnato o nelle secche di un fondamentalismo o di un legalismo contrario all’autentico discernimento, e s’inserisce all’interno del cammino spirituale.
Il discernimento spirituale, integrando nel suo percorso gli altri discernimenti, si colloca a un livello esistenziale e personale, tenendo conto dell’esperienza concreta nel qui e ora, prestando particolare attenzione alle mozioni interiori. Nel Documento preparatorio s’insiste in modo particolare sul discernimento vocazionale. Da qui sorge un primo interrogativo: se ci sia identità tra discernimento spirituale e discernimento vocazionale e quale sia invece la differenza tra questi due termini.
Sotto un certo punto di vista la risposta sembrerebbe essere positiva: la volontà di Dio conosciuta è «appello», «chiamata», e più precisamente concretizzazione e incarnazione di quella chiamata all’esistenza e alla vita, che ci raggiunge come uomini, e della chiamata di Cristo alla sua sequela, che ci raggiunge come battezzati nella Chiesa e per la Chiesa.
Le scelte concrete sono da vedersi come vocazioni concrete e risposte particolari alle chiamate di Dio, le quali si riassumono e si sintetizzano, si unificano e prendono pieno significato, solo in rapporto alla vocazione, cioè a quella voce più sintetica che dà forma complessiva e definitiva all’esistenza e che è la scelta dello stato di vita.
Per questo si dà una feconda dialettica tra vocazione (o chiamata in ordine alla scelta dello stato di vita, immutabile) e vocazioni (o chiamate a scelte più particolari e categoriali, mutevoli per lo più).
Ogni discernimento spirituale è, dunque, anche ‘vocazionale’ e i due aggettivi ‘spirituale’ e ‘vocazionale’ applicati alla parola (cliscrnimento’ non indicano due realtà diverse, ma piuttosto due diverse dimensioni della medesima realtà: la ricerca, la conoscenza e la decisione per la volontà di Dio.
Talora, però, l’aggettivo ‘vocazionale’ può essere visto in modo stretto, unicamente in riferimento a una decisione che riguarda la volontà di Dio circa un punto particolare: la scelta dello stato di vita. In questo caso ‘discernimento spirituale’ e ‘discernimento vocazionale’ indicano due realtà differenti, perché si riferiscono a due oggetti diversi che stanno tra loro come il ‘tutto’, il discernimento spirituale, e una ‘parte’, il discernimento vocazionale. Tale differenza non indica una netta separazione: il discernimento vocazionale circa la ‘parte’ è via per essere introdotti a vivere la pienezza della totalità e, viceversa, il discernimento spirituale, il ‘tutto’, come realtà che richiede di individuare chiaramente questa ‘parte’ per non restare astratto e poter, invece, prendere corpo nella storia concreta, anche attraverso scelte ancora più parziali e mutevoli.
Da queste specificazioni risulta chiaro come nel processo di discernimento avvenga una fattiva tensione tra capacità dell’uomo e opera di Dio: si dà così una stretta connessione, come tra mezzo e fine, o come tra due realtà, l’una ‘esterna’ che prepara e predispone all’altra, quella ‘interna’, che, da parte sua, nello stesso tempo dà alla prima forza e possibilità per raggiungere il suo oggetto, la conoscenza della volontà di Dio nel concreto della vita.
Questa tensione permette all’uomo di non dimenticare mai che il discernimento è un dono e un’arte: avere la chiara consapevolezza di non essere il protagonista e il soggetto primo operante, ma piuttosto di giocare nel discernimento un ruolo strumentale, però decisivo, rispetto all’attore principale che è lo Spirito Santo.
