Etty Hillesum, testimone di speranza

Jacques Philippe

Nel 1981 furono pubblicati nella loro lingua originale (l’olandese) ampi estratti del Diario, tenuto fra il marzo 1942 e il giugno 1943 da una giovane ebrea di Amsterdam, che sarebbe stata deportata ad Auschwitz e vi sarebbe morta. Pur raccontando fatti occorsi oltre quarant’anni prima, la pubblicazione ebbe una grande risonanza. Fu seguita da numerose traduzioni in varie lingue (fra cui in francese nel 1983 e in italiano nel 1985). [1] Servì a rivelare il nome e il percorso spirituale di Etty (Ester) Hillesum. Da allora, la sua fama e la sua influenza non hanno smesso di crescere, tanto il percorso interiore che testimonia il diario (e le lettere) di Etty è sconvolgente e significativo per gli uomini e le donne di oggi. La sua opera, di notevole qualità sul piano letterario, è sempre più riconosciuta come una testimonianza importante del XX secolo, chiamata a esercitare una grande influenza nel tempo in cui viviamo. Molto vicina a noi per la sua sensibilità, le sue aspirazioni, la sua libertà, e anche i suoi vagabondaggi, Etty ha compiuto un percorso spirituale che, in meno di tre anni, l’ha condotta a una maturità e a una libertà interiore sorprendenti e a una notevole pienezza nell’amore di Dio e nel dono di sé.

Un’esistenza dispersa

Quando comincia il suo diario, Etty è una giovane donna di ventisette anni. Abita ad Amsterdam, ma ha trascorso l’infanzia a Deventer, dove risiedono ancora i suoi genitori. Il padre, Louis Hillesum, vi dirige un college. È uno studioso, il cui umorismo amabile e rassegnato nasconde la difficoltà ad affrontare la vita reale. La moglie, Riva (Rebecca) Bernstein, è un’ebrea dal temperamento capriccioso e dominante, immigrata dalla Russia nel 1907. Le relazioni familiari non sembrano essere molto armoniose. Quelle di Etty con i suoi genitori sono difficili. È la prima dei loro tre figli. Il suo primo fratello, Jaap, ha due anni meno di lei. Si orienterà verso la medicina, ma, a causa di uno psichismo molto fragile, farà vari soggiorni in istituti psichiatrici. Il secondo, Misha, di otto anni più giovane di Etty, sarà un pianista superdotato, ma anch’egli psichicamente fragile. La famiglia nella quale cresce Etty conserva un qualche riferimento all’ebraismo, ma non segue una dieta kasher e non osserva il sabato. Etty conosce ben poco della tradizione di Israele.
Frequenta l’università ad Amsterdam, dove è andata a fare studi di diritto e di lettere. È una ragazza vivace, intelligente, entusiasta e spontanea, piena di umorismo, amante dell’assoluto, ma che ha ereditato dalla madre un carattere tendente agli eccessi. La sua vita è ben lungi dall’essere ordinata. Soffre di certi malesseri fisici e intuisce che non sono unicamente di origine corporale; il suo temperamento appassionato e la sua sete di assoluto la spingono a coinvolgersi in molte relazioni sentimentali che la lasceranno «infelice e lacerata». Dopo aver alloggiato in vari collegi per studenti, nel 1937 si installa in una casa vicino al Rijskmuseum. Il proprietario, Han Wegerif, un vedovo pensionato, l’assume per occuparsi dei componenti della sua casa: lui stesso, una serva e due studenti, uno dei quali è suo figlio più giovane. Etty intratterrà molto presto una relazione amorosa con Han, che durerà cinque anni. Tiene in ordine la casa, studia russo e dà qualche lezione privata.

