Piccolezza: grandezza nell’amore

sorella Antonella – Bose

21 agosto 2017

In quel tempo i discepoli si avvicinarono a Gesù dicendo: «Chi dunque è più grande nel regno dei cieli?». 2Allora chiamò a sé un bambino, lo pose in mezzo a loro 3e disse: «In verità io vi dico: se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli. 4Perciò chiunque si farà piccolo come questo bambino, costui è il più grande nel regno dei cieli. 5E chi accoglierà un solo bambino come questo nel mio nome, accoglie me.
6Chi invece scandalizzerà uno solo di questi piccoli che credono in me, gli conviene che gli venga appesa al collo una macina da mulino e sia gettato nel profondo del mare. 7Guai al mondo per gli scandali! È inevitabile che vengano scandali, ma guai all’uomo a causa del quale viene lo scandalo!
8Se la tua mano o il tuo piede ti è motivo di scandalo, taglialo e gettalo via da te. È meglio per te entrare nella vita monco o zoppo, anziché con due mani o due piedi essere gettato nel fuoco eterno. 9E se il tuo occhio ti è motivo di scandalo, cavalo e gettalo via da te. È meglio per te entrare nella vita con un occhio solo, anziché con due occhi essere gettato nella Geènna del fuoco.
10Guardate di non disprezzare uno solo di questi piccoli, perché io vi dico che i loro angeli nei cieli vedono sempre la faccia del Padre mio che è nei cieli.
Mt 18,1-10

“Chi è il più grande nel regno dei cieli?”. Questa domanda non esce dalla bocca di folle anonime, ma dalla bocca di discepoli che stavano con il Signore giorno dopo giorno, assidui nell’ascolto della sua parola. Gesù non si scandalizza della domanda, comprende che abita il cuore dell’uomo per un bisogno esistenziale di riconoscimento e di realizzazione. Il punto non è eliminare la domanda, ma comprendere cosa significa. E prima di dire qualcosa Gesù fa un gesto: pone un bambino al centro della comunità, tra sé e i suoi discepoli. Un bambino: colui che è niente, è puro bisogno, dipendenza; il suo essere è essere di qualcuno: se è di nessuno non può vivere. E dopo questo semplice gesto inizia a dire: “Amen, in verità vi dico”.
I discepoli parlano di grandezza e Gesù paradossalmente proferisce parole sulla piccolezza. Una risposta in un certo senso provocatoria, enigmatica e controcorrente rispetto alle attese. Gesù sentenzia con parole autorevoli e chiede conversione perché solo chi accetterà di rovesciare le misure di valore di questo mondo (denaro, potere e successo) sarà grande nel regno dei cieli. L’unità di misura della grandezza secondo il vangelo sta nel farsi piccoli. Perché la grandezza è quella di Dio che non occupa un posto, che lascia spazio perché è Amore e la grandezza dell’Amore sta nel suo restringersi per essere puro spazio di accoglienza per gli altri. Vuol dire concepire l’altro, averlo al centro del proprio cuore, del proprio pensare e agire. Conversione necessaria non per essere dei bambini ma per diventare come bambini, cioè figli che tutto ricevono dal Padre, tutto ricevono in dono e per questo sono capaci a loro volta di essere dono.
Rinascere a vita nuova e sapere di essere figli vuol dire diventare grandi come Dio e veri adulti. Diventare come bambini è diventare figli e se siamo figli possiamo essere fratelli. Solo se accettiamo la nostra identità di figli possiamo creare la fraternità. Gesù non ha parlato molto di fraternità. Tutti i suoi incontri con gli stranieri, come con i ricchi e i peccatori, ci mostrano la sua volontà di essere fratello universale di tutti. Questa è la fraternità vissuta da Gesù e da lui richiesta ai suoi discepoli, dunque anche a noi.
La fraternità-sororità può sembrare una situazione naturale, ma in realtà essa è sempre un compito che sta davanti a noi. Va costruita giorno dopo giorno perché non è spontanea né si stabilisce con una legge. Essa può nascere solo da una decisione personale e responsabile perché fragile, contraddetta dall’istinto del male che è accovacciato alla porta del cuore di ciascuno di noi. Quando questo istinto non è dominato, quando siamo schiavi del nostro egoismo, allora la morte regna e la fraternità è sconfitta. La fraternità è legame d’amore in cui vivere la sequela di Cristo, luogo di rivelazione dei nostri limiti, delle nostre falsità più profonde e meglio celate, ma anche luogo in cui regna il perdono reciproco e luogo concreto e reale in cui perdere la propria vita. Eppure essa stessa è il luogo reale della liberazione dai nostri idoli seducenti e mortiferi. Solo se siamo disposti a pagarne il prezzo potremo cantare: “Come è bello e dolce che i fratelli e le sorelle vivano insieme”.