È Lui che aiuta a discernere, perché è attraverso di Lui che viene partecipato all’uomo lo sguardo di Dio; grazie allo Spirito l’uomo viene liberato dalle varie schiavitù e vengono donati la sapienza divina, la profezia e il discernimento [6].
Pertanto lo Spirito Santo svolge un ruolo decisivo in tutto il processo di discernimento, sia nel creare condizioni interiori di apertura nell’uomo sia nell’atto del discernimento e della decisione del soggetto umano. È un dono e un’arte [7]: come ogni arte, la persona non opera unicamente grazie al proprio talento, ma necessita di tempo, pazienza, dell’accompagnamento di altri che hanno vissuto il medesimo percorso [8].
Ma quando è il tempo esatto per entrare nel processo del discernimento? Bisogna attendere un momento particolare, come esperienza puntuale di ricerca della volontà di Dio e di libera risposta o esso rappresenta un atteggiamento di fondo, una modalità abituale ed esistenziale di procedere, uno stile di vita?
Tra questi due tempi si dà una intima relazione: il discernimento inteso nel primo modo si pone come scuola e metodo per raggiungere il discernimento inteso nel secondo modo che, pertanto, si presenta come traguardo da raggiungere e fine da conseguire, abitudine al discernimento lungo tutto il cammino della vita.
Ogni discernimento che sia puntuale e/o diventi un’abitudine desidera valutare e scegliere i mezzi migliori per giungere a una risposta concreta alla chiamata di Dio, alla Sua volontà.
Ricordava il card. Martini che la volontà di Dio consiste in un piano divino personale e comunitario; Egli educa il suo popolo come un tutto, passando attraverso le singole risposte personali ed educa ciascuno di noi per il maggior bene di tutto il popolo: la sua educazione è a un tempo personale e comunitaria [9].
La via del discernimento spirituale presuppone quindi il trovarsi all’interno del generale piano di Dio e la conoscenza di esso. Tuttavia il discernimento, rivolgendosi alle scelte concrete della vita, lo porta avanti e lo precisa: infatti non riguarda quello che è bene in sé, il piano di Dio in generale, ma quello che è bene per me, qui ed ora, in favore del maggior bene universale e della maggior gloria di Dio [10].
Come Dio comunica nel concreto la Sua volontà, il Suo piano di salvezza e il desiderio che il Suo amore venga accolto dall’uomo e condiviso con gli altri, nel dono di sé? Dio si lascia comprendere, comunicando con la singola persona grazie a dei segni particolari, adatti a essa, non solamente con indicazioni comuni a tutti gli uomini. Questi segni possono essere esterni e interni: esterni sono i talenti della perso
na, i fatti e segni dei tempi; interni o interiori sono le mozioni, pensieri e affetti che la persona riconosce dentro sé.
Questi segni sono come voci, come parole espresse in un linguaggio particolare. Utilizzando un’immagine metaforica, potremmo dire che le consonanti e le vocali di questo particolare linguaggio di Dio sono appunto questi segni esterni o interni (la sua azione su di noi e nella nostra storia attorno a noi); la grammatica e la sintassi sono date dal collegamento e dall’ordine tra questi fatti e azioni medesime.
Bisogna saperli riconoscere, interpretare alla luce della Parola, sceglierli: in ciò consiste l’arte del discernimento. Grazie a questo processo si può cogliere in profondità quali desideri dell’uomo s’incontrano con le consonanti e vocali di Dio e costruire insieme il futuro per il bene dell’umanità, nello spazio e nel tempo affidato.