Un incontro provvidenziale

Nel febbraio del 1941, Etty incontra Julius Spier, un ebreo di Berlino emigrato in Olanda. L’incontro si rivelerà decisivo per la sua vita. Spier ha 54 anni (Etty ne ha ventisette). Ex direttore di banca, si è dedicato alla psicologia, sotto l’influenza di Jung. Ha un vero carisma per aiutare le persone disorientate a ritrovare equilibrio e serenità. Dà a Etty qualche consiglio e le suggerisce di praticare alcuni esercizi, che si riveleranno salutari. Etty lo incontrerà regolarmente, entrerà nella cerchia delle persone a lui più vicine e ne diventerà la segretaria. Nei primi tempi, la relazione fra Etty e Julius Spier non fu priva di ambiguità. Etty tendeva ancora fortemente a desiderare sul piano erotico ciò che ammirava; da parte sua, Spier, uomo profondamente buono e intelligente (e in seguito diventato credente), faceva fatica a dominare la sua sensualità. Ma, a poco a poco, la loro relazione si trasformò in una bella amicizia, libera e rispettosa. Quell’incontro segnò l’inizio di una progressiva profonda trasformazione nella vita di Etty. Il suo ardenti desiderio di verità la indusse a cominciare con coraggio a «lavorare intensamente su se stessa» e a mettere ordina nella sua vita. L’8 marzo cominciò a redigere il suo diario, che divenne per lei uno strumento molto prezioso per progredire sul piano umano e spirituale. Il diario concretizzò la sua esigenza di lucidità, la sua determinazione a cercare di vedere chiaro nel suo «caos interiore» e le permise anche di precisare e approfondire le intuizioni che andavano a poco a poco orientando e unificando la sua vita. Il diario sarà anche un mezzo privilegiato per esprimere e intensificare il dialogo che instaurerà progressivamente con Dio.
Senza legarsi ad alcuna confessione particolare e mantenendo un grande pudore sulla sua vita interiore, anche Spier fece un notevole percorso spirituale. Agnostico, era stato indotto dalla sua relazione con Jung a interessarsi al fenomeno religioso, aveva riscoperto la Bibbia, i vangeli, alcuni autori cristiani, era entrato in relazione con Dio e aveva coltivato una certa vita di preghiera. In contatto con lui, anche Etty scopre la parola di Dio, comincia a leggere la Bibbia, i Salmi, i vangeli (soprattutto quello di Matteo), le lettere di Paolo. Leggerà anche sant’Agostino, Tommaso da Kempis (autore dell’Imitazione di Cristo). Occorre notare anche l’influenza di Tolstoj, di Dostoevskij e specialmente quella del poeta Rainer Maria Rilke, che Etty cita molto spesso. La ragazza, che era molto lontana da ogni credo, oserà a poco a poco pronunciare il nome di Dio. La «ragazza che non poteva inginocchiarsi» si ritroverà sempre più regolarmente in questa umile posizione, sia nel suo bagno sia nel disordine della sua camera! «Ieri sera, subito prima di andare a letto, mi sono trovata improvvisamente in ginocchio, nel mezzo di questa grande stanza, fra le sedie di acciaio sulla stuoia chiara. Un gesto spontaneo: spinta a terra da qualcosa che era più forte di me» (87).
Raccolta, con la testa fra le mani, troverà spesso forza e pace nella preghiera ed entrerà a poco a poco in un dialogo libero e spontaneo, ma molto intimo e profondo, con Dio. Un Dio che resta molto misterioso, ma di cui percepisce la presenza nella parte più profonda di se stessa: «Dentro di me c’è una sorgente molto profonda. E in quella sorgente c’è Dio. A volte riesco a raggiungerla, ma sovente essa è coperta da pietre e sabbia: allora Dio è sepolto. Allora bisogna dissotterrarlo di nuovo» (60).
Etty identifica Dio con ciò che c’è di più profondo in lei, in un’esigenza di ascolto interiore permanente.

E pensare che una volta appartenevo anch’io a quella categoria di persone che di tanto in tanto pensano di se stesse: sì, in fondo io sono una persona religiosa. O qualcos’altro di positivo. E ora mi capita di dovermi inginocchiare di colpo davanti al mio letto, persino in una fredda notte d’inverno. Ascoltarsi dentro, non lasciarsi più guidare da quello che si avvicina da fuori, ma da quello che si innalza dentro, È solo un inizio, me ne rendo conto. Ma non è più un inizio vacillante, ha già delle basi (93).

