La città nel Digital Age

Paolo Benanti

 

I problemi del mondo d’oggi non possono essere risolti
facendo ricorso allo stesso tipo di pensiero
che li ha creati [1].

  1. Una premessa metodologica

Per analizzare la società digitale, Digital Age, un tema complesso a causa dei profondi cambiamenti operati dal mondo della comunicazione, abbiamo scelto un approccio di tipo fenomenologico-
problematizzante. La fenomenologia è un metodo filosofico che esamina i fenomeni nella maniera in cui gli attori li percepiscono nella loro immediatezza. In altre parole, la fenomenologia è un approccio che considera i fenomeni della vita quotidiana come non scontati, interrogandosi sul modo con cui si guarda e si è nel mondo e sul senso di questo.
L’approccio fenomenologico sostiene che la realtà quotidiana è costruita socialmente a partire da una conoscenza pratica accumulata, condivisa e data per scontata da una collettività. Il suo metodo di ricerca è un’investigazione rigorosa, critica, sistematica dei fenomeni. Lo scopo dell’indagine fenomenologica è spiegare la struttura o l’essenza dell’esperienza vissuta di un fenomeno alla ricerca dell’unità di significato che è l’identificazione dell’essenza di quel fenomeno e la sua accurata descrizione attraverso l’esperienza vissuta ogni giorno.
Prendono così senso le ragioni ultime di questa scelta: solo attraverso una narrazione del vissuto dei nostri contemporanei nel contesto della Digital Age può emergere il senso e il significato che questi contesti mediano e significano. Poiché l’analisi fenomenologica procede attraverso una narrazione, la nostra ricerca si svilupperà su diversi piani e a diversi livelli. Cercherà di esplorare esperienze individuali e collettive, campi e corsi di azione, situazioni problematiche di difficile interpretazione, consentendo di comprenderne e decostruirne/ricostruirne il significato culturale e sociale.
Il lavoro che proponiamo è, dunque, un lavoro ermeneutico, in cui l’interpretazione del ricercatore è sempre personale, parziale e dinamica e si realizza attraverso un costante processo dialogico con i testi e i contesti indagati. Quello che offriamo, più che essere capito come una risposta alle problematiche della Digital Age deve essere inteso come un portare alla luce le domande antropologiche fondamentali che a questa soggiacciono. La lettura che offriamo del contesto della Digital Age sarà allora di tipo idiografico, giacché intende conferire un senso e un significato a specifiche azioni compiute da particolari attori in determinati contesti.
In questo senso, le pagine che seguono sostanzieranno un dispositivo di descrizione/interpretazione/comprensione dell’agire individuale e sociale piuttosto che di osservazione/analisi/esplicazione dello stesso; si rivela, quindi, particolarmente utile ed efficace in una prospettiva che sia: fortemente orientata all’individuazione di elementi di contesto e di implicazioni personali, storiche, culturali e sociali; focalizzata sulla fenomenologia dell’agire piuttosto che sull’azione intesa come singola unità di analisi, decontestualizzata e sezionata nelle sue diverse componenti o possibili declinazioni.