Le tappe del discernimento

Quali tappe può dunque percorrere chi si sente chiamato al discernimento?
Sinteticamente, seguendo la proposta del documento di preparazione al Sinodo [11], potremmo descrivere il percorso in tre tappe, attraverso i tre verbi: riconoscere, interpretare, scegliere [12].
In ciascuna tappa, delineata da questi verbi, agiscono tutte le facoltà dell’uomo; ma ogni tappa sembra segnata in particolare dall’esercizio di una facoltà: memoria, intelletto e volontà [13].
Questo processo a tappe, proposto dal Documento, si può evincere anche dal titolo che Ignazio di Loyola dà alle sue regole del discernimento per la prima settimana di Esercizi Spirituali: «Regole per sentire e riconoscere in qualche modo le varie mozioni che si producono nell’anima, per accogliere le buone e respingere le cattive» [14].
Sarà dalle indicazioni del Documento e dalle riflessioni del santo basco che ci faremo aiutare per comprendere il processo del discernimento.

Riconoscere

In questa prima tappa si tratta di diventare coscienti di come quello che avviene fuori dell’uomo e accanto a esso incida sulla interiorità. Si riportano così tutti i dati percepiti al presente di se stessi: questo è il tempo di ricordare quello che si è vissuto. L’aiuto decisivo è dato dalla facoltà della memoria. È il tempo per riconoscere, percepire le mozioni e le ispirazioni interiori, identificarle, dare loro un nome e familiarizzarsi con la loro presenza e incidenza.
Questo è il momento in cui chi desidera discernere, prima di formulare un qualsiasi giudizio, è invitato ad accogliere qualsiasi movimento interiore lo attraversi, per il fatto stesso che è quello che sta provando e non altro. A questo primo livello si tratta solo di constatare quello che è in me: riconoscere, per esserne consapevoli e non lasciarsi agire da emozioni, pensieri e sensazioni; solo così, successivamente nella seconda tappa, si potrà agire su di esse, grazie all’intelletto e alla volontà.
Un’icona biblica che, tra le tante, potrebbe aiutare a comprendere e vivere questo primo momento è il sogno di Salomone a Gabaon [15] quando Dio si rivolge al giovane re. Alla domanda divina su quello che desiderava Salomone ricevere per poter regnare su Israele, dopo il glorioso padre Davide, il giovane risponde chiedendo ‘semplicemente’ un cuore docile all’ascolto, capace di riconoscere quello che succede, accogliendo la realtà come si presenta e saper da qui operare scelte sapienti, avendo distinto il bene dal male.