La vita è bella e ricca di senso

Mentre accede a questo «coraggio di pronunciare il nome di Dio» e a questa esigenza di ascolto della sua interiorità personale, Etty sente nascere in lei, sempre più, un amore incondizionato per la vita, che scopre bella e piena di senso. E questo, paradossalmente, proprio mentre la vita esteriore degli ebrei in Olanda diventa sempre più pesante: obbligo di portare la stella gialla, confino nel ghetto, limitazione delle libertà, divieto di passeggiare nei giardini pubblici, restrizioni alimentari, vessazioni e umiliazioni che non cessano di abbattersi su di loro. È l’aspetto più sorprendente del percorso spirituale di Etty: più il mondo attorno a lei si oscura e diventa pesante, più la sua libertà esteriore è soffocata, più troverà in se stessa uno spazio di pace, di libertà, un amore immenso della vita, di Dio, di ogni creatura. Un testo, fra molti altri, lo testimonia:
Stamattina pedalavo lungo la Stadionkade e mi godevo l’ampio cielo ai margini della città, respiravo la fresca aria non razionata. Dappertutto c’erano cartelli che ci vietano le strade per la campagna. Ma sopra quell’unico pezzo di strada che ci rimane c’è pur sempre il cielo, tutto quanto. Non possono farci niente, non possono veramente farci niente. Possono renderci la vita un po’ spiacevole, possono privarci di qualche bene materiale o di un po’ di libertà di movimento, ma siamo noi stessi a privarci delle nostre forze migliori col nostro atteggiamento sbagliato: col nostro sentirci perseguitati, umiliati e oppressi, col nostro odio e con la millanteria che maschera la paura. Certo che ogni tanto si può esser tristi e abbattuti per quel che ci fanno; è umano e comprensibile che sia così. E tuttavia: siamo soprattutto noi stessi a derubarci da soli. Trovo bella la vita, e mi sento libera. I cieli si stendono dentro di me come sopra di me. Credo in Dio e negli uomini e oso dirlo senza falso pudore […] Sono una persona felice e lodo questa vita, la lodo proprio nell’anno del Signore 1942, l’ennesimo anno di guerra (126).

«Possiamo soffrire, ma non dobbiamo soccombere»

Questo amore della vita che si sviluppa in Etty non è ingenuo romanticismo o fuga dalla realtà, bensì accoglienza della realtà così come è, consenso a tutto ciò che la vita offre, senza eccezione: le gioie e le pene, la felicità e la sofferenza, la dolcezza di un momento di amicizia e la prospettiva di una separazione. Vedendo il modo in cui molti reagiscono alle difficoltà del presente con la paura, l’angoscia, cercando a ogni costo di salvare la pelle (fosse pure a volte al prezzo di quella di un altro), Etty si rende conto che il vero problema della vita umana non è tanto la sofferenza in sé, quanto piuttosto la paura che essa ispira, l’incapacità di accoglierla e di assumerla. L’inquietudine che ispira la sofferenza fa più male della stessa sofferenza.
«Le peggiori sofferenze dell’uomo sono quelle che egli teme». Perciò Etty si sforza (con alti e bassi) di accettare come buono tutto ciò che la vita concreta le propone istante dopo istante: «Dalle tue mani accetto tutto come viene, mio Dio. So che è sempre un bene. Ho imparato che un peso può esser convertito in bene, se lo si sa sopportare» (195).

«Vivere come i gigli del campo»

Nella sua lettura del vangelo e nelle sue conversazioni con Julius Spier, Etty è molto colpita dall’insegnamento di Gesù sull’abbandono alla Provvidenza. Il desiderio di vivere «come i gigli del campo» diventa un leitmotiv della sua vita interiore. Le preoccupazioni quotidiane sono spesso molto pesanti in quest’epoca travagliata, per cui è ancor più necessario praticare il vangelo:

Oggi pomeriggio, durante quella lunga camminata per tornare a casa, quando le preoccupazioni volevano assalirmi un’altra volta e sembrava che non mi dessero più pace, mi sono detta d’un tratto: «Se tu affermi di credere in Dio devi essere anche coerente, devi abbandonarti completamente e devi aver fiducia. E non devi neppure preoccuparti per l’indomani» (180).