  1. Quali cittadini nel Digital Age? Il contesto iper-comunicativo e la dieta mediale

Come i mezzi di comunicazione, specialmente quelli prodotti dalla cultura digitale e dall’era informatica, influenzano la società e la vita dei nostri contemporanei? Per rispondere bisogna innanzitutto definire cosa si intende con il termine “comunicazione”. La comunicazione (dal latino cum = con, e munire = legare, costruire e dal latino communico = mettere in comune, far partecipe) nella sua prima definizione è l’insieme dei fenomeni che comportano il trasferimento di informazioni.
Alla luce di questa definizione appare evidente come la comunicazione sia un’attività che da sempre ha accompagnato l’uomo fin dagli albori della storia. Gli uomini che popolavano il nostro pianeta 100 mila anni fa comunicavano attraverso gesti che gradualmente hanno ceduto il posto alla lingua parlata. La necessità di tramandare quello che l’uomo reputava come foriero di senso ha prodotto la nascita dí sistemi di trasmissione diversi e variabili a seconda del contesto storico e sociale che, dalle scienze della comunicazione, sono detti collettivamente media (dal latino medium = mezzo).
Guardando alle trasformazioni recenti della nostra società, possiamo notare come tra la fine del XIX secolo e gli inizi del XX, divenendo poi una caratteristica di tutto il Novecento, si sia assistito alla comparsa delle società di massa. La comunicazione in queste forme di società ha assunto un ruolo chiave generando quel fenomeno che prende il nome di mass media o mezzi di comunicazione di massa, cioè l’insieme degli strumenti o i veicoli di divulgazione propri dell’industria culturale, come stampa, cinema, radio, televisione, ecc.
L’evoluzione del computer ha influenzato profondamente tutte le altre tecnologie della comunicazione, facendone proprie – nello stesso tempo – tutte le potenzialità. All’inizio sembrava uno strumento riservato alle grandi organizzazioni e amministrazioni, alla ricerca scientifica e ai comandi militari. La tecnologia dei microprocessori a partire dagli anni Settanta, il costante sviluppo di software facili da usare e, negli anni Novanta, la rapida espansione della rete hanno invece trasformato il computer in una macchina accessibile a tutti, proprio come un qualsiasi altro elettrodomestico. Per comprendere questo cambiamento bisogna soffermarci sulla caratteristica principale di questa nuova forma di comunicazione: il digitale.
In informatica ed elettronica con digitale ci si riferisce al fatto che tutte le informazioni vengono rappresentate con numeri o che si opera su queste manipolando numeri (il termine deriva dall’inglese digit, che significa cifra). Un determinato insieme di informazioni viene rappresentato in forma digitale cioè come sequenza di numeri presi da un insieme di valori discreti, ovvero appartenenti a uno stesso insieme ben definito e circoscritto. Attualmente digitale può essere considerato come sinonimo di numerico, e si contrappone invece alla forma di rappresentazione dell’informazione detta analogica. Ciò che è digitale è contrapposto a ciò che invece è analogico, cioè non numerabile. Digitale è riferito, dunque, alla “matematica del discreto” che lavora con un insieme finito di elementi, mentre ciò che è analogico viene modellizzato con la “matematica del continuo” che tratta un’infinità (numerabile o non numerabile) di elementi. Un oggetto viene digitalizzato, cioè reso digitale, se il suo stato originario (analogico) viene tradotto e rappresentato mediante un insieme numerabile di elementi. Per esempio, una foto normalmente formata da un infinito numero di punti ognuno dei quali formato da un’infinita gamma di colori, viene digitalizzata, e quindi tradotta in foto digitale, allorché la sua superficie la si rappresenti divisa in un numero discreto di punti (in genere piccoli quadrati o rettangoli detti pixel) ognuno dei quali formato di un colore rappresentato a sua volta da un numero.