Interpretare

Raccolti i dati dell’interiorità, ora possono essere interpretati, compresi, grazie al confronto con le esigenze proposte dal Vangelo, i bisogni dell’umanità e del prossimo, esaminando, ponderando e giudicando il tutto attraverso un paziente lavorio dell’intelletto. Questo è il momento del discernimento delle ‘mozioni’ o movimenti interiori del cuore. È il momento d’interpretare quello che si è riconosciuto alla luce della Parola di Dio. In questa fase, oltre alla memoria, la facoltà dell’intelletto permette di diventare sempre più lucidi rispetto a ciò che si è percepito.
A questo punto del processo di discernimento vengono in nostro aiuto i criteri e le regole del discernimento spirituale, in particolare le intuizioni ignaziane.
Da premettere comunque che ogni valutazione nel discernimento avviene necessariamente all’interno di una relazione personale con Gesù Cristo e nella sua sequela. Egli è la fonte e il modello delle nostre scelte. Per questo il discernimento comporta, nel soggetto umano che lo opera, familiarità con Cristo e adesione alla sua missione: l’annuncio del Regno di Dio grazie a uno stile di vita segnato dall’essere piuttosto che dall’apparire, dal condividere piuttosto che dal possedere, dal servire invece che dal potere.
Secondo la visione di Sant’Ignazio di Loyola: «Presuppongo che esistono in me tre tipi di pensieri, cioè uno mio proprio, che deriva unicamente dalla mia libertà e dalla mia volontà, e gli altri due che provengono dall’esterno, uno dallo spirito buono e l’altro dallo spirito cattivo» [16].
Pertanto nel cammino del discernimento l’uomo è invitato a riconoscere dove si presenta Dio, dove la sua Parola entra nel cuore dell’uomo e lo invita ad agire e dove, invece, un’altra parola, un altro pensiero si presenta e agisce nel cuore dell’uomo chiudendolo al Padre e ai fratelli.
Lo spirito buono parla in Dio, quello cattivo nel Divisore, il Diavolo (da dia-ballo che in greco significa ‘gettare attraverso’, ‘clividerel che divide dagli altri, da Dio e nell’uomo stesso.
Quando è sotto l’azione dello spirito buono, l’uomo si trova come investito da uno spirito di positività, di autenticità e, insieme, di universalità, di pienezza, di integrazione, di armonizzazione delle differenze, di larghezza e di apertura dello spirito. Chi discerne viene a percepirsi come un essere che dall’interno si espande verso l’esterno, in spirito di carità e di amore verso gli altri. In questo movimento egli prova un senso di scioltezza, di pace, di tranquillità e di luce. Si coglie in consolazione, cioè sotto l’azione del Consolatore, dello Spirito di Dio.
All’opposto, quando è sotto l’azione dello spirito cattivo, l’uomo cerca di tenere tutto nascosto, si sente portato al particolarismo, percepisce dentro di sé angustia, ripiegamento e chiusura; pertanto, si sente immesso in una dinamica di egoismo, di divisione, di polarizzazione verso gli estremi opposti. In questo dinamismo interiore l’uomo si percepisce piuttosto come un essere che si chiude e prova un senso di vuoto, di strettezza, di schiavitù, di confusione, di ambiguità, di insicurezza, di paura o di forza (ma solo nel criticare), nel puntare il dito contro gli altri e contro tutto, nell’accusare e nel darsi alle sottigliezze di argomentazioni astratte e irreali. Si coglie in desolazione.
Per chi nella vita è consapevole di dirigersi dal bene al meglio e verso il fine per cui è creato, cioè in una percezione sempre più profonda di essere figlio di Dio e fratello tra gli uomini, possiamo dire in generale che la consolazione viene da Dio e che la desolazione viene dal Divisore, dato che vuol ostacolare chi procede bene nella sua vita e perciò interviene in maniera discordante e dissonante rispetto al cammino della persona.
Per chi procede di male in peggio e sempre più si allontana dal fine, cioè all’opposto, chiudendo il proprio orizzonte di vita a se stesso, la consolazione viene dal Diavolo, che vuol incoraggiare la persona a perseverare nella via intrapresa, mentre la desolazione proviene da Dio, che cerca di rimordere la coscienza e di fare invertire la rotta.
L’arte del discernimento richiede, come si può notare, una continua attenzione a se stessi, non solo all’inizio di un cammino. Occorre essere maggiormente attenti proprio quando si procede nel bene. Proprio in quelle situazioni può capitare infatti che il Divisore si presenti sotto le sembianze di un pensiero positivo, di un’emozione forte, di un’intuizione interessante e apparentemente capace di donarci gioia. Dice Ignazio di Loyola: «È proprio dell’angelo cattivo, che si trasforma in angelo di luce, entrare con il punto di vista dell’anima fedele e uscire con il suo: suggerisce, cioè, pensieri buoni e santi, conformi a quell’anima retta, poi a poco a poco cerca di uscirne attirando l’anima ai suoi inganni occulti e ai suoi perversi disegni» [17].
Queste parole scritte da Ignazio, Egli le ha vissute personalmente, come, per esempio, all’inizio del suo cammino di conversione, quando decise d’impegnarsi nuovamente negli studi per servire meglio il prossimo: «… ma una cosa lo disturbava molto, ed era che, quando si metteva ad imparare a memoria, come è necessario fare agli inizi dello studio di grammatica, gli venivano nuove intelligenze di cose spirituali e nuove consolazioni in una maniera così forte, da non poter imparare a memoria e da non poterle scacciare, nonostante vi facesse molta opposizione. E così, riflettendovi sopra molte volte, si diceva tra sé: “Neppure quando mi metto a pregare o quando sono a Messa, mi vengono intelligenze così vive come queste”; a poco a poco, venne a riconoscere che quella era una tentazione» [18].
Nel discernimento si tratta di prestare dunque una grande attenzione agli effetti delle mozioni stesse per cogliere che cosa l’uomo debba operare nella specifica situazione nella quale si trova, se cioè debba accettare e seguire oppure rifiutare e contrastare queste mozioni.
L’icona biblica che può indicare questa situazione di discernimento potrebbe essere l’esperienza della presenza di Dio che Elia vive e comprende sul Monte Oreb [19]. Elia fugge dal re Acab e dalla moglie Gezabele. Nel suo cammino, scoraggiato dall’essere rimasto solo e minacciato di morte, si ritrova all’Oreb. Qui Dio si fa di nuovo presente: Elia è intelligente, cioè capace di leggere dentro quello che avviene, perché riconosce questa volta il Signore non più presente, come era solito il divino, nei segni del terremoto, del vento e del fuoco, bensì in una brezza leggera.
Elia ebbe occhi attenti a valutare in quella brezza leggera il Signore che gli indicava che in realtà non era rimasto solo.
Ora Elia può scendere dall’Oreb, riprendere la sua missione con occhi nuovi e rinnovato vigore, essendo riuscito, per dono divino, a interpretare una situazione nuova.