Etty comprende chiaramente che bisogna evitare l’inquietudine per l’avvenire, che ci rode e ci impedisce di essere disponibili alla grazia e alla bellezza contenuta in ogni istante della vita, che è importante «guardarsi dal sospendere al giorno presente, come altrettanti pesi, le angosce che ispira l’avvenire». Infatti «se si proiettano le proprie preoccupazioni sulle varie cose che devono accadere, si impedisce a queste cose di svilupparsi in modo organico. Ho una fiducia così grande: non nel senso che tutto andrà sempre bene nella mia vita esteriore, ma nel senso che anche quando le cose mi andranno male, io continuerò ad accettare questa vita come una cosa buona» (164).
Nel settembre del 1942 scrive:

Voglio ricopiare ancora uria volta Matteo 6,34: Non siate dunque inquieti per il domani, perché il domani avrà le sue inquietudini; a ciascun giorno basta la sua pena. Bisogna combatterle come pulci, le tante piccole preoccupazioni per il futuro che divorano le nostre migliori forze creative. Ci organizziamo l’indomani nei nostri pensieri, ma poi va tutto in modo diverso, molto diverso. A ciascun giorno basta la sua pena. Si devono fare le cose come vanno fatte e per il resto non ci si deve lasciare contagiare dalle innumerevoli paure e preoccupazioni meschine, che sono altrettante mozioni di sfiducia nei confronti di Dio. Andrà tutto a posto […] In fondo, il nostro unico dovere morale è quello di dissodare in noi stessi vaste aree di tranquillità, di sempre maggiore tranquillità, fintanto che si sia in grado di irraggiare anche sugli altri. E più pace c’è nelle persone, più pace ci sarà in questo mondo agitato (221).

Impiegata del Consiglio ebraico

Nel gennaio del 1942, alla conferenza dei responsabili del Reich a Wannsee viene decretata la «soluzione finale», ossia lo sterminio degli ebrei d’Europa. Le retate si moltiplicano; ovunque i sinistri convogli ferroviari portano i loro contingenti di vittime verso i campi di sterminio. Il processo si mette in moto in Olanda a partire dai primi giorni di luglio del 1942.
Sotto la pressione dei suoi amici, Etty accetta un posto di impiegata al Consiglio ebraico (un organo per così dire incaricato di gestire gli interessi della comunità ebraica, ma senza alcun reale potere di fronte ai nazisti), cosa che le garantisce, almeno in un primo tempo, una relativa sicurezza. Questa situazione privilegiata le ripugna, ma la accetta solo perché pensa di potersene servire per consolare e incoraggiare i suoi correligionari smarriti. Lavoro d’ufficio noioso, in un’atmosfera di angoscia e di panico. Ma lì Etty sperimenta di poter preservare la sua libertà, la sua pace, la sua relazione con Dio, il suo amore della vita. «Le minacce e il terrore crescono di giorno in giorno. Mi innalzo intorno la preghiera come un muro oscuro che offra riparo, mi ritiro nella preghiera come nella cella di un convento, ne esco fuori più “raccolta”, concentrata e forte» (111).
Va in estasi davanti a un gelsomino che fiorisce alla sua finestra, a un mazzo di rose che trova dopo un’estenuante giornata di lavoro.

Le mie rose rosse e gialle si sono completamente schiuse. Mentre ero là, in quell’inferno, hanno continuato silenziosamente a fiorire. Molti mi dicono: come puoi pensare ancora ai fiori, di questi tempi […] Ed eccole lì, reali quanto tutta la miseria vissuta in un intero giorno. Nella mia vita c’è posto per tante cose (182).

