Generazioni senza voce

Ivan Rauti [1]

Non esiste, in alcuno modo, un criterio universalizzabile di leggere il mondo giovanile di oggi (e neanche di ieri…).
Ogni approccio è parziale e viziato da ideologie o punti di vista diversi; generalmente, poi, la realtà giovanile, presa in considerazione, appartiene ad un determinato contesto e a determinate condizioni storiche. Per cui è vano tentare un’analisi oggettiva sia di tipo sincronico, che abbracci tutti i contesti di una stessa epoca, sia di tipo diacronico, che tenti di verificare le mutazioni di uno stesso contesto giovanile.
Tuttavia, non di rado, si è avuto a che fare con stigmatizzazioni delle generazioni giovanili che si sono succedute, soprattutto negli ultimi decenni del secolo scorso, nonché in quello attuale, caratterizzate da «sigle» o «slogans» di diverso tipo, ma sempre unilaterali e tendenzialmente massificanti. Qui ci limitiamo a sottolineare quelle presenti soprattutto in ambito europeo e, più specificamente, italiano.

Le caratterizzazioni giovanili dei decenni passati

La ricerca sociologica, soprattutto in campo giovanile, ha attraversato diverse fasi, ma si è concentrata in modo più oculato sulle dinamiche che sottendono la cultura delle giovani generazioni, soprattutto a partire dagli anni Settanta.
Ci troviamo, nel nostro paese, a vivere quel momento che passerà alla storia come «anni di piombo», per i numerosi episodi di violenza organizzata che si succedono in questo decennio. Sono anni in cui vi è un’instabilità politica sul piano internazionale, e anche l’Italia risente, in qualche modo, di una certa spinta anarchica, proveniente da alcune frange estremiste.
Non a caso, i sociologi di quegli anni identificano tale momento come generazione dal pugno chiuso, utilizzando un’immagine molto evocativa, anche se, evidentemente, parziale. Ciò che caratterizza questa frangia è una forma di «terrorismo ideologico», letto troppo spesso con un filtro sociologico, limitando altri approcci interpretativi.
Una sfida di fondo caratterizza tale generazione; una sfida spesso definita «simbolica», che tende a mettere da parte negoziazioni e compromessi: si sferrano attacchi tesi a «dimostrare» qualcosa.
Umberto Galimberti fa notare che, in effetti, non sempre i giovani di tale generazione sono consapevoli di questa loro caratterizzazione; infatti, afferma:
«Non dico che i giovani dal pugno chiuso ne siano consapevoli, ma questo non ha rilevanza, perché il simbolico opera ogni volta che tra due contraenti si verifica quella situazione per cui uno dei due non ha più potere contrattuale. E questo può essere avvenuto negli anni sessanta e settanta quando lo stato, dopo il miracolo economico e l’introduzione di solide garanzie previdenziali, ha riempito la società di doni senza la possibilità del contro-dono (…).
Il dono del lavoro, il dono del salario, il dono dei beni da consumare, il dono del tempo libero, il dono dei media e dei loro messaggi, tutto naturalmente sotto il monopolio del codice che non permette di replicare. Poi il dono della protezione, della sicurezza, della gratificazione, della partecipazione sociale, naturalmente nelle modalità previste. Ma comunque tali da non consentire a nessuno di sfuggire».[2]
A cavallo fra gli anni Ottanta e Novanta, hanno avuto la meglio altre definizioni; si è parlato, in particolare, di generazione degli svuotati, o degli sprecati o, ancor più enigmaticamente, di generazione X…, l’incognita per eccellenza.
Quello che, sembrerebbe, abbia caratterizzato questa generazione è l’«immediatezza», l’incapacità di progettare a lungo termine, unita ad una forte carica emotivo-sentimentale sempre, però, tesa al momento, alla fugacità.
Si tratta di una generazione altalenante, in cui molto spazio viene dato all’eccesso, all’ansia di superare il limite, di sperimentare e anche di contestare.