Proprio perché elabora in forma digitale il linguaggio di tutti gli altri media, il computer è diventato il medium per eccellenza del XXI secolo. In particolare è uno strumento di scrittura per tutti: giornalisti, scrittori, scienziati, ingegneri, poeti e artisti. Della scrittura ha modificato largamente le tecniche tradizionali, come ha fatto per l’editing, la fotocomposizione, la stessa stampa.
Nei primi anni del XX secolo la comunità umana era cablata dal telegrafo e poi dal telefono. Oggi le connessioni a livello globale avvengono tramite computer: in borsa gli scambi di denaro e di merci, il controllo del traffico aereo e ferroviario, ecc. avvengono per via informatica. La stessa via consente a milioni di persone di scambiarsi messaggi senza limiti di tempo e di spazio. La rivoluzione che hanno portato i computer e l’informatica nel campo scientifico-tecnologico è stata abilmente descritta da Naief Yehya:
«con un computer possiamo trasformare quasi tutti i problemi umani in statistiche, grafici, equazioni. La cosa davvero inquietante, però, è che così facendo creiamo l’illusione che questi problemi siano risolvibili con i computer» [2].
Chris Anderson, il direttore di «Wired» [3], traccia una sintesi di cosa significhi la «rivoluzione digitale» (digital revolution) [4] per il mondo scientifico:
«Gli scienziati hanno sempre contato su ipotesi ed esprimenti. […] Di fronte alla disponibilità di enormi quantità di dati questo approccio –ipotesi, modello teorico e test – diventa obsoleto. […] C’è ora una via migliore. I petabytes ci consentono di dire: «La correlazione è sufficiente». Possiamo smettere di cercare modelli teorici. Possiamo analizzare i dati senza alcuna ipotesi su cosa questi possano mostrare. Possiamo inviare i numeri nel più grande insieme di computer [cluster] che il mondo abbia mai visto e lasciare che algoritmi statistici trovino modelli [statistici] dove la scienza non può. […] Imparare a usare un computer di questa scala può essere sfidante. Ma l’opportunità è grande: la nuova disponibilità di un’enorme quantità di dati, unita con gli strumenti statistici per elaborarli, offre una modalità completamente nuova per capire il mondo. La correlazione soppianta la causalità e le scienze possono avanzare addirittura senza modelli teorici coerenti, teorie unificate o una qualche tipo di spiegazione meccanicistica» [5].
L’avvento della ricerca digitale, dove tutto viene trasformato in dati numerici porta alla capacità di studiare il mondo secondo nuovi paradigmi gnoseologici: quello che conta è solo la correlazione tra due quantità di dati e non più una teoria coerente che spieghi tale correlazione [6]. Praticamente assistiamo attualmente a sviluppi tecnologici (capacità di fare) che non corrispondono a nessuno sviluppo scientifico (capacità di conoscere e spiegare): oggi la correlazione viene usata per predire con sufficiente accuratezza, pur non avendo alcuna teoria scientifica che lo supporti, il rischio di impatto di asteroidi anche sconosciuti in vari luoghi della terra, i siti istituzionali oggetto di attacchi terroristici, il voto dei singoli cittadini alle elezioni presidenziali USA, l’andamento del mercato azionario nel breve termine.
L’utilizzo dei computer e delle tecnologie informatiche nello sviluppo tecnologico hanno messo in evidenza una sfida linguistica che avviene al confine tra uomo e macchina: nel processo di interrogazione reciproca tra uomo e macchina sorgono proiezioni e scambi, finora impensati, e la macchina si umanizza non meno di quanto l’uomo si macchinizzi.
L’effetto dell’esponenziale digitalizzazione della comunicazione e della società sta portando, a detta di Marc Prensky [7], a una vera e propria trasformazione antropologica: l’avvento dei «nativi digitali». Nativo digitale (in inglese di gital native) è un’espressione che viene applicata a una persona che è cresciuta con le tecnologie digitali come i computer, internet, telefoni cellulari e MP3. L’espressione viene utilizzata per indicare un nuovo e inedito gruppo di studenti che sta accedendo al sistema dell’educazione. I nativi digitali nascono parallelamente alla diffusione di massa dei computer a interfaccia grafica nel 1985 e dei sistemi operativi a finestre nel 1996. Il nativo digitale cresce in una società multischermo, e considera le tecnologie come un elemento naturale non provando nessun disagio nel manipolarle e interagire con esse.
Per contro, Prensky, conia l’espressione «immigrato digitale» (digital immigrant) per indicare una persona che è cresciuta prima delle tecnologie digitali e le ha adottate in un secondo tempo. Una delle differenziazioni tra questi soggetti è il diverso approccio mentale che hanno verso le nuove tecnologie: ad esempio, un nativo digitale parlerà della sua nuova macchina fotografica (senza definirne la tipologia tecnologica), mentre un immigrato digitale parlerà della sua nuova macchina fotografica digitale, in contrapposizione alla macchina fotografica con pellicola chimica utilizzata in precedenza.
Un nativo digitale, per Prensky, è come plasmato dalla dieta mediale a cui è sottoposto: in cinque anni, ad esempio, trascorre 10 mila ore con i videogames, scambia almeno 200 mila email, trascorre 10 mila ore al cellulare, passa 20 mila ore davanti alla televisione guardando almeno 500 mila spot pubblicitari dedicando, però, solo 5 mila ore alla lettura.
Questa dieta mediale produce, secondo Prensky, un nuovo linguaggio, un nuovo modo di organizzare il pensiero, che modificherà la struttura cerebrale dei nativi digitali. Multitasking, ipertestualità e interattività sono, sempre per Prensky, solo alcune caratteristiche di quello che appare come un nuovo e inedito stadio dell’evoluzione umana.
Inoltre, Prensky sostiene che, sia pure in modo irregolare e alla nostra personale velocità, ci muoviamo tutti verso un potenziamento digitale che include le attività cognitive. Secondo Prensky gli strumenti digitali già estendono e arricchiscono le nostre capacità cognitive in molti modi. La tecnologia digitale migliora la memoria, per esempio attraverso gli strumenti di acquisizione, archiviazione e restituzione dei dati. La raccolta digitale di dati e gli strumenti di supporto alle decisioni migliorano la capacità di scelta, consentendoci di raccogliere più dati e verificare tutte le implicazioni derivanti da quella domanda.
Il potenziamento digitale in ambito cognitivo, reso possibile da laptop, database online, simulazioni tridimensionali virtuali, strumenti collaborativi online, palmari e da una serie di altri strumenti specifici per diversi contesti, è oggi per Prensky una realtà in molte professioni, anche in campi non tecnici come la giurisprudenza e le discipline umanistiche.

  1. Alcuni punti su cui portare un discernimento illuminato dalla fede

Seguendo la fenomenologia della comunicazione appare così evidente come questa specie di pervasività sociale e culturale del Digital Age, ci cambi tanto nel modo di comprenderci quanto in quello di comprendere il mondo. Questo risulta particolarmente evidente per le giovani generazioni. Oggi il giovane adulto è un’isola in un arcipelago di relazioni reali, presunte o immaginate e sembra che le nuove generazioni non sempre siano formate e culturalmente attrezzate per affrontare la sfida che la società digitale propone. I media, per loro stessa natura, sono elementi che si interpongono tra noi e il reale: ci forniscono versioni selettive del mondo, più che un accesso diretto ad esso combinando insieme diversi linguaggi in un testo che viene comunicato e diffuso con caratteristiche, che oggi assumono i tratti della globalità e dell’istantaneità.
La pervasività del digitale sta riscrivendo l’identità stessa della nostra città. Se l’Occidente conosce la sua matrice attorno al concetto greco di polis cioè di una città, luogo abitativo, che vedeva nell’agorà, nella piazza, il luogo identitario e di funzionamento del complesso tessuto civile, le nuove città nel Digital Age sono riscritte attorno ad altre piazze e ad altri luoghi di confronto e formazione. Questi «luoghi digitali» non garantiscono a priori una capacità di formare il tessuto civile: i cittadini del Digital Age devono essere educati a fare del «continente digitale» un uso adeguato alla costruzione del bene comune e del tessuto sociale.
Ci sembra che si debba parlare con urgenza della necessità di un’educazione “ai” media (media education). Si tratta di un’espressione entrata in uso con lo sviluppo tecnologico dei mezzi di comunicazione di massa e si riferisce alla formazione delle capacità di utilizzare opportunamente i mezzi di comunicazione di massa [8]. L’esito di questa educazione è la cosiddetta «competenza mediale» (media literacy), che appare quanto mai urgente specie per le nuove generazioni. La media literacy include, secondo l’autorevole parere del pedagogista tedesco Dieter Baacke, diverse dimensioni che possono essere riassunte così: la capacità critica dei mezzi di comunicazione di massa; la mediologia; la capacità di uso; la capacità di creazione mediatica [9]. La media education è una forma di educazione che mira a sviluppare una competenza con i testi dei media.
Normalmente si usa descrivere questa competenza come alfabetizzazione. Questo termine ci sembra oggi quanto mai adatto, infatti ci possiamo chiedere se non ci si trovi di fronte a una nuova forma di analfabetismo. L’analfabetismo, strictu sensu, è l’incapacità completa di saper leggere e scrivere, dovuta per lo più a un’istruzione o a una pratica insufficiente. In senso più lato, l’analfabetismo indica anche l’ignoranza di argomenti considerati di fondamentale importanza, ad esempio l’analfabetismo informatico o politico. Oggi si usa parlare anche di «analfabetismo funzionale», con il quale si designa l’incapacità di un individuo di usare in modo efficiente le abilità di lettura, scrittura e calcolo nelle situazioni della vita quotidiana. Non si tratta, quindi, di un’incapacità assoluta, in quanto l’individuo possiede comunque una conoscenza di base di lettura e scrittura, che usa però in maniera incompleta e non ottimale. L’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’educazione, la scienza e la cultura definisce, a partire dal 1958, l’analfabetismo come la condizione di «una persona che non sa né leggere né scrivere, capendolo, un brano semplice in rapporto con la sua vita giornaliera». La condizione di abbandono in cui lasciamo le nuove generazioni di nativi digitali e l’assenza di formazione per gli immigrati digitali, facendo nuovamente ricorso alla terminologia di Prensky, sta di fatto generando un «analfabetismo digitale» in cui i testi che i media digitali producono diventano inaccessibili ai più a livello di valutazione oggettiva e valoriale. Questa inedita condizione, in cui non sappiamo più distinguere il valore dell’informazione che, come un fiume in piena, ci sommerge quotidianamente, può portare a una condizione di incapacità di autonomia dei cittadini nella società del Digital Age in cui i media sono la maggior espressione culturale.
Inoltre, da più parti si riconosce come i media, specie quelli digitali, siano gli agenti di socializzazione nella società contemporanea arrivando, secondo alcune analisi, a sostituisce gli agenti tradizionali quali la famiglia, la chiesa e la scuola.
Ci possiamo congedare da questo tema ricordando come sia assolutamente necessario per i cristiani, assieme agli uomini di buona volontà, abitare la complessità degli spazi, reali e virtuali, che il Digital Age offre, trasformando la comunicazione e le sue tecnologie in strumenti che aiutino a vivere con sempre maggior consapevolezza.

Nota bibliografica

Oltre a quanto citato nelle note, si veda anche P. BENANTI, The Cyborg. Corpo e corporeità nell’epoca del postumano, Cittadella, Assisi 2012; D.J. CROWLEY – P. HEYER, Communication in History: Technology, Culture, Society, Pearson, New York 2010; D. FELINI, Pedagogia dei media. Questioni, percorsi e sviluppi, La Scuola, Brescia 2004; L. GALLIANI, Appunti per
una vera storia dell’educazione ai media, con i media, attraverso i media, in «Studium Educationis» 7 (3/2002) 563-576; H. INNIS, Impero e comunicazioni, Meltemi, Roma 2001; ID., Le tendenze della comunicazione, Sugarco, Milano 1982; F. OCCHETTA, Nuove forme di democrazia rappresentativa, in «La Civiltà Cattolica» 3903 I (2013) 234-245; M. PRENSKY, H. Sapiens Digital. From Digital Immigrants and Digital Natives to Digital Wisdom, in «Innovate. Journal of Online Education» 5 (3/2009) art. 1: http://www.innovateonline.info/index.php?view=articleéid=705, anche in ed. it.: H. Sapiens digitale: dagli immigrati digitali e nativi digitali alla saggezza digitale, in «TD-Tecnologie Didattiche» 18 (2/2010) 17-24: http://www.tdjournalitd.cnr.it/ article/ view/ 277/2 10 (17.1.2017); T. PURAYIDATHIL, Storia della comunicazione, in E LEVER – P.C. RIVOLTELLA -A. ZANACCHI (edd.), La Comunicazione. Il dizionario di scienze e tecniche, Rai-Eri – LDC – LAS, Roma 2002, 1097-1103, anche on line in http:// www. lacomunicazione. it/voce. asp?id= 1199 (17.1.2017).
NOTE

1 Citazione comunemente attribuita ad Albert Einstein, che avrebbe pronunciato, con qualche piccola variante, in due differenti conferenze: una sulla politica del nucleare e l’altra sul teorema di Geidel.
2 N. YEHYA, Homo cyborg. Il corpo postumano tra realtà e fantascienza, Elèuthera, Milano 2005, 15.
3 «Wired» è una rivista mensile statunitense con sede a San Francisco. Nota come la Bibbia di internet, è stata fondata nel 1993 dall’italo-americano Louis Rossetto, uno dei maggiori esperti di tecnologia e della cosiddetta rivoluzione digitale, insieme a Nicholas Negroponte, un informatico statunitense celebre per i suoi studi innovativi nel campo delle interfacce tra l’uomo e il computer. Attualmente è diretta da Chris Anderson. «Wired» (let. significa collegato) tratta tematiche di carattere tecnologico e di come queste influenzino la cultura, l’economia e la politica. Dal 2009 viene pubblicata anche in Italia (Condé Nast, Milano: http://www.wired.it/). Per quanto riguarda i cyborg «Wired» è una delle fonti più ricche di materiali e riflessioni.
4 S’intende la serie di enormi cambiamenti nel mondo della comunicazione e nell’intera società contemporanea causata dalla possibilità di ridurre ogni tipo di informazione a catene di bit e bytes.
5 C. ANDERSON, The End of 7hemy, in «Wired» 16 (2008) 106-107 (traduzione nostra). I petabytes sono una misura della capacità di memoria di un computer. Un petabytes equivale a 25°, cioè 1.125.899.906.842.624, bytes (unità di misura per il computo delle memorie di massa).
6 Per renderci conto di quanto grande sia la quantità di dati che oggi siamo in grado di elaborare basti pensare che i primi computer negli anni Sessanta, come l’ENIAC, riuscivano a contenere una decina di bytes. Oggi, mediamente, un utente domestico nel suo computer ha a disposizione una capacità di I terabytes (millesima parte di un petabyte): 460 terabytes sono tutti i dati climatici digitali della terra; 530 terabytes sono tutti i video contenuti nel sistema di diffusione internet YouTube e un petabytes di dati viene processato ogni 72 minuatiai server di Google (cf. ibid., 106).
7 Cf. M. PRENSKY, Digital Natives, Digital Immigrants Part 1, in «On the Horizon» 9 (5/2001) 1-6 (anche on line in htip://www.emeraklinsight.com/doi/pdfplus/10.1108/10748120110424816 [17.1.2017]); ID., Digital Natives, Digital Immigrants, Part 2: Do They Really 7hink Differently?, in «On the Horizon» 9 (6/2001) 1-6 (anche on line in http://www.marcprensky.com/writing/Prensky%20-%20Digital%20Natives,%20Digital%20Immigrants%20-%20Part2.pdf [17 .1.2017]).
8 La media education non va confusa con l’educazione “con” i media, generalmente indicata con l’espressione «didattica tecnologica» o «tecnologie didattiche» (educational technology), laddove i mezzi di comunicazione sono considerati in prospettiva strumentale.
9 CL D. BAACICE, Medienpadagogik, Niemeyr Tübingen 1997.

* Pontificia Università Gregoriana (Roma) – Pontificio Collegio Leoniano (Ana) – Istituto Teologico di Assisi (Assisi) ( benanti@unigre.it Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo. ).

CredereOggi 37 (1/2017) n. 217, 71-83