Fino alla fine, Etty riuscirà ad accogliere la bellezza della natura come una parola di speranza e di incoraggiamento.
Riesce anche ad assaporare l’amicizia, a ringraziare per un incontro, un momento passato con un essere amato. Ma, al tempo stesso, il suo amore, in passato così vorace, pur restando molto intenso, diventa più libero e distaccato, anche più universale, più capace di estendersi a ogni essere umano senza eccezione, buono o cattivo, degno o indegno di riceverlo. Comprende anche che la cura per le persone a lei vicine, pur essendo legittima, non deve mai diventare un impedimento ad aprire il suo cuore a tutto il prossimo, qualunque esso sia.

Per me, io so questo: dobbiamo abbandonare le nostre preoccupazioni per pensare agli altri, che amiamo. Voglio dire questo: si deve tenere a disposizione di chiunque si incontri per caso sul nostro sentiero, e che ne abbia bisogno, tutta la forza e l’amore e la fiducia in Dio che abbiamo in noi stessi, e che ultimamente stanno crescendo in modo così meraviglioso in me (155).

Etty sente anche che deve, a poco a poco, distaccarsi da tutto, che nulla dovrà impedirle di seguire liberamente il suo destino, di dire forse addio ai legami familiari per condividere la sorte del suo popolo.

Ora so che se si comincia a rinunciare alle proprie pretese e ai propri desideri, si può rinunciare a tutto. L’ho imparato in questi giorni […] Incomincerò a fare ordine nelle mie carte e ogni giorno dirò addio. E così il vero addio sarà solo una piccola conferma esteriore di ciò che, di giorno in giorno, s’è già compiuto dentro di me (152).

Ella accoglie la prospettiva della morte:

La possibilità della morte si è perfettamente integrata nella mia vita; questa è resa come più ampia da quella, dall’affrontare e accettare la fine come parte di sé. E dunque, non si tratta, per così dire, di offrire un pezzetto di vita alla morte, perché si teme e si rifiuta quest’ultima, la vita che ci rimarrebbe allora sarebbe ridotta a un ben misero frammento. Sembra quasi un paradosso: se si esclude la morte non si ha mai una vita completa; e se la si accetta nella propria vita, si amplia e si arricchisce quest’ultima (140).

Il campo di Westerbork

Tutti gli ebrei olandesi arrestati dai nazisti finiscono nel campo militare di passaggio di Westerbork, situato sulla landa incolta della Drenthe, a nord-est dei Paesi Bassi. Dal luglio 1942 al settembre 1944, in questo campo passeranno circa centomila ebrei olandesi (fra cui la carmelitana Edith Stein). Di lì partiva, ogni martedì, un convoglio di almeno mille persone verso una destinazione sconosciuta a est… Per lo più si trattava di Auschwitz. Anna Frank e la sua famiglia faranno parte dell’ultimo convoglio.
Nel campo il Consiglio ebraico ha una sede distaccata, una sorta di «servizio sociale». Etty chiede di esservi inviata, ritenendo di essere più utile lì che ad Amsterdam. Vi giunge ai primi di agosto del 1942. Ha ancora la libertà di uscire dal campo, per cui ritorna tre volte ad Amsterdam, per soggiorni di varia durata, finché la morsa nazista si chiude su tutti gli ebrei senza eccezione e anche Etty vi venne rinchiusa definitivamente nel luglio del 1943.
A Westerbork, le condizioni materiali (a parte il sovraffollamento) non sono eccessivamente drammatiche. Sono soprattutto il clima di incertezza riguardo all’avvenire, l’angosciante domanda che si ripropone ogni settimana su chi farà parte del prossimo convoglio, l’agitazione per sfuggire alla lista successiva a creare un’atmosfera di tensione, di insicurezza deleteria. Molti di coloro che hanno occupato posizioni importanti nella società, artisti famosi, grandi giuristi o persone ricche e celebri, sono in uno stato di totale smarrimento: «Oggi ci si accorge che non basta, nella vita, essere un politico abile o un artista di talento. Quando si tocca il fondo della propria disperazione, la vita esige ben altre qualità. Sì, è vero, noi siamo misurati con il metro dei nostri ultimi valori umani».
Durante il suo secondo ritorno a Amsterdam, nel settembre del 1942, Etty assiste all’agonia di Julius Spier, caduto gravemente malato. Accetta questo lutto immenso per lei con una calma sconcertante. Ormai è pronta a camminare da sola e ringrazia per il dono che è stato quell’amico:

Sei tu che hai liberato le mie forze, tu che mi hai insegnato a pronunciare con naturalezza il nome di Dio. Sei stato l’intermediario fra Dio e me, e ora che te ne sei andato la mia strada porta direttamente a Dio e sento che è un bene. Ora sarò io l’intermediaria per tutti quelli che potrò raggiungere (196).

Il rifiuto dell’odio

Di fronte alla terrificante e crudele ingiustizia perpetrata dai nazisti contro gli ebrei, Etty sarà a volte tentata di reagire, come molti dei suoi contemporanei, con la disperazione, la rivolta, l’odio. Riguardo alla disperazione, abbiamo visto che ne è stata immunizzata dalla sua fiducia in Dio. Molto lucida, scopre anche ciò che spesso c’è di falso in alcuni atteggiamenti di rivolta che affiorano in questa o quella persona a lei vicina: «Molti di coloro che oggi si indignano per certe ingiustizie, a ben guardare si indignano solo perché quelle ingiustizie toccano proprio a loro» (146).
Riguardo all’odio, Etty è stata ovviamente tentata di detestare i tedeschi. Ma ha ben presto compreso che l’odio è un veleno terribile per il cuore di chi lo prova. La vittima innocente di un’ingiustizia, se nutre odio per il suo carnefice, entra a sua volta nella spirale del male e ne diventa complice. In una commovente e lunga lettera nella quale descrive la situazione del campo di passaggio di Westerbork, rendendosi finalmente conto di averne fatto una descrizione che ne mostra bene l’atroce realtà, ma che non cede all’amarezza e all’odio, Etty scrive:

Si tratta di un racconto molto soggettivo. Ritengo che se ne possa fare un altro, più intriso di odio, amarezza e rivolta. Ma la rivolta che attende per nascere il momento in cui la sventura vi colpisce personalmente non ha nulla di autentico e non porterà mai dei frutti […] E l’assenza di odio non implica necessariamente l’assenza di un’elementare indignazione morale. Io so che coloro che odiano hanno buone ragioni per farlo. Ma perché dovremmo scegliere sempre la via più facile, quella più battuta? Nel campo ho sentito con tutto il mio essere che il minimo atomo di odio aggiunto a questo mondo lo rende ancor più inospitale. E io penso, forse con un’ingenuità puerile ma tenace, che se questa terra ritorna a essere un giorno anche solo un pochino più abitabile, sarà solo attraverso quell’amore di cui l’ebreo Paolo ha parlato un tempo agli abitanti di Corinto nel terzo capitolo della sua prima lettera.

Vediamo qui la maturità alla quale è giunta Etty. Il suo confronto con il male, lungi dal risvegliare amarezza e odio, viene vissuto come un invito a reagire con un supplemento di amore e a riconoscere che le radici del male abitano in ciascuno di noi. È lì anzitutto che bisogna combatterlo,

Il marciume che c’è negli altri c’è anche in noi (…) e non vedo nessun’altra soluzione, veramente non ne vedo nessun’altra, che quella di raccoglierci in noi stessi e di strappare via il nostro marciume. Non credo più che si possa migliorare qualcosa nel mondo esterno senza aver fatto prima la nostra parte dentro di noi. È l’unica lezione di questa guerra: dobbiamo cercare in noi stessi, non altrove (99-100).

E altrove: «Non vedo altre alternative, ognuno di noi deve raccogliersi e distruggere in se stesso ciò per cui ritiene di dover distruggere gli altri» (212).
Etty si sforza di vedere, anche dietro il boia, un essere umano, con il suo vuoto interiore, la sua infelicità, e di applicare il principio evangelico dell’amore dei nemici e la parola di Paolo ai Romani: «Vincete il male con il bene»:

A ogni nuovo sopruso, a ogni nuova crudeltà, noi dobbiamo opporre un piccolo supplemento di amore e di bontà da conquistare su noi stessi.
Questo mondo è senza pietà, senza pietà. Ma tanto più misericordiosi dobbiamo esser noi nel nostro cuore (178).

Un atteggiamento esigente, non realistico e vano, diranno alcuni. Ma come fare diversamente per fermare la spirale del male? Il risentimento e l’odio non fanno che alimentare e propagare il male; solo l’amore incondizionato di tutto l’uomo può porvi un limite.

«Si vorrebbe essere un balsamo per molte ferite»

A Westerbork, Etty sente di dover assolvere una missione: essere il «cuore pensante della baracca». Amore lucido e riflesso, che estende la sua compassione su tutti coloro che incontra e frequenta. In questa sofferenza senza nome, essere una presenza di pace e di consolazione. Mediante gli aiuti materiali che può offrire, la posta di cui è l’intermediaria, una parola di conforto: «Non è così grave!», la sua semplice presenza quando le parole sono impotenti. Si spende senza riserve a favore delle mamme, dei bambini soli, delle persone anziane, di tutti coloro ai quali può procurare un po’ di conforto. Il suo comportamento al campo è il segno incontestabile dell’autenticità della sua esperienza spirituale. Le convinzioni formulate ad Amsterdam, la pace e la libertà interiore che lì ha riscoperto, non svaniscono, ma la rafforzano.

Quando si ha una vita interiore, poco importa da quale parte delle barriere di un campo ci si trovi.
I campi dell’anima e dello spirito sono talmente vasti, talmente infiniti che questo piccolo cumulo di scomodità e di sofferenze fisiche non ha praticamente più alcuna importanza; non ho l’impressione di essere stata privata della mia libertà e, in fondo, nessuno può farmi veramente del male.

Anche la sua vita di preghiera si approfondisce.

La mia vita si è trasformata in un dialogo ininterrotto con te, mio Dio, un lungo dialogo. Quando sto in un angolo del campo, i piedi piantati in terra, gli occhi alzati verso il tuo cielo, ho a volte il volto inondato di lacrime – unica valvola di sfogo della mia emozione interiore e della mia gratitudine […] ed è la mia preghiera.

Aiutare Dio

Troviamo varie volte questa espressione insolita «aiutare Dio» sotto la penna di Etty, in particolare nei momenti in cui è crudelmente interpellata da tutta la sofferenza che sfila davanti a lei.

Cercherò di aiutarti, mio Dio, affinché tu non venga distrutto dentro di me, ma a priori non posso promettere nulla. Una cosa, però, diventa sempre più evidente per me, e cioè che tu non puoi aiutare noi, ma che siamo noi a dover aiutare te, e in questo modo aiutiamo noi stessi. L’unica cosa che possiamo salvare di questi tempi, e anche l’unica che veramente conti, è un piccolo pezzo di te in noi stessi, mio Dio. E forse possiamo anche contribuire a disseppellirti dai cuori devastati di altri uomini […] E quasi a ogni battito del mio cuore, cresce la mia certezza: tu non puoi aiutarci, ma tocca a noi aiutare te, difendere fino all’ultimo la tua casa in noi (169).

Che cosa c’è dietro a questa preghiera di stile poco convenzionale? Etty non dubita del soccorso di Dio (lo sperimenta abbastanza nella pace e nella forza che le sono donate), ma in questo tempo particolare nel quale Dio sembra essersi ritirato, nel quale resta in silenzio e come impotente davanti allo scatenarsi del male, ritiene che non sia il momento di chiedergli dei conti e neppure un intervento esteriore. Si sente rinviata alla sua responsabilità di mantenere vive in se stessa (e di risvegliare per quanto possibile nel cuore degli altri) le certezze che la fanno vivere, di «salvare», se così si può dire, in se stessa e negli altri una dimora per Dio, uno spazio di pace, benevolenza, umanità. La domanda da porre non è tanto: «Che cosa Dio farà di noi», ma piuttosto: «Che cosa faremo noi di lui». Lasceremo spegnere la fiamma della bontà e della speranza sotto i flutti del male o cercheremo di mantenerla viva a ogni costo?

L’ultimo viaggio

La politica nazista diventa sempre più dura. Etty resiste al consiglio di alcuni suoi amici che le suggeriscono di fuggire, di nascondersi. Ma in nome di che cosa non condividere il destino di tutti? Vuole assumere personalmente la sorte del suo popolo. Non aveva forse scritto quando era ancora in libertà: «Questo piccolo frammento del destino di massa che io sono in grado di portare, lo fisso sulla mia schiena come un fagotto con nodi sempre più forti e più stretti, faccio corpo con esso e lo porto per le strade».
Un’altra ragione della sua scelta: anche i suoi genitori (che ha nuovamente imparato ad amare dopo la sua evoluzione interiore) e suo fratello Misha sono internati a Westerbork in seguito alla grande retata del giugno 1943.
Nel luglio del 1943, i membri del Consiglio ebraico rimasti a Westerbork vengono privati del loro statuto particolare. Etty perde la possibilità di lasciare il campo per diventare «residente» (tuttavia in linea di principio non deportabile).
Misha, grazie al riconoscimento dei suoi talenti di musicista, ha l’opportunità di sfuggire alla deportazione, ma non vuole beneficiarne senza la sua famiglia. Dei passi in questo senso falliscono e suscitano la collera dei nazisti, per cui si decide il 6 settembre che l’intera famiglia Hillesum sarà deportata. Il comandante del campo vi include anche Etty.
I quattro membri della famiglia internati a Westerbork sono introdotti nel convoglio del 7 settembre, in partenza per Auschwitz. Louis e Rebecca Hillesum muoiono verosimilmente durante il trasferimento o sono eliminati con il gas subito dopo il loro arrivo. Etty morirà il 30 novembre 1943 (secondo la Croce Rossa) e Misha nel marzo del 1944. Solo Jaap si trova ancora ad Amsterdam (sarà deportato nel 1945 a Bergen Belsen e morto di tifo in aprile). Così viene annientata l’intera famiglia.
Gli Hillesum salgono sul treno molto calmi e coraggiosi. Cantano. Misha e i genitori si trovano nel primo vagone.
Etty nel numero 12. Etty porta con sé il suo piccolo zaino, con alcuni effetti personali. Vi ha nascosto il suo diario, una grammatica russa, alcune opere di Tolstoj e la Bibbia. Ha tempo di scarabocchiare e gettare da un’apertura del vagone sul binario due cartoline di arrivederci alle amiche. Qualcuno le raccoglie e le spedisce. Una si è conservata. Comincia con queste parole: «Cristina, apro la Bibbia a caso e trovo questo: Il Signore è la mia camera alta».
Nulla si sa delle poche settimane passate ad Auschwitz. Ma senza dubbio Etty ha avuto la grazia di restare fedele alla linea di fondo della sua vita:

Sono pronta ad accettare tutto, ogni luogo della terra dove piacerà a Dio di inviarmi, pronta anche a testimoniare attraverso tutte le situazioni, e fino alla morte, la bellezza e il senso di questa vita.
Bisogna scegliere: pensare a se stessi senza preoccuparsi degli altri o prendere le distanze dai propri desideri personali e consegnarsi. E per me, questo dono di sé non è una rassegnazione, un abbandono alla morte. Si tratta di sostenere la speranza, là dove posso e dove Dio mi ha posta. [2]

NOTE

1 E. HILLESUM, Diario 1941-1943, Adelphi, Milano 1985.
2 P. LEBEAU, Etty Hillesum. Un itinéraire spirituel, Amsterdam 1941 – Auschwitz 1973, Albin Michel, Paris, 267.

FONTE: Se tu conoscessi il dono di Dio. Imparare a ricevere, EDB 2017, pp. 155-172.