Sono gli anni in cui il mito americano si impone soprattutto nella sua indole commerciale; si parla di una vera e propria emigrazione mentale che, per certi versi, ancora oggi porta verso quella che Pasolini chiamava omologazione planetaria, e che intravedeva come il più grande rischio per le generazioni future, perché avrebbe presto innescato una violenta crisi d’identità. Siamo di fronte all’aspetto più ambiguo e pericoloso della globalizzazione.
Una delle letture più recenti parla di generazione Q, ovvero «dal basso quoziente intellettivo ed emotivo» (la definizione è del sociologo tedesco Falko Blask).[3]
Coloro che vengono identificati in questa generazione, sarebbero affetti da sociopatia o psicopatia; si tratta di due condizioni psicologiche per cui il soggetto non prova alcuna risonanza emotiva per le azioni che compie, anche le più criminose. Le caratteristiche del sociopatico sono: immaturità affettiva, incapacità di esprimere sentimenti positivi, vita sessuale impersonale, apatia morale (è il caso di molti dei ragazzi del cavalcavia o di molti studenti che hanno trucidato i loro compagni).[4]
Secondo Falko Blask la sociopatia sarebbe il modo di vivere di una intera generazione, caratterizzata dall’incapacità di stabilire relazioni autentiche, dal dominio dell’irresponsabilità, dalla perdita della propria identità, dal rifiuto della comunicazione.
È qui che si insinua, secondo l’intuizione di Galimberti, lo spettro nichilista che, spesso, si concretizza in gesti truculenti, compiuti senza alcun movente quando non, addirittura, per noia…
Tutte le generazioni che abbiamo preso in esame sono attraversate da questo elemento.
Come scrive, ancora, U. Galimberti:
«(…) I giovani, anche se non sempre ne sono consci, stanno male. E non per le solite crisi esistenziali che costellano la giovinezza, ma perché un ospite inquietante, il nichilismo, si aggira tra loro, penetra nei loro sentimenti, confonde i loro pensieri, fiacca la loro anima, intristisce le passioni rendendole esangui. Le famiglie si allarmano, la scuola non sa più cosa fare. Solo il mercato si interessa di loro per condurli sulle vie del divertimento e del consumo, dove ciò che si conusma è la loro stessa vita, che più non riesce a proiettarsi in un futuro capace di far intravedere una qualche promessa».[5]
Venendo ai nostri giorni, come potremmo definire la giovani generazioni? Senz’altro è vero quanto afferma Galimberti, ma non possiamo fermarci ad una interpretazione unilaterale. Sarebbe troppo poco ridurre i giovani del nostro tempo ad una generazione nichilista.
In realtà, oggi più che mai, la realtà giovanile si impone in tutta la sua complessità e poliedricità.
Si sono sentite le definizioni più ridicole e strampalate; si è parlato (e spesso si parla tuttora, soprattutto in Italia) di sms generation, tvb generation, 3msc generation (con allusione al fenomeno giovanilista dei libri di Federico Moccia… con annessi film para-adolescenziali), i-pod generation, yt generation e, ultimamente, di fb generation.
Senz’altro si tratta di sforzi notevoli… ma eccessivamente sbilanciati sulle conseguenze più che sulle cause. Il fatto che sia mutato il modo di comunicare che ha creato, di conseguenza, un mutamento nella stessa comunicazione, ha reso i nostri giovani, nello stesso tempo, carnefici e vittime di fronte al sistema fagocitante di un mondo ridotto ad «abbreviazioni&sigle».
È necessario, di conseguenza, lo sforzo di andare oltre queste conclusioni affrettate…
Non sono gli strumenti utilizzati dai giovani, fossero anche gli ultimi ritrovati della tecnologia, a caratterizzare la loro generazione, quanto il substrato socio-culturale che ne genera l’esigenza, anzi, la «dipendenza» da essi.