Scegliere

Questa la tappa finale di tutto il processo di discernimento è il momento nel quale l’uomo nella libertà sceglie, rispondendo a una chiamata divina, giungendo a una risoluzione, possibilmente precisa, puntuale e concreta.
Tra le molteplici decisioni, si danno fondamentalmente due tipi di impostazione delle scelte che l’uomo prende sotto l’azione dello Spirito: il primo tipo riguarda la scelta tra bene e male, tra opzioni alternative; il secondo tipo tra due beni positivi, e qui la necessità della scelta del ‘bene maggiore’. In questo secondo caso, il discernimento si pone come ricerca del ‘meglio’ o di ‘quello che meglio conduce al fine’ secondo le possibilità e capacità del singolo soggetto.
La scelta concreta, quella del ‘che cosa fare qui e oggi?’, nel discernimento viene compresa come una concretizzazione del ‘come’ e del `chi’: del come condurre evangelicamente la propria esistenza e della persona su cui giocare la propria vita.
Ecco perché il cammino del discernimento ha qui una tappa decisiva ma non l’unica: i due passi precedenti hanno permesso d’identificare con chiarezza il ‘chi’ e il ‘come’ della propria vita.
Per un cristiano la scelta del ‘che cosa fare’ in concreto per il Regno di Dio (per esempio la scelta dello stato di vita) presuppone la scelta dello stile di vita adottato da Cristo, la scelta del ‘come’ vivere che è proprio di Cristo. Questa scelta, a sua volta, comporta la scelta del `chi’, della persona di Cristo: si tratta della scelta di seguire Cristo, di stare con Lui, di servirlo da discepolo.
Grazie a questa chiarezza interiore si può giungere poi alle diverse scelte ‘esteriori’, perché sono le realtà interne quelle da cui deriva l’efficacia per quelle più esterne. La scelta del ‘che cosa fare’ è più esterna della scelta del ‘come’, e similmente la scelta del ‘come’, a sua volta, è più esterna della scelta del ‘chi’. Ogni scelta concreta dunque è conseguenza della propria impostazione di vita; da qui è possibile anche comprendere quali siano le scèlte immutabili (Cristo e la sua modalità di annunciare il Regno e dunque la scelta di vita, la vocazione) e quelle mutabili (le scelte quotidiane e dunque le vocazioni della quotidianità).
L’icona biblica che può illuminare questa ultima tappa, risolutiva e sintetica delle precedenti, può essere identificata nell’incontro di Pietro e Giovanni con lo storpio paralitico alla porta del tempio [20]. C’è un incontro fatto di sguardi, in cui Pietro riconosce la condizione dello storpio, riconosce le sue esigenze e gli dona semplicemente quello che ha ricevuto: l’amore del Signore. L’esperienza dell’essere stato amato ora per Pietro si fa dono agli altri. Nello stesso stile di Gesù, giunge ad agire in favore dello storpio. E si realizza così l’annuncio del Regno.

Conclusione

Il presente lavoro ha tentato di riprendere, secondo la prospettiva ignaziana, alcune delle indicazioni del Documento preparatorio al Sinodo. Certamente sarà necessario approfondire ancora i diversi aspetti perché possano diventare validi strumenti per il discernimento e le scelte quotidiane. Il Documento comunque rappresenta certamente uno stimolo teorico e concreto per aiutare i giovani a far sì che il discernimento diventi la modalità abituale con cui affrontare la realtà. Una realtà, come dice papa Francesco, che «nella vita non è tutto nero su bianco o bianco su nero. No! Nella vita prevalgono le sfumature di grigio. Occorre allora insegnare a discernere in questo grigio» [21].

NOTE

1 Cfr. Sinodo dei Vescovi – xv assemblea generale ordinaria, I giovani, la fede e il discernimento vocazionale, in www.vatican.it.
2 Cfr. Francesco, Oggi la Chiesa ha bisogno di crescere nel discernimento. Un incontro privato con alcuni gesuiti polacchi, «La Civiltà Cattolica», 2016, 3, pp. 345-349.
3 Cfr. M. Costa, L’arte del discernere: premesse, criteri e regole, «Credere oggi», 127 (2002), pp. 51-80.
4 La difficoltà di scegliere, in particolare dei giovani, è ben delineata nel paragrafo «I giovani e le scelte» del Documento preparatorio.
5 C.M. Martini, Il Vangelo per la tua libertà. Itinerario Vocazionale, Àncora, Milano 2004, pp. 16-17.
6 Cfr. Rm 12,1-2.
7 Secondo Silvano Fausti: «Discernere e decidere è un’arte, e come tale anche una tecnica. La può imparare chi si applica con esercizio e impegno. Ci vuole ispirazione ed educazione, istinto e fatica, natura e cultura», in S. Fausti, Occasione o tentazione? Arte di discernere e decidere, Ancora, Milano 1997.
8 E importante la figura di un accompagnatore esperto, che rappresenti la comunità cristiana, ma soprattutto aiuti il singolo a trovare la sua strada nella libertà. Il Documento afferma che «si tratta di favorire la relazione tra la persona ed il Signore, collaborando a rimuovere ciò che la ostacola. (…) La guida spirituale rinvia la persona al Signore e prepara il terreno all’incontro con Lui».
9 Cfr. C.M. Martini, Dio educa il suo popolo. Programma pastorale per l’anno 1987-88, Centro Ambrosiano, Milano 1987, pp. 25-26.
10 Così la Compagnia di Gesù (i gesuiti) identifica lo scopo del singolo e della comunità. Costituzioni della Compagnia di Gesù [258]: «… mosso dal desiderio del bene maggiore e più universale della Compagnia, che è ordinata ad un servizio di Dio ed a un bene delle anime più grande e più universale e di loro maggior profitto spirituale (…) ma tutto si svolga con maggior edificazione di ognuno, a maggior profitto delle anime e a gloria di Dio nostro Signore», in Sant’Ignazio di Loyola, Gli Scritti, Adp, Roma 2007.
11 In particolare il capitolo «Il dono del discernimento» del Documento preparatorio.
12 In altri termini, così si esprime Silvano Fausti: «Innanzitutto devi avvertire i moti del cuore. Se non li avverti, sei incosciente. Non agisci: sei semplicemente agito dalle tue pulsioni, senza neanche sapere che ci sono o quali sono. A questa avvertenza arrivi con l’esame della coscienza, che ti rende il cuore sempre più trasparente. Ma non basta avvertire; devi anche conoscere se portano al bene o al male, altrimenti sei irresponsabile: non sai da dove viene e dove va la tua azione. Ma non basta avvertire e conoscere. La coscienza e la responsabilità hanno uno scopo pratico: tutto si gioca nella libertà di trattenere ciò che è buono e respingere ciò che è cattivo. Se non fai ciò, non sei ancora libero! Questo è tutto il tuo lavoro spirituale, da cui dipende la realizzazione o il fallimento del tuo ritorno a casa», in S. Fausti, Occasione o tentazione? Arte di discernere e decidere, Ancora, Milano 1997.
13 Cfr. J. Thomas, Il segreto dei Gesuiti. Gli Esercizi Spirituali, Piemme, Casale Monferrato 1986, pp. 34-37 (orig. francese, Le secret des Jésuites. Les Exercices spirituels, ed. Desclée de Brouwer, Paris 1984).
14 Esercizi Spirituali [313], in Sant’Ignazio di Loyola, Gli Scritti.
15 Cfr. 1Re 3 ,4 -15 .
16 Esercizi Spirituali [32], in Sant’Ignazio di Loyola, Gli Scritti.
17 Esercizi Spirituali [332], in Sant’Ignazio di Loyola, Gli Scritti.
18 Autobiografia [54-55], in Sant’Ignazio di Loyola, Gli Scritti.
19 1Re 19,1-18.
20 At 3,1-10.
21 Francesco, «Oggi la Chiesa ha bisogno di crescere nel discernimento. Un incontro privato con alcuni gesuiti polacchi», «La Civiltà Cattolica», 2016, 3, p. 349.

 

(La Rivista del Clero Italiano, 5/2017, pp. 378-388)