Ascoltare  per essere liberi

Fratel Adalberto – Bose

19 agosto

In quel tempo 22 mentre Gesù e i discepoli si trovavano insieme in Galilea, Gesù disse loro: «Il Figlio dell’uomo sta per essere consegnato nelle mani degli uomini 23 e lo uccideranno, ma il terzo giorno risorgerà». Ed essi furono molto rattristati. 24 Quando furono giunti a Cafàrnao, quelli che riscuotevano la tassa per il tempio si avvicinarono a Pietro e gli dissero: «Il vostro maestro non paga la tassa?». 25 Rispose: «Sì». Mentre entrava in casa, Gesù lo prevenne dicendo: «Che cosa ti pare, Simone? I re della terra da chi riscuotono le tasse e i tributi? Dai propri figli o dagli estranei?». 26 Rispose: «Dagli estranei». E Gesù replicò: «Quindi i figli sono liberi. 27 Ma, per evitare di scandalizzarli, va’ al mare, getta l’amo e prendi il primo pesce che viene su, aprigli la bocca e vi troverai una moneta d’argento. Prendila e consegnala loro per me e per te».
Mt 17,22-27

Nei vangeli sinottici, per tre volte Gesù annuncia ai discepoli l’imminenza della sua passione, morte e resurrezione. Egli sapeva di andare incontro a una fine violenta: non un destino ineluttabile, ma un cammino liberamente assunto. Questo secondo annuncio della passione viene dopo l’esperienza della trasfigurazione, che agli occhi di tre testimoni, Pietro, Giacomo, Giovanni, ha rivelato l’identità di Gesù, la sua qualità divina. Ma questa “visione” è l’invito pressante a un ascolto: “Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento. Ascoltatelo” (Mt 17,5). Ora per i discepoli è venuto il momento di ascoltare la parola della croce: “Il Figlio dell’uomo sta per essere consegnato”. Una parola cui noi ci ribelliamo con tutto il nostro essere. Eppure Gesù vedeva la necessità della sua consegna agli uomini negli eventi che erano sotto gli occhi anche dei discepoli e che essi non comprendevano, perché non li leggevano alla luce della parola di Dio (cf. Mt 17,10-13).
Non è possibile ascoltare il vangelo e comprenderlo senza obbedirlo, annunciarlo senza metterlo in pratica. Gesù non poteva stare intimamente nell’amore del Padre, annunciare la buona notizia del regno di Dio, senza portare le conseguenze dell’amore. Anche per noi ascoltare Gesù significa ascoltare come lui ha ascoltato il comandamento del Padre, mettendolo in pratica con amorosa obbedienza: potremo allora vedere nelle nostre vite i segni della presenza di Dio.
I discepoli, annota Matteo, furono molto rattristati da queste parole di Gesù. Avvertivano indistintamente una minaccia di morte che toccava anche loro. Erano incapaci di sentire il glorioso annuncio della resurrezione: “ma il terzo giorno risusciterà”. Solo il perfetto affidamento all’amore del Padre, anche nell’ora della croce, non fa vacillare la fede nella resurrezione. I discepoli non sono ancora entrati nella dimensione della figliolanza.
Forse per questo Matteo conserva qui l’episodio della tassa del tempio, che ha tratti quasi favolosi. Il didramma, la moneta che Pietro avrebbe trovato in bocca al pesce per darla agli esattori del tempio, non era un tributo imposto dai romani (cf. Mt 22,17), ma una tassa per il culto che aveva assunto carattere obbligatorio (solo i sacerdoti ne erano esenti), e che al tempo di Gesù era oggetto di controversia, poiché non era esplicitamente prescritta dalla Legge. Con ogni probabilità le prime comunità giudeo-cristiane, fino alla distruzione del Tempio (70 d.C.), continuavano a pagarla.
La risposta di Gesù ai dubbi inespressi di Pietro non pretende un’esenzione per sé o per i discepoli. Contesta alla radice un rapporto con Dio fondato sul mercanteggio (Mt 11,15-17, cf. Mc 11,15-16). Il tempio è casa di preghiera, e chi abita la casa, Dio, è Padre per i figli d’Israele. I figli sono liberi, non devono lasciarsi ridurre in schiavitù da chi vuole impadronirsi del rapporto con Dio riducendolo alla contrattazione politico-religiosa.
Ma per essere veramente figli, e liberi, occorre ascoltare in verità la parola che ci rende tali, cioè metterla in pratica: “Chiunque fa la volontà del Padre mio che è nei cieli, egli è per me fratello, sorella e madre” (Mt 12,50).