IL SILENZIO E IL SIMBOLO

Potremmo tentare, in modo originale, ma non senza contraddizione, un’analisi biunivoca, attraverso due vettori fondamentali, che ci sembrano nascondersi dietro il binomio isolamento/desiderio di comunicare: il silenzio e il simbolo.
Cerchiamo ora di chiarire questi termini, spingendoci un po’ oltre nell’analisi delle nuove generazioni.
Anzitutto, il silenzio.
Da più parti si sente parlare di mute generation, generazione muta; e, generalmente, si fa riferimento ad una certa forma di incomunicabilità intergenerazionale. Ma stanno davvero così le cose?
L’aggettivo «muto» indica una impossibilità, un handicap che blocca la comunicazione, prescindendo dalla volontà. Parlare di «generazione muta», quindi, vorrebbe dire parlare di una generazione che «non può parlare» quando non, addirittura, di una generazione che non ha nulla da dire.
È una interpretazione surrettizia. Probabilmente sarebbe opportuno sostituire l’aggettivo mute con il più adeguato silent. Generazione silenziosa, è forse questo il tratto caratteristico di molte nostre realtà giovanili. È il silenzio che, spesso, fa da padrone.
La differenza non sta solamente nella portata semantica dell’aggettivo silenzioso rispetto a muto – il primo aggettivo, infatti, a differenza del secondo, suppone un’adesione della volontà oltre che una possibilità oggettiva di parlare – ma anche nel backstage, ovvero nei fattori che scatenano questo silenzio.
Soffermiamoci un istante ad analizzare, dunque, questo «silenzio» e portiamone in luce le possibili cause.
Generalmente quando si parla di silenzio nell’ambito del mondo giovanile, si dà sempre ad esso un’accezione negativa e lo si riconduce ad un disagio di fondo.
In effetti un inquietante silenzio in età giovanile non può che destare preoccupazione, specialmente se lo si sperimenta a ridosso degli anni della post-pubertà, quando lo sviluppo ormonale coincide con il «debutto» nell’ambito delle relazioni e della ricerca della differenziazione sessuale.
In sostanza, quindi, non esistono giovani che non parlano ma, piuttosto, giovani che non vogliono parlare o non possono parlare o, ancora più grave, non sanno con chi parlare, perché non c’è nessuno che li ascolti.

Silenzio come dolore nascosto

Si è parlato, spesso, di questa difficoltà comunicativa, come di un dolore nascosto, soprattutto nell’età adolescenziale; questo dolore ha diverse sfaccettature.
Ne sottolineiamo alcune.
Dolore di crescere: davanti all’impossibilità di superare le fasi della vita mettendo fra parentesi il dolore, si cerca un modo per esorcizzarlo; il più delle volte lo si fa trovando vie di fuga maldestre e devianti, che generano un dolore spesso ancora più grande. Questo atteggiamento mette in luce una estrema fragilità, che genera un silenzio assordante e spesso impenetrabile.
Dolore di cambiare: nasce, di solito, davanti a «svolte» drastiche nell’esistenza del giovane; non solo quelle legate ad eventi come la malattia e la morte, ma anche a difficoltà economiche familiari, a cambi improvvisi di abitudini e stili di vita, o cambi di residenza o, soprattutto negli ultimi decenni, al fenomeno degli step siblings (che in italiano potremmo rendere col meno impegnativo famiglie allargate).
Dolore di ri-nascere: è lo sforzo di «rompere il guscio» di «lasciare il nido» e il suo tepore protettivo. L’età post-adolescenziale segna l’inizio di una nuova vita, segnata dalla ricerca dell’autonomia, ma anche dalla paura di trovarsi soli e senza le sicurezze che hanno accompagnato il cammino della vita fino a questo momento.
Dolore violento: è il confine invalicabile che può attraversare intere giornate di molti giovani. Moltissimi atti di violenza nascono da un’esperienza di dolore. Qui si può assistere ad una andatura parabolica, che parte dal dolore, sprofonda nel silenzio, si trasforma in aggressività e sfocia nella violenza o nella trasgressione estrema. Non di rado, influisce molto sullo sviluppo di questa violenza, il cosiddetto branco, che contribuisce al fenomeno della deindividuazione, ovvero all’annichilimento della propria identità – in un momento delicatissimo della crescita, sovente instabile – per seguire quella del gruppo di appartenenza (vedi il fenomeno delle baby gang). All’origine del fenomeno del bullismo, spesso, troviamo realtà di questo tipo.
La silent generation, quindi, attraversa in modo trasversale i nostri giovani, seppur in modo non sempre evidente; più che una generazione vera e propria, bisognerebbe definirla un tratto generazionale, una caratteristica onnipresente e una sfida quotidiana per gli educatori, qualunque sia il loro ruolo nei confronti del giovane.

