Qual è il valore  della mia vita? 

Sorella Sylvie – Bose

16 agosto 2017

In quel tempo 24 Gesù disse ai suoi discepoli: «Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. 25 Perché chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà. 26 Infatti quale vantaggio avrà un uomo se guadagnerà il mondo intero, ma perderà la propria vita? O che cosa un uomo potrà dare in cambio della propria vita? 27 Perché il Figlio dell’uomo sta per venire nella gloria del Padre suo, con i suoi angeli, e allora renderà a ciascuno secondo le sue azioni. 28 In verità io vi dico: vi sono alcuni tra i presenti che non moriranno, prima di aver visto venire il Figlio dell’uomo con il suo regno».
Mt 16,24-28

Gesù, davanti alle difficoltà della vita e al rifiuto della sua predicazione, vale a dire della sua persona, non si lascia confondere, non si lascia disorientare: “Il Figlio dell’uomo sta per venire nella gloria del Padre suo”. Così come davanti a un terreno accidentato l’atleta mira al traguardo, così Gesù legge la sua storia alla luce del fine, dell’escatologia. Questo gli permette di conferire profondità e senso agli eventi che si preannunciano tenebrosi: nei versetti precedenti ha cominciato infatti a spiegare ai suoi discepoli che sarà ucciso a Gerusalemme.
Situare la propria vita davanti alla morte è l’esercizio che Gesù insegna a fare per andare all’essenziale, per non perdere il senso. Non vivo per puro caso ma vivo per realizzare in me la vita che Dio mi ha affidato, ossia per realizzare l’amore, sapendo che l’amore è l’unica realtà che Dio salva e che è più forte della morte. Allora e solo allora posso guardare la realtà in faccia, avere il coraggio, come Gesù, di rinnegare me stesso e di prendere la mia croce. Gesù non ci chiede un sacrificio morboso, il suo non lo è stato. La croce è stata l’apoteosi dell’amore di fronte all’odio più totale e più cinico: uccidere l’innocenza e la verità inerme. La croce, come l’ha vissuta Gesù e come ci chiede di viverla, rivela un cammino di liberazione dalla prepotenza. Se si perde la vita per seguire Gesù è per ritrovarla nelle mani del Dio della vita. D’altronde, quando Gesù annuncia la morte, lo fa solo in vista della vita, una vita salvata e assunta da Dio, la sola vera vita (cf. Mt 16,21.25). È vera perché è ricevuta e donata per amore e non per morboso sacrificio.
Prendere la propria croce è una questione di scelta e di responsabilità proposta ai discepoli. Una libera scelta che diventa possibile, poco a poco, durante tutta la vita, soltanto se si è conosciuto l’amore di Cristo per noi, perché è questo che ci dà la forza di fare la scelta del bene e dell’amore malgrado tutto, come ha fatto Gesù.
Prendere la croce è impegnarsi nella lotta contro gli idoli: quelli esterni che ci attirano perché trovano una risonanza in noi e quelli interni che per natura ci dominano. Possiamo leggere il versetto 26: “Quale vantaggio avrà un uomo se guadagnerà il mondo intero, ma perderà la propria vita?” alla luce di Matteo 4,5.8-9 in cui il diavolo dice: “I regni del mondo e la loro gloria io ti darò se mi adorerai … e se sei Figlio di Dio gettati giù”. La nostra vita e identità sono in gioco. Qual è il valore della mia vita? Prendere la croce non è né un gettarsi giù simbolico rinnegando la propria identità profonda di figli amati da Dio, preferendo sacrificare l’amore per gli altri all’amore egocentrico, né una consegna di sé alla gloria, al potere o a una qualunque forma di vita che disumanizza. Sono idoli sempre promessi e a portata di mano che ci gettano giù e ci crocifiggono nell’inferno interiore dove non riusciamo più a percepire il senso e il traguardo: “Il figlio dell’uomo sta per venire e renderà a ciascuno secondo le sue azioni”, secondo le sue scelte.