Simboli e miti giovanili

Il discorso si fa, per certi versi, più complicato nel parlare di simbolo.
Già lo stesso termine è polisemantico, oltre ad aver subito una continua inflazione in diversi ambiti della cultura.
Il valore che vogliamo dare, in questo contesto, a tale parola, non è di natura strettamente ideologica, né filosofica, né fenomenologica. Piuttosto ci preme recuperare l’etimologia di essa – symballein = mettere insieme, unire – per evidenziare come, in molte esternazioni del mondo giovanile, via sia un insieme di retroscena e, soprattutto, come il «simbolico» in cui si esprime il mondo giovanile, rimandi al concetto di mito. Potrebbe sembrare un accostamento azzardato, ma procediamo con ordine.
Prendiamo in esame, anzitutto, il concetto di «mito»; sganciamolo subito dagli angusti spazi della letteratura classica (da cui, senz’altro, prende la sua peculiarità) per trasporlo sul fronte delle giovani generazioni. Anche nel linguaggio comune, ormai, quando si usa questo termine lo si fa con un’accezione che, pur riprendendo il suo significato originario, tende ad emanciparsi, indicando una persona, un fatto, una cosa che è «sopra le righe», fuori dall’ordinario e, per certi versi, un modello da imitare o da seguire.
Negli ultimi anni vi sono stati vari tentativi di ricostruire una vera e propria mitografia giovanile, ovvero di andare alla ricerca di qualcosa che unifichi e caratterizzi questa generazione per cui, anziché verificarne la fase produttiva (ovvero analizzare ciò che i nostri giovani riescono a fare, a realizzare, a costruire) si è cercato di mettere in risalto quegli elementi nascosti o velati che rappresentassero come un fil rouge comune, almeno a livello macroscopico.
Il mito non è mai qualcosa di statico, di chiuso, di immobile. Anzi, come afferma il teologo Vito Mancuso:
«(…) Il mito è più vero della storia. Ciò che è storico è realmente accaduto una volta, ciò che è mitico accade realmente ogni giorno. Il mito è la forma più originaria che il pensiero umano abbia elaborato per dire la verità intuita, quella verità che ci circonda da ogni parte, e che da una parte è diversa dall’altra, e che appena ci ha fatto vedere bianco subito dopo di dice nero, e sembra proprio che voglia scherzare con noi, e sarebbe un gioco bellissimo, il più emozionante di tutti, se poi non ci fosse il dolore, qualche volta, a rovinare tutto, se poi non ci fosse la morte. Quella verità, che coincide con la vita».[6]
Con i vari tentativi di interpretare e centellinare il vissuto esteriore dei giovani, ma quasi mai se ne è riusciti a coglierne il linguaggio muto, non di rado più eloquente.
L’indagine sul «mito» nei giovani, permette di andare al di là del semplice approccio psico-sociologico, dando occasione di sbilanciarsi sul piano esistenziale, e di avere la sana pretesa di entrare in contatto col mondo giovanile, prodigandosi di scrivere e narrare cose positive, non tralasciando ma superando il semplice oggettivismo negativizzante.
Uno dei maggiori studiosi, che hanno fatto del mito giovanile un cavallo di battaglia, Maurizio Stefano Mancuso, scrive:
«Voglio considerare il giovane non solo come substrato di tensioni psichiche, non solo come componente di raggruppamenti sociologici, ma anche come soggetto portatore di una dimensione esistenziale, intuitivamente riconducibile ai percorsi con cui si da senso alle cose del mondo e alle progressive scoperte dell’anima. Pur estraneo all’oggettività del dato di fatto, questo patrimonio di significati rivendica una sua autenticità e soprattutto una piena dimensione della realtà. Il cambio di prospettiva adottato vuole programmaticamente svincolarsi dal clima pesante che circonda il mondo giovanile, che mi rifiuto di considerare esclusivamente segnato dal disagio, dall’incertezza, dal malessere oppure – il che è lo stesso – dalla leggerezza o dalla vacuità. Almeno fin quando i giovani non decidono di fare il loro outing esistenziale per lasciare di stucco gli analisti, che li credevano morti e sepolti!» [7]
Ma in cosa si esprime, concretamente, questo binomio simbolo – rito?
Per capirlo non serve tanto leggere ricerche Istat o sfogliare manuali di sociologia della gioventù, quanto inoltrarsi nel mondo giovanile – tanto più del villaggio globale – e percepirne i suoni, i rumori, le parole, gli interessi, le immagini, gli sguardi. In sostanza si tratta di ri-leggere quello che molti esperti vedono su un piano consequenziale, secondo un rapporto di causa-effetto, spostando l’angolazione verso il punto di partenza di ogni manifestazione del mondo giovanile.
Ecco che, allora, anche il gesto violento e la devianza sessuale – apparentemente opposti – potrebbero avere una stessa origine simbolica, che affonda le sue radici nel «mito della sfida», evidenziato il molte espressioni culturali con cui il mondo giovanile è quotidianamente a contatto, dalla musica alla pubblicità, dai programmi trash ai siti internet giovanilisti, dai quiz di facebook (dei quali una grossa percentuale parla di sesso, e spesso in modo perverso) a certi magazine di dubbia valenza culturale, secondo cui «per essere qualcuno» bisogna aver provato esperienze estreme nell’ambito dell’intimità.

AMBITI DI UNA MITOLOGIA GIOVANILE

Potremmo raggruppare i miti del mondo giovanile i tre macroaree:
Area dei miti estremi; vi appartengono tutti quei miti che hanno a che fare con il sorpasso del limite, con la voglia di superarsi o di «lasciare il segno» nel proprio territorio o fra i propri conoscenti (compreso il «mito della sfida»). In qualche modo si potrebbe parlare anche dei miti di «essere qualcuno». Ve ne sono fra i più svariati, e attraversano i vari campi della tecnologia, della musica, dell’arte, dello sport, della politica ecc. Non hanno necessariamente accezione negativa, ma sicuramente sottendono una concezione superomistica e disincarnata che, specialmente nei soggetti più fragili, può creare un grosso divario fra l’io ideale e quello reale, con conseguenze non indifferenti per il futuro.
Area dei miti metamorfici; comprende i miti legati al cambiamento, alla trasformazione, alla creazione e alla scoperta di nuove realtà. A tale area sottende, sostanzialmente, un equivoco giovanilista, ovvero che la verità coincida con la sovversione. Ovviamente questo comporta una corsa all’azzeramento del concetto di tradizione, come anche un inseguimento del nuovo, del ribelle, del diverso, dell’eccentrico. Il giovane vuole diventare eroe del suo tempo, scardinare ogni sistema concettuale che provenga da generazioni precedenti. Vi è una ricerca spasmodica di visioni alternative, di punti di rottura.
Area dei miti egotici; ne fanno parte i miti della personalità, del mordi e fuggi o, ancora meglio, i cosiddetti miti d’iniziazione, ovvero quelli legati alla prima volta intesa in termini di «rinascita» di «nuova vita»… inoltre vi figurano i miti tesi all’autoindividuazione, all’emergere dalla massa. Sono generalmente miti che, almeno nell’immaginario collettivo, segnano in qualche modo il passaggio all’età adulta, attraverso la contestazione, la ribellione culturale, il disprezzo del sistema, il rigetto di ogni imposizione o proposta di natura etico-morale.
A questo punto, volendo tirare le somme di questa nostra speculazione brevemente ampia, dobbiamo interrogarci sulla presa di coscienza, da parte del mondo degli adulti, di doversi confrontare con una generazione silenziosa che parla attraverso il mito simbolico.
Da buoni figli dell’Occidente illuminato, risulta difficile credere che si possa comunicare in un modo diverso dalla concettualità espressa in gesti e parole. Eppure i nostri giovani ci dicono che è possibile, anzi, lo abbiamo verificato, che è così.
Il cammino più arduo è quello dell’interpretazione di questo linguaggio, che esige una conversione simbolica, ovvero uno smascheramento delle categorie con cui, ancora oggi, teniamo imbrigliato il linguaggio.
Questo modesto contributo vuole soltanto lanciare delle provocazioni, nella speranza che i nostri giovani comincino ad essere presi sul serio. Così come sono, e non come li vorremmo.

NOTE

[1] L’Autore è docente di teologia pastorale all’Istituto Teologico Calabro.
[2] U. Galimberti, L’ospite inquietante, Feltrinelli, Milano 2007, 125.
[3] F. Blask, Q come caos, Tropea, Milano 1997.
[4] Esprime bene il disagio di questa generazione il film Elephant, di Gus Van Sant (Palma d’oro e premio per la miglior regia a Cannes nel 2003). Anche se di durata relativamente breve, esso evidenzia in modo denso e, a tratti, inquietante il disagio che portò due giovani a realizzare la celebre strage alla Columbine High School. Il film, realizzato in una ventina di giorni, con attori non professionisti, all’interno di un vero liceo americano, ricostruisce la strage, attraverso una fortissima caratterizzazione psicologica dei personaggi e cerca di individuare le motivazioni di fondo che hanno portato a tale gesto, mettendo in luce un groviglio di sentimenti ed emozioni contrastanti, associati a grandi temi, quali il bullismo, l’anoressia, l’isolamento, l’emarginazione, l’omosessualità.
[5] Ivi, 11.
[6] V. Mancuso, Rifondazione della fede, Mondadori, Milano 2008, 84.
[7] M. S. Mancuso, Le frecce dell’eroe, FrancoAngeli, Milano 2005